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Ma veniamo, prima che ritorni a dimenticarmene, all'Esposizione Universale d'Industria. Bisogna che ne parli per gratitudine, essendo stata il movente o il pretesto del mio viaggio: altrimenti, ne farei senza volentieri; perchè non so nemmen'io come intrattenervene; perchè mi è impossibile il dire cosa che non sia stata detta e ridetta su cento mila relazioni di libri e di gazzette; perchè tutti avrete avuto sotto agli occhi non solo la descrizione dei locali colle loro misure, ma ne avrete esaminato l'interno col sussidio dello stereoscopio e delle fotografie che sono di una così evidente verità come a guardare gli oggetti in uno specchio. Insomma, tutti coloro che anche alla distanza di mille leghe da Parigi si occuparono di quella Esposizione, vi assicuro che ne sanno mille volte più di me che ci ho girato dentro per tante ore e per tante volte; perchè alla fine dei conti ho veduto tutto, ma non ci ho capito nulla. Pensate mo' se valeva la pena che un ignorante par mio corresse là a immischiarsene fiero, pettoruto, panciuto, e con tant'aria di importanza come se ogni cosa fosse di mia specialissima giurisdizione.
Ma già, in quanto al veder tutto e non capir nulla, credo sia la condizione più generale degli uomini non forse al pari di me che sono un filosofo eccezionale, ma a un dipresso: perchè la filosofia nel secol nostro è la scienza più dominante. Ora, la filosofia, che veramente non è una scienza, ma una semplice amicizia con tutte le scienze, saprete bene che analizza e sminuzza e riduce ai minimi termini solamente le idee astratte, che sono le ciarle: ma le cose che si vedono e che si toccano, le abbraccia d'un colpo in una sintesi sublime e non curante, chiamandole accidenti o contingenze della materia. Ma questa vile materia per vendicarsi di tanto sprezzo, si divide e suddivide e si mesce e si trasforma in modi così svariati e numerosi, che diventano altrettante difficili specialità: ognuna delle quali esige studii ed esercizii lunghi per poterne discorrere con cognizione di causa: talchè in faccia al volgo finiscono i filosofi a parer loro gli ignoranti.
Ecco il motivo pel quale in Parigi, così feconda d'uomini grandi che sanno tutto, era infinito il numero delle Commissioni destinate a dar giudizio sui tanti prodotti mandati all'Esposizione. E io pensava sempre: Quale sarebbe mo' il ramo ove io potrei ragionevolmente far parte di giudice? forse appena quello che riguardasse le marchesine paralitiche, le quali erano pure la parte migliore dell'Esposizione. Ma no: non affettiamo poi troppa modestia: avrei potuto degnamente giudicare di qualche altra cosa. Dovete sapere che i commestibili vi avevano largo posto: e senza parlare dei saggi d'ogni specie di cereali di molti paesi, l'America mandò prosciutti famosi e perfino interi majali affumicati (che gente antifilosofica quelli Americani, eh? e come gusterebbero le opere dell'abate Rosmini!). La sola Algeria spedì corbe di magnifiche pere, di grossissimi aranci, di fichi secchi, di zibibbo, di mandorle dolci, di datteri: e tanti altri frutti incapaci di lunga conservazione stavano nel giulebbe o nello spirito in grandi vasi di cristallo. Vi lascio imaginare che perito competente e studioso io sarei stato sul merito di siffatti oggetti: e con che assiduità sarei ritornato ogni giorno agli esperimenti per proferire sentenze sempre più mature e ben digerite. Come anche vi erano qua e colà piramidi o cataste di bottiglie coi più squisiti vini dell'universo e cosa volete che io ne sapessi? potevano anche esser vuote che non me ne sarei avveduto, perchè nessuno offriva da bere. Ma non era Bacco che mi eccitasse la gola, bensì Pomona: ah, quegli aranci enormi e quelle pere eccezionali nel mese di luglio! mi insegnarono a compatire il peccato di Adamo che costò così caro. Io stava là in tenera contemplazione, e mangiava cogli occhi, e mi teneva a una rispettosa distanza per la gran paura di fare uno sproposito e cascar loro addosso.
" Dottore, dirà taluno, a monte le ciarle e le ghiottonerie: narra cosa hai veduto di bello. " Intanto io vi narrava cosa ho veduto di buono: del resto, dimandatemi piuttosto cosa mai non abbia veduto: tutto mi passò sotto agli occhi, cioè tutte le cose possibili e imaginabili, e molte altre ancora delle quali non mi ricordo più. Ma a volervi parlare brevissimamente di quanto mi ha colpito la fantasia, questo libro che volge al fine, incomincerebbe appena: perchè dovete sapere che il solo e nudo indice degli esponenti e degli oggetti esposti era un grosso e fitto volume in caratteri minutissimi da cavarsi gli occhi a leggerlo.
