Camillo Berneri
Il viaggio di un ignorante
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IL VIAGGIO DI UN IGNORANTE OSSIA RICETTA PER GLI IPOCONDRIACI

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Quì sento taluni che mi domandano: «Come? non ci dai nemmeno un piccol cenno sulle statue del Louvre?» O gente indiscreta! vi pare che di sciocchezze non ne abbia ancor dette abbastanza? Dovete anzi sapere che io, spaventato un poco dell'arroganza de' miei giudizii sulle belle arti, fui più volte li per distruggere tutto l'ultimo capitolo: tanta è la mia modestia. Ma siccome fare e disfare è il peggior lavorare, così per salvare la capra e i cavoli, ho inventato il dilemma seguente: " Una delle due: o sono veramente quel grande ignorante che spero di essere, o non lo sono. Se non lo sono, può darsi il caso che per istinto o senso comune abbia detto all'azzardo qualche verità: beato quel libro che indovina una verità anche in fallo: è già dei buoni. Se poi sono proprio la gran bestia incapace di dirne una giusta; allora, meglio: il libro sarà tutto una verità per la sua continua naturalezza. Ignoranza, petulanza e spropositi si stringono in leggiadro amplesso come il gruppo delle Grazie: o, per usare una similitudine più a livello dell'idea, compongono insieme un minestrone che, solo a sentirne la fragranza, invoglia a mangiarne una pentola. Se, come vi auguro, avete lo stomaco sano e forte, mangiate tutto, che è fatto apposta per voi. Ma, ora che ci penso; vedete quanto sia superfluo e bestiale anche questo dilemma. Non mi ricordava più che appunto voleva scriver di belle arti per farvi parer genii i peggiori articolisti delle gazzette. Dunque andiamo avanti un poco ancora: perchè forse lo scopo non è abbastanza raggiunto.

In genere la scultura mi annoja assai più della pittura. Se una statua è di bronzo, mi pare della brutta razza etiopica, o di quell'altra degli spazzacammini; se è di marmo, mi pare un pierrot, o un mugnajo infarinato dai capelli fino ai piedi. Siccome poi sono nude quasi tutte, mi mettono i brividi, massime d'inverno: e non posso ammirarle, perchè il pensiero si divaga subito nei tappeti, nelle stufe, nei cristalli doppii alle finestre, e in altri consimili desiderii. E poi, la pittura ha questo di buono che cerca di rassomigliare al vero; si loda almeno l'intenzione. Ma il bello nella scultura ha norme sue particolari che fanno a pugni col vero, col probabile e col possibile. Ogni volta che vedo una statua mi tocca di fare qualche stolida interrogazione: per esempio: «Perchè questo guerriero tutto nudo ha l'elmo in capo e la daga in mano? gli antichi facevano battaglia in siffatta toilette?» Ogni volta che vo in Tremezzina sulle rive del Lario, entro sempre nel palazzo già Sommariva a rivedervi i capi d'arte. E dimando infallibilmente e con grande insistenza: " Questo bell'uomo vestito di niente e che fa niente, per qual ragione si chiama Palamede? Sarebbe mai quello dell'assedio di Troja, creduto inventore del gioco degli scacchi? in questo caso dovrebbe portare la scacchiera sotto un'ascella, e una torre o una regina in mano. Sarebbe forse quell'altro dell'Aristodemo di Monti?

Sì, Palamede: alla regal Messene
Di Sparta apportator Pace m'invia.
Pace di guerre è stanca: ec.

Ma non è in costume da ascoltare un'ambasciata. Però, se di Palamedi arrivo a conoscerne due anch'io, e tanto bene da darvene la storia, o recitarvene (salvo errori) la poesia a memoria, sa il cielo quanti altri e famosi ne saranno capitati sulla terra. Dunque quale fra tutti coloro è costui? Dalla sua completa inazione, e dall'essere dritto in piedi capisco benissimo che possa dirsi un palo: ma un Palamede, no: perchè è nome illustre, antichissimo, quasi mitologico, insomma promettitore di qualche cosa. Era assai meglio battezzarlo per Pasquale, o Bartolomeo, o Giovanni, o Andrea, o Domenico, o Biagio, o Gerolamo, o Gervaso, o Bernardino, ec., nomi tutti dai quali non pretendiamo niente di buono. Io, per esempio, volendolo nobilitare, lo avrei chiamato Adamo prima del peccato: tanto più che non ha nemmeno la solita frasca di vite

Nel mezzo del cammin di nostra vita.

