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Quattro anni di vita in Italia, cominciò Arnaldo, mi avevano resa la salute: mi trovavo a Roma in uno degli anni tra il 1860 ed il 1865, era primavera; vi chiedo il permesso di non precisare le date. Ero spesso con dei cardinali, con degli ex-ufficiali di Lamoricière, con alcuni gentiluomini siciliani, tutte persone sfaccendate che amavano divertirsi, ma devote e legitimiste. Io acquistai le loro opinioni per non perderle che molto tempo dopo, mi trovavo allora in un'età nella quale si è assolutisti perchè non si hanno grandi viste; amavo del resto i vinti e le duchesse. Cercavo emozioni, bruciavo dalla voglia di segnalarmi con imprese gloriose, in un costume pittoresco. Avevo fatta la conoscenza di un belga e di un tedesco che avevano lasciato il loro paese per andar a conquistare il regno delle Due Sicilie. Il primo era un giovanotto convinto, sentimentale, che se ne stava delle buone ore in disparte, cogli occhi fissi su una ciocca di capelli biondi; l'altro aveva quattro decorazioni e faceva stampare dei proclami realisti. Mi presentarono ad un comitato di prelati e di ufficiali superiori che sedevano dietro una lunga tavola sotto la presidenza d'un generale. Al mio ingresso quei personaggi continuarono la loro conversazione; disputavano sull'opera della sera prima. Dopo un quarto d'ora il generale inasprito dalla discussione voltò le spalle all'arcivescovo e ci chiese cosa volevamo. Io fui presentato quale volontario francese, che desiderava rimettere Francesco II sul trono di Napoli; il generale torse il muso e ci dichiarò che il comitato non aveva più danaro. – Io non ne domando, – gli dissi con alterigia; – ne porto.
Immediamente la faccia del guerriero si fece raggiante, i tratti del viso che erano rivolti in basso si sollevarono; i suoi mustacchi che parevano un sesto acuto, si rialzarono allegramente come il tetto d'una pagoda chinese. Egli mi conferì su' due piedi un brevetto di maggiore, e mi alleggerì d'un migliaio di franchi. Questo danaro, del quale mi diede ricevuta, era rimborsabile cogli interessi dopo la restaurazione di Francesco II.
Quindi ci separammo, uno andò da una parte ed uno dall'altra, per servire il trono e l'altare; il Belga colla sua ciocca di capelli, il Tedesco coi suoi proclami e col suo bastoncino.
Seppi che un comandante spagnuolo, vecchio carlista, accampava alla frontiera con un esercito; mi presentai a lui col mio brevetto di maggiore. Lo trovai solo in una casa rustica; era sabato sera e l'esercito in libertà s'era sparpagliato per le osterie e pei casali vicini. Scopersi più tardi che l'esercito si componeva di duecento e cinquanta uomini, quasi tutti ufficiali superiori. I soldati semplici, poco numerosi, non servivano che a lustrare gli stivali. Lo spagnolo m'accolse abbastanza male a cagione del mio brevetto; non aveva battaglioni da offrirmi. Io mi dichiarai disposto a seguire come semplice soldato la prima spedizione; mi rispose, un po' imbarazzato, che acconsentiva volentieri. Stava scandagliando un fiumicello che separava lo Stato pontificio dal Regno delle due Sicilie. L'operazione durava da più mesi, e si era lontani le mille miglia dal fare la spedizione. L'esercito non vi credeva più, fumavano tutti e giuocavano alle carte. Questo lo seppi da un cappuccino, che mi fermò senza complimenti appena ebbi lasciato lo spagnuolo.
– Voi non mi conoscete, – mi disse egli, – io fui servitore di piazza a Napoli, e quattro anni fa vi condussi al Vesuvio ed a Pompei.
– Piriquacchio! – esclamai.
– Proprio lui! Io era già nell'ordine e mi camuffavo da cicerone per semplice curiosità, volevo vedere se gli stranieri erano fatti come noi. Voi m'avete piaciuto perchè ammiravate senza consultare la guida. Allora eravate malato, vi predissi la guarigione andando ogni mattina a piedi a bere dell'acqua fresca alla fontana di Mergellina. Avete seguito il mio consiglio, e ne foste contento. Ed ora venite con me all'osteria, c'è della selvaggina e del vino d'Orvieto, qualche cosa di buono, ve ne do la mia parola.