Insomma, chiunque non abbia veduto l'Esposizione, o non se ne sia reso un'idea abbastanza degna colle letture, faccia conto che fosse uno spettacolo affatto nuovo, superiore a ogni altro conosciuto, e oserei dire a ogni sforzo d'imaginativa. I locali erano situati nell'immenso spazio dei Campi Elisi, tra la Senna e lo stradone che va dalla Piazza della Concordia all'Arco dell'Étoile. Erano in numero di quattro: uno, affatto isolato, e abbastanza lontano dagli altri, per le sole belle arti, pittura, scultura, disegni, ec.; e gli altri tre, in comunicazione fra loro, destinati a tutto quanto passa o si fa passare sotto ai nomi d'industria, di manifatture, di scienze fisiche, ec.
Dei quattro locali, uno solo, quello che aveva il nome di Palazzo dell'Esposizione, fu fabbricato per la perpetuità, cioè con vera architettura, in muro all'esterno, con molte porte e non so quante centinaja di finestre: un gran paralellogrammo vasto come il Duomo di Milano (poco più, poco meno) che nell'interno constava di tre navate; altissima, larghissima e pienamente libera allo sguardo quella di mezzo; più strette e basse le laterali che avevano un piano superiore: tutte sostenute da piloni e archi di ghisa, e coperte di cristallo.... (se dico malissimo, badate che è naturalissimo: trattasi di un ignorantone che spiega le cose agli ignorantelli). Il Palazzo comunicava per un breve portico con altro gran locale, detto per la sua forma la Rotonda; opera provisoria e in legno, che si divideva in due parti: l'interna equivaleva a un dipresso all'area e alla figura del Pantheon di Roma, ossia della sua stolta ripetizione, la nostra chiesa di S. Carlo: e l'esterna era come una larghissima contrada che la circondava tutta.
Siccome poi la Rotonda giugneva fino al lembo d'una pubblica strada, le voltava sopra un ponte a scale e coperto, per dare accesso al terzo campo dell'Esposizione, chiamato l'Annexe, parimenti provisorio, che costeggiava la riva destra della Senna per la lunghezza di mille e duecento metri! Per rappresentarvi all'imaginazione l'Annexe, fate conto che rendesse somiglianza di quel fabbricato a volta che serve d'Embarcadère alla stazione di Milano, strada ferrata per Monza e Como. Era egualmente largo; era alto almeno il doppio: era lungo non saprei quante volte tanto: basti dire 1200 metri, corrispondenti a poco meno di un miglio comune. Bene inteso, che essendo tutto coperto di cristallo, era innondato di tutta la luce del cielo. Per due terzi circa della propria estensione aveva ai due lati un piano superiore che avrebbe potuto definirsi: un pajo di lunghissime contrade parallele.
E tutti questi scompartimenti, salvo lo spazio necessario alla circolazione delle persone, erano pieni zeppi abbasso e di sopra d'ogni sorta di roba pervenuta e messa in mostra da tutte le nazioni civilizzate. Erano migliaja di botteghe o magazzini (per così esprimermi) contenenti i prodotti di tutti i climi, le industrie e le arti di tutti i paesi. Quanto dà il suolo di spiche, di pannocchie, di frutti, di tuberi (compatibilmente alla possibilità di lontani trasporti e di lunga conservazione): quanto danno le montagne in pietre preziose, in marmi, in metalli: e i saggi dei loro usi, e gli utensili per ridurli, ec. ec. Per esempio: d'un albero non conosciuto, o raro, o creduto non idoneo a servire per farne mobili, c'era un intiero tronco, e poi un asse, e poi le sottili lamine che se ne ottengono, e infine l'ultimo risultato in bei tavolini e stipi eleganti. Stromenti musicali d'ogni specie e cogli ultimi perfezionamenti; cominciando dai concerti di campane e dai grandi organi da cattedrali fino alle scatoline tascabili e ai piccoli orologi che vi suonavano la mazurka. Le lane, le sete, il lino, la canape, il cotone, in tutte le loro varianti e miscele possibili, in tutte le gradazioni di finezza: dai pizzi e dai merletti che volano per l'aria fino ai tessuti i più grossolani: nei quali ultimi casi il merito stava nel bassissimo prezzo al quale si mettevano in commercio. Oh quanti colori e quante stoffe! e broccati e velluti e rasi e crêps della China e tele battiste e cachemires e.... le signore che se ne intendono immagineranno il resto. E a proposito di signore, quante di esse, più ricche di buon gusto e di desiderii che di denaro, avranno lasciato là il cuore e i sospiri secreti tra quella sterminata mostra di oggetti di ultima moda e di potenze ausiliarie della bellezza! e meglio ancora tra le innumerevoli squisitezze d'oreficeria, e le perle, e gli smeraldi, e le migliaja di brillanti sparsi dovunque e che riverberavano una luce abbagliante (la gibigianna), e andavano diritto a trovare la misteriosa sede dell'anima, che quegli asini di filosofi non hanno trovato mai! Altro che il dottore al cospetto degli aranci e delle pere dell'Affrica!
