Marco Monnier
Novelle napoletane
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DONNA GRAZIA

VIII.

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VIII.

Arrivammo finalmente a Marsiglia. La Maria Cristina, che per via aveva perduto molto tempo, doveva ripartire il appresso, e con essa se ne sarebbe andato anche Tortaniello. Ciò mi rassicurava; per riconquistare Grazia, io contavo sulle distrazioni di terraferma e più di tutto sopra la tenera e santa seduzione di mia madre. Avevo da sbrigare qualche affare, da far visita ad alcune autorità, da consegnare dei dispacci, da cercare e fissare una vettura, – allora non si parlava ancora di ferrovia. Pregai Grazia di aver un po' di pazienza e di non uscire; il primo giorno mi obbedì di buon grado. Il mattino seguente l'accompagnai a passeggio per le vie di Marsiglia, ma non vi trovò nulla di bello; soffiava un po' di vento, ed ella nella sua mantiglia tremava tutta. In questo frattempo, Tortaniello condusse in giro Gelsomina, liberandomi molto a proposito della compagnia di lei e di lui. Si tornò all'albergo verso mezzodì; era questa l'ora del pranzo in quella buona città, dove si pranzava, in quel tempo, due volte al giorno; dopo pranzo, Grazia mi chiese il permesso di ritirarsi; era stanca e desiderava fare la siesta; entrò nella sua camera e chiuse l'uscio internamente. Io uscii per sbrigare alcune faccende e fare delle compere; acquistai tante pelliccie e tante coperte da soffocare dal caldo in un carrozzone di terza classe in pieno inverno. Quando ritornai all'albergo, seguìto da un facchino carico dei miei acquisti preziosi, andai a battere alla porta di Grazia; non ebbi nessuna risposta. Battei con più forza, lo stesso silenzio: guardai attraverso il buco della serratura, la chiave era ancora dentro. Alquanto inquieto, girai la maniglia, la porta s'aperse subito; la camera era vuota. – Partita? – gridai. Due minuti dopo ero sul porto, e promisi un luigi ad un barcajuolo, se mi accompagnava a bordo della Maria Cristina. – Credo abbia levata l'àncora, – mi disse egli. – Andiamo egualmente. – Il brav'uomo fece forza attraverso alla confusione dei bastimenti che ingombravano il porto; fatica inutile; giunti all'aperto, appuntando il mio cannocchiale da viaggio, non potei vedere che un punto nero e un filo sottile di fumo nel lontano orizzonte.

Però dubitai ancora, e corsi all'amministrazione dei bastimenti napolitani. Mi fu mostrata la lista dei passeggeri che erano partiti sulla Maria Cristina. Gelsomina vi figurava con sua figlia; esse erano in piena regola, avevano mostrato il loro passaporto. Fortunatamente il telegrafo elettrico non c'era ancora in quel tempo, sarei stato capace di spedire telegrammi a tutti i porti del littorale mediterraneo e far arrestare i fuggitivi. Tu capisci la mia rabbia, la mia vergogna...., ma non è di me che si tratta in questa storia; nel raccontartela, non misi nessuna vanagloria; ne devi tu pure essere persuaso.

Scrissi subito una lettera furibonda, nella quale scagliai gli epiteti più ingiuriosi contro la fanciulla della Madonna, ed il suo infame rapitore. Anche stavolta m'ingannai, vidi male, fui ingiusto.

Il principe, che ricevette la mia lettera, avendola io messa in una busta dell'ambasciata, mi rispose a volta di corriere, sei grandi pagine riboccanti d'affetto, e di buon senso. Tortaniello, infatti, aveva ricondotta a Napoli Gelsomina e Grazia; non si trattava già di un rapimento, ma d'un'evasione, come la fuga dal convento. Ben lungi dal pensare a nascondere su un lido remoto una felicità di contrabbando, il lazzarone aveva ricondotto onestamente a casa la principessina, della quale, soltanto io, mia madre ed il principe conoscevamo il segreto. Tortaniello non s'era neanche sognato d'alzare gli occhi fino a donna Grazia, per la semplice ragione che i plebei napoletani avevano in quel tempo troppo poca invidia e ambizione, e sopratutto troppo pochi bisogni, per figurarsi tutti gli uomini eguali, e che una lucciola potesse diventare l'amante d'una stella. Il lazzarone aveva ricondotta la fanciulla dal principe, perchè essa ne l'aveva supplicato, assicurandolo che lontana da Napoli morirebbe di freddo e di noia. Grazia poi, non era ritornata all'ovile senza rimorsi; ella sentiva i suoi torti verso di me e mi chiedeva scusa; anzi, credendosi ancora impegnata, mi prometteva di restarmi fedele se volevo vivere con lei a Napoli. Da noi, in Francia, la vanità è più forte della passione; questo ci salva da molti spropositi. Del resto, dopo il trionfo di Porto Longone, non volli credere (oggi ci credo) all'innocenza dei due innamorati. Scrissi a Grazia che era libera, e consigliai il principe a maritarla con Tortaniello. Io credevo con ciò di vendicarmi crudelmente; m'ingannai ancora. Per seguir il mio consiglio i bei figliuoli della marina si sono dati la mano per la prima volta nella chiesuola di Napoli vecchio, inginocchiati davanti al padre Gaetano, che li benedì. La sposa ebbe una bella dote, che il signor Aniello (adesso lo chiamano così) non tardò molto a perdere al lotto; tuttavia vivono felici, ed io sono il compare del loro undicesimo figlio; vedi che la pace è fatta. Ma non è tutto; essi sono tredici a tavola, e vogliono ancora un bambino ed una bambina, e li avranno.

La povera Gelsomina fu irritata da questo matrimonio, e non volle più consolarsi del tradimento di Tortaniello. Morì qualche tempo appresso, la sera di Natale, per una indigestione di anguille. Il principe poi fu imprigionato, senza che gliene venisse data la ragione, nel 1847; nel 1848 lo liberarono per affidargli una delle prime magistrature del paese, e nel 1849 lo mandarono all'ergastolo. Fece testamento; lasciò erede di tutto il suo i poveri, e non diede un solo centesimo a Grazia, perchè il suo danaro non entrasse, per via del lotto, nella cassa del re di Napoli. Morì coi ferri ai piedi, dopo aver passato tre anni al bagno, non però tanto tristemente, poichè trovò un compagno di pena molto dotto che gli insegnò il sanscrito. Poco fa si pose il suo busto all'Annunziata, che ora è un ospizio di primo ordine.

Io poi, fui a lungo il più infelice, o, per meglio dire, il più irritato degli uomini; tu m'hai visto in uno dei miei accessi di furore. Come tutti coloro che hanno avuto un rivale preferito, divenni scettico, sarcastico, imprecai contro tutte le donne. Ci volle molto tempo prima che la mia povera madre riuscisse a calmarmi ed a consolarmi. Mi ripeteva che avevo torto di essere addolorato; che non avrei potuto amare a lungo Grazia, che Grazia non avrebbe potuto mai comprendermi, e che era meglio, in ogni caso, essere disilluso prima che dopo, rompere a tempo piuttosto che troppo tardi. Mi parve allora questa una sapienza volgare; ma riconobbi più tardi col principe, che le donne oneste vedono le cose meglio di noi. Dio sa quello che fa, e fa tutto a fin di bene.


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