Seguii l'ex-cicerone Piriquacchio, in religione padre Giacinto.
Era un bell'uomo di trent'anni, con una lunga barba; ben tonsurato, molto colorito in volto, aveva lo sguardo d'un giudice istruttore, ma la bocca sorridente e cordiale. Non mi ingannò, tanto il vino che la selvaggina erano eccellenti.
– Voi volete adunque, – mi disse, – combattere il Piemonte. La vostra è un'idea come un'altra, non voglio distorvi dal vostro proposito, perchè al mondo va bene provar tutto, e perchè le fatiche e i pericoli portan profitto. Non avete nè moglie, nè madre, nè sorella, andate dunque e Dio vi accompagni. Io non faccio mai questione di partito; la vita m'ha provato che le opinioni di ciascuno sono tante maniere particolari d'ingannarsi; vi dico solo che se volete combattere non dovete restarvene qui. Lo spagnolo non scandaglierebbe tanto il fiume se avesse la minima intenzione di attraversarlo, voi rischiereste di starvene in questo sito tutto l'anno, colle mani in mano, esposto a tutte le noie, a tutti i pericoli di un ozio malsano. Badate dunque a me, passate la frontiera e raggiungete una delle comitive che battono la campagna. Vi accompagnerò io stesso, e partiremo, se volete, domani sera. Vi presenterò ad un capo mio amico, buon giovane se si vuole, benchè sia innamorato cotto d'una fanciulla di nome Carmela, che gli farà passare dei brutti quarti d'ora. Proverete delle emozioni, e vi divertirete, vedrete delle cose nuove per voi, e l'aria buona dei monti respirata a larghi polmoni vi darà salute per cent'anni; guardatevi però dall'osservare troppo Carmela.
Io non faccio che riassumere qui le parole del padre Giacinto che parlava volentieri, e cospargeva i suoi discorsi di riflessioni morali. Mi guardai bene dall'interromperlo, perchè mi insegnava molte cose ed aveva una folla di teorie che mi davano a pensare; ma tutto ad un tratto l'orologio del vicino villaggio che annunciò non so con qual rumore che mezzanotte stava per suonare, gli tolse la parola. Immediatamente il cappuccino si mise a mangiare ed a bere con un'avidità che m'impaurì; io tentai invano di rallentare la foga impetuosa delle sue mandibole. Mi fece segno di tacere, o piuttosto di non forzarlo a parlare. Suonò mezzanotte, ed egli s'arrestò di colpo colla bocca aperta e colla forchetta in aria.
– Eccoci a domenica, – mormorò; – ho da dire la messa e bisogna che la dica a digiuno, come prescrive la regola.
A sera partimmo. Traversammo a piede asciutto il fiume che lo spagnolo stava scandagliando: non potei scorgervi una goccia sola d'acqua. Il viaggio fino a mattina fu una vera gita di piacere; ci inoltrammo per sentieri montuosi, in una temperatura fresca, sotto un cielo stellato. All'alba arrivammo ad una strada maestra; il padre Giacinto s'arrestò davanti ad una croce ch'era ivi per fare le sue devozioni. Io non volli disturbarlo; continuai il cammino a passo lento, poi svoltai a sinistra dove la strada faceva un gomito, e giunto ad un bellissimo ponte che scavalcava un fossato, distesi la mia carta sul parapetto per sapere dove eravamo. Fui distratto durante questa operazione da uno scoppiettare di fucili; alcune guardie nazionali allineate alle due estremità del ponte mi prendevano di mira, e l'ufficiale mi gridava: «Faccia a terra!» Mi credei perduto. Ero vestito da brigante di melodramma, avevo una rivoltella alla cintura, ed una carabina in spalla, mi trovavo solo, anzi peggio, con un monaco probabilmente sospetto, in un paese sottomesso al re di Piemonte, portavo il brevetto di maggiore al servizio del re di Napoli. Io ebbi allora, per usare una frase rettorica, l'eroismo della disperazione, incrociai le braccia sul petto e gridai: Fuoco! Soltanto più tardi pensai che questo eroismo non m'esponeva a nessun pericolo, le guardie non avrebbero potuto obbedire al mio comando che tirando le une contro le altre. Il cappuccino che aveva terminate le sue devozioni, si precipitò verso di noi agitando le braccia e gridando con quanta forza aveva:
– Fermatevi, disgraziati, quel signore è con me.
