Marco Monnier
Novelle napoletane
Lettura del testo

CARMELA

IV.

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IV.

Carmela, vestita da uomo, collo zaino sulla schiena ed il fucile in ispalla, pareva di buon umore. Andava scalza poichè gli stivali le davan fastidio, saltava sui ciottoli coll'agilità d'un capriolo, correva innanzi, e faceva salti arditissimi laddove noi discendevamo cauti per non cadere in un precipizio. Essa s'ostinava a starsene sempre sull'orlo come i muli, e di tanto in tanto fingeva di scivolare per spaventarci. Trombardo le gridava:

Bada, bada!

A un certo punto il burrone si chiudeva formando una gola, un ramo di quercia andava da una roccia all'altra ad un'altezza di cento piedi dal letto del torrente. A quell'ora, con quella luce incerta, pareva l'ala spiegata d'un gigantesco uccello nero.

– Se si passasse per ! – disse Carmela; – sarebbe più corta e si guadagnerebbero due ore.

– Sei matta! – esclamò Trombardo, – vuoi venir giù?....

Ma essa era già sul ramo, ed in piedi colla testa alta attraversò da un capo all'altro quel ponte tentennante. Noi restammo immobili a guardarla trattenendo il respiro; ci pareva che il minimo soffio dovesse farla precipitare.... Quando ebbe toccato terra esclamò:

Bandiera di Napoli!

Era il suo grido di trionfo, ed aggiunse:

– Se avete paura io ritorno.

Dovemmo ben fare come lei, noi uomini. Trombardo pel primo, poi ad uno ad uno tutti gli altri passarono a cavalcioni; io che chiudeva la marcia ebbi l'idea d'imitare Carmela passando in piedi. La mia figura alta sullo sfondo del paesaggio deve aver fatto un bell'effetto; ma scivolai al terzo passo e.... rassicuratevi, caddi a cavalcioni. I miei compagni, camminando senza voltarsi indietro, si erano internati in un bosco quando toccai l'altra sponda. Tuttavia una voce carezzevole mi chiese a bassa voce:

– Ti sei fatto male?

Carmela era al mio fianco, prese, non so come, il mio braccio sinistro, e posò la mia mano sul suo cuore che batteva fortemente. Camminavamo così quando tuonò il vocione del capitano:

– Dov'è la piccina?

Ella si gettò a sinistra e scomparve nel fitto del bosco. Trombardo fermatosi, aveva trattenuto ad uno ad uno tutti quelli che lo seguivano; quand'io venni ultimo c'era tutta la banda. Il capo parlava ansante, e balbettava quasi.

– Avete visto Carmela? – mi chiese.

– Non era davanti? – domandai io per schivare di dire una bugia.

Cerchiamo insieme, – riprese il capitano sempre più angosciato, – uno, due, tre, Carmela!

Cucù! – rispose una voce che veniva dall'alto d'un castagno.

– Che ragazza! – disse il capitano adirato, poi passandomi un braccio attorno al collo mi susurrò allegro:

– Per me, sono stanco dei suoi capricci, e se la voleste ve la darei volontieri. Peccato che vi detesti.

L'aria si fece più fredda, il cielo più pallido. Noi eravamo tutti stanchi e smorti.

Dormiamo qui, – disse il comandante.

Fu obbedito alla lettera, ve lo assicuro io. Ci coricammo tutti alla meglio, meno la sentinella che faceva guardia accovacciata su un albero.

Quando mi svegliai, il capitano dormiva a qualche passo da me, e Carmela fra noi due colla testa appoggiata sul mio petto. Io guardai un momento quel viso un po' duro ed arcigno, ma raddolcito dal sonno che le confaceva. Le lunghe ciglia fremevano leggermente, la bocca sorrideva, i capelli uscivano dalla reticella, il corpo aggomitolato pareva dicesse: – Come si sta bene così! – Io dimenticai tuttavia che quella era una donna; ovvero, siamo sinceri, mi rimproverai di non dimenticarlo. L'abito che essa portava mi irritava contro di lei e contro me stesso. Mi allontanai adagio adagio scivolando sotto la testa di lei un mantello che avevo vicino, poi mi internai nel bosco, ed andai a riposarmi un cento passi più in .

