Marco Monnier
Novelle napoletane
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DONNA GRAZIA

II.

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II.

L'indomani per tempo ero entrato pel posticum nell'andito della chiesa, e guardavo attraverso la finestra rotonda. Due ragazzi in sottana scopavano il pavimento, delle ondate di polvere salivano verso la vôlta. Gli spazzini si scambiavano delle facezie profane e spolveravano le Madonne con dei pennaroli; un gatto beveva nella pila dell'acqua santa, mentre una famiglia di sorci, nicchiata sopra di me tra un quadro e la parete, asciolveva tranquillamente rosicchiando la tela. Le campane suonarono, le porte si aprirono, le bestie presero la fuga, ed i due ragazzi si fecero seri. Alcuni sagrestani entrarono sbadigliando e stropicciandosi gli occhi, alcune vecchie dal capo tentennante vennero a sedere sulle dure panche di legno ed a raccontarsi le loro miserie. Ancora non c'erano mendicanti; costoro, andando a zonzo tutta notte si alzavano tardi. Finalmente comparve Grazia, seguìta da Gelsomina. Potei finalmente mirarla a mio bell'agio, e non l'abbandonai un solo istante collo sguardo. Essa era grande, slanciata, aveva un velo nero, il vestito cadeva con naturalezza, come la tunica d'una statua; camminava come una dea. Aveva la fronte bassa, i denti bianchi, i capelli e gli occhi neri come tutte le Napolitane, ma si distingueva dalle altre per un naso sottile e diritto che dava a tutto il viso una certa correttezza di linee, ed un'aria signorile. Ella andò a prostrarsi non ad un inginocchiatoio su una seggiola bassa, ma sui mattoni variopinti del pavimento; abbassò la testa, e giunse le palme delle mani che portò in avanti. In quest'attitudine era bellissima; me l'ho dipinta le mille volte nella memoria. Un'orazione passava sulle sue labbra, che fremevano senza rumore; ma nei suoi occhi non si scorgeva il raccoglimento della preghiera. Senza che la testa abbassata si movesse, lo sguardo passeggiava tutto in giro, correva ai santi dipinti sui muri, agli angeli che volavano sopra la vôlta, ai gioielli che scintillavano sulla veste della Madonna, alle goccie di sangue che scendevano sul volto d'un Cristo. Nulla le sfuggiva di ciò che succedeva intorno. Il gatto, scappato allo strepito delle campane, ricomparve su una cornice e si mise a giocare colle nappe del baldacchino; questo incidente fece scintillare gli occhi di Grazia, e sollevò un cantuccio della sua bocca. Tutto ad un tratto una porta s'aperse ed illuminò la finestra rotonda. Grazia mi vide e sentì il mio sguardo, come io sentii il suo; ma la vecchia Gelsomina, inginocchiata a qualche distanza, ci spiava. Ella s'avvicinò alla ragazza e le disse una parola all'orecchio. Grazia impallidì, si alzò, ed uscì dalla chiesa dopo avermi lanciato un altro sguardo; io ci lessi tutto quanto desideravo.

Appena essa fu uscita, una mano si posò sulla mia spalla. Mi volsi e riconobbi il vecchio prete al quale Tortaniello aveva parlato a lungo.

Don Vittorio, – mi disse, – io so tutto.

Tu comprenderai la mia angoscia ed il tumulto di idee che invase la mia povera testa; mi credetti sotto gli artigli di quest'uomo, e tutti i pericoli, tutte le sventure possibili mi si disegnarono in un attimo alla mente. Ma il padre Gaetano continuò colla massima tranquillità:

– Avete torto di non confidarvi a me. Io so che la vostra posizione vi obbliga ad agire con prudenza, e che non potreste mostrarvi pubblicamente in chiesa; perciò ho indicato questo andito nel quale nessuno vi vede. Voi potete aprirmi il vostro cuore; io vi libererò dai vostri scrupoli e vi aiuterò con tutto il mio potere.