– Padre Giacinto! – esclamarono i cittadini armati, ed alzando i fucili s'affollarono attorno al monaco, baciandogli le mani, le maniche ed i lembi della tonaca, poi l'ufficiale mi s'avvicinò, si stemperò in scuse che non compresi, perchè s'ingegnava a farmele in francese. Io compresi meglio i suoi gesti: mi lanciò dei baci inchinandosi fino a terra. Quelle buone persone vollero accompagnarci fino ad una borgata dove ci costrinsero gentilmente a mangiare con loro delle pastine in brodo senza burro e senza formaggio: valevano assai poco, ma erano offerte con tanto buon cuore!
– Queste guardie nazionali, – mi disse il padre Giacinto, quando esse ci ebbero lasciati, – sono persone onestissime; se le avrete da combattere non prendetele di mira, ne avrei un gran dispiacere. Mi sono molto affezionate perchè li guarisco con certe erbe, delle quali so il segreto; porto loro dei sigari dello Stato pontificio, e do loro dei numeri da mettere al lotto. Io sono amico di tutti, ciò non deve sorprendervi, l'esperienza che ho della vita mi ha reso indulgente. Voi, uomini del settentrione, avete una linea invariabile di condotta, e questo lo dovete agli studi classici ed ai pasti regolari; ma tra i monti gli uomini sono incolti e nutriti male, e devono transigere colla natura. Per essi il furto non è sempre una cattiva azione, e l'assassinio è spesso un semplice moto istintivo. V'ha chi vive lassù intere stagioni solo, isolato, colle sue capre, che non ha certo più nulla di umano; e non può esser tenuto in freno che dalla paura dell'inferno, finchè non si potrà guidarlo con una buona cucina.
Eccovi una delle teorie preferite dal cappuccino; il quale non possedeva che due libri e li aveva sempre con sè, il Nuovo Testamento ed il Perfetto cuoco, tradotto dal francese ed arricchito da lui con note e commenti.
– Il Perfetto cuoco, – mi diceva, – è un mirabile strumento di incivilimento; è la prima opera che si dovrebbe porre in mano ai selvaggi. Cesserebbero di mangiarsi l'un l'altro quando comprendessero che la carne umana ha un pessimo sapore. Nel Nuovo Testamento poi, io trovo una gran verità, che non esistono cioè nè buone nè cattive azioni; tutto dipende dalla carità che mettiamo nel farle, l'importante è di temere Iddio e d'amare gli uomini. Perciò io non disprezzo tanto i ladri, poichè ve ne possono essere di buoni, e nemmeno coloro che tagliano le orecchie ai loro simili come fece San Pietro a Malco. La cucina e la religione, ecco i due veri mezzi per incivilire questo bel paese. Perciò non ho molto fiducia nei Piemontesi, essi molestano i preti e mangiano polenta.
Così discorrendo si camminava, si saliva sempre. Verso mezzanotte arrivammo davanti una casa isolata nella montagna. Padre Giacinto aperse una porta con un calcio e con passo sicuro s'avviò per un andito oscuro, giunse ad una scala, salì un piano e mi condusse per mano fino ad una finestra, che s'affrettò ad aprire. Una lanterna posava sul pavimento in un angolo della stanza; dopo averla accesa, il frate la sporse dalla finestra, la alzò e l'abbassò, la portò a destra ed a sinistra come se facesse il segno della croce, poi si mise a camminare a ritroso tenendo sempre la lanterna davanti a sè. Pochi minuti dopo un focherello brillò sulla montagna e scese verso di noi.
