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IL VIAGGIO DI UN IGNORANTE OSSIA RICETTA PER GLI IPOCONDRIACI XV | «» |
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Cari lettori! io non posso indovinare se e quanto siate sazii di queste mie ciarle: ma so che non ho mai provato tanto rincrescimento come adesso nell'accomiatarmi da voi. È forse che le confidenze sieno la chiave dell'amicizia, e che io mi sia rivelato un po' più del solito nelle stramberie e nelle debolezze, come conveniva a un ignorante che parla senza rispetti umani? È fors'anco un vago presentimento di non aver più a indirizzarvi la parola publica? già, una volta o l'altra deve pur essere l'ultima: e finirò anch'io, quando a Dio piaccia: e per questo spero non ci sia nemmeno il bisogno urgente d'andare all'altro mondo: posso anche cessare per essere così sazio e disgustato delle lettere e della letteratura, che.... mi guarderei bene dal dirlo, ma nell'intimo del mio cuore ho ragioni per detestarle più del peccato originale. Eppure, mentre le altre volte non vedevo l'ora d'aver finito un libretto, ora sono afflitto di dover chiudere questo così bruscamente: perchè del mio viaggio vi ho detto troppo poco o quasi nulla: perchè adesso la parlantina si andava infervorando: perchè mi ricordo di avervi promesso qua e là di sviluppare alcuni temi toccati per incidenza: perchè ne avrei moltissimi altri a trattare. Per esempio: " L'Hôtel des Invalides " I teatri " Una dissertazione sulla musica " Un confronto tra la Rachel e la Ristori " Les Halles " I musei del Jardin des plantes " Il gran tempio dell'avarizia e dei raggiri, la Borsa " I portici e le trattorie del Palais Royal " Mie grandi scoperte fatte a Parigi " Colloquio con Giorgio Cuvier un terzo di secolo dopo la sua morte " Torino " Chambery " Lyon " Strasburgo " Basilea " Lucerna " La birra, nei suoi rapporti colla etnografia " Meditazioni filosofiche in riva al Reno, e in cima al Cenisio e al S. Gottardo " ec. ec. Oh! non potete imaginarvi come tutti questi argomenti, molti dei quali hanno apparenza o fredda o severa, sarebbero diventati sotto alla mia penna un magnifico crescendo di inaspettate e originalissime stramberie. E a riflettere che ora mi tocca di piantar là tutto e finirla, mi pento perfino d'avere incominciato. Capirete quanto sia vero che le mie Opere Immortali sono appunto quelle che non posso mai fare.
" Ma calmati, dottore: chi t'impedisce di tirare innanzi fin che ti aggrada? noi siamo qui ad ascoltarti volonterosi non per una sola predica, ma anche per un intero quaresimale. " Ah, sì? vi sono tanto obbligato della vostra bontà: ma, per mia regola, in quanti siete a dir questo? vi sottoscrivereste, per esempio, in tre mila all'impegno di comperare un libro di passatempo a dodici lire? forse non raccoglierei più di duecento nomi. Ho da ripeterlo in musica che il bel paese summenzionato non esiste per me, come io non esisto per lui? che la mia Italia sta in Milano e in Monza, coi lontanissimi e appena conosciuti confini di Varese, Como, Lecco, Bergamo, Lodi, Codogno, Pavia e Abbiategrasso? Dunque, se io potessi contare su quei famosi 24 milioni d'anime che conoscete voi, non troverei grave rischio nell'avventurare un grosso libro e una costosissima edizione. Ma siccome (attenti, che questa è vera statistica) i miei connazionali non arrivano forse a un solo milione, dei quali nove decimi non sono nè croce nè lettera, cioè non hanno nè una lettera d'alfabeto nel cervello nè la croce d'un quattrino in saccoccia per me; e siccome del decimo che resta, nove decimi pensano tanto a leggere i miei libri quanto io penso a farmi frate; e siccome di quest'ultimo decimo, che mi pare già ridotto a 10,000 persone, altri nove decimi colla fermezza degna d'un Catone o d'un Bruto vogliono leggermi sì, ma su libro imprestato.... (sono però quelli che più mi lodano, e mi compiangono del non essere nato in paesi migliori); così io non posso mai far libri, ma sempre libretti; così questa volta, avendo già scritto roba per lire quattro in cambio di una lira o due, sono nello spavento che mi lasciate mezza l'edizione per me; come voi altri siete nel terrore che la semente dei bachi non finisca a far bozzoli; così il pensiero di tante giacenze librarie accumulate alle precedenti mi turba la ragione, mi toglie l'appetito, mi dimagra come una larva, e quella orrenda mole di carta stampata mi pesa sul cuore di notte e mi seppellisce ancor vivo; così io che detesto tutti i libri altrui, finisco a detestare più cordialmente i miei; così.... così capirete almeno una tra le molte ragioni da non dirsi, per le quali la nostra letteratura è tanto misera: misera in tutti i significati della parola.