Io fui disgustato, come tu pure lo sarai leggendo queste linee, da quelle prime parole del prete, e stavo per pigliare la porta che egli aveva aperto allora allora, ma la richiuse dolcemente e riprese il suo discorso, un discorso molto lungo, del quale io ti fo grazia. M'ero sbagliato completamente riguardo alle intenzioni del buon curato. Egli non sapeva nulla della mia relazione con Grazia; mi credeva un protestante che volesse farsi cattolico. Ai suoi occhi io avevo bisogno di nascondere le mie visite in chiesa, e dovevo convertirmi in segreto per non spiacere al mio governo. Il padre Gaetano pensava di prestare aiuto ad un'opera pia. Tortaniello aveva inventata questa storiella per giustificare la mia assiduità e per stornare da me i sospetti.

Io andai tutti i giorni seguenti a riprendere il mio posto nell'andito, e vi trovai ogni volta il padre Gaetano: un uomo eccellente. Egli aveva una fede sincera e costumi illibati, parlava con efficacia in discorsi ben architettati, nei quali metteva però un po' troppi aggettivi. A dir vero egli credeva Voltaire un calvinista, e Lutero un volteriano; forse avrebbe bastonato di gusto questi eretici; ma salvo questo risentimento, in cui consumava tutta la sua bile, era un uomo affabile, bonario, incapace di fare il più piccolo male. Se avesse avuto le mani pulite, gliele avrei strette di cuore.

Grazia però non era più tornata in chiesa, ed io, dopo otto giorni di inutili devozioni, dovetti rinunciare completamente alla conversione che meditava il padre Gaetano. Io compresi la causa di questa scomparsa, e diventai furente contro Gelsomina. Per colmo di sventura, in tutti quegli otto giorni non rividi Tortaniello. Non sapevo che fare, erravo come un'anima dannata; andavo tutto il giorno a zonzo per le vie di Napoli vecchia, entravo nei cortili dei palazzi di bell'aspetto, interrogavo tutti i poggiuoli dai quali avrebbe potuto sporgere la figlia d'un principe. Infine, un bel mattino aprendo gli occhi vidi ricomparirmi innanzi il mio lazzarone. Disse, per scusare la sua assenza, che aveva dovuto vegliare la madre ammalata. Non gli credetti, e lo coprii d'improperii; ma, qualche giorno appresso seppi, da sua madre istessa, la quale vendeva cocomeri in via del Porto, che Tortaniello era un buon figliuolo, pieno di rispetto e di riguardi per lei. Questo strano ragazzo molto pigro e molto attivo aveva in qualcosa dei vecchi lazzaroni, che vivevano, dormivano nudi al sole, e dicevano ai passanti, che si fermavano per offrir loro del denaro e richiederli d'un servizio: «Levatevi dal mio sole.» Egli aveva però le sue ore di lavoro, e faceva una quantità di mestieri per buscarsi (più o meno onestamente) qualche pezzo d'argento o di rame. D'inverno sfruttava gli stranieri, mostrava loro la pretesa tomba di Virgilio, gran poeta e mago famoso, sopra il quale aveva dei documenti speciali. Scopava la ghiaia di Pompei, per scoprire un mosaico, e ballava la tarantella sulle rovine di Capri o di Baja; questa era la stagione delle piastre. In estate, partiti gli stranieri, la vita diveniva più faticosa; bisognava tirar le reti coi pescatori, o spillaccherare nei caffè di second'ordine i borghesucci che asciolvevano facendosi lustrare gli stivali; bisognava raccogliere durante la notte i mozziconi di sigaro che certi industriali fanno poi disseccare per rivenderli ai tabaccai; oppure impiegarsi come mozzo di stalla nelle scuderie dei ricchi, o sguattero nelle cucine. Tortaniello preferiva approvvigionarsi d'acqua pura o d'acqua sulfurea, che attingeva alle sorgenti pubbliche, e portava nelle case particolari; ciò gli costava non poca fatica, ma raccoglieva (un poco anche mendicando) una piccola somma che divideva in due parti; metà la metteva al lotto, e dava il resto a sua madre. Non teneva nulla per , benchè non tutti i giorni avesse di che pranzare.