– Sono loro, – disse il cappuccino, – vengono; ci vorrà un'ora, prima che siano qui. Intanto vi voglio dare qualche schiarimento. Il capo della banda, che vedrete tra poco, è detto Trombaldi dai piemontesi, Trombardo dai romani, Trummardu dai siciliani; io pronuncio il suo nome alla romana. È un buonissimo diavolo quando è di buon umore, ha un brevetto di capitano e dipendeva tempo fa da Chiavone, che dipendeva alla sua volta dallo Spagnolo; ma dacchè lo Spagnolo ha fatto fucilare Chiavone che non voleva ubbidirgli, Trombardo non dipende da nessuno; lavora per proprio conto e prende sul serio la sua missione. Ecco perchè vi indirizzo a lui, è l'ultimo borbonico che tiene ancora la campagna. Sotto il vecchio regime sua madre era stata rovinata da un usuraio che le imprestava di tanto in tanto uno scudo, ed esigeva cinque soldi alla settimana d'interesse. Quando in casa tutto fu sfumato, Trombardo che s'era fatto grande, uccise con una pugnalata l'usuraio e si lasciò pigliare. Gli fu aperta la prigione e potè uscire quando Garibaldi prese il Regno di corsa, scacciando davanti a sè il Re, l'esercito, i birri ed i carcerieri. Trombardo aveva in orrore gli usurai ed i borghesi. Li chiamava i galantuomini, i signori, e questa parola era per lui la peggiore delle ingiurie che si potesse fare agli scellerati della peggiore specie. Si fece garibaldino immaginandosi che gli eroi popolari sarebbero venuti a combattere i ricchi, ed a dar pane alla povera gente, vestì adunque la camicia rossa e si battè da coraggioso davanti Capua. Alla battaglia sul Volturno s'acquistò il grado di capitano, io ero presente e vi assicuro che non l'ha carpito. Partito Garibaldi, Trombardo sperava di entrare nell'esercito regolare e di conservare il suo grado; si esaminarono i suoi antecedenti e si volle metterlo in prigione. Era allora appena giunto il re di Piemonte, il re galantuomo. «Capisco, – disse Trombardo, – il re galantuomo, il re signore, il re dei ricchi.» Sgattaiolò dalle mani della polizia e fuggì a Roma, dove lo si rifece capitano; da quel tempo egli batte la montagna con una dozzina di uomini arditi che non l'hanno mai lasciato. Qualche volta, la sua banda ingrossa, specialmente a primavera, in grazia dei dilettanti che esercitano il mestiere nelle ore perdute. Ha avuto al suo comando più di duecento combattenti, fu allora che fece il suo colpo da maestro: s'impadronì d'una piccola città, destituì il sotto-prefetto e nominò me a quel posto. Per fortuna io ero lontano e questa imprudenza non m'ha per nulla compromesso; poi abbattè tutti gli stemmi di Savoia e vi sostituì i gigli, fece pagare somme esorbitanti a tutti i galantuomini borbonici e liberali che potè prendere, e si recò in processione in chiesa, dove fece cantare il Te Deum. Il dì appresso, pubblicò un decreto col quale liberava i debitori dall'obbligo di pagare le somme ricevute, ed imponeva ai creditori la restituzione degli interessi già incassati. Per tre giorni rimase padrone della città; le truppe che si trovavano a due ore di là, non furono avvertite che al quarto giorno, non dalle autorità destituite che s'erano rimpiattate nelle cantine, ma da un creditore danneggiato, che stimava più il suo denaro che la sua pelle. I bersaglieri accorsero, ma Trombardo avvisato a tempo non credette opportuno d'aspettarli, e ritornò alla montagna, conducendo seco una fanciulla datasi a lui per ammirazione. Si soppressero i gigli, vi si sostituì la croce di Savoia, le autorità uscirono dalle cantine, e all'arrivo dei bersaglieri, la popolazione che aveva gridato Viva Francesco II! gridò: Viva Vittorio Emanuele! L'unica vittima di questa impresa, fu il povero curato che aveva cantato il Te Deum. Fu messo in prigione, e si ebbe torto; egli non aveva convinzioni, gliene affibbiarono una. Se lo avessero pregato di cantare nuovamente il Te Deum in onore dei bersaglieri l'avrebbe fatto di tutto cuore. Eccovi le gesta di Trombardo. Vi raccomando di parlargli con molto rispetto: adulandolo un poco, lo si mena per il naso; guardatevi sopratutto dal far sentire troppo il vostro grado di maggiore. Se il capitano sospettasse un solo momento che voi volete carpirgli il comando, avreste forse da passare un brutto quarto d' ora. Ed ora ascoltate un'ultima raccomandazione: voi francesi avete l'abitudine di susurrare paroline dolci all'orecchio delle ragazze; guardatevi dal farlo nel mondo in cui state per entrare. Trombardo è innamorato come un gatto e geloso come un turco; se vi viene il ticchio di guardare Carmela troppo da vicino, è capace di rompervi la testa. Non dimenticatelo.