Ma, al diavolo queste geremiadi da imbecille! godiamo un po' meglio le ultime paginette che ancora ci restano. Volete sentire come ho fatto a fare questo libercolo? dal procedere degli ignoranti c'è sempre qualche cosa da imparare. Verso la fine del 1855 ho scoperto il titolo da darsi alla mia futura operetta. In principio del 1856 ho cominciato a scrivere: ma ero così disabituato dalla penna, che ho consumato un semestre a fare niente o poco meno, cioè a stendere i primi quattro capitoli: i quali, se mai vi paressero freddi e stiracchiati, è perchè, oltre al trovarmi svogliatissimo, non m'imaginava che il mio viaggio potesse fornir parole per otto o nove fogli di stampa; quindi pigliai le cose ab ovo, e intavolai il sistema delle digressioni e degli episodii. Dopo quei quattro capitoli, ogni volta che mi metteva al tavolo per proseguire, non faceva che ritornare indietro a ritoccare, a tormentare, a disfare il già fatto. Allora pensai: " Con questo metodo Penelope riescì a non finir mai quel suo ricamo e a corbellare i Proci. Ma io non voglio corbellare me stesso: il mio tema è saltuario: ogni capitolo può fare da sè: stampiamo il già fatto per non pensarci più. " E l'idea felice fu tosto messa a esecuzione: ordinai al tipografo che stampasse completamente, cioè per tutti gli esemplari dell'edizione, quel manoscritto. Quando mi vidi sotto agli occhi tre fogli di stampa nitida e irrevocabile, ossia quarantotto pagine, fu tanta la consolazione di quel fatto compiuto e di quella parte di fatica superata, che mi decretai due mesi di riposo. Indovinerete che questo modo di scrivere e mano mano stampare non l'ho più abbandonato: e dalle e dalle, la cosa lentissimamente si trascinava avanti: ma che volete? nel distruggere i peccati mortali sull'Arco dell'Étoile, e nel riformare il falso gusto nelle belle arti, ci ho trovato un gusto così vero che mi sono messo a camminare con alacrità: come certi cavalli zoppi che dopo alcune miglia nel calore della corsa trottano bene e in apparenza di sani. Tanto che nel bel momento di raccontarvi mille interessantissime cose, mi trovai già fatti dodici fogli di stampa: e bisogna troncar tutto per le ragioni sovraccennate.
Non vi pare che questo libro o brano di libro rassomigli molto alla vita di tanta gente? infanzia e puerizia lunghe, stentate: un'adolescenza passata a studiare per forza, a controgenio: e poi, quando l'esistenza acquista vigore e pienezza, quando si prende interesse e calore in un mondo di passioni e di affari.... vien via un serra serra, medici, notajo, prete, e bisogna un tratto morire! " Ma, per carità, salvatemi: ho i figli piccoli, ho tante faccende da terminare.... " No, no: non c'è tempo da perdere: è un miracolo se vi rimane testa da riconciliarvi con Dio e lasciar la roba a chi la tocca: al resto ci penseranno gli altri.... Al resto ci penseranno gli altri? Tò che le sono parole adattatissime al mio libro costretto nel più bello a morire d'apoplessia! fortuna che qualche pagina addietro ha fatto il proprio testamento nella chiarezza della ragione, lasciando l'elenco dei temi per un secondo tomo. A voi altri, che credete ancora nelle cento città del bel paese: diramate quell'elenco alle cento o duecento accademie letterarie (raccomando per prima l'Arcadia) con invito a trattare quelli argomenti, o anche solo a sceglierne tre o quattro dei più facili e geniali; e trattarli, bene inteso, in modo scherzevole, balzano, umoristico, a imitazione del mio fare; al quale scopo potreste mandar loro quest'esemplare del tomo primo, che state leggendo: così avrei anch'io l'alto onore che almeno trecento persone di più tra presidenti, secretarii e spazzini imparerebbero il mio nome. Esaurita questa pratica, vedrete che nascerà una delle due cose seguenti: o non nascerà nulla (caso il più probabile), cioè non comparirà nemmeno una riga di nessuno: o nascerà qualche opuscolo così meschino e infelice che vi metterà rimorso del non avere abbastanza incoraggiato il vostro povero dottoraccio. Dunque, per concludere: ancora una delle due: o tutta quella gente è imaginaria, e non esiste o sarebbe meglio che non esistesse, almeno nella qualità superflua e parassita di membri accademici e di imbrattacarte.