Anzi, lo avrei semplicemente chiamato L'Uomo. Vedete come un titolo ben trovato giustifichi anche le opere senza scopo, e di pura forma? È il caso di questo mio libro che è bellissimo e stupendo sotto all'usbergo della propria intitolazione: provate un poco a cambiare il frontispizio e scrivere " Il viaggio di un uomo dotto " forse non se ne persuaderebbero abbastanza nemmeno gli ignoranti: anche senza calcolare che il nome solo farebbe paura. O scrittorelli infelici che avete il maltalento di fare i libri buoni coi frontispizii cattivi, per restar sempre nell'oscurità: imparate una volta a vivere, e fate subito i libri cattivi coi frontispizii bene indovinati. Ritenete che un buon frontispizio è già la metà del libro; lo dice anche il proverbio:

Chi ben comincia è alla metà dell'opra.

Ma finiamola colle digressioni: ciò che ora mi preme è il Palamede. Un desiderio lungamente deluso può cambiarsi in monomania, in furore. Per mia tranquillità ho proprio bisogno di chiudere il protocollo con quella statua, e di avere una soddisfacente spiegazione del suo nome. Se fossi un ricco signore destinerei il premio di alcune migliaja di lire per la migliore dissertazione in proposito; ma essendo un povero diavolo che, qualora ci fosse il premio, tenterei la dissertazione io stesso a costo di dire qualunque bestialità, così mi limito a raccomandare l'argomento a tutti i giornalisti, perchè è degno del loro amore per l'arte. Gli articoli che io spero di veder presto publicati saranno tanto più compiti e ammirabili, se spiegheranno per abbondanza quest'altro problema: " Come mai Antonio Canova, il sublime artefice del monumento a Papa Rezzonico, e di altre maraviglie, abbia potuto mettere al mondo questa statua così insignificante, inerte, priva d'ogni intenzione e d'ogni pensiero. " Taluno dirà che è un uomo bello e perfettamente proporzionato: eh, via! questione piuttosto di diligenza e di compasso che di genio: vogliamo ben altro da un grande artista. Se questa statua, in cambio d'essere fatta già da mezzo secolo, la si facesse l'anno venturo, la crederei un tentativo di confutazione alla mia confutazione dell'Accidia. Ma io non ho mai negato l'accidia dei marmi: anzi per solito è il loro peccato capitalissimo: anzi scopro in quest'istante che sotto al Palamede bisogna scrivere subito L'Accidia. Oh magnificenza! fate presto: che con questo cambio di nome la statua diventa una divina inspirazione, vale un tesoro, un milione! Ma nella sua qualità di Palamede vi assicuro che merita pochissimi denari.

Parigi è veramente il paese delle statue, e ne ha una grossa popolazione: a piedi, a cavallo, sole, a gruppi, sedute, sdrajate, con leoni, con delfini, con cani, nude, vestite, allegoriche, mitologiche, storiche, numi, semidei, semidee, semibestie, satiri, fauni, driadi, napee, centauri, sirene, eroi antichi, generali moderni, Ercoli, Tesei, Napoleoni,... sulle colonne, sugli archi, sui palazzi, ne' musei, nei giardini, nelle piazze, ec. Guai se in cambio di star tutte al loro posto andassero intorno a urtare la folla! non vi darei più il consiglio di visitare Parigi, e meno ancora Versailles. Solamente le ripetizioni dell'equestre Luigi XIV fornirebbero uno squadrone di cavalleria reale in bronzo. Dunque vi lascio imaginare quanta gente di marmo stia di casa nel Louvre: io però la vidi appena di passaggio, dissi una parola a nessuno: tanto più che ne' musei di scultura non v'è nemmeno un sedile: muto ma eloquente linguaggio da tradursi in queste espressioni: «Tira pur via dritto se non vuoi annojarti:» E così ho fatto.