Fui svegliato da un colpo di fucile. I miei compagni fuggivano a gambe levate, dietro loro correvano due bersaglieri colla baionetta in canna. Sulle prime non compresi nulla; perchè questa fuga sbandata? I banditi erano undici, e non avevano contro che due uomini. Io osservai però che un bersagliere si voltava ogni tanto e soffiava nella tromba, ed uno squillo tremolante si diffondeva per tutto il bosco. Forse chiamavano soccorso, ma io aveva un bel guardare in tutti i sensi, girare il cannocchiale in ogni direzione, non vedevo venire nessuno. Tuttavia, quei due soldatini correvano sempre, e le penne di capone svolazzanti, e lo squillo che risuonava di tanto in tanto davan loro un non so che di allegro e di marziale.

Avevo due palle nella mia carabina, e sei cartucce nel mio revolver, avrei potuto senza fatica freddare quei due nemici che mi voltavano la schiena; non me ne venne nemmeno l'idea. Anzi, augurai loro buona fortuna. E poi venite a parlarmi di ciò che noi chiamiamo le nostre convinzioni. I due soldatini furono superati alla corsa; i montanari presero la via più cattiva e guadagnarono terreno, arrampicandosi su roccie sopra le quali correre era impossibile, poi disparvero completamente sull'orlo d'un precipizio. Nel frattempo Tartaglia era disceso dall'albero, dove aveva fatto sentinella; prima dell'arrivo dei bersaglieri egli si era addormentato e non aveva potuto dare l'allarme. Venne a me gridando come un'aquila rodendosi i pugni:

Sorpresi! – disse, – battuti da due uomini, perchè non erano più di due! Carmela che non ha paura di nulla, fuorchè dei bersaglieri, è scappata la prima, Trombardo dietro lei, e dietro Trombardo tutti gli altri. Noi siamo perduti, rovinati.... – Scappato! – continuò cambiando tuono quando giunse allo spazio sboscato che ci aveva servito da dormitorio. La banda aveva abbandonato tutto, perfino i viveri. Tartaglia fece una capriola, si sedette per terra e mi disse ridendo: – Facciamo colazione.

Si fece una buona mangiata sull'erba. I bersaglieri tornarono, scambiarono tra loro alcune frasi nelle quali predominava la parola sacrament. Giunsero inaspettati come avevano fatto la mattina; noi eravamo troppo occupati per udire il fruscìo dei loro passi sulle foglie. Quando ci furono vicini, guardai Tartaglia, che mi figuravo spaventato. Tutt'altro! Egli si alzò e disse colla massima gentilezza

– Volete favorire?

– Di tutto cuore, – disse l'uno dei soldati, ma l'altro più accorto, quello che aveva la tromba, girava sospettoso gli occhi. Tartaglia se ne accorse e prevenendo le sue domande disse colla massima pacatezza:

– Voi signori siete giunti a proposito e ci avete reso il più gran servigio; eravamo prigionieri di questi infami briganti, che voi avete respinti eroicamente; il signore è un maggiore francese incaricato dall'imperatore Napoleone d'una missione confidenziale. Deve esaminare il brigantaggio, e renderne conto al suo governo; io sono pittore. Ma accomodatevi, via, mangiate, non fate complimenti.

Queste parole furono dette con tanta sicurezza e semplicità che i bersaglieri si sedettero.