Quando poi l'esperienza vi avrà persuasi delle verità che vi annunzio, allora vi permetterò di mandare alla mia udienza una deputazione con umile supplica sottoscritta da diecimila abbonati (la centesima parte de' miei connazionali) che implorino dalla mia clemenza il secondo tomo del Viaggio dell'ignorante. Allora ci intenderemo verbalmente, e vi darò mie nuove, se pure sarò vivo.... in caso diverso, la deputazione non sarà ammessa nemmeno all'onore di vedermi. Avrei quasi voglia di farlo io quel secondo tomo, per confutare i dotti che assegnano al ridicolo brevi confini, e non lo credono capace di lunga corsa: sciocchi! se non sanno giudicare di loro testa le cose del mondo, si attengano almeno ai proverbii che sono la sapienza popolare. Dice un proverbio: " Dal sublime al ridicolo non vi è che un solo passo ": dunque io che tendo a concretare l'astratto, ossia a dargli una similitudine fisica, mi imagino che il ridicolo sia un mare; nel mezzo del quale stia l'isoletta del sublime, ma tanto piccola, che allungando una gamba da qualunque parte, la si immerga nell'acqua salata del ridicolo. Sì: il sublime è un punto quasi impercettibile nello spazio: ma il ridicolo è infinito, e per qualche ragione Momo fu collocato a sedere tra gli Dei. L'umana stoltizia ha ridotto ogni cosa a presentare aspetti così grottescamente comici e buffoneschi e matti, che chiunque abbia voglia e nervi per riderne a lungo, non solo può farlo, ma (servatis servandis) fa opera di sapienza: perchè guadagna il tempo sul piangere come le femine, o sullo starsene puerilmente ingrugnato.
Ma, oimè! il povero mio libro è giunto agli estremi: veniamo tosto alla morale: chi mi suggerisce qualche buon concetto per fargli chiudere gli occhi in pace cogli Umanitarii e finir meno indegnamente una vita frivola, disutile, spensierata? vorrei proprio un'idea che scaturisse spontanea dalle sue pagine stesse: eccone una: " Nel bel paese è meglio nascere col bernoccolo del ladro che con quello dello scrittore. " Oibò, dottore, oibò! che morale disperata e veramente ladra! " Ah, scusatemi! non so più quel che mi dica nel separarmi dal mio caro libro: dunque, troviamone un'altra.... sentite questa: " Bisogna viaggiare e conservarsi perpetuamente ignoranti. "
Voi, signor Tizio, signor Cajo, signor Sempronio, cosa fate là tutto l'anno a ingiallire nel fondaco della seta o del cotone o degli spiriti o degli olii o del pepe e del cacao? siete già ricchi, siete prossimi alla vecchiezza, e dai poveri aneddotucci che sempre ripetete pare non siate andati mai che alla fiera di Bergamo. Non sapete che questo mondo è assai più grande? che il miglior modo di sentire la propria esistenza è di girarlo un po' di qua, un po' di là? e sopratutto, che quaggiù si vive una volta sola, e poco anche quella poca volta? Vi ammirerei se vi imponeste tante privazioni per guadagnare il paradiso: ma è per la maledetta avarizia, il più irragionevole e bestiale di tutti i peccati, che seguitate a lavorar come bestie. Dunque, da bravi! fate qualche parentesi a un modo di vivere così stupido e monotono: andate a spasso, cambiate aria, che vi sarà un tesoro per la salute. Almeno uno di quei tanti viaggi che faranno i vostri eredi coi vostri denari, non potreste farlo anche voi? capite? e per prima cosa correte a Parigi, che dopo sarete tutt'altri.
I lettori indovineranno da questo breve saggio, come io abbia qui nel cervello tanta eloquenza e filosofia morale da mandare a Parigi tutte le età, tutti i sessi, tutti i ceti, tutto il mondo. Però, io non posso parlare spartitamente alle diverse professioni, o condizioni sociali; dunque ciascuno indovini le mie parole più opportune per lui. Ma qui sento gridare da tutte le parti: " Noi non abbiamo tempo per i viaggi. " E noi non abbiamo denari. " E noi non abbiamo nè denari nè tempo: dottore! ci sono rimedii per questi mali? " Sì: abbiate fede in me, che rimedio a tutto: ma andiamo con ordine: avanti per i primi quelli del tempo.