La Chimica che tutto disfà e tutto trasforma e tutto crea: che, scienza ancora recente, ha già dato tanti miracoli alle arti, alle industrie, all'economia publica e privata, e tant'altre ne promette: la Chimica potete pensare quanto posto occupasse e quante curiosissime novità esibisse. Nè vi dirò quante opere vi fossero in ferro, in acciajo, in rame, in bronzo, ec.; per utensili rurali, per ogni professione e mestiere, per usi domestici; e armi, e candelabri, e specchiere, ec.; nè le tante qualità di legno intarsiato, scolpito, foggiato a qualunque varietà di mobili d'appartamento, a carrozze di lusso, e persino a confessionali, a pulpiti, a stalli corali per canonici: c'era nientemeno che una gran torre a uso di faro, con in cima un globo di cristallo del diametro di un metro che girando sopra sè stesso dava una bellissima luce intermittente. L'interno della Rotonda era esclusivamente destinato agli stupendi vasi di porcellana di Sèvres; alle tappezzerie dei Gobelins, maraviglie che riproducono in lana con incredibile verità tutti i portenti della tavolozza e del pennello; ai sontuosi servizii d'argento per le mense sardanapalesche, bighe, quadrighe tirate da cavalli, da bovi, da tigri, ec., veri capi d'opera d'arte; e infine alle gemme e ai diamanti della Casa Imperiale e della Corona, ove si vedeva il famoso Régent che vale lui solo, dicono, tre milioni di franchi. Queste ultime preziosità si saliva, dopo lunga coda e lunghissimo aspettare, a rimirarle su d'un altipiano centrale, come tra noi si discende nel sotterraneo del Duomo a vedere i resti di S. Carlo Borromeo. Dinanzi a quel Régent mi trovai senza avvedermene col cappello in mano e impiccolito di statura per la venerazione che mi incuteva una cosa tanto piccola e tanto costosa. Credo che in egual modo i cortigiani si decompongano in umili sorrisi e inchini dinanzi a un neonato di sangue reale, per quanto l'idoletto nè capisca nè veda. Se poi avessi saputo allora ciò che seppi dopo da buona fonte, che cioè vale undici milioni in luogo di tre, è certo che sarei caduto in deliquio. Ma chi furono quelli imbecilli che sognarono di attribuire un prezzo così favoloso e matto a un carbonchio che nessuno vende, che nessuno compera, che nessuno porta, che non giova a nessuno e che non serve a niente? Io dico che non ha nessun valore appunto per averne tanto da non andar soggetto allo scambio: anzi dico che è un valore affatto negativo e passivo, cioè che è un vero debito consolidato a perpetuità: per la continua paura che vada smarrito o derubato, per le casse forti necessarie a custodirlo, per i salarii a chi deve averlo sempre in tutela e responsabilità, e sopratutto per la cocente umiliazione che infligge a chiunque lo guardi considerando di valere infinitamente meno di un inutile pezzetto di cristallo. Oh, viva il nome della gran regina Cleopatra! non avesse avuto altro merito, fece quella famosa e spiritosissima burla a Marc'Antonio di bere alla di lui salute una perla disciolta che valeva forse più del Régent: ha liberato da un vero fastidio la posterità.
L'Annexe era specialmente destinato alla meccanica.... " (dico specialmente, perchè vera e regolare distribuzione di materie per generi o categorie non esisteva; e ciò non per mancanza di ordine in chi disponeva, ma per destino inevitabile di siffatte istituzioni superanti ogni sforzo di previdenza, come le eccezionali piene dei fiumi sorpassano ogni opera di arginatura. Che cosa è il programma d'una grande Esposizione? è l'invito che una Nazione dà alle altre tutte, perchè in epoca fissata, allo scopo di studio comparativo, di utile emulazione e di incremento al commercio, avvicinino quanto di bello, di buono e di giovevole tengono dalla natura o dall'arte. Dunque, dal grande al piccolo, il caso rassomiglia a quello d'una Osteria nuova fuori di città, della quale si annunzia la solenne apertura per una determinata sagra. Chi può indovinare se quel giorno, secondo lo stato dell'atmosfera e il capriccio del popolo, s'avrà a dare da pranzo a cento persone o a due mila? a buon conto si prepara molta roba: ma può venir l'ora che non bastino nè i camerieri, nè le stoviglie, nè le tavole; che non si sappia più come rifornire i fornelli: e che l'oste smarrito in quel parapiglia, grattandosi la zucca maledica il troppo concorso.