– Eccovi un po' di formaggio piuttosto secco e del pane che non è tanto fresco, – continuò Tartaglia, – che volete? Chi va alla guerra mangia male e dorme in terra! Ma il vino è buono, bisogna bere alla salute di Vittorio Emanuele re d'Italia, al suo valoroso esercito! Al corpo intrepido dei bersaglieri! Vuotate, amici, vuotate il bicchiere! Questo è il più bel giorno della mia vita; io ballo come un pesce che dalla padella fosse saltato nel mare. Pensate un po': stanotte camminavamo tranquillamente laggiù sulla strada. Si voleva attraversar le montagne e passare negli Abruzzi. Quegli assassini ci piombarono addosso e dopo averci percossi, spogliati e legati, stavano per trascinarci nella loro tana e ci sarebbero riusciti, ma siete venuti voi, e ci avete salvati.... Amici, alla salute delle vostre belle! Ecco un'impresa che vi farà avere la medaglia al valor militare, due contro cento! perchè erano cento! Voi non li avete visti tutti. Si stamperà questo fatto in tutti i giornali. Non vi è nulla di più eroico nella storia romana. Andiamo! fratelli; ancora un altro: Viva l'Italia! Viva il Piemonte! Morte ai briganti ed al re Bomba!

Il progetto di Tartaglia era semplicissimo, voleva, mi disse poi, ubriacare i bersaglieri; addormentarli, ucciderli, poi toglier loro i vestiti ed i fucili, raccogliere le armi ed i bagagli dei compagni, e portar tutto sulla montagna. Ed avendogli fatto osservare che avrebbe commessa una vigliaccheria mi rispose:

Maggiore del mio cuore, la guerra non è uno scambio di confetti. Se un grande impero addormenta il suo vicino cullandolo con lusinghe, poi piomba improvvisamente su lui, lo percote senza pietà, gli ruba l'orologio, i danari, e gli taglia un membro, tutti grideranno: gloria e vittoria! Se Tartaglia fa altrettanto: assassinio, tradimento! Non c'è giustizia.

Per fortuna il brigante non ebbe il tempo di comportarsi come un grande impero. Arrivarono degli altri bersaglieri che venivano a cercare i loro compagni. Allora solamente seppimo che questi ultimi incaricati di recare un ordine da un posto all'altro erano entrati nel bosco per camminare all'ombra e vi s'erano smarriti. Vedendoci bere fraternamente insieme non concepirono nessun sospetto sul nostro conto. La storia inventata da Tartaglia parve a tutti verosimile ed il luogotenente che comandava il piccolo distaccamento ammirò molto la bella condotta dei due bersaglieri.

– Per altro, – disse loro, – voi avete avuto un gran torto ad entrare nel bosco, non ostante l'itinerario prestabilito. Chiederò per voi la medaglia, ma avrete prima quindici giorni d'arresto.

Ecco come le armi ed i bagagli dei banditi caddero nelle mani dei Piemontesi. Si fece un bellissimo rapporto del fatto in cui si dicevano cento i briganti. Tartaglia li aveva veduti.

– Ma chi comandava la banda? – domandarono a quell'uomo tanto bene informato.

Caruso in persona.

Caruso! – disse l'ufficiale, – lo credeva a Benevento.

– È tanto vero che egli era qui, – affermò Tartaglia, – come è vero che Trombardo è nelle Calabrie.

Il giorno appresso l'agenzia Stefani annunciava all'agenzia Havas che Caruso, il famoso capo banda, chiuso da vicino dal colonnello Pallavicini s'era gettato nella Terra di Lavoro con più di cento uomini, per mettersi in salvo negli Stati pontifici: ma che, sorpreso da due bersaglieri del tal reggimento, del tal battaglione, della tal compagnia, aveva preso la fuga con tutti i suoi uomini, abbandonando i bagagli, le armi, e le munizioni (ufficiale).

