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Inutile dirti che ritornai tutti i giorni in quel palazzo fantastico. Arrivavo molto prima dell'ora, e mi provavo a copiare le opulenti fanciulle colle quali Giordano Luca aveva coperto il soffitto e le pareti. Grazia era una fanciulla strana, ai suoi vezzi non si poteva resistere. Ella non diceva volontieri quello che sapeva di sè stessa e di coloro che la contornavano, ma interrogava molto, e moltiplicava le sue domande con una curiosità infantile; bisognava spiegarle tutto. Era d'un'ignoranza adorabile, i libri non le avevano insegnato nulla, giacchè leggeva male e con molta fatica. In quanto a scrivere, sapeva fare appena le aste; le avevano detto la scrittura un'arte inutile, anzi dannosa, non servendo ad altro che a lettere amorose. Mi chiese un giorno se Parigi si trovasse sulla via da Napoli a Roma. Si figurava che tutti gli stranieri fossero Turchi, intendendo con ciò dei pagani che non credono alla Madonna; quando la levai d'errore, feci un gran passo nel suo cuore. La liberai dell'unico rimorso che le gravava la coscienza. Mi vedeva di nascosto, all'insaputa del padre e perfino del confessore, ma non avrebbe mai avuto il coraggio di sposare un Mammalucco. Mi parlava in dialetto napoletano; era la sua lingua nella quale si trovava a suo agio, si moveva con molta grazia; mentre col buon italiano, che comprendeva poco, si trovava come un pesce fuori d'acqua, si trascinava a stento. Tuttavia si era cercato d'istruirla in un convento, ma la fanciulla ci si annoiava tanto che in capo a poche settimane si dovette toglierla di là. Ella aveva bisogno di aria, di luce, e soffocava nelle grandi sale dalle quali si scorgeva appena un povero quadrato di cielo interrotto da graticolati o da inferriate. Ella non aveva potuto durarci, in quella casa tetra; non amava i dolciumi, e molto meno le lezioni; preferiva le devozioni, sopratutto in chiesa, perchè là trovava delle pitture e della musica; ma nella chiesa del convento si vedevano troppo di rado visi nuovi; gli uomini ne erano esclusi, si faceva un'eccezione soltanto per i religiosi, che erano però brutti, troppo grassi o troppo magri. Mi parve comprendere che una bella sera la giovane prigioniera era fuggita da quel carcere. Da qualche parola che m'aveva detto, ne argomentai che prima della reclusione, essa aveva condotta una vita povera e libera sulla riva del mare in mezzo ai marinai ed ai pescatori. Sapeva come si adopera la rete, conosceva le abitudini dei pesci, i nomi degli attrezzi e degli apparati d'una nave, i capricci del garbino, dello scirocco, del tramontano, le fole di Orlando e di Rinaldo, che i cantastorie intonavano sul porto. Quando parlava di queste cose, gli occhi della fanciulla mandavano lampi.
Ella sapeva ancora molte altre cose. Non sciupando il tempo nè a leggere, nè a cucire, nè a far calze, nè a filare; ma standosene sempre all'aria aperta sul terrazzo, senza far mai nulla colle sue dieci dita, aveva potuto osservare a suo bell'agio tutto quanto era alla portata dei suoi occhi e delle sue orecchie. Distingueva al loro modo di gridare, i rivenditori ambulanti che passavano dall'alba alla sera, uno dopo l'altro tornando sempre alla medesima ora; veniva primo l'acquavitaio che girava di buon mattino, poi arrivavano successivamente le succiole, le mucche, la carne, i legumi, le uova, il burro di Sorrento, le ricotte di Castellamare; dopo mezzogiorno l'acqua sulfurea, poi di nuovo le mucche che portavano in giro i loro sonagli dalle quattro alle cinque di sera. A notte fatta andavano in giro i venditori d'olive, indi quelli di lupini, magro vitto dei più poveri. Grazia conosceva così le ore senza ascoltare le campane, nè guardare il sole. Poteva descrivere appuntino tutti i costumi del paese, essendo andata più volte il mattino dell'8 settembre alla Villa Reale, dove in quel giorno il popolo poteva farla da padrone; là accorrevano fanciulle di tutti i paesi vestite a festa, coi loro ornamenti più belli; l'una giunta dalla Magna Grecia aveva una cintura d'argento ed un diadema d'oro; la Capuana, un'acconciatura da Vestale o da Sibilla; un'altra, l'Abbruzzese, portava le treccia rialzate, come le Dee dell'Olimpo; mentre la figlia del Sannio teneva fermo con nastrini alle braccia un corsetto senza cuciture, e si drappeggiava nelle larghe pieghe d'una stoffa tessuta e tinta colla proprie mani. Grazia era seducente quando imitava l'accento, o prendeva a prestito i vestiti, di quelle contadine. Un giorno per rallegrare i miei occhi, indossò il costume nazionale delle belle fanciulle di Procida. La testa greca usciva dai suoi vestiti come un bronzo color di rame.