Gli uomini della montagna arrivarono, bizzarramente vestiti con costumi a vari colori. Portavano cappelli appuntiti, kepì, penne di cappone, tuniche rosse, cappotti da militari, vestiti da contadini, brache di pelle, calzoni alla ussera, uose, stivali alla scudiera, sandali antichi fermati con delle coreggie; al lume della lanterna messa in terra, scorsi anche qualche piede nudo. Il capo baciò la mano a Giacinto, gli altri, come avevano fatto le guardie nazionali, baciarono le maniche, i lembi della tonaca, ed il cappuccio. Il monaco in mezzo alla banda distribuiva benedizioni a destra ed a sinistra.
– Priammo, figlioli, – disse poi. – Tutti si, inginocchiarono; Giacinto alzò gli occhi al cielo, pronunciò un'orazione che, benchè detta in dialetto compresi benissimo, e trovai molto bella. Terminata l'orazione, egli prese il capo in disparte e gli parlò sottovoce per più di un quarto d'ora, volgendo più volte gli occhi dalla mia parte. Compresi che si trattava di me, e cercai di prendere un fare disinvolto. I montanari mi guardavano alcuni con rispetto, altri motteggiando la mia alta statura.
– Zitti! – gridò Trombardo. Tutti tacquero. Poco appresso ci rimettemmo in cammino. Prima di lasciarmi nelle mani dei montanari, Giacinto volle fare ancora qualche passo con me.
– Come vedete, – mi disse, – ho degli amici molto differenti. «Entra da per tutto e non rinchiuderti in nessun luogo,» ha detto un saggio; è l'unico mezzo di studiare l'umana belva e di farle un po' di bene. Penetrando così in tutti i campi posso fare del bene, prevengo sopratutto lo spargimento di sangue. Ho impedito finora l'incontro dei montanari colle guardie nazionali; spavento lo Spagnolo che non varcherà mai la frontiera, riduco la guerra civile all'aggressione di qualche diligenza, ed al saccheggio di qualche casa, ciò che non è poi gran male. Vedete l'uomo che cammina davanti a me? Non ha commesso un solo assassinio da quando è capo banda. Avete visto come lo tengo in freno colla religione; se potesse amare la buona cucina diventerebbe l'uomo più mite del mondo. Il giovanotto che gli cammina a fianco con cappello all'ungherese e vestito di velluto, è la sua Carmela. Comprendo benissimo quello che dicono, ho buone orecchie; sono molto allegri, si burlano di voi. Egli vi paragona all'albero d'un bastimento, al campanile d'una chiesa; sostiene che tornando a casa voi dovrete lasciare le gambe fuori della porta, altrimenti non ci stareste in letto. – In conclusione ti piace? – le chiede Trombardo. – Beh! – risponde, – non o vurria manco pe pulce (non lo vorrei nemmeno per pulce). – Questo non mi dispiace, Carmela è una furbacciona; vuol rassicurare il pover'uomo che mena per il naso. Egli mi sembra molto soddisfatto, voi non avete da temere la sua gelosia. Ma guardatevi bene! Se vi capitasse la disgrazia d'innamorarvi di Carmela!...
Poi Giacinto chiamò il capo, che tornò indietro con tutta la banda; nuovi baciamani, nuove benedizioni distribuite ai montanari; nuovo scambio di salamelecchi, di parole efficaci; poi il cappuccino m'abbracciò con effusione e se n'andò solo soletto.