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PREFAZIONE. | «» |
L'autore di questo libro è uno straniero che ogni italiano deve conoscere ed amare. Il Monnier ci amò negli anni della sventura, ci difese, e, cingendolo dell'aureola più simpatica, diffuse il nome d'Italia nostra per l'Europa, quando dai troni si guardava ancora con occhio di compassione ai nostri sforzi per risorgere. Quel francese, co' suoi articoli e co' suoi libri, ci fece un gran bene. Anche allora che dipinse le nostre miserie, le miserie del nostro popolo invilito, diede prova di affetto sincero, sdegnò di adularci, e preferì la verità che risveglia alla lusinga che addormenta. Chi lesse i suoi libri, specialmente quelli vivissimi sulle condizioni del Napoletano, lo sa. E il municipio di Napoli, che nel 1864 conferiva all'insigne pubblicista il supremo onore della cittadinanza, mostrò come la gratitudine sia doverosa verso lo straniero che, senza bramosia di compensi, amorosamente ne studia e ci fa meglio conoscere i nostri mancamenti. L'Italia fu tante e tante volte descritta dagli stranieri, ma non può contare, fra gli stranieri, numerosi scrittori che l'abbiano descritta con coscienza e con verità. Nessun paese al mondo fu al pari del nostro descritto male; le esagerazioni si accumularono sulle esagerazioni, le bugie sulle bugie. Si poeteggiò d'Italia colla poesia più falsa. Quali risate ci strapparono le pagine di scrittori stranieri che giurano d'aver veduto nel nostro paese cose mai esistite! Lo stesso Carlo Dickens, solitamente osservatore finissimo, prese cantonate memorabili, e si abbandonò all'ammirazione immoderata, come all'ingiusto disprezzo. Quella Napoli, ad esempio, che pel Monnier è oggetto di sì lunghi studii, è al Dickens argomento di un fuggevole cenno di orrore. Egli è che tutti, o quasi tutti, visitarono l'Italia in fretta, paghi delle apparenze. Il Monnier vola come araba fenice sugli impressionisti allucinati o di mala fede.
Il nostro celebre scrittore nacque il 7 dicembre 1829 a Firenze. Si potrebbe chiamarlo quindi, per nascita, italiano; ma suo padre era francese, e in francese egli scrisse le numerose sue opere, e francese egli è veramente per l'arte di comporre il libro, come nello stile e nello slancio geniale dell'affetto. Fu educato fra i tre e i dodici anni a Napoli; poscia proseguì gli studi a Parigi e a Ginevra, patria della madre. Le università di Heidelberg e di Berlino lo ebbero scolaro per alcuni mesi: poi, mortogli il padre, ritornò al pittoresco pandemonio di Napoli, ove, dal 1856 rimase fino al 1864, assistendo così agli ultimi guizzi di quel regno nefando, all'ebrezze della liberazione garibaldina, e alla lotta penosa, che ne successe, della civiltà contro la inveterata corruzione di quella plebe.
Daniele Manin, l'instancabile patriota, che nell'esilio creava, come disse Anatole De la Forge, a legioni gli amici dell'Italia, eccitò il Monnier a consacrare il fervido ingegno e il bel cuore alla causa italiana; mettendolo all'uopo in relazione col Siècle diario allora molto influente. L'entusiasmo è la dote de' giovani, e il Monnier si mise all'opera con tutto l'ardore de' suoi giovani anni. Egli aveva fede nei destini d'Italia; egli sapeva leggere negli astri.
