Marco Monnier
Novelle napoletane
Lettura del testo

CARMELA

III.

«»

III.

Il appresso verso mezzogiorno, tutta la banda ritornò all'ovile, conducendo seco due prigionieri, uno già vecchio e più morto che vivo, portato su una specie di barella, l'altro molto giovane che camminava appena, e spinto dagli uni, tirato dagli altri, si lasciava andare a destra e a sinistra, come se non gli fosse possibile reggersi in piedi. Era pallido e aveva gli occhi chiusi; gli slegarono le braccia, egli cadde lungo disteso, profondamente assopito sopra i muschi. L'avevano arrestato il giorno prima in una diligenza partita da X.... diretta ad una stazione ferroviaria. Da allora aveva camminato quindici ore nei suoi stivaletti verniciati, molto piccoli, adatti appena ai tappeti dei salotti signorili. Le suole erano foracchiate, i calzoni bianchi macchiati di segni rossi; la cravatta sgualcita attestava che il ragazzo era stato preso per la gola. Il suo cappello copriva abbastanza male il capo d'uno dei bifolchi che l'accompagnavano. Aveva un dito scorticato, dallo sforzo fatto per strappargli un anello. Steso sull'erba, bianco come il marmo, la sua testa in una cornice di capelli biondi e ricciuti pareva d'un Adone. Avrebbe fatto le delizie d'un pittore o d'uno scultore.

– Che bella cosa! – gridò Tartaglia, il quale benchè acciarpone, aveva un occhio giusto e un vivissimo sentimento del bello.

Povero giovane! – sospirò Carmela, guardando me. Pensava di ingelosirmi; ma l'effetto fu prodotto invece sul capitano, che nascose gli occhi nelle sopracciglia, e strinse il labbro inferiore tra i denti.

Il giovanotto aveva nome Angelo; suo padre ex-magistrato, era stato lui a far condannare Trombardo a vent'anni di ferri dopo l'assassinio dell'usurajo. Il giudice Paglietta (naturalmente io cambio il suo nome) era giunto alla magistratura mercè la sua abilità d'avvocato. Molti bei tiri suoi sono rimasti celebri nel paese; ve ne cito uno tra mille.

Un giorno, uno straniero in procinto d'abbandonare Napoli, fu arrestato sul battello a vapore. Un preteso creditore reclamava da lui una forte somma di danaro che sosteneva avergli prestato, e presentava una ricevuta in piena regola e sei testimoni i quali avevano visto coi loro propri occhi lo straniero ricevere il danaro. Il disgraziato dovette ridiscendere al porto, e corse dal console del suo paese, che gli disse sorridente:

Brutto affare! non avete che un unico mezzo per cavarsi d'impaccio; rivolgetevi all'avvocato Paglietta.

Così fece; ma prima che finisse il suo racconto l'avvocato esclamò:

– Avete sbagliato strada, mio signore; sono io che devo difendere il vostro avversario.

– Ma il mio avversario è un furfante.

– Lo so bene.

– Ed un falsario.

– È probabile; ma non bisogna intentargli un processo criminale. È locatario del magistrato che deve giudicarvi, egli darebbe torto a voi per non mandare l'altro in galera; altrimenti il terzo piano della sua casa che minaccia di cadere, resterebbe disabitato per una diecina d'anni.

– È quindi necessario che io perda i dieci mila ducati che mi chiede?

– Non ne perderete più di trecento se avrete fiducia in me.

Parlerete voi contro il vostro cliente?

Lasciate fare a me.

Venne il giorno del processo: il creditore produce la falsa ricevuta ed i sei testimoni, i quali giurarono sul vangelo che i diecimila ducati erano stati sborsati alla loro presenza; ma subito dopo comparvero altri dodici testimoni che giurarono sullo stesso vangelo, che alla loro presenza la somma era stata restituita, e l'avvocato del forestiere (che era d'accordo con Paglietta) mostrò la ricevuta del creditore che fu condannato alle spese. Paglietta divenne sostituto del procuratore del re, in un tribunale di provincia; in quel posto si fece molto onore e fu nominato cavaliere di San Gregorio e di San Ferdinando. Quando vennero i Piemontesi, cambiò di santi, e diventò partigiano di Maurizio e di Lazzaro. Era milionario, ed i suoi milioni posavano al sole nella Terra di Lavoro.