Siete del bel paese, e parlate del tempo che vi manca? ignorate forse che noi godiamo una tale fama di oziosi, che tutti i romanzieri francesi quando intendono esprimere l'ozio scrivono " il dolce far niente " proprio nella nostra lingua, quasi fosse merce di esclusiva proprietà italiana? Però, volendo essere sinceri, è naturalissimo che agli oziosi manchi sempre il tempo: lo passano talmente tutto a far niente, che non resta loro un minuto disponibile per far qualche cosa. Se mò provaste ad occuparvi seriamente, per esempio in un viaggio di piacere, vedreste quante belle ore vi resterebbero ancora per far niente. Ma per viaggiare, non si dovrebbe oramai più discorrere di tempo: perchè è cosa che si fa quasi senza tempo: le strade ferrate e i piroscafi hanno così maravigliosamente stenografato il tempo, che perfino gli Inglesi, la nazione più occupata e operosa del mondo, viaggiano tutta la vita perchè il tempo del viaggiare non lo contano nemmeno. Veniamo a un caso concreto: quanto tempo credete che abbisogni oggidì per andare da Milano a Parigi? non volendo parlare di ore che sono sempre calcoli incerti, ve lo spiego con un'idea scientifica e salutare. Se, a cagion di esempio, siete stitico di corpo, l'ultima operazione in Milano sia quella di prendere un pajo delle famose pillole disoppilative della farmacia di Brera: e poi partite. Strada facendo vi prometto che non vi capiterà mai occasione di ricordare le pillole, massime se farete il mio pasto di tre franchi e mezzo sul Rodano, e se mangerete il mio potage d'un franco sulla strada ferrata. Ma quando sarete in Parigi, e felicemente discesi al vostro hôtel, allora solo le pillole vi si richiameranno alla memoria per la loro benefica influenza. (Spero che non sarete così ingrati da chiamarmi triviale anche per un buon consiglio medico: nella scienza non v'è mai trivialità.) Dunque, amici cari, parlatemi pure finchè volete del tempo bello, del tempo brutto, del tempo nojoso, del tempo che non passa mai, e specialmente del tempo che non sapete come far passare: ma del tempo che vi manca per fare un viaggio, no: lo crederei sempre un pretesto per non movervi, o per non mettere mano a un poco di denaro.
Ma quì appunto sento più che mai quelli che gridano " Noi non abbiamo denaro: " Zitti là, voi: che non è vero! scusatemi se, a costo di mettervi in collera, vi do una solenne mentita. Già, s'intende che io non parlo se non co' miei lettori: gli altri non mi sentono: ora, chi legge i miei libri non può essere che persona di spirito: ma chi ha spirito ha sempre denari: forse pochetti, forse pochissimi, forse appena quanti bastano ai più urgenti bisogni: ma, quale bisogno più urgente d'un viaggio a Parigi, per le persone di spirito? quella è la loro patria morale, la patria di desiderio, la santa Mecca. Oh! chi di voi non metterebbe in pegno al Monte di pietà fino all'ultimo materasso per andare a vedere Parigi? Ebbene, acquietatevi che non è poi una spesa da rovinarvi: in fine dei conti, quanto credete che costi l'andare a Parigi? ve lo dirò io.
Ecco: eravamo in due, e il viaggio durò cinque settimane precise: tre passate a Parigi, e due ripartite su Torino, Lyon, Chambery, Strasburgo, Basilea, ec.: e, relativamente, non ci siamo lasciati mancare nè i comodi nè le superfluità: ebbene, tra tutti e due abbiamo speso poco più di 1600 franchi. Se avessimo sottratto una settimana a Parigi per passarla a Londra, appena si sarebbe arrivati alla somma di 2000 franchi: dunque, in questa ipotesi, per mia parte 1000 frrrr. Quì dico frrrr perchè sarebbe bugia a dir franchi; essendo che io non ho speso nemmeno un soldo e da questo capirete se sono persona di spirito: ho lasciato pagar tutto a quell'altro che ne ha tanto più di me (parlo del denaro): anzi, nell'accomodare la partita di quelle piccole spese che non si fanno in compagnia, deve essere accaduta qualche inesattezza di cifre: cosicchè, ritornato a Monza mi trovai, non so come, nel borsellino alcuni pezzi da 20 franchi di più di quanti ne avessi nel partire. In aritmetica la mia ignoranza è grande, perchè non ho mai conti da fare.