E non solo al Siècle ma anche all'Indépendance Belge, alla Presse, al Temps, al Journal des Débats, all'Illustration, al Tour du monde, al Magasin Pittoresque, alla Revue Germanique, alla Revue des deux Mondes, egli collaborava occupandosi volentieri delle nostre contristate contrade, delle nostre malinconiche rovine sulle quali doveva sorgere ben presto la più maestosa e allegra aurora. Pensiamo in quanti lettori egli trasfuse il suo affetto per l'Italia! Furono migliaia e migliaia coloro che dalla guizzante sua parola appresero che oltre la cerchia nevosa delle Alpi si stendeva, nel letto azzurro dei mari, la bella morta. I padri di famiglia, le madri, le fanciulle, i giovani, leggendo la sera, le lettere dove il Monnier parlava di noi, imparavano ad amarci, e si arricchivano d'un affetto di più – per noi. Così, anche per merito del Monnier si creò in Francia, come suol dirsi, un ambiente di simpatia per l'Italia. Quell'uomo, in una parola, non operò per uno, ma per cento: si è centuplicato.
La memoria del libro L'Italie est–elle la terre des morts? non morirà. – Questo libro fu il combattimento del cavaliero che pugna per la sua dama oltraggiata. Il Lamartine avea scritto, in un momento di debolezza, una amara parola sul conto nostro: e forse non aveva, in fondo in fondo, tutti i torti, e fe' bene forse a scriverla, poichè ridestò l'orgoglio di razza, la fiamma del patriotismo negli italiani, e lo spirito cavalleresco in quei bravi stranieri che giuravano di difenderci. Il Giusti, in una poesia ironica, rispondendo al Lamartine, enumerò le glorie italiane contemporanee, ed esclamò felicemente
Oh che bel camposanto
Da fare invidia ai vivi!
Ma una lirica era poco: ci voleva un libro, un libro scritto da un francese, poichè un francese ne avea offesi, e il Monnier lo scrisse.
Tutti noi della generazione presente ricordiamo il successo clamoroso riportato da quelle pagine sgorgate dal cuore. Furono tradotte in italiano, furono benedette e baciate dagli oppressi e dagli esuli.
La fecondità del Monnier non è uno degli ultimi titoli d'ammirazione cui ci costringe. I libri nascono sotto la sua penna come per incanto; e sono libri ben fatti. Come sa dir tutto! Come dice bene tutto! Il giornalista non guasta in lui l'artista: del primo possiede la rapidità, non si smarrisce perciò pei meandri della divagazione cara a molti letterati, e va diritto al suo scopo: del secondo ha il gusto. Atteggia il pensiero con evidenza e con eleganza: ogni cosa ha il proprio colore: ogni persona, che mette in iscena, il proprio carattere. Nel suo stile brilla il pregio che Teofilo Gautier nota nel seducente Fortunio, la grâce mariée à la force, e, aggiungasi, il sentimento. L'umorismo aleggia talora ne' suoi scritti, lieve, fosforescente.
Che lungo elenco quello delle sue opere! Citiamo solo sue opere che riguardano l'Italia: L'Italie est elle la terre des morts? – La conquête des deux Siciles – Naples et les Napolitains – L'histoire du brigandage – Le mouvement italien à Naples – Les frères Bandiera – L'Italie à l'oeuvre – Pompei – Nouvelles napolitaines. E ciò non bastasse, pubblicò i saporiti Contes populaires en Italie dove con mente filosofica considera le superstizioni e le credenze popolari in Italia: egli, difatti, non le deride come il facile scettico, bensì ristà pensoso dinanzi a fenomeni strani che trovano riscontro in altri popoli. Pochi mesi or sono nel suo racconto Gian et Hans tornava coll'agile fantasia in Italia a pigliare uno strano tipo di giovane meridionale e lo poneva in contrasto con un altro tipo di giovane tedesco. Il Monnier vive da più anni a Ginevra; ma la bizzarra e dolce Italia egli non l'ha scordata mai, non la scorda nelle riviste dove ha mano: traduce volentieri scritti di italiani, e tiene intatto l'anello d'amore, col quale fin dai primi momenti della feconda sua vita di pubblicista legava il nostro al popolo straniero.