Assicuratosi così l'avvenire, Paglietta volle fare di suo figlio un uomo onesto: un padre non vede quasi mai di buon occhio che il figlio faccia il proprio mestiere. Angelo si nutrì di Plutarco e dei moralisti latini. A sedici anni parlava cinque lingue viventi e comprendeva il greco! a diciassette lesse da solo tutto Hegel, e cominciò a studiare il sanscritto, a diciotto pubblicò una confutazione di Schopenhauer. Questa voracità gli produsse un'indigestione di sapere; ma lo salvò dalle donne che lo avrebbero amato troppo in un paese dove i biondi sono rari.

Suo padre che in vita sua non aveva amato nessuno, gli voleva un gran bene. Trombardo lo sapeva, e scelse il mezzo migliore per vendicarsi. I ricatti non riescono sempre. A questo giuoco arrischiato bisogna esser sicuri del fatto suo, non si rapisce il primo venuto; o che ne varrebbe la pena? I montanari non odiano che i ricchi, e quello ch'essi ricattano è stato tenuto d'occhi da un pezzo. Essi hanno spiato i suoi passi, conoscono i suoi progetti ed i suoi affari e sanno a che ora deve attraversare la parte imboscata della strada. Al mio tempo avevano anche comperato dei postiglioni, che li avvertivano da lontano facendo schioccare la frusta. Se la frusta schioccava sette volte, voleva dire che la preda aspettata si trovava nella diligenza; in tal caso gli aggressori uscivano dall'imboscata, e, per maggior sicurezza si mettevano davanti ai cavalli. Allora scoppiava il noto grido: «Tutti fuori, e faccia a terra

Così era stato rapito il povero Angelo, che accompagnato da un vecchio servo andava a Napoli dove contava di studiare contemporaneamente il diritto e la medicina. Gli aggressori si erano accontentati di prendere loro due, trascurando gli altri viaggiatori, sorpresi di potersela cavare così a buon mercato. Io però credo che i dilettanti che seguivano la banda, abbiano portato via qualche valigia, una almeno per il diavoletto nero, benchè il capo avesse proibito l'assassinio ed il furto, eccetto in caso di necessità.

Così la pensava anche il paladino Rinaldo:

Disse Rinaldo che non è vergogna
Rubare e assassinar quando bisogna.

La spedizione essendo finita, Trombardo congedò i volontari; si chiamavano così i dilettanti; e spedì un messo al padre Giacinto incaricandolo di regolare il riscatto. A questo fine, dettò una lettera a Tartaglia che gli serviva da segretario, e al quale io serviva da confidente. Quell'artista sbagliato mi confidò un mondo di cose: mi narrò che Trombardo domandava al giudice duecentomila franchi in oro, un orologio remontoir di Ginevra a ripetizione, un cannocchiale, del quale designava la lunghezza ed il valore, aggiungendo che si trovava a Napoli dall'ottico bavarese in via Toledo; finalmente un fucile Chassepot, una rivoltella Lefaucheux, uno spazzolino da unghie ed uno specchio. Questi due ultimi oggetti erano stati aggiunti in un poscritto, essendo entrata Carmela nella caverna, quando si stava per chiudere la lettera. Essa ritornò subito portando pane e vino al bel giovane che s'era appena destato, poi corse nel bosco a cogliere per lui delle fragole.

– State meglio? – chiesi io al prigioniero, che girava in tutti i sensi i suoi begli occhi dolci e bagnati di lagrime.

Dove sono? – mi chiese egli in francese. Dalla pronuncia egli aveva compresa la mia nazionalità.

– Voi siete da persone che, v'accerto, non vi faranno alcun male.

– E Domenico?

Il giovane cercava il suo servo che non era ancora tornato in . Volle alzarsi «per rivederlo – egli disse – prima che lo si seppellisse,» ma i suoi piedi gonfi e sanguinolenti non potevano più sostenerlo. Ricadde subito mandando un grido di dolore. Io presi il mio coltello, e strappai i bottoni de' suoi stivaletti.

Grazie, – mi disse, – voi siete buono. Ma Domenico?

Andai dal vecchio. Egli aveva gli occhi socchiusi e respirava debolmente.

– Mi vedete? – gli chiesi.

Egli abbassò il mento sul petto.

– Potete camminare?

Fece segno di no.

– Volete bere?

Egli fissò diffidente lo sguardo su me. Io presi la mia fiaschetta contenente un po' d'acquavite, ne misi il collo in bocca a Domenico ed ebbi la gioja di veder in un istante rianimarsi i suoi occhi.

– È salvo! – gridai al giovanotto.

– Vieni, – disse questi, – vieni, Mineco mio, io non posso alzarmi.

Il vecchio, che non aveva ferite, fece qualche passo appoggiato al mio braccio, e ad un bastone che gli misi in mano. Egli sedette vicino al padrone, poi li lasciai soli.

Carmela ritornò colle fragole e corse ad offrirle al giovane, guardandomi colla coda dell'occhio.