Ella sapeva ben altre cose ancora: i nomi e le leggende di tutti i Santi, le loro abitudini, le loro preferenze, la loro posizione in cielo e i loro uffici in terra; i giorni dell'anno nei quali si celebrava la festa in loro onore, ed i piatti che bisognava mangiare per esser loro graditi. La sua religione era una specie di politeismo apostolico romano; s'immaginava sopra le nubi un Olimpo pieno di dêi e di semidêi. In tutto quel mondo vedeva esseri superiori che doveva rispettare, perchè le avrebbero potuto fare molto bene e molto male; ma una vera devozione non la mostrava che per la Madonna. «A quella (ripeto le sue parole), a quella si dice tutto.» Le recitava ogni sera un'Ave, storpiava le parole non conoscendo il latino; ma quando i suoi occhi si fissavano sulla santa Vergine, sospesa sopra il suo letticciuolo, cadeva in ginocchio, giungeva le mani, e guardandola si credeva in cielo. Anzi, se adempieva esattamente ai suoi doveri religiosi, non era per guadagnarsi il paradiso, ancora troppo lontano, ma perchè la Madonna lo voleva, e bisognava compiacere la Madonna.
I suoi ricordi più vivi erano ricordi pii: una gita ad Antignano, piccolo villaggio dei dintorni ove si vedono, nel giorno di Pasqua, due processioni correre una dopo l'altra, e cercarsi in tutti i viottoli, in tutti i recessi: è la Madonna che va in cerca del suo figlio divino. Finisce per ritrovarlo, ed un'esplosione di petardi annuncia ai villaggi vicini la grande novella; allora la Madonna in segno di gioia, rialza la veste da cui esce, ai quattro lati del cielo e si sparpaglia uno stormo di uccelli.
Grazia si rammentava pure d'essere andata a festeggiare la Madonna dell'Arco ai piedi del Vesuvio; d'onde era ritornata con tanti mazzi di fiori, con ciliegie agli orecchi, una pertica in mano, dalla quale pendevano secchiolini, panieri, lanterne, gruppi di nocciuole, ed immagini devote; aveva fatto, quel giorno, quattro o cinque leghe in un'ora, seduta sul banco d'un corricolo variopinto, addobbato, pieno di gente, spinto a gran corsa per le vie di Napoli, tirato da un cavallo bizzarro, incitato dai colpi, dallo schioccare della frusta, dalle acclamazioni dei giovanotti che gridavano a squarciagola: «Figliole! Figliole!»
Ecco di cosa parlavamo attraverso il pozzo. Ella raccontava le sue impressioni, ma sorvolava sulla sua vita passata; eludeva le domande, e non rispondeva che schivandole. Non parlava di suo padre che con un devoto rispetto, e lo chiamava il signore, anzi semplicemente gnore, come Tortaniello chiamava gnora sua madre. C'era tra il principe e Grazia o una barriera o una nube: si vedevano soltanto a pranzo, e non avevano certo da scambiarsi molte idee. Il principe, spesso assorto in pensieri, non pronunciava una parola; nel momento di buon umore, diceva in dialetto qualche facezia, ed accarezzava il mento della bella fanciulla, che gli baciava la mano. Insistendo nelle mie domande, seppi che essa non aveva avuto dopo uscita di convento che due colloqui un po' lunghi con lui, e l'uno e l'altro a mio riguardo, dopo gli incontri di Mergellina e della chiesa. La povera fanciulla aveva avuto perciò due «lavate di capo,» e da allora non le si permise più di uscire. Nella casa c'era una cappella; il padre Gaetano, il prete di casa, vi diceva la messa ogni mattina, gli si davano perciò venti soldi. Mi parve di comprendere che Grazia, molto afflitta da tanto rigore, non vedeva l'ora d'abbandonare quella casa. Il matrimonio era per lei una specie di liberazione, che le avrebbe permesso di andare a zonzo, di visitare le chiese, e di passare un'ora o due sulla Marinella, a vedere i pescatori tirare lentamente le reti dell'acqua. Io le offersi di parlare al principe, essa supplicò di non farlo.
– È molto geloso, – mi disse, – rifiuterebbe e ci terrebbe d'occhio. Non vuole che mi si guardi. Ha già licenziato parecchi giovanotti, dei cavalieri perfino, che m'avevano vista in vettura e che erano venuti a chiedergli la mia mano. Bisogna aspettare una combinazione. Se venisse a sapere che ci parliamo, mi terrebbe chiusa in una camera buia.