Dunque vedete che magnifica passeggiata si possa fare per 1000 franchi: c'è da compiacersene e da ciaramellarne per tutta la vita. Ma chi tra gli uomini di spirito si lascia atterrire da sì povera somma? Se avete l'abitudine di pranzare all'osteria, troncatela tosto, e in capo a un anno avrete il denaro occorrente: bisogna distribuirsi in casa Domenica, casa Lunedì, casa Martedì, ec.: molti avrebbero bisogno che la settimana durasse un mese, tante sono le case d'amici che desiderano a mensa la compagnia dei pari nostri. " Ma noi non abbiamo amici. " Nemmeno sette? " Nemmeno uno, di quelli che intendi tu. " Meglio! meno fastidii e meno servitù: allora bisogna servirsi di coloro che sono o possono diventare nemici: già, o amici o nemici, qualche cosa s'ha pur da avere in questo mondo; siate inesorabili coi creditori indiscreti: dimenticate di saldare certi conti nojosi: per 1000 franchi si può francamente ricorrere a un piccol prestito, suddiviso per maggiore facilità su molti che non sappiano l'uno dell'altro: 1000 franchi! sono una tale miseria, che deve essere subito fatto a trovarli o rubarli.... ben inteso, in modo lecito e onesto. Insomma, per andare a Parigi vale la pena di fare qualche sacrificio: perchè è obbligo di coscienza il perfezionarci nella educazione intellettuale e morale: e Parigi vi perfezionerà in tutto. Si vien via di là con una certa nobile petulanza o fatuità gloriosa che non si aveva prima: si diventa ciarlieri, bugiardi, spiriti di contraddizione, sparlatori del proprio paese, e perfino delle proprie donne: si spacciano favole, si esagera ogni cosa: si finisce a diventare insopportabili a chiunque ci ascolti. Io spero che di tutte queste virtù da me acquistate a Parigi ve ne sarete accorti dal mio libro: perchè negli uomini di carattere la teorica e la pratica vanno sempre di pari passo.
Ma ciò che più si aumenta in riva alla Senna, è il genio: il mio si è centuplicato. Oh, se potessi dirvi una parte delle scoperte da me fatte a Parigi! sentite appena un progetto di Esposizione dei personaggi illustri. Chi di voi, abituati da tant'anni a leggere gazzette francesi, non bramerebbe vedere una volta tanti uomini dal nome celebrato e risuonante in tutto il mondo? i luminari delle scienze: gli artisti di primo ordine: i più famosi ex deputati: i più indimenticabili ex ministri: e sopratutto i caporioni della ciarla in versi o in prosa: l'inesauribile Scribe: il popolarissimo Beranger: il sentimentalissimo Lamartine: il fecondissimo e chiassosissimo Dumas padre: e Dumas figlio, scopritore delle camelie appassite e delle cortigiane tisiche: e il publicista camaleonte, Emilio Girardin: e l'eclettico Cousin, che dai vaniloquii filosofici passò a spasimare per le antiche pettegole della Fronda: e Guizot freddo e duro: e Thiers versipelle: e il conte Montalembert più papista del papa istesso, e figlio dei Crociati: e gli oratori Berryer e Dupin, semplicemente figli dei rispettivi padri: e madama Giorgio Sand, che col nome e coi calzoni e colla penna distrusse la donna: e Raspail distruttore della Chimica vecchia: e Prudhon fabbricatore di un Mondo nuovo: e uno dei Rothschild, feneratori delle Potenze e fabbricatori non più di milioni, che sono miserie, ma di miliardi: ec. ec.
In quel semestre del 1855, quando il fiore di tutta Europa successivamente si affollava a Parigi, ditemi se non sarebbe stato sublime, incomparabile, degno della gran Francia l'aggiugnere alla Esposizione d'industria quell'altra degli uomini industriosi. Che magnifica raccolta di tipi frenologici, e di angoli facciali! E a dire che questo pensiero poteva effettuarsi dalla sola Parigi per l'universalità della sua lingua e perchè tutto il mondo conosce di fama le sue celebrità; era cosa che avrebbesi dovuto fare a qualunque costo; a costo di sorprendere i renitenti anche in letto, e custodirli alcuni mesi in prigione. E a riflettere che tra tutti i Parigini nessuno seppe imaginare un concetto così originale venuto in mente a me solo, vi assicuro che Milano mia culla e Monza mia tomba possono menarne vanto. Nè crediate che quella Esposizione sui generis dovesse farsi nel Jardin des plantes: no, qui non si scherza: bisognava scegliere le splendide sale dell'Hôtel de Ville: e solamente per due volte la settimana: e collocare gli Immortali sopra pianerottoli elevati, quale seduto al tavolino colla penna in mano, quale in piedi cogli occhi stralunati verso il cielo, quale colla destra distesa alla polemica: insomma ciascuno nella posa più dicevole al proprio genio: e con un cicerone che mano mano declinasse i riveriti nomi, e fornisse succosi cenni biografici: (io di quelle biografie in istile da cicerone ne ho in mente varie, che litigano per escirmi sulla carta: ma non ho tempo). E il biglietto d'ingresso a 20 franchi. Oh quanti milioni si sarebbero incassati con quest'affare che avrebbe formato epoca nella storia! quanta gente di più sarebbe accorsa a Parigi apposta, e come tutta Parigi si sarebbe affollata per la prima allo spettacolo maraviglioso!