Magna, poveriello mio, – gli disse in modo carezzevole sottolineando le parole.

– Prima al vecchio, – disse Angelo.

Domenico mangiò di buon appetito, e parve in breve riconfortato. In questo frattempo Carmela non cessò d'andare e venire, con uno zelo irrequieto che attirava l'attenzione. Prese quanto potè trovare sotto le mani; un sacco di farina, un fascio di fieno, il mio zaino, e ne fece una spalliera pel giovane, corse poi alla fonte e tornò con un bacino d'acqua fresca; inginocchiata sull'erba, si mise a lavare ed a fasciare i piedi di Angelo e a riscaldarli col suo fiato; i capelli sciolti – quei capelli si scioglievano sempre – le scendevano tutt'intorno, sul suolo erboso. Tartaglia che in quell'istante, seguito da Trombardo, usciva dalla caverna, alzò le braccia come due punti ammirativi, ed esclamò mostrandomi il quadro:

Santa Maria Maddalena! peccato che il ragazzo sia tanto giovane! Somiglierebbe a Gesù, il più bello degli dei.

Ma Trombardo non amava la pittura, e meno ancora i quadri viventi, ed urlò uno di quei famosi ohe! che facevano tremare tutta la banda. Carmela balzò in piedi e lo guardò in faccia dicendo: – Che d'è? (Che c'è?)

Essa sfidò lo sguardo fiammeggiante del padrone, con un fare così audace ed altezzoso che Tartaglia esclamò:

Stupenda.

Va bene, – borbottò il capo, abbassando la fronte, e Carmela gli passò davanti, senza staccare gli occhi da lui, poi saltò su una roccia, per guardarlo da più alto. Allora incrociando le braccia si mise a cantare una canzone, che faceva il giro del mondo e che era giunta fino sulla montagna:

La notte tutti dormono
E io che vuò dormire
Pensando a lo mio bene
Mme sento scevolire.
Li quarti d'ora sonano
A uno a dduje a tre,
Io te voglio bene assai
E tu non pienz a me.

Trombardo aveva abbassata la testa ma si mostrò crucciato fino a sera, e sfogò la sua rabbia su tutti, specialmente sul povero Angelo; lo separò da Domenico, e lo mandò nel sotterraneo con proibizione di uscirne. Accese la pipa, la lasciò spegnere dieci volte, e finì con gettarla su una pietra che la ruppe in tre pezzi. Non bastandogli questa vendetta, calpestò sotto ai tacchi quei poveri rottami di terra cotta. Poi camminò per quattro o cinque ore senza tregua, in uno spazio di cinque o sei metri, respingendo coi piedi tutto ciò che trovava sul suo cammino.

Il fascio di fieno, il sacco di farina ebbero molto a soffrire da questa burrasca, io corsi a raccogliere il mio zaino prima che fosse lanciato come una palla al disopra della foresta. Finalmente il capitano andò a coricarsi senza cenare e senza dare a nessuno la buona sera. Allora tutta la banda, che non aveva aperto bocca durante quella passeggiata furibonda scoppiò di sottecchi in un riso argentino, che pareva un bisbiglio. Io approfittai di questo momento per avvicinarmi a Carmela. Essa era seduta sulla roccia, colle gambe penzoloni, le braccia in aria, e faceva schioccare le dita a modo di nacchere, mentre cercava di imitare colla voce il tintinnio ed il rullo del cembalo. Io le feci osservare che colla sua imprudenza essa comprometteva, non solo stessa, ma anche il giovane prigioniero, che lo esponeva ad ogni cattivo trattamento e forse alla morte. Mentre io parlavo essa precipitò il movimento e la cadenza della sua tarantella. Quando ebbi finito s'interruppe bruscamente e mi disse con voce rauca e fregando l'indice sui denti:

– Tu sei geloso! Arraggia!

Si dice che la notte porta consiglio. Il domani mattina Trombardo ebbe un'idea luminosa; mi disse:

Prendete quel giovanotto e non abbandonatelo; tenetelo lontano più che potete di qui, potrete condurlo in giro pel bosco da mattina a sera, non lasciatelo però scappare, voi rispondete di lui sulla vostra testa.