Il luogotenente era un giovane piccolo ma ben fatto, molto svegliato, aveva l'occhio vivace, i mustacchi arricciati, il naso all'insù, un fare disinvolto, spaccone ed allegro, come la sua penna di cappone. Strada facendo mi raccontò la sua vita offrendomi da fumare un vegetale sconosciuto, le cui foglie arrotolate in forma di sigari prendevano il nome di Cavour. Quando m'abbandonò al prossimo villaggio, mi regalò la sua fotografia, e fece staccare per me il porto d'armi come aiutante di Napoleone III. Offersi qualche luigi ai bersaglieri che credevano averci liberati dai briganti; ma quei bravi giovani non vollero accettare le mie monete d'oro.

Datele a me, – disse Tartaglia, che le cacciò senza esitare nel suo taschino.

Dopo ciò il pittore mi augurò buon viaggio. Prima di tornarsene sulla montagna voleva, come egli mi disse, andar a visitare il museo di Napoli.

Io poi salii sulla diligenza di X.... perchè di tutte le persone incontrate in questa campagna, una sola aveva conquistato il mio cuore: il giovane Angelo. Era riuscito a fuggire? Era da suo padre o a Napoli? Io temeva per lui i maggiori pericoli, Trombardo battuto, messo in fuga, spogliato delle armi, umiliato in ogni modo, era certo ritornato furibondo nella caverna. Quando i forti hanno ricevuto delle bastonate le rendono ai deboli.

Entrai quindi angosciato nella casa di Paglietta. Lo trovai in disperazione: suo figlio era ancora in potere dei briganti.

– Io vi conosco, – mi diss'egli, – Angelo mi scriveva tutti i giorni prima del ritorno di Trombardo. Portava i suoi scritti nella cavità d'una roccia dove un portalettere, al quale davo giornalmente trentacinque soldi, andava a prenderle. Voi avete dato al ragazzo un buon consiglio; niente era più facile d'una fuga. La notte della vostra partenza, i due guardiani erano ubriachi fradici. Due palle sarebbero bastate a freddarli; ma l'imbecille non ha voluto commettere un assassinio. Del resto avrebbe potuto farne a meno, ed arrivare al prossimo villaggio prima che i due masnadieri avessero digerito il vino bevuto, ma aveva seco il vecchio domestico, Domenico, un individuo rifinito, fiacco, sconquassato, che non può tenersi ritto e che non sarebbe stato capace di scendere al piano senza lasciare le sue ossa fra i ciottoli. Il ragazzo non volle abbandonare il vecchio Domenico, sacrificò il padre al servitore. Che ve ne pare? È il pervertimento d'ogni legge morale! Per restituirlo essi mi hanno chiesto duecento mila franchi in oro, un orologio di Ginevra, un orologio à remontoir, signor mio! Ha dovuto farlo comperare a Napoli. L'ho mandato, con un cannocchiale, un revolver, uno specchio, uno spazzolino da unghie. Non la finivano mai colle loro pretese! ma duecentomila franchi in oro dove pigliarli? Si trovano , su due piedi, duecentomila franchi? Chiesi loro del tempo, offersi loro venti, trenta, quaranta, cinquanta mila franchi in rendita italiana, delle obbligazioni della città di Napoli, e perfino dell'imprestito Turco; è l'impiego che consigliano i parroci. Fatica sprecata, è oro che essi vogliono. Dieci mila marenghi. Molto di più! Trombardo avendo perduto il suo treno da campagna vuole che io lo rifornisca; ha bisogno di fucili, di zaini, di mantelli, di vestiti, di viveri. Ed io ho al mio comando un reggimento, che potrebbe dare la caccia a quelle belve! Un colonnello è venuto a offrirmelo, perchè questo ricatto ha fatto chiasso, tutti i giornali ne hanno parlato, perfino, in Francia... Il colonnello, dunque è venuto a chiedermi dov'era mio figlio, gli dovetti rispondere che non ne sapevo nulla, non solo, ma dovetti mettere fuori di strada e la polizia e l'esercito. Saranno forse diecimila combattenti tra guardie nazionali e soldati che battono i boschi della Basilicata e delle Calabrie per cercare la preda che è lassù a poca distanza da noi. Trombardo m'ha fatto avvertire che al primo movimento di truppe verso la montagna, Angelo cadrebbe morto. Voi comprendete la mia situazione, o signore, è ben tragica. Trovare dieci mila pezzi da venti franchi da adesso a stasera; perchè la dilazione accordatami scade fra poco! Se Trombardo non li ha, domani prima di mezzanotte.... Attenti!... fuoco! Povero padre!