L'unica rarità che mi abbia colpito fu un bue colossale con otto gambe: è un'antichità di Ninive: e quel bue mi mise tosto in vena di filosofare. " Che i buoi antichissimamente fossero proprio di otto gambe? perchè no? avrebbero scalpellato un sasso così grande per il futile divertimento di regalare ai buoi quattro gambe più del vero? ciò non è ammissibile. Io suppongo che questa scultura rimonti ai tempi primitivi di Ninive, cioè alcune migliaja d'anni prima che Giona s'imbarcasse nel ventre d'una balena per recarle quella cattiva notizia. Ora: noi tutti sappiamo benissimo che nel corso dei secoli le razze degli animali, compresa la nostra piena di vizii, decaddero progressivamente dallo stato primitivo di volume, di forza, di longevità, ec., insomma a gradi a gradi s'immiserirono. Sono cose tanto chiare, che gli ignoranti le sanno meglio dei dotti. Dunque, ammesso anche che questa decadenza degli animali sia avvenuta lentissimamente, dall'epoca primordiale dei Niniviti fino ai nostri giorni il decadimento deve essere stato tanto, che io mi stupisco come gli animali abbiano ancora tutti un numero più o meno plurale di gambe. Dunque nei tempi antichi le gambe de' buoi saranno state otto, come prova questo monumento: e, per induzione di analogia, le gambe degli uomini saranno state quattro. Difatti, a pensarci bene, pel re degli animali l'essere appena bipede, come adesso, mi pare una cosa assai meschina. Intanto noi argomentiamo dalla Linguistica che i popoli Ottomani avevano una volta sei mani più di noi: argomentiamo dalla Storia, la quale fu già privativa dei grandi poeti, che un certo Briareo giunse ad avere cento mani (bisogna credere che abbia vissuto cento mila secoli prima dell'era volgare): e da questo monumento archeologico di Ninive veniamo a scoprire che gli antichi buoi avevano otto gambe. Al presente i buoi ne hanno solitamente quattro: ma ritenete per indubitabile che verrà anche l'epoca dei bipedi cornuti: se pure gli intelligenti non ne avessero già scoperto alcuno. Raccomando di stare all'erta sullo studio di siffatti passaggi: poichè da alcuni segnali mi persuado che di buoi da due gambe, e con tanto di corna, ce ne siano già molti.

Ma qui vorrei conoscere il savio parere dei dotti su queste mie transazioni filosofiche: che ve ne sembra, eh? le trovate plausibili, logiche, bene infilzate? dite pure senza cerimonie, perchè siete padronissimi di non credere alle mie ragioni, come io non credo mai alle vostre ciarle. Però guardatevi dal farne beffe e scandali con dissertazioni atrabiliari, come è il vostro vizio: altrimenti io proclamerò che tutte le parti di Storia Antica desunte dalla numismatica, dalla statuaria, dalle lapidi, dai cippi, dai ciottoli, dalla ruggine, dalla linguistica, dalla archeologia, dalla paleografia, dalla poesia e dalla mania sono tutte quante uno stolido impasto di sogni e di fanfaluche. Ci vuol altro che gridare contro i Romanzi storici, i soli libri dai quali si possa con diletto imparare e tenere a mente qualche cosa di vero: comincerò io a gridare contro le Storie romanzesche, che si leggono con tanto stento, e che fortunatamente si dimenticano appena lette.

Insomma, al Louvre non ho ammirato che un bue. Ma nessuno indovinerebbe dove mi sia capitato di vedere una statua che mi ha scosso la fantasia e toccato il cuore: fu un Diavolo posto sopra una torre di Nôtre-Dame, la cattedrale di Parigi. Per dirvi due parole di volo su quel tempio, intorno al quale Vittore Hugo ne spese tante, Nôtre-Dame rassomiglia un poco al leone, solito a presentare un corpo esile e smilzo relativamente alla grossa e giubbosa testa. L'insieme dell'edifizio non ha nulla di straordinario: anzi, in proporzione alla sua gran fama, è alquanto meschinetto: ma la sua fronte con tre grandi porte ornate nello spazioso incavo da innumeri fasci a sesto acuto, e sovrafregiate da un cordone di pizzo: quei due finestroni con una immensa rosa centrale: la superiore galleria tutta a trafori sorreggente, con arcate fragili e ricamate, una pesante piattaforma coronata da due massicce torri: quell'ogiva che domina da cima a fondo: quei quattro pilastroni che ne collegano i giganteschi piani, quasi a distribuirvi l'identico stile gotico; tutto ciò è magnifico e sublime a contemplarsi. Bisogna vederla: e sopra tutto bisogna vedere quell'altra della Cattedrale di Strasburgo, incomparabilmente più maravigliosa, per capire che maschera di tutti i colori, che pasticcio di tutti i sapori, che povera carta da torrone sia la facciata del nostro Duomo di Milano, e quanto indegna del più eccelso e maestoso tempio gotico che vanti l'Universo. È cosa da piangerne a calde lagrime, massime chi ha potuto gettare gli occhi sull'antico grandioso disegno posposto a questa compassionevole miseria.