Io fui lieto d'avere questo incarico, e passai intere giornate in compagnia del gentile giovanotto. Egli era molto ingenuo, e pieno d'illusioni non ostante il suo sapere; non credeva a Dio al diavolo, e mi provava con frasi tradotte dal tedesco che Gesù Cristo non era mai esistito. Pareva che ci tenesse molto a questa opinione, e vi ritornava con un'insistenza, che mi divertiva; mi sono sempre piaciute le idee fisse. Invece credeva pienamente nell'Italia e negli Italiani, adorava Garibaldi, Mazzini, il re di Piemonte ed il conte di Cavour. Per lui Alfieri era il primo scrittore di tragedie, Goldoni il primo commediografo, Manzoni il primo romanziere, Leopardi il primo poeta elegiaco; non aveva trovato in Hegel nulla che non ci fosse anche in Gioberti. Secondo lui i francesi erano leggieri e superficiali; faceva un'eccezione per Proudhon ed Augusto Comte; stimava pure Paul de Kock i cui romanzi gli parevano ben scritti. Non aveva letto Molière perchè lo trovava triste, attribuiva al ginevrino Toepffer Il lebbroso della città d'Aosta, avendolo letto nei viaggi della signora Fanny Lewald. Non essendo uscito mai dalla Terra di Lavoro, non conosceva gli uomini le donne, le grandi le piccole passioni, le lotte della vita nulla di tutto ciò che bisogna mettere da banda o schivare per raggiungere la meta. A Napoli dove lo mandavano sarebbe stato più in pericolo che sulla montagna. Aveva inoltre un'anima così bella, ed una spensieratezza che sorprendeva me, che pure non ero ancora uscito dallo stato di sbalordimento. Pareva non sospettasse punto che la sua vita era in pericolo, e non mi rivolgeva nessuna domanda sugli abitatori della caverna. Gli bastava sapere che erano briganti e l'avevano ricattato. Pareva non l'impensierisse che l'inquietudine di suo padre.

– Sono certo che è in pensiero, – mi diceva in un cattivo francese.

I capelli di Carmela avevano sfiorato i suoi piedi, senza che egli ne provasse la minima emozione, la credeva una serva che cercasse di guadagnarsi una mancia, più meno. Io gli offersi il mio fucile per cacciare nel bosco, mi rispose che le detonazioni delle armi da fuoco lo impaurivano. Ciò che gli stava più a cuore era la sua valigia piena di libri e di manoscritti. L'avevano rubata durante l'aggressione della diligenza? La troverebbe a Napoli? Mi chiese solo qualche libro; non ve n'era uno solo nel nostro quartiere. Lo stesso Tartaglia non possedeva che le quaranta prime pagine d'una grammatica che non gli aveva mai servito. Io trovai in fondo alla mia sacca la Mare au Diable di Giorgio Sand, scrittore francese, del quale Angelo non conosceva più del nome; poichè le sue critiche tedesche gli avevano detto che le opere di questa donna mancano di pregi e sono immorali. La testa d'Angelo somigliava ad una biblioteca di volumi scompagnati; ve n'erano molti, troppi, ma ne mancavano un centinaio, e proprio i migliori; questo succede sempre ai disgraziati che si istruiscono da soli. Angelo lesse cinque o sei volte la Mare au Diable, con interesse sempre crescente; dopo la settima lettura mi dichiarò che la trovava bella come le Georgiche. Piangeva d'ammirazione. Oh! come erano belle quelle lagrime! Le trovavo migliori di quelle che ci strappa la pietà.

Io voleva intanto salvare quel povero giovane, che con noi minacciava di finirla assai male. Trombardo non amava versare sangue, ma esecrava il nome di Paglietta, e si potrà dire quel che si vuole di male degli italiani del mezzogiorno, mai però rimproverarli di lasciar assopire in pace i loro vecchi rancori. Inoltre, il capitano era geloso, e Carmela aveva il gusto maligno d'irritare questa passione. Il riscatto richiesto non giungeva, ed i banditi avevano allora una strana maniera d'affrettare il pagamento dei loro crediti; tagliavano un'orecchia ai prigionieri e la mandavano in un involto ai parenti. La somma domandata era enorme; si sapeva che se il vecchio giudice amava suo figlio, amava pure i suoi quattrini. Feci dunque comprendere al mio filosofo, che farebbe cosa giudiziosa approfittando della prima occasione per scappare. Accompagnandolo fino all'estremità del bosco gli additai un sentiero molto erto e sassoso, il letto d'un torrente che discendeva in linea retta fino ai piedi della montagna, e di conduceva, attraverso i campi, ad un punto bianco che si vedeva staccare incerto dell'orizzonte. Quel punto bianco era un posto di carabinieri piemontesi, che, mal informati dai contadini, ci credevano nelle Calabrie. Angelo fece solecchio colla mano, e si mise a riflettere; io insistei energicamente, e finii con guadagnare la causa parlandogli di suo padre e dei suoi libri. Mi promise di scappare; ed io mi sentii libero d'un gran peso che m'opprimeva il cuore.