Io cercai di consolare quell'uomo rispettabile e gli offersi i miei servigi; ma egli non aveva bisogno di me. I dieci mila pezzi da venti franchi, erano già nel forziere, e le armi e le munizioni in cantina. Non aveva nemmeno bisogno di un messo sicuro per portare il riscatto sulla montagna; padre Giacinto che aveva diretto tutte le negoziazioni se n'era incaricato.

– Io posso almeno far questo per voi, – dissi a quel povero ricco, – vado avanti ad annunciare a Trombardo che il suo denaro è pronto, e che lo riceverà all'ora stabilita. Potrò così calmarlo e rassicurare vostro figlio.

– Farete benissimo, – disse il vecchio Paglietta, che non m'invitò nemmeno a pranzo.

Presi una vettura ed a sera arrivai ai piedi del monte. Una o due pattuglie mi fermarono per via, ma alla vista del porto d'armi i carabinieri portarono la mano al cappello e mi lasciarono proseguire.

Arrivai piuttosto tardi alla caverna di Trombardo, all'ora della siesta. Tutti dormivano, e i rilievi della mensa mostravano che il desinare era stato ben magro; erano ridotti alla polenta. Osservai da lontano i miei compagni addormentati sulle pietre, o sull'erba; erano pallidi senz'armi, e parevano estenuati; mi venne, lo confesso, un'idea feroce; avevo due palle nella mia carabina, sempre quelle, e sei cartucce nel mio revolver; mi trattenni, certo per rispetto al sesto comandamento, ma anche perchè in quel momento feci questa riflessione: A che servirebbe? pensai. I due prigionieri non c'erano. Erano tenuti, come seppi più tardi, nel fondo del sotterraneo, ciascuno era legato ad un brigante, che non poteva abbandonarli, ed era costretto così a far loro buona guardia. A questo ufficio avevano scelto due semplici soldati; i quali avevan l'ordine di non dormire che colla testa posata sul petto dei prigionieri.

Mi sedetti adunque tranquillamente dopo aver posato al piede d'un albero le armi e lo zaino di cui mi feci un guanciale; volli rispettare il sonno di quei poveri diavoli. Essi non rispettarono il mio. Io fui svegliato improvvisamente da una mano che mi serrava la gola; in un batter d'occhio, fui preso, legato, spinto contro l'albero, attaccato al tronco, tutti m'erano addosso, con spintoni, imprecazioni e ingiurie. Il luogotenente prese la mia carabina e Trombardo s'impadronì del mio revolver; quindi il terribile capo gettò su me uno sguardo minaccioso. Cosa gli avevo mai fatto? Avevo visto la sua vergogna, la sua fuga. E pensai che le prime idee, anche le più feroci, hanno spesso del buono.

– Tu ci hai tradito, – gridò Trombardo, con voce tonante; – tu ci hai abbandonati nella notte, sei andato in cerca dei bersaglieri, sei partito con loro, mentre asportavano le nostre armi. Sei stato visto in loro compagnia sulla strada maestra; pagherai ora il prezzo del tuo tradimento. Riuniamoci in consiglio di guerra.

Egli sedette sopra una roccia; i suoi uomini si disposero in giro, intorno a lui, in ordine di grado. Io m'aspettava un giudizio sommario. Carmela, seduta per terra, col mento sul pugno chiuso, mi guardava fisso. Improvvisamente, lo squillo d'una tromba, l'allegro squillo della tromba dei bersaglieri si udì dal fondo del bosco, e tutti i miei giudici scomparvero nella caverna: la pietra che serviva a chiuderla fu tirata dall'interno sull'apertura; e solo l'occhio di Dio avrebbe potuto sospettare che quindici persone erano nascoste sotto quella roccia.