Il peggio poi è che periodicamente ricompare la minaccia d'un ingrandimento della Piazza del Duomo, da farsi apposta per godere più bene quella vista crudele. O compimento di perfidia raffinata! Non sarebbe assai meglio innalzare addosso agli scalini un largo edifizio a sette, a otto, a dieci piani, che non lasci veder più niente a nessuno? Così i forestieri curiosi, dovendo guardare in alto quasi a perpendicolo da un vicolo strettissimo, si torcerebbero ben bene il collo per non capir nulla. Ma è proprio una gran Piazza del Duomo che vogliono i Milanesi? benissimo: la facciano dalla parte opposta. Il nostro Duomo non è già come la Galatea di Virgilio, che voleva essere veduta davanti: et se cupit ante videri; no: rassomiglia piuttosto a una maestosa Regina sgraziatamente sfregiata nel volto, che abbisogna d'una maschera perpetua; ma bellissima di dietro oltre ogni dire: è , , che dovrebbe farsi una piazza degna del gran Tempio Callipige. Chi non capisce questa parola, se la faccia spiegare da un professore di lingua greca. Ma ritorniamo al Diavolo di Nôtre-Dame. Salendo per l'unica torre che si sale per la prima, e dove si arriva all'aperto per passare alla seconda, c'è una statua rappresentante il diavolo, che per evidenza, forza e terribilità di espressione poco mancò non mi facesse esclamare: " Oh che diavolo divino! " ma avrei detto malissimo, perchè realmente non v'è nulla di più diabolico di lui. È grande al vero (intendo al vero umano, perchè non ho mai veduto diavoli): tiene i gomiti appoggiati a un parapetto, e il volto appoggiato sulle palme, e con una fisonomia livida, furibonda a far paura, guarda giù in mezzo a Parigi, e pare che dica: " Ah maladetta razza di parrucchieri e ballerini! vi aspetto tutti a casa mia: vi pettinerò io e vi farò ballare a dovere! " No, no! (gridava io) brutto demonio d'un demonio che sei! parla meglio del prossimo: e crepa, e scoppia dalla bile e dall'odio: ma a casa tua ci starai tu co' tuoi pari: ma noi non passeremo nemanco da quella contrada....

Capite, lettori? questi sono i grandi trionfi dell'arte! quando una statua vi mette in tanto orgasmo da sentirla a parlare, e da risponderle per le rime, siffatto momento di delirio significa mille volte più che tutta l'estetica del Winckelmann e del Lessing. Significa che quella statua fu inspirata da un grande ingegno, senza altri commenti. E la statua alla sua volta inspirò a Vittore Hugo la creazione di quella eteroclita ma potente figura del Quasimodo: certo, non può averla tratta che da questo tipo. Oh, se vedeste che terribili corna ha il diavolo, lunghe e curve come una scimitarra turca!

E appunto le sue corna fecero volare il mio pensiero al Mosè di Michelangiolo, veduto in Roma dieci anni prima, e che ho qui scolpito nella memoria, come se mi fosse ancora presente. Quella statua famosa mi ha tenuto un'ora a indagare le ragioni della sua celebrità. È il gran Legislatore che recando dal Sinai il codice divino del Decalogo, vede il suo popolo in adorazione del vitello d'oro, e sedutosi per maraviglia e ansietà, trabocca d'indignazione. La statua ha tanta vita.... che dico? ha tanto fremito, ed è di sì terribile efficacia, che vi sbigottisce. Lo scopo del sommo artefice è magicamente raggiunto: ma, oimè! con mezzi indecorosi e poco onesti. A chiunque andasse a vedere quel marmo, darei un consiglio: guardatelo per pochi minuti, e poi via! senza più ritornare; così avrete ricevuto la scossa elettrica, e Michelangiolo vi resterà grande per tutta la vita. Ma se vi fermate ad analizzarlo, l'incantesimo svanisce, e l'ammirazione si volta a poco a poco in disgusto. Il concetto biblico che Mosè reduce dall'arcano colloquio con Jehovah, radiasse in fronte di luce, è volgarissimamente tradotto in due effettive corna da Fauno! e anche certa soverchia sporgenza della mascella e del labbro inferiore concorre a dare a quella fisonomia una impronta satirina. E a compir l'opera, porta una barba, quale non l'ebbe mai uomo, statua; nemmeno quando la statua è personificazione d'un Fiume:

Gli involve il mento, e sull'irsuto petto
Ispida e folta la gran barba scende.