Prima di tutto però bisognava allontanare la banda, la fuga era impossibile sotto gli sguardi vigilanti di Trombardo. Pregai quindi il capitano di venire a far due passi con me nel bosco, e mentre Angelo ai piedi d'un faggio, leggeva per l'ottava volta la Mare au Diable, io condussi con me il comandante e gli parlai presso a poco in questi termini:

Caro capitano, le cose non procedono affatto bene per noi. Il danaro non viene, ed i viveri mancano, bisogna quindi mettersi in campagna. Per giunta, il vostro re conta su voi, ed i vostri soldati cominciano ad impigrirsi. V'ha di più, ho osservato che Carmela s'annoia; ebbene, voi che sapete tante cose, non ignorerete che una donna non deve mai annoiarsi.

– È vero, – disse il capitano.

– Bisogna adunque muoversi, ed io ho un'idea che voglio sottomettere al vostro sapiente giudizio. C'è alla frontiera uno Spagnolo il quale riceve molto danaro da Roma e perde il suo tempo a scandagliare il Liri. Secondo me, sapete cosa si dovrebbe fare? raggiungerlo, portargli via la sua banda, e condurla con noi. Così egli resterebbe solo, e noi avremmo un due o trecento uomini, partigiani del re, e non ladri, che non domandano di meglio che battersi. Con queste forze, chi lo sa? si potrebbero disarmare venti villaggi e prendere Sora dove gli abitanti ci sono tutti affezionati. Il re lo verrebbe a sapere, e nominerebbe certo voi al posto dello Spagnolo, a generale in capo dei suoi eserciti. Nello stesso tempo si condurrebbe con noi Carmela, che qui si annoia, e che sa maneggiare il fucile con molta grazia.

– Ed i prigionieri? – chiese il capitano.

– I prigionieri? Bastano due uomini fidati, per impedir loro di darsela a gambe. Questo qui, guardatelo un po', è un bambino che con un buffetto lo si farebbe cadere, l'altro, il vecchio, è una fiamma vacillante, un soffio la può spegnere. Lasciate qui a guardarli due giovani energici, per esempio, il sotto luogotenente e Fiascone: noi due partiamo cogli altri, e, quello che importa di più, conduciamo Carmela con noi.

– Non dubitate, – mi rispose Trombardo, che era un uomo risoluto.

Io aveva indicato a guardiani dei prigionieri il caporale Fiascone, e l'ex-muratore, i due più gran beoni della banda.

Bevevano tutte le notti: cominciavano appena il capitano aveva chiusi gli occhi, e non tralasciavano che più tardi quando il caporale, giungendo le mani, alzando le braccia al cielo, e strascicando il piede, come fanno i cantanti sulla scena, intonava la grand'aria della Lucia. Il sotto luogotenente ascoltava, e calde lagrime gli scendevano sulla guancia. Poi tutti e due cadevano vicini sul terreno, e all'aria aperta s'addormentavano profondamente per non riaprire gli occhi prima dello spuntar del giorno. Allora facevano sparire gli strumenti delle loro libazioni, e lemme lemme se ne tornavano in letto. Trombardo malissimo informato, come tutti quelli che comandano, non ne sapeva nulla.

Noi raggiungemmo Angelo che ci disse sospirando:

Peccato che non sia scritto in italiano.

Non pensava che alla Mare au Diable.

Avviandoci al nostro alloggio, vedemmo in lontananza una donna sotto una massa di capelli biondi che si pavoneggiava in una veste rigonfia contornata da più giri di gale; sembrava un apparecchio da fuochi d'artificio. Essa ci volgeva le spalle, ma quando le fummo vicini si voltò repentinamente. Era Carmela. Io diedi in una gran risata ed Angelo non la guardò nemmeno. La povera giovane aveva sbagliato l'effetto camuffandosi colle vesti d'una provinciale. Questo travestimento non impressionò che Trombardo, il quale sollevò il calcio del fucile. Stavolta Carmela fece un salto a ritroso, ed inciampando nelle sottane cadde in ginocchio. Il capitano disarmato si rivolse a me, e mi disse a bassa voce:

– Nevvero, la si direbbe una vera signora?

Questo incidente decise la nostra partenza, che seguì la notte stessa. Angelo mi bagnò le guancie nel darmi l'addio; nello stesso tempo mi strinse la mano con energia, e mi susurrò all'orecchio:

– A rivederci!

– Non qui, –– risposi.

Il capitano gridò: – In marcia! – e noi partimmo in fila ad uno ad uno, perchè la strada era cattiva.


«»

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA2) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2011. Content in this page is licensed under a Creative Commons License