Quando ricomparve nella mia stanza, dopo l'assenza d'una settimana, disse che s'era occupato molto per me, e che io gli doveva venti piastre.

– Ne ho bisogno, – disse; – io mi sono impegnato per voi e non mi farete mancare di parola. Vedrete Donna Grazia e le parlerete entro oggi.

Io diedi le venti piastre. Tortaniello scomparve senza dirmi di più, e ritornò puntualmente a prendermi all'ora che m'aveva indicata; montò a cassetto come al solito, e via di galoppo! Io credeva d'aver percorso tutta Napoli vecchia; m'accorsi allora che non ne conoscevo la quarta parte. Si fecero interminabili giravolte per viottoli intralciati, selciati fino dai tempi romani, ingombrati da case che sembravano ammucchiate, gettate una sopra l'altra da un titano ubbriaco in un accesso di follìa o di furore. Qui un piano usciva dalla facciata e pendeva sulla nostra testa, sostenuto da travi che il rotolamento della nostra carrozzella faceva traballare; più giù, una stanza attraversava la via e conduceva da una casa all'altra, e si passava sotto come sotto un ponte coperto; altrove, le via serpeggiavano a zig zag, in una vera gola fiancheggiata da monti, ed alzando gli occhi non vedevamo del cielo che una sottilissima striscia azzurra a grande distanza. Così si arrivò davanti ad uno splendido palazzo, dove Tortaniello mi fece entrare senza dirmi dove mi conduceva; una porta monumentale, sotto la quale avrebbe potuto passare tutta la mia casa paterna, un vasto cortile circondato da portici solenni, una scala che saliva dolcemente, con gradini lunghi, larghi e bassi, fino ad una specie di vestibolo a colonne, decorato degno di una tragedia classica. Tortaniello aperse una porta e mi fece attraversare una fila di stanze che avrebbero fatto arrossire il nostro museo del Lussemburgo; il soffitto era dipinto a fresco, ed il vano d'ogni finestra potrebbe contenere due dei nostri salottini uno sopra l'altro. Veramente tutto era in cattivo stato. Non trovai dei mobili che nella settima stanza, che era la sala e dove delle coperte sbrindellate da destar pietà pendevano sui sofà che avevano perduto le dorature. Dopo la sala venivano le camere da letto: qui dei grandi letti cadevano in pezzi, e dei cassettoni da tre soldi, e degli armadi in legno bianco parevano ammucchiati da una granata contro le pareti. Tortaniello mi fece percorrere a piedi, in questa serie di appartamenti sguerniti, parecchie centinaia di metri; io lo seguiva rassegnato, col naso in aria, ammirando qualche bella testa di Cleopatra o di Maria Maddalena che usciva qua e dai soffitti scrostati e scoloriti. Finalmente, dopo un pellegrinaggio che mi parve eterno, si arrivò ad una cucina, dove Tortaniello mi porse una sedia quasi completamente spagliata dicendo:

Sedete, che ci siamo.

Allora soltanto si degnò di spiegarmi la sua condotta.

– Cosa abbiamo visto sul terrazzo otto giorni fa? – mi disse. – Donna Grazia che tirava dell'acqua, ciò che vi ha molto meravigliato: non un lavoro da principessa. Io volli sapere se ella si dava questa pena per combinazione, o se era una sua abitudine. Così seppi da Gelsomina, colla quale ho fatto amicizia per servirvi, che tutti i giorni alle ventiquattro (al tramonto), per ordine del principe e per fare del movimento, Donna Grazia attinge colle proprie mani l'acqua per inaffiare i suoi fiori. Io dissi allora tra me.

– Chi sa? il pozzo mi pare molto profondo poichè ci mette tanto tempo per far risalire il secchio. Ella abita al piano nobile; il pozzo quindi deve servire a qualche altra casa d'una strada più bassa. – In conclusione, io riuscii a sapere da Gelsomina, che ha una buona lingua, e non tiene segreti, che il pozzo dava in una cucina di questo palazzo, nella quale, con suo gran dolore (ciarla tanto volentieri), non c'era mai nessuno. Io esclamai allora tra me e me: «Siamo a cavalloVedo che cominciate a comprendermi.