Perchè dovete sapere che a Parigi si vede tutto il mondo e non si conosce nessuno. Chi sa quanti uomini illustri io avrò veduto, credendoli semplici mortali. Per carità, correte a godere un poco la beata indipendenza, l'ineffabile felicità dell'anonimo in una gran Capitale, o voi quanti siete che abitate paesi piccoli, per esempio Monza: dove tutti siamo sorvegliati da tutti: dove si sa l'impiego che fa ciascuno della intera giornata: dove una signora che non sia vecchia e non divida affatto il suo tempo tra la casa e la chiesa, è alla berlina di tutte le più fracide lingue: dove se c'è una figura insoffribile d'intrigante, di biricchino, di vigliacco ambidestro, di spia, bisogna incontrarla dieci volte al giorno, e per rispetti umani farle anche di cappello: dove se mezza dozzina d'amici si uniscono all'osteria per un desinaretto, tutto il paese.... (pardon!) tutta la Città Regia lo sa, e se ne occupa come di un avvenimento singolare. Ma a Parigi! oh! là è un miracolo se gli inquilini dell'istessa casa si conoscono di nome o di vista: là, per originali o matti o imbecilli o porci che siate, nessuno si accorgerà di voi: là, il traslocarsi d'abitazione da un quartiere all'altro equivale a una specie d'emigrazione: costumi tutti diversi, faccie tutte diverse: colla più fondata speranza di non veder più i creditori vecchi, e di poter farne di nuovi. Oh, viva sempre Parigi!
Ora, non mi resta che raccomandare il mio povero libro ai Giornali perchè, mediante l'opera loro,
Metta il potente
anelito
Della seconda vita.
A voi altri, miei bravi: Pasquino, Pungolo, Uomo di Pietra! Se dissi ch'io sono il solo capace di far ridere, ho inteso sui libri: ma sui fogli volanti, ebdomadarii, gli inarrivabili siete voi: nè potete imaginare con che tenerezza io abbracci nel desiderio il Fra Fusina, il Dottor Bugia, il Pif, il Brrrr, il Vattelapesca! Su dunque: pigliate sotto la vostra protezione il mio Viaggio, e tentate di farlo viaggiare trenta o quaranta miglia al di là di Abbiategrasso. Questo libro vi apre tesori inesauribili di stramberie degne d'essere parodiate colla penna e più ancora colla matita. Scrittori e disegnatori! raccogliete tutti i vostri spiriti dinanzi a tanto spirito: io mi offro vittima volonterosa al ridicolo, anche per acquietare alcuni vecchi rimorsi. Sentite che cosa è capitato a me: diciotto o venti anni addietro, quando in letteratura nessuno osava scherzare, ebbi la fatale imprudenza di lanciare qualche epigrammuccio a due Scrittori, già grandi allora, e sterminatissimi adesso: ben inteso, epigrammi o freddure non intaccanti nè l'ingegno nè il carattere, ma appena alcune affettazioni o smancerie da letterati. Ebbene: dopo tanto tempo e tante pasque quei due mi odiano ancora a morte: cosicchè ho paura di dover essere la causa della loro morte eterna. Nelle loro riviste letterarie e contemporanee hanno per dispetto menzionato e lodato ogni sorta di piccoli e stentati asinelli: ma schivano sempre come contagioso il mio nome, che è pur quello di un asino così florido e grosso. Solo mi accorgo di pesar loro sul cuore quando nelle Opere serie e gravi alludono misteriosamente agli invidiosi abjetti o ai buffoni codardi. E io, rannicchiandomi allo scoppiare di questi fulmini, conchiudo: " Oh, certi uomini illustri! come sono piccoli nel loro grande, e come sono grandi nel loro piccolo! per altro, che ingrati! se fossimo a Parigi, mi avrebbero menato mille volte a cenare. "