Lo squillo s'avvicinò, ed io vidi comparire all'alto della salita una faccia ben nota. Era Tartaglia di ritorno; portava con una tromba rubata ai bersaglieri prima di lasciarli, perchè a mani vuote sarebbe tornato di mala voglia. Vedendomi legato all'albero, levò le mani al cielo.

– Mio povero Tartaglia, – gli dissi, quando mi fu vicino, – è destino che tu mi debba salvare la vita; liberami presto, e partiamo; qui non c'è buon'aria per me per te.

Mentre mi staccava, gli raccontai quanto era successo. Questo racconto non gli strappò che un'esclamazione: «Oh le donne!» Quando ebbi braccia e mani libere ripresi le armi che i briganti avevano lasciate indietro.

– Venite!... presto.

Restiamo, – rispose il buon ladrone, che non mancava di coraggio.

– Ma sono ancora in undici.

Nun ve n'incaricate!rispose con un gesto di sdegno, – Trombardo era un leone: Carmela ne ha fatto una lepre.

Diede quindi un gran calcio alla pietra che chiudeva l'apertura, e la fece rotolare nel sotterraneo. Poi chiamò internamente: «Amici!» Ma nessuno ardì uscire. Egli entrò quindi, e restò più d'un'ora senza ricomparire. Egli difendeva la sua causa e la mia.

Per scolpare stesso non aveva che una sola parola da dire: «Io ritorno e porto una tromba,» ma per me la difesa doveva essere più difficile; Carmela s'era immischiata nella discussione, e mi attribuiva colpe gravissime.

Dormiva vicino a noi nel bosco, – diceva essa; – perchè ci ha abbandonati? perchè non ci ha sostenuti? Se ritorna è per tradirci un'altra volta.

– Ebbene giacchè è necessario, vi dirò tutto, – balbettò Tartaglia ch'era stato primo buffo. – Quel giovane è innamorato pazzo di Carmela, e in quel giorno nel bosco tanto vicino a Lei soffriva troppo. Non ha nemmeno tentato di commettere una cattiva azione, sapendo, del resto, che sarebbe stata fatica sprecata.

– Se è così!... – disse Trombardo.

E Carmela rabbonita esclamò allegramente:

Ha ditto ca mo veniva!

Espressione del paese che vuol dire: M'avrebbe aspettato un bel po'!

Io udii tutto dall'ingresso della caverna, a cui m'avvicinai un po' inquieto per Tartaglia che non ritornava.

Trombardo uscì dalla grotta, con volto raggiante e beffardo; mi si fece incontro cordialmente, mi presentò le sue scuse, ed ordinò agli altri di fare altrettanto. Gli altri ubbidirono di buona voglia, ma potei accorgermi dai loro sguardi che si burlavano di me. Carmela, più franca, mi mostrò i suoi trentadue denti, gettandomi in faccia per ischerno dei nomi di legumi. Trombardo in un tono per metà di rimprovero e per metà sorridente, le ordinò di rispettarmi.

– Non mi comprende, – diss'ella, – non mi ha mai compreso.

E scappò sulla roccia.

Allora soltanto potei chiedere notizie di Angelo. Trombardo riprese il suo fare severo.

– Il padre è un traditore ed un ladro, – mi diss'egli, – se il danaro non è qui a mezzanotte, il giovane morrà.

– Il riscatto verrà, – risposi io, – l'oro è preparato, l'ho visto.

– Ed i viveri? – chiese il luogotenente, – perchè noi moriamo di fame.

– Anche i viveri, le armi e tutto.

Vedremo! – borbottò il comandante che si mise agitato a camminare come faceva ordinariamente nelle ore cattive.