Trattasi di un volume che rassomiglia a una grossissima coda da cavallo, la quale si espande sul petto e anderebbe a finire non so fin dove, se il proprietario non occupasse la destra a piegarla e farla deviare dalla regione dello stomaco. Aggiugnete che la muscolatura di quella gran massa è l'esagerazione di tutte le altre esagerazioni: e quei lacerti che scattano e quasi si aggomitolano sulle braccia (state a vedere che per contagio do anch'io nell'esagerato e nel barocco delle frasi), appena sarebbero tolerabili in un Ercole, simbolo e poetico eccesso della forza bruta.

Ora, dimando: chi è costui? può rappresentarmi un condottiero barbaro di popolo nomade e pastore: ma la più sublime figura dell'Antico Testamento, no! ma il Legislatore politico e teocratico del popolo eletto, del popolo chiamato, comunque siasi, a conservare fra le tenebre universali la luce della vera tradizione religiosa, no! questo colosso è maestoso, lo concedo ma di quella

Orrida maestà nel fero aspetto,

colla quale il poeta ha inteso di descrivere Satana: e se Mosè non ha nulla di precisamente satanico, ha un poco, e più che un poco, del caprone.

Per dare a quella fisonomia aspetto terribile, era onesto, era necessario farle partecipar del ferino? Se in cambio avesse partecipato del sovrumano, mediante la debita espressione della santità, della autorità, dell'alta intelligenza, il suo corruccio non avrebbe potuto raggiungnere lo stesso effetto? Forse questi sono secreti del Genio. Ma è appunto dal Genio che pretendiamo i veri miracoli nell'arte: in questo miracolo qui è troppo evidente l'ignobile gherminella. Insomma, se il Laocoonte mi lasciò freddissimo, il Mosè mi ha scottato: dunque, male tutti e due: perchè, senza pedanteria come senza sfrenatezza di opinioni,

Sunt certi denique fines
Quos ultra citraque nequit consistere rectum.

Quella statua, originariamente destinata a far parte di un gran Mausoleo, non è al suo posto. Forse, dovendosi vederla dal basso all'alto e in relazione ad altre figure, per effetto ottico alcuni suoi vizii svanirebbero, o anche si volterebbero in pregi: a ogni modo, ha in tutta la paternità del genere barocco: anzi, ne è già un modello insuperato: guai a chi lo imitasse! Per fare una statua spropositata sì, ma eccezionalmente immortale, ma che fa storia nell'arte, ma che è la più fremente e formidabile che sia mai escita da un sasso, bisogna aver nome Michelangiolo!

Un amico mi diceva: " Se andando a Roma, tu dovessi starci un'ora sola, corri a vedere il Mosè. " Io in cambio direi: " Se in Roma tu non avessi che due ore disponibili per la scultura, salva cinque minuti per il Mosè, che bisogna vederlo: e il resto del tempo sia tutto pel monumento di Papa Rezzonico. " Quello è veramente un'opera

Judicis argutum quæ non formidat acumen!

Lettori, per non farvi morire di noja, ve ne risparmio la descrizione, e finisco collo stringere in una sola riga il giudizio comparativo su queste due famose creazioni dell'arte:

Hæc placuit semel: " hæc decies repetita placebit.

E difatti, io non ebbi più tentazione di rivedere il Mosè: ma ritornai più volte ad ammirare il Rezzonico, e stetti lunghissimamente, e sempre stracco, e sempre in piedi: non c'è eloquenza che possa dirne di più. Dovete sapere che anche nell'immenso San Pietro, tutto gremito di Mausolei papali e di capi d'arte in ogni genere, il cercare una scranna o una panca sarebbe lo stesso che cercare un diamante nel deserto. L'assoluta mancanza d'ogni mezzo di pausa o di riposo, dovunque ne sia presumibile il bisogno, è una delle tante maraviglie della Città Eterna. Voi altri Lombardi, che siete così industriosi, portate a Roma la scoperta dei sedili: dovrebbe essere un buon affare. Ma siccome la loro assoluta assenza l'ho rimarcata anche altrove, nella maggior parte delle pinacoteche e de' musei; così, per chiudere con una verità utilissima tante vane ciarle, vorrei che tutti i direttori e secretarii e custodi e ciceroni e spazzini di siffatti stabilimenti imparassero a memoria questa sentenza: " I peggiori nemici delle belle arti sono le gambe stracche.


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