Questo non me lo disse nei primi giorni, ma bensì l'ultima volta che ci parlammo dalla bocca del pozzo.
Durante questi lunghi discorsi mai ci sfuggì una sola parola d'amore. S'usava così a Napoli; dopo lo sguardo ch'essa mi aveva restituito in chiesa noi eravamo fidanzati, si dovesse anche attendere una diecina di anni la luna di miele. Due occhiate così vive gettate e tenute ferme su una fanciulla, valevano quanto una promessa di matrimonio. Parlarle sotto voce, davanti gente, o ad alta voce a quattr'occhi senza avere la ferma risoluzione di sposarla, sarebbe stata una impertinenza villana, o una bassa perfidia; una tale offesa presso i popolani veniva pagata con una coltellata. Anche la fanciulla era impegnata, e se mancava all'impegno, rischiava di ricevere una qualche sera uno sfregio nel bel mezzo della faccia. Fra noi due non c'era quindi più bisogno nè di promesse, nè di proteste, e nemmeno di moine; m'aveva accordato col suo primo sguardo tutto ciò che io potevo desiderare da lei prima del matrimonio. Un crescendo non era possibile; nell'incontro in chiesa avevamo intuonato la nota più alta della nostra voce. Mi diede del tu fin dal principio senza il minimo imbarazzo, come aveva visto fare le giovani della marina. Non si trattava altro che d'aspettare, ed essere contenti per ora, contenti, intendiamoci, a distanza, accarezzandoci appena l'un l'altro cogli occhi. Grazia non aveva mai letto romanzi, pure sapeva tutto quello che da noi si crede ignorato dalle donne, prima del matrimonio; e non ne faceva un mistero, era così più forte per difendersi al bisogno, od in ogni caso per scongiurare o prevenire il pericolo. Dopo un mese, il giorno stesso in cui mi scongiurò di non parlare ancora col principe, io le feci capire come mi dispiacesse di non poterla vedere che tanto da lontano. Essa mi rispose:
– Non stiamo bene così?
– Se potessi stringerti una volta sola la mano!
Essa cambiò voce, e replicò con gravità:
– Non si fanno di queste cose.
Non insistei; del resto sapevo già che alle donne non bisogna chieder nulla. Solo quando se ne fu andata, senza nessun cattivo pensiero, coll'unica intenzione di studiare il terreno, salii sul parapetto del pozzo, ed esaminai scotendola forte la solidità delle funi e della carrucola. La carrucola tenne forte, le funi erano nuove. Tesi le orecchie; dal terrazzo non veniva che il leggero ronzìo d'una zanzara probabilmente affamata. Conclusi che là non c'era nessuno. «Se vi andassi!» pensai. Poi rinunciai a questo progetto rivolgendomi la domanda: «A far che?» Ma mi risposi subito: «Per vedere, soltanto per vedere....» Evidentemente Grazia non correva nessun pericolo; io rispettavo in lei la mia fidanzata. Alla peggio rischiavo solo d'esser sorpreso dalla fanciulla in questa ascensione indiscreta, e d'attirarmi una lavata di capo, che il dì appresso avrebbe condotto ad una bella scena di riconciliazione. Intanto avrei visto da vicino i suoi fiori, avrei toccato il suo annaffiatoio, avrei passeggiato gli occhi là dove ella passeggiava i suoi dall'alba al tramonto al di sopra della città. Si faceva già buio, la notte comincia presto a Napoli, e la luna non doveva spuntare prima di mezzanotte. E forse avvicinandomi adagio adagio in punta di piedi alla porta a vetri, avrei visto un cantuccio della sua camera, la Madonna che pende dalla parete, la croce d'ebano, e lei stessa addormentata già forse «in quel melanconico e casto paradiso.» E siccome alle mie emozioni si unisce sempre un po' di reminiscenze letterarie, così mi ripetevo i versi di Faust che entra in casa di Margherita.
Infatti, dopo un quarto d'ora di esitazione, mi aggrappai alle funi, come un agile acrobata, mi arrampicai colle due mani verso la bocca del pozzo, sopra la quale vedevo risplendere una stella in un cerchio di cielo. Ma appena la mia testa ebbe superata la sponda, vidi ritta sul terrazzo, una grande ombra; un braccio lungo si tese verso di me, con un fare che mi parve minaccioso, mentre una voce dolcissima, con un'ironia, che mi parve amara, disse:
– Fate adagio! Permettetemi di aiutarvi.
Era il principe di Montefosco.