L'Esposizione Parigina riescì assai più grossa della antecedente di Londra: e cedendole nella maraviglia inimitabile del Palazzo di Cristallo, la vinse nella affluenza delle materie e nella maggiore vastità complessiva dello spazio destinato ad accoglierle. Ma quella roba non arrivò tutta al tempo debito; ma le sale aperte al pubblico in maggio non erano completate in luglio: perciò non bastando le aree destinate alle singole Nazioni, si assegnarono loro altri scompartimenti lontani, e non solo per differenti categorie d'oggetti, ma anche per ripetizioni delle medesime cose: tanto che molti rami d'industria finivano a essere sparsi dappertutto. Insomma, si avrebbe potuto desiderare, in via astratta, ordine maggiore e più logiche distribuzioni: ma per la sterminatezza dell'impresa, e per gli imprevedibili suoi azzardi, e per lo stringere del tempo non si poterono ottenere: e qualche confusione o farraggine divenne necessità: anzi, a me parve miracolo di sapiente e solertissima direzione se il tutto non riescì a uno spaventevole caos babelico, come sarebbe senza fallo avvenuto se avessi diretto io. Ma quì mi viene in mente che quantunque sia andato a capo, scrivo da molto tempo nello stato eccezionale d'una parentesi, che oramai è diventata lunga come l'Annexe: facciamo dunque presto a escirne fuori chiudendola col solito trinciante a mezzaluna.)
L'Annexe, come vi dicevo, era specialmente destinato alla meccanica, ossia ai prodotti di quella scienza, le macchine: loro posto di necessità, perchè il locale rasentando la Senna, per mezzo di pompe che pescavano nel fiume, e di forni collocati all'esterno, se ne otteneva l'acqua e il vapore. Erano tutti gli immensi ordigni delle filature di cotone, di lino, ec.: erano gigantesche seghe per dividere tronchi d'alberi, marmi, metalli: erano locomotive colossali: erano le ponderose viscere di ferro dei bastimenti a elice, ec. E fra quei multiformi bestioni tutti coloro che sono destinati a non troppo lunghi movimenti di va e vieni, andavano e venivano coll'imponente regolarità di un pendolo d'orologio. E io, per nulla che ne capissi, stava là immobile e imminchionito più del solito a guardare, a sentire, a meditare quella gran poesia utilitaria destinata in avvenire a spazzar via tutte le altre della ciarla, meno forse la satirica, che è l'unica possibile e ragionevole in tempi di elevata civiltà, e di vizii maggiori: non già che la satira li corregga, oibò! ma perchè solletica l'istinto generale della malignità.
Ora sentite questa, che la vale un soldo: prima che io partissi per Parigi tutti mi dicevano che era un grande errore a non attendere l'agosto, perchè l'Esposizione era ancora incompleta, e tutto vi era immaturo. Oh, che bestie! cosa ci può essere d'immaturo per me fuori di qualche buon impiego che non mi vogliono mai conferire? Dunque, eh? se vedrò una macchina o una stoffa di meno i miei gravi studii ne soffriranno! Difatti andai: e appena preso possesso della Esposizione (ai primi di luglio) dovetti esclamare: " Peccato che non sia venuto qui un mese prima! " In quelle tre settimane che fui là, il gran poema volgeva giornalmente dal lirico al didascalico, che è il genere più freddo e nojoso: ma per me che nel frastuono e nel parapiglia sento la vita, quale stordimento divino nei primi giorni! Campane che si facevano tintinnare, organi che spiegavano la potenza delle loro voci profonde, seghe che stridevano, stantuffi che muggivano, vapori che fischiavano: questo dal più al meno ha continuato sempre: ma l'addizionale fracasso di qualche migliajo di falegnami e fabbriferrai che in quell'epoca furiosamente segavano e martellavano: tutto ciò in un immenso locale pieno di movimento, di folla, di luce, tra mille bandiere e festoni e iridi che scendevano dalla interminabile fuga delle volte vetrate; tutto ciò componeva uno spettacolo così nuovo, così frenetico, così indescrivibile, che Dante avrebbe lacerato la penna coi denti nella disperazione di poter tradurre in parole adeguate quel sublime inferno. E io vilissimo verme oserò di parlarne? no: finisco all'istante.