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Tu comprenderai la mia inquietudine in quel momento. Potevo temere una scena violenta; dovevo essere preparato almeno ad una penosa confessione, seguita da una domanda forzata, intempestiva, la quale m'avrebbe procurato un rifiuto ben meritato. Grazia era perduta per me ed io dovevo forse incrociare la spada con un galantuomo. Ma era destino che in questa avventura nulla succedesse di quanto avevo previsto.
Il principe era un uomo sulla cinquantina, grande e magro, colla barba lunga, grigia, ma senza baffi, all'americana; egli aveva dovuto farsi radere il labbro superiore per rassicurare il governo che temeva i visi coperti di pelo. Questa mutilazione aveva il vantaggio di lasciar scoperta una bocca dal sorriso dolce e cortese; gli occhi erano franchi e maliziosi.
M'aiutò infatti a salire sulla terrazza, e senza lasciarmi il tempo di pronunciare una parola, mi disse con squisita gentilezza:
– Signor Vittorio des Plants, devo chiedervi scusa. Io ero qui poco fa, e senza volerlo, ho udito il vostro, discorso con Grazia. Per giustificare l'attenzione prestata alle vostre parole basterà che vi dica che io sono il principe di Montefosco, il carceriere geloso di cui ella vi parlò poco fa. Io non l'ho nè con lei, nè con voi, so chi siete e conosco le vostre intenzioni; avreste potuto entrare in casa mia dalla porta. È vero che ho dovuto licenziare due o tre vagheggini che erano venuti a chiedermi la mano di Grazia, ma tutti e tre erano spie, mandati dalla polizia, non solo, ma anche cavalieri d'industria, e cantanti di sala; tre mestieri che non mi vanno a genio. Voi avete preferito di entrare dal pozzo, non ho diritto di rimproverarvi, avrei fatto anch'io altrettanto alla vostra età; ed ora, signore, giacchè volete sposare Grazia, debbo dirvi tutta la verità: essa non è mia figlia.
Questa frase del principe, mi levò un peso dal cuore. Temevo delle accuse ingiuste, e prima di ogni altra, quella di voler forzare un matrimonio disuguale, compromettendo una ragazza di grande casato.
– Persistete nella vostra intenzione? – mi chiese il principe.
– Sissignore, – gli risposi; – io amo Grazia, qualunque sia la sua condizione.
– Non vi avevo giudicato male, – rispose. – Ma non sapete ancora tutto. Bisogna che vi dica per filo e per segno come ho conosciuta quella bella fanciulla. Passarono quindici anni dal giorno in cui perdetti una bambina di due mesi appena; sua madre, una vera Napoletana, volle fare ciò che fanno in casi simili le donne più povere del paese; volle allattare un trovatello, che sarebbe rimasto da allora con lei e che avrebbe preso il posto della povera morta. Andammo perciò insieme all'Annunziata, che era e che è ancora un bugigattolo. Figuratevi, signore (qui prese la parola il patriota malcontento), una specie di buca da lettere aperta sulla pubblica via, dove le sventurate che avevano da nascondere un passo falso, o da fare delle economie, andavano a gettare i loro bambini. Il foro era angusto, acciò non potessero passarvi che i neonati; se poi il bambino era grande e grosso, veniva spinto con forza per farlo passare egualmente. Le ossa penetravano nella carne, lo si strangolava qualche volta; che importa? l'amministrazione non s'inquietava per ciò. Il fanciullo, appena confidato alla ruota, veniva battezzato e registrato con un nome qualunque, consegnato ad una balia che aveva già tre, quattro o cinque piccini sulle braccia. Si copriva la povera creatura di cenci, la si coricava in mezzo alle immondezze ed agli insetti, le si tendevano da succhiare mammelle inaridite, e la si buttava dopo due o tre giorni morta in un'altra buca più larga, quella dell'ospizio, dove aveva finito di soffrire. Moriva all'Annunziata il novanta per cento dei bambini; si poteva dire un vero covo d'infanticidii. La principessa tolse di là Grazia, che somigliava molto alla bambina perduta. Le infamie vedute mi indignarono, scrissi un opuscolo, lo feci stampare di nascosto, e lo feci pervenire al re, ai principi, ai ministri, ai vescovi. Fui imprigionato, e tenuto per sei mesi in segreta; poi, per grazia, senza esser stato sottoposto a nessun giudizio, fui mandato in esilio. Vissi