Napoli fu sopratutto oggetto degli studi del Monnier. Egli conosce la maga città intus et in cute; e ne conosce i dintorni e addirittura tutta l'ampia regione. Sul brigantaggio, raccolse in un libro notizie storiche precise, eloquenti, dipingendo con pennello lesto e a colori vivi quadri di atrocità che fanno rizzare i capelli. Sviscerò la camorra. Come nacque la camorra? egli si domanda in un libretto. Dalla paura, risponde. La religione che il popolo professava era la paura del diavolo: la politica che esso seguiva, la paura del re. La paura teneva luogo della coscienza e dell'amore al dovere, e colla paura le gerarchie erano conservate. Il soldato temeva i galloni del suo caporale; il cocchiere della vostra carrozza temeva i vostri abiti più eleganti de' suoi e si lasciava bastonare. Ne avvenne che la paura fu industriosamente usata dai violenti. Gli uomini energici si riunivano in bande e opprimevano i deboli. Tale l'origine della camorra, – non ancora del tutto domata, – tale l'origine del brigantaggio, – non ancora del tutto spento. In queste deliziose Novelle napoletane, – le giuste considerazioni dell'osservatore s'incarnano in tipi vivaci, in racconti attraenti: è in queste novelle, forse più che altrove, che brilla l'artista. Il napoletano pauroso lo trovate parlante, vivo, nella prima novella, Donna Grazia; il brigantaggio nella seconda, Carmela; la camorra nella terza, Miss Uragano. Sì, sì, questa è Napoli, si dice leggendo, la Napoli d'ieri e un pochino la Napoli d'oggi; dove la vaga figlia del porto non può vivere che fra gli splendori dell'acqua del porto, fra le contafavole del Rinaldo del Molo, e le voluttuose cantilene; dove l'istinto regna libero, dove la furberia felina s'accompagna alla sottomissione paurosa, dove il miserabile dorme di notte fra i sorci immondi che gli rodono il viso, e di giorno si finge cieco per istrappare la pietà dai cuori e un centesimo dalle tasche de' forestieri. Alcuni degli orrori dipinti dal Monnier in una serie di scene della novella Miss Uragano, sparirono grazie alla carità illuminata ed energica de' buoni, grazie al progresso che finisce col penetrare anche nei labirinti più buj dei fondaci ributtanti. In quella Miss Uragano noi non vediamo solo magistralmente ritratta una fervidissima scrittrice inglese, che, accesa della santa febbre d'incivilire, di operare il bene in mezzo alla plebe imbestialita, affronta ogni difficoltà e frange più ostacoli, ma vediamo anche raffigurato il progresso che tenta di debellare la forza bruta, la malvagità, e vuole a tutti i costi trionfare. Eppure, rimanendo fedele al vero, il Monnier finisce col rendere simpatici quei lazzaroni, quelle popolane, quei monelli, e persino quella miseria. Egli è che Napoli, anche nelle cose ripudiate dalla severa civiltà è artistica: e tale qualità è dal nostro autore espressa con forme piacevoli, poichè anch'egli n'è preso, anch'egli n'è quasi ammaliato. La sua vaghissima Donna Grazia non agisce sempre correttamente; no; ma chi non l'ama? chi quasi non applaude a quello che fa, alla determinazione che prende?
D'ogni parte la patria s'allaga di traduzioni; e lo si deplora. Ma come si resiste alla tentazione di tradurre, in una edizione popolare, le novelle d'un artista popolare che sinceramente ci ama e ritrae i nostri costumi, le nostre vie, i nostri paesaggi, gli uomini nostri con simpatia, con brio, con finezza?
Alle meditabili Lettere napoletane del dotto e grave Pasquale Villari, al pittoresco Napoli a occhio nudo del vivace Renato Fucini, al libro ardente sulla miseria a Napoli della signora Mario-White possiamo aggiungere le pagine di questo scrittore ricco di talento e così caro.
Gli Editori.
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