Tocca proprio a voi altri, caro Uomo di Pietra, Pungolo soave e Pasquino dolcissimo a educare il bel paese sui costumi di Francia, dove lo scherzo colpisce appunto le celebrità (delle persone sconosciute chi s'interessa?), le quali sono le prime a riderne e tenersene onorate. Fate così anche con me; che, nei confini sopra indicati, sono celebre anch'io: dipingetemi ora grassissimo, ora magrissimo, sempre pezzente, lagrimante fra i libri invenduti, mendicante compratori.... Quest'ultimo costume adesso venne in moda anche a Parigi: per citare un solo esempio luminoso, Alfonso Lamartine, il poeta, il romanziere, lo storico, lo splendido viaggiatore in Terra Santa, l'ex milionario, l'ex deputato, l'ex presidente provisorio dell'ex republica; quello che, usufruttando l'ozio concesso da tanti ex, ha scoperto nella Divina Comedia una virulenta gazzetta in rima, e con sagace previdenza diede fuori certa sua teoria contro la sciocchezza universale del ridere; Alfonso Lamartine, anzi De Lamartine, che guadagnò tesori colla penna, adesso dimanda l'elemosina a tutta la Francia, cioè invoca dalla medesima che, associandosi a una nuova edizione delle sue Opere, si degni stoppare con qualche milione le larghe breccie delle sue prodigalità. Possa la Francia generosamente esaudirlo! poichè, fatta astrazione da qualche excentricité, quel nobile ingegno è un raro compendio di singolari spécialités.
In quanto al Giornalismo accigliato e severo, non saprei da che lato pigliarlo: nè posso indovinare se giudicherà il mio lavoro come un gran bel libro o come un'indegna porcheria: giacchè mi pare che non ci sia di mezzo tra i due estremi. Dunque, nella prima ipotesi, lascio carta bianca per i più magnifici elogi; nel secondo caso, ditemi un poco: avreste coraggio di rovinare la riputazione di un buon diavolo? " Ma.... e la coscienza? e la missione della verità? " Capisco: dunque siate coscienziosi e veritieri anche con me dopo gli encomii dovuti alla mia grande modestia per essermi qualificato un ignorante quando tutti gli ignoranti si qualificano per dotti, venite con bonomia e spontaneità a una candida dichiarazione: di non aver mai letto in vita vostra un libro che corrispondesse al proprio titolo meglio di questo. E quì finite, come finisco anch'io. Quei lettori che colle mie fiabe avessero dimenticato per qualche ora le proprie infermità fisiche o morali, spero me ne sapranno buon grado: quelli altri che si fossero semplicemente annojati o fors'anche arrabbiati, perdonino il disturbo: i miei complimenti a tutta la famiglia; i miei rispetti al publico rispettabile; e a ben rivederci, Dio sa quando.
" Dottore, dottore! una parola sola: e l'ignoranza? " Ah! sì: la seconda moralità del mio libro: ma non ne ho già detto quanto basta in principio? è bensì vero che i trionfi dell'ignoranza, massime quando va foderata di coscienza imperterrita e di faccia tosta, riescono spettacoli inesauribili alle considerazioni, e degni di riderne satanicamente a perpetuità: giacchè il lagrimarne sarebbe un tristo perditempo. Ma un doloroso pensiero mi balena nell'animo, e mi tronca ogni scherzo in bocca: voglio finire con quattro parole ai tanti miei buoni e bravi colleghi, i medici di condotta nei villaggi.
Poveri diavoli! per frutto della più elevata educazione intellettuale siete condannati a stare quasi esclusivamente tra miseri idioti: il lavoro vostro è quanto di più faticoso si possa caricare sulle spalle d'un uomo, col bisogno di compirlo tutto e sempre, e senza giorni di festa, e senza riguardo alle intemperie, e senza sicurezza di passare una notte in letto, e senza gloria, e senza fortuna. Vi pagano a misura di facchini, con un meschinissimo tozzo di pane: e quel poco pane non è stabile: dura appena quanto il servizio: potrete perderlo a ogni ricorrenza triennale di Convocati, se non avrete saputo pecorinamente chinarvi alle più inique e umilianti servitù morali: e giunta la vecchiezza resa precoce dagli stenti, sarete licenziati, forse nello squallore della miseria.