tredici anni lontano da Napoli, in Francia, in Ispagna, al Marocco, e non ebbi in tutto quel tempo nessuna notizia di casa. Le lettere direttemi furono intercettate e trattenute al gabinetto nero, dove non le lessero: avrebbero dovuto affaticarsi troppo gli impiegati di quell'amministrazione per decifrare tutte quelle cartacce. Si accontentarono di metterle in alcune cartelle e di classificarle. Mi furono rese, o, per meglio dire, vendute qualche mese fa; erano ancora sigillate. In quanto poi alle lettere politiche, quelle le ho ricevute puntualmente, perchè chi le spediva si era guardato bene dal metterle alla posta di Napoli; venivano confidate ai capitani od ai marinai dei piroscafi. Le ragnatele lasciano passare i calabroni, non fermano che le mosche. Quando tornai a Napoli in principio dello scorso anno, non pensavo più a Grazia, che avevo da gran tempo perduta di vista. La ritrovai per caso nel quartiere del porto vicino ad una fontana. Aveva attinto allora allora dell'acqua in una specie d'anfora che portava sulla testa; camminava diritta e libera con una disinvoltura antica, coi piedi nudi, con un incedere reale. Feci fermare la vettura e le chiesi da bere; ella chinò l'anfora verso di me con tanta alterezza, che invece di avvicinare l'orlo del vaso alla bocca, restai un istante a guardarla. Ella sorrise benchè avesse appena quattordici anni; le donne s'accorgono sempre quando sono ammirate. Alla prima domanda che le rivolsi, mi rispose che aveva nome Grazia. Un non so che mi disse subito che quella fanciulla l'avevo vista dapprima all'Annunziata, poi fra le braccia della mia povera moglie. La incalzai con domande, mi feci accompagnare nella casa dove abitava; era un semplice vascio (sottosuolo), che dalla porta riceveva un po' d'aria e di luce, ammobigliato da un letto monumentale, nel quale dormivano la madre con cinque bambini; gli altri (ve n'erano ancora tre) si coricavano per terra sopra un po' di paglia. Oltre il letto non c'era nella stanza che un armadio di pioppo dipinto in verde, un tavolino zoppicante, due sedie di paglia, un fornellino di cui si servivano per fare la polenta, e per riscaldare i ferri da stirare; quando l'accendevano lo portavano fuori per non riempire il vascio di fumo. Sulla parete, sopra il letto, era incollata un'immagine rappresentante la Madonna dei sette dolori; sotto l'immagine era accesa, giorno e notte, una piccola lampada di terra cotta. Non c'era sempre il pane nella casa, ma l'olio per la Madonna non mancava mai. La balia alla quale Grazia era stata confidata da mia moglie, m'avea scritto spesse volte (ho adesso le sue lettere) per chiedermi prima di tutto delle piastre, poi un corredo completo; dodici camicie, dodici fazzoletti, ecc., poi la rosetta, cioè un rosone di perle vere circondato da rubini o da smeraldi, che i nostri cafoni (contadini) appendono alle orecchie. La balia mi chiedeva ancora la collana, fatta con pallottoline d'oro e di corallo, il lazzetto, catena formata da anellini d'oro molto lunga da poter avvolgersi in tre, quattro fin a sette giri attorno al collo; la spadella, specie di pugnale d'argento che tiene fermo sulla nuca o sulla fronte le lunghissime treccie nere. La balia aveva inoltre bisogno d'un pettine d'argento dorato, voleva degli anelli per ogni dito, per ogni falange, una veste di velluto o di raso rosso o turchino con frangie a peneri e ricami d'oro, dei nastri, delle pianelle assortite, un grembiule di trina e che so io! il regalo di Pasqua, di Natale, quello degli anniversari, del vaccino, del primo dente, della prima veste! il tesoro di San Gennaro non avrebbe bastato a pagare tutto quanto quell'ingorda esigeva da me. Non ricevendo risposta essa aveva in breve divezzato la povera piccina affidandola ad una famiglia di pescatori che aveva già quattro fanciulle e tre ragazzi. In casa di chi non ha nulla, quando c'è da mangiare per sette ce n'è anche per otto; si accolse adunque Graziella e la si chiamò la fanciulla della Madonna. Eccovi, mio signore, chi è la ragazza alla quale volete offrire il vostro nome; se preferite ritirarvi siete ancora in tempo vi farò uscire per una via meno pericolosa di quella che avete scelto.