Egli aperse allora una specie di imposta nella parete, ed io mi affacciai a quella finestra interna. Era un foro freschissimo, assai profondo, in fondo al quale la luce venendo dall'alto mandava come un riflesso di luna. Alzai la testa e vidi all'altezza di cinque o sei metri sopra di me il cielo aperto, la carrucola da cui pendevano due funi inumidite, e la sponda del pozzo che formava il parapetto del terrazzo di Grazia.

– Ecco perchè, – riprese Tortaniello, – vi ho domandato venti piastre. Ne ho date dodici al padrone di questo palazzo, un gran signore, la cui famiglia è antica quanto la tomba di Virgilio, e che ebbe degli antenati senatori a Roma al tempo di Faraone. Ora è scamazzato (rovinato), affitta ai forestieri la sua vettura e il suo palco al San Carlo, e non mangia maccheroni che ogni due giorni. Io gli domandai d'imprestarmi per voi il suo appartamento tutt'i dopo pranzi all'ora della siesta, e gli offersi una piastra al mese per questo piccolo servizio che non gli costa niente; egli può dormire lassù in un solaio. Perchè non sospettasse di nulla, gli ho detto che siete un pittore di talento e che volete copiare i suoi affreschi; bisognerà dunque che porti qui, Eccellenza, un cavalletto; se vi metterete a dipingere davvero, farete bene, pel caso d'una sorpresa; benchè noi abbiamo il diritto di chiudere e di mettere i chiavistelli. Il gran signore ha acconsentito, a patto che gli si paghi l'annata anticipata; io gli diedi le dodici piastre, e m'ha consegnato le chiavi della casa. Poi ho dovuto fare dei regalucci a Gelsomina. Per vederla ogni mattina, le porto un'anfora d'acqua sulfurea, e non me ne vado finchè non l'ha bevuta; così posso parlarle bastantemente a lungo senza che ci si trovi a ridire. Quella donna bisogna tenerla di conto, perchè vede tutto ciò che succede, e dice tutto ciò che vede; essa vi ha sorpreso due volte mentre fissavate Donna Grazia, che da allora più non va in vettura, in chiesa; il principe non vuole che sua figlia sappia cosa sia amore. Ecco perchè ho pensato distrarre Gelsomina. Con l'acqua sulfurea che essa mi paga, le porto ogni mattina una sfogliatella o qualche susamiello ripieno, o una cocozzata, dei cannellini, dei torroncini, se non c'è di meglio, dei franfellicchi; essa accetta tutto. È vecchia e brutta, ma crede che io la voglia sposare; stamattina le diedi un anello che m'ha costato quattro ducati; compresi i dolci, ho speso sei piastre. Alle ventiquattro, mentre voi discorrerete al foro del pozzo con Donna Grazia, io devo portare alla vecchia una seconda anfora di acqua sulfurea. La terrò lontano, le impedirò di spiarvi; il povero Tortaniello non merita due piastre? Fate il conto sulle dita; sei e due fanno otto, e dodici fanno venti. Ecco l'impiego delle venti piastre.

In quel momento avrei abbracciato il furbaccio, degno d'essere compaesano di Scapino, ma egli non mi lasciò il tempo di ringraziarlo, e partì come una freccia; aveva udito del rumore venir dalla terrazza. Qualche istante dopo udii uno stridere di carrucola, che in altri momenti mi avrebbe rotto i timpani, ma in quella sera li accarezzò melodiosamente. Mi precipitai verso la finestra del pozzo, e sopra di me, sulla terrazza, vidi Grazia in piedi come un'ombra che si staccava dal cielo. La chiamai dolcemente, ella si scosse, e chiuse gli occhi aggrappandosi alla corda bagnata.

– Volete che vi aiuti? – mormorai un po' scioccamente.

Ero tanto turbato che non seppi trovare altre parole. Noi restammo così qualche tempo muti, tenendo tutti e due la fune che ci tremava nelle mani.


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