Ora: io sarei curioso di sapere una cosa (ma che il mondo non ci ascolti): quando siete all'estremo delle fatiche senza premio, e della pazienza; quando, nello sconcio che sarebbe il mandare i figli a guidare le oche, vi tocca consumare lo scarso asse paterno o la dote della moglie per farli educare in un collegio; ditemi in confidenza: non viene mai in mente a nessuno di voi di recarvi alla città a tentare la carriera della.... della medicina rapidamente lucrosa? a fare l'omeopatico, il magnetizzatore, il negromante? Per la carriera onorata è lungo il tirocinio, e troppa la concorrenza: ma per le ciurmerie, si fa presto: avrete per primi banditori del vostro merito quei ricchi villeggianti che ora vi disprezzano come medici da contadini. Fra noi, e che nessuno ci senta: lo saprete bene che il famoso Pagliano spargendo ovunque non so quale suo rosolio drastico (seconda edizione del vecchio e dimenticato elixire del Le Roy) diventò in pochi anni milionario: che un Holloway sta fabbricandosi una fortuna colossale con certo unguento e certe pillole che guariscono tutti i mali, e che si annunziano quotidianamente su tutte le gazzette delle quattro o cinque parti del mondo. Animo, dunque, alcuno di voi a fare altrettanto! non è nemmeno questione d'ingegno o di furberia raffinata, ma solo di coraggio morale e faccia franca. Potreste anche imitare il girovago Germier che spacciandosi grande oculista potè durarla in Milano per cinque mesi del 1856 a gabbare i creduli: non indovinò una cura felice, neppure a caso: rovinò molte persone: e il meno male che facesse fu di lasciare alcuni ammalati in statu quo. E quando l'Autorità si risolse a cacciarlo via, egli aveva già rubato ai Milanesi tanto denaro, quanto voi non ne guadagnate in dodici anni di condotta. Capite? giacchè il publico vi giudica all'ingrosso un gregge d'ignoranti, non vi risolvete a usufruttare con qualche colpo di spirito la publica ignoranza?
Nessuno mi risponde: nessuno!
Ah, sia lode a Dio! non è dunque vero che tutto quaggiù ribocchi di un ridicolo lurido, per non dir peggio: v'è ancora e vi sarà sempre dignità di coscienza, e abborrimento alle bassezze, e disinteressato amore del vero, e nobiltà di sacrifizii tanto più generosi quanto meno conosciuti: e la Facoltà medica, alla quale è orgoglio se non fortuna l'appartenere, ne dà i più numerosi ed eroici esempii. Sopra ogni miserabile che sporga il piatto delle novità assurde e funeste a un publico che ne va ghiotto, la Facoltà vi presenta cento galantuomini inflessibili a qualunque tentazione di nequizie premiate non che impunite.
Cari colleghi! possa affrettarsi l'ora in cui savie leggi vi sollevino a vita meno disagiata; a stabilità nell'impiego; a diritti di promozioni, e di assegni nell'età senile, proporzionali agli anni di lavoro. Tutto ciò è reclamato dalla giustizia; dalla civiltà del secolo; dai più gravi interessi della società.... Ora che un contagio micidiale ha imparato la strada per venire a farci visita: e che la strada gli è liberamente aperta: e che unico mezzo per ischivarlo sta nell'isolarlo: diventa necessità che i medici forensi non si lascino abbandonati al torrente dell'ignoranza: bisogna munirli di autorità e braccio forte perchè sieno loro che vincano ogni genere d'ignoranza; quella dei pregiudizii, quella della superstizione, quella dell'avarizia, e quell'altra della infingardaggine che vuol tutto ignorare per nulla fare. Dove i medici sono provisorii e amovibili dove sono costretti a dipendere da ignoranti, che almeno in queste cose dovrebbero dipendere da loro; non si sperino mai provedimenti efficaci a salvare le popolazioni dal choléra. Le Provincie sprecheranno tesori in ordinazioni inutili, perchè eseguite o troppo male o troppo tardi: e la Campagna, col suo va e vieni, renderà inutili le più savie e larghe disposizioni delle Città: e l'ammontare delle vittime darà sempre e dappertutto cifre spaventose.
" Ma, dottore, diventi matto? cosa ha a che fare col tuo libro tutta questa bisbetica filastrocca? " Ha a che fare moltissimo: ho incominciato coll'elogio dell'ignoranza, e ho voluto finire col dimostrarvi come ella trionfi, e a che menino i di lei trionfi. Perciò fra tante professioni vi presentai la mia, della quale me ne intendo un poco: e lascio giudicare a voi se sieno più ignoranti i medici o chi....
" Ma senti, dottore.... " Eh, andate al diavolo! non ho più nè voglia nè tempo d'ascoltarvi: la seduta è levata.
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