Io risposi al principe, che non sognavo affatto a ritirarmi; egli soggiunse allora in tuono più grave:
– Da parte mia non vi dico nè sì, nè no; io non ho nessun diritto sulla fanciulla della Madonna, e se essa vi ama, il che è possibile, io non voglio contrariarla. Può darsi che con voi sia felice, non so leggere negli astri, e non voglio perdere il tempo a prevedere l'avvenire; il destino umano è una sorte, e l'avvenire un buffone che s'è sempre burlato di noi. Il mio solo dovere è di avvisarvi che Grazia è una vera figlia del popolo. Quando la ritrovai per caso sul molo decisi subito d'adottarla, non avevo figli, e dovevo qualcosa alla memoria della mia povera moglie. Mi presentai adunque come il padre della fanciulla, e quei buoni pescatori lo credettero facilmente, tanto più che la balia aveva loro detto il mio nome, ed aveva loro annunciato che un giorno o l'altro mi sarei fatto vedere. Grazia mi fu dunque resa, e da allora si crede mia figlia, ma non ha mai sentito affezione per me. Voi sapete che nel mio paese il sentimento filiale è più rispettoso che nel vostro, ma la povera fanciulla esagera ancora di più questa venerazione, e mi parla troppo a bassa voce. Non ho mai potuto scoprire in lei un briciolo di tenerezza e nemmeno un po' di confidenza, e dovetti accorgermi fin dai primi giorni, d'aver condotto in casa un'estranea. Volli metterla in convento perchè s'istruisse; essa non potè imparare niente da quelle povere suore, esse pure molto poco istruite: soffrì degli accessi di disperazione, e sopratutto delle lunghe ore d'abbattimento. Una sera abbandonò il chiostro avvolta in una tonaca da francescano, e corse difilata, non qui, ma presso i pescatori del molo. Dopo questa scappata dovetti farla vigilare da una persona; le diedi per guardiana una vecchia serva di casa che ha molta affezione per me, e specialmente per la mia cucina; essa vede tutto, perfino il vento che passa, e mi dice tutto. In un paese come il mio, fare la guardia ad una fanciulla è un mestiere molto difficile! voi non potete immaginarvi che angoscia mi avete dato col fissarla due volte. Dovetti proibirle la vettura e la chiesa; dovetti far venire in casa il prete Don Gaetano che voi conoscete e che mi ha parlato molto di voi; vi vuol molto bene, benchè vi creda calvinista. Non ostante tutte queste precauzioni, Grazia s'annoiò qui come s'annoiava in convento; non fu felice che sul molo. Voi non avreste da dirle che una parola ed essa scapperebbe per la via del pozzo. Riuscirete voi meglio di me? Dio lo voglia! Una supposta paternità ha minor forza d'un amore sincero; voi avreste forse il potere di affezionarvela, di trattenerla, ma essa avrà sempre degli istinti volgari. Volli insegnarle l'italiano, impossibile; non si trova a suo agio che nel suo dialetto. Volli farla vestire da signora, fatica inutile: zoppica negli stivalini, soffoca in un corsetto, le sue belle manine sempre in movimento fanno scoppiare i guanti, o si informicoliscono, essa è nata per andare in gonna rossa, in camicia bianca, colla faccia color di rame, col corpo flessibile e diritto, coi piedi nudi sulla sabbia dorata nell'aria libera e nella luce.