Gli chiesi se avrei potuto veder i prigionieri, mi rispose un: «No,» secco secco e mi voltò le spalle.

C'è temporale per aria, – predisse Tartaglia.

Credetti che l'artista parlasse metaforicamente perchè il tempo era stupendo, salendo un po' al disopra della foresta potevamo scorgere il mare; il sole pareva infiammasse le onde, nelle quali si tuffava; a poco a poco l'incendio si dilatò sopra il cielo, e tutto l'orizzonte diventò di fuoco.

Magnifico! – esclamò Tartaglia, – ma dietro alle nostre spalle c'è dell'oscurità.

Io mirai la cima che brillava come un topazio, non si vedeva una nube sul firmamento. Un quarto d'ora dopo un vento del mattino cominciò a spingere sopra di noi dei turbini di fumo nero, e, prima che cadesse una sola goccia d'acqua, una striscia luminosa passò sulle nostre teste, ed andò a frantumare un albero a cento passi da noi. Il vento come una grande ondata, discese la china e curvò la foresta che parve sradicasse. Per venti minuti fu un lampeggiare, un tuonare continuo, una fiamma che ruggiva, da cui scaturivano in alto in linee oblique ed interrotte striscie bianche più vive, e rumori più scricchiolanti e decisi. Avevamo contemporaneamente, la pioggia, la gragnuola, il fulmine, raffiche, ondate d'acqua e di vento, l'inondazione, l'incendio, un fracasso come d'eruzione e di franamento, un tumulto orribile.

Stupendo! – esclamò Tartaglia, inebriato d'entusiasmo.

– Che tempo da cani! – pensai io; – il padre Giacinto non verrà.

Il temporale discese al piano, ma la mia angoscia crebbe di momento in momento. Addossato ad una roccia che mi teneva riparato dal vento, guardavo il mio orologio al chiarore d'ogni lampo, mentre Trombardo che andava sempre su e giù, faceva suonare il suo. I minuti passavano con una rapidità sinistra. Io immergevo gli sguardi nel piano, e non scorgevo che un abisso tenebroso.

– Non vedi nulla? – chiesi a Tartaglia.

– Non vedo nulla, – mi rispose accendendo la sua pipa.

Finalmente Trombardo rimise l'orologio all'orecchio e contò fino a dodici.

Orsù! ci siamo; – disse con voce da gran giustiziere; – conducete i prigionieri e accendete le torcie.

Scusate, capitano, il vostro orologio va avanti! – esclamai io, più forte che potei, tanto avevo il cuore serrato.

– Come? va avanti?

– Non sono che le undici e trentacinque.

– Il vostro orologio va male, il mio è di Ginevra.

– Anche il mio.

– È una ripetizione a remontoir.

– È un cronometro a àncora.

– Il vecchio ladro m'ha dunque truffato, – gridò, – tanto peggio per lui. Se l'orologio non va bene, è colpa sua. Andiamo. Torcie e prigionieri.

Aspettate! aspettate! ve ne scongiuro! – e mi precipito nella caverna.

– Ah! maggiore, non siate insubordinato; altrimenti vi giudicheremo per primo.

– Ebbene! sia pure. Venite a prendermi, – e strinsi il mio revolver.

Le torce accese davano alla scena un effetto drammatico. Io non lasciai partire il colpo, volli semplicemente spaventare Trombardo, ma egli non temeva che i bersaglieri. Non avevo ancor finita la frase che i miei polsi erano serrati fra i suoi pugni, e le sue unghie mi entravano nella pelle.

Che robb'è?domandò Carmela, che giunse a proposito, mentre io stava per gridare dal dolore davanti a tutti. Trombardo non mi lasciò, ma aperse un po' la morsa.

La questione fu sottoposta al giudizio della giovane; io fremeva d'ansietà pensando che la vita di due uomini, di tre forse, dipendeva dal capriccio d'una fanciulla.


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