Queste obbiezioni non fecero che avvicinarmi di più a Grazia. Quanto essa perdeva in nobiltà di natali, tanto più essa guadagnava per me in fascino. Era una poetica missione quella che mi sarei assunto, di coltivare quella pianticella selvaggia, sorta da sola sulla spiaggia del mare. Dichiarai al principe d'essere più che mai deciso a sposare la fanciulla della Madonna, e che ne avrei scritto il dì appresso alla mia famiglia. Io non temeva l'opposizione di mia madre che, come tu sai, viveva ritirata dal mondo, e ne avea ripudiato tutti i pregiudizi.
Il nostro colloquio si prolungò ancora molto tempo in quella bella notte insonne: il principe avea potuto informarsi di me dal nostro ambasciatore che conosceva da gran tempo e col quale aveva ogni otto giorni delle segrete conferenze politiche, egli divenne con me molto espansivo, quasi affettuoso e mi disse molte cose sugli affari del mio paese. Parlavamo già come vecchi amici, quando uno spettacolo meraviglioso ci fece tacere: la luna apparve tutto ad un tratto sulla china del Vesuvio, e s'offerse al mio sguardo una scena che non dimenticherò mai. L'ombra svanì tutto ad un tratto fino all'estremo lembo dell'orizzonte, la città pareva formata nella neve, i quartieri più alti s'incurvavano in gradini d'alabastro, le cupole ed i campanili scintillavano e si sarebbero detti inargentati, mentre l'isola di Capri sembrava un immenso blocco venuto da Paros o da Carrara che cospargesse d'una polve di marmo la superficie del mare, liscia, lucente, dardeggiante qua e là dei lunghissimi lampi.
Dalla città non saliva nessun rumore, non soffiava dalla spiaggia la brezza più leggera, pareva che in quella bianchezza trasparente la natura e gli uomini trattenendo il respiro si fossero addormentati. Per la prima volta in vita mia, perfettamente calmo, non chiedendo niente di più, niente di meglio, abbandonato al fascino di quella notte di silenzio e di luce, mi sentii completamente felice, ebbi la piena e profonda sensazione della beatitudine infinita.
Allo spuntar del giorno (la luna brillava ancora e prendeva i colori dell'alba) s'aperse una porta a vetri, comparve Grazia in abbigliamento da notte, aveva i capelli sciolti, i piedi nudi; ed un gran sciallo rosso di lana girava attorno al suo corpo a guisa di gonna. Vedendomi vicino al principe essa mandò un grido, si coperse il viso colle mani e volle fuggire.
– Vieni pure avanti, siamo tra amici, – le disse cordialmente il gentiluomo.
E prendendo Grazia per un braccio la condusse verso di me, ed aggiunse in puro dialetto napolitano:
– Questi ti vuole per sposa, lo vuoi tu per marito?
Ella scoperse il volto ch'era tutto un sorriso, e coll'occhio sfavillante, le narici dilatate, le labbra aperte, le gote con due graziose pozzette, i denti bianchissimi, lasciò udire un grido di trionfo o piuttosto uno scoppio, un inno d'allegria.
– Pigliatillo, – riprese il principe, mettendo le mani di Grazia nelle mie. – Essi, erano allegri tutti e due come in uno scioglimento di commedia; io, avevo le lagrime agli occhi.