Marco Monnier
Novelle napoletane
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CARMELA

V.

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V.

Carmela si mise a riflettere per la prima volta in vita sua. Lo fece maliziosamente perchè io soffrissi un po'? Non lo so; non ho mai potuto comprendere le donne. Rimase pensierosa pochi minuti che mi parvero secoli. Stava in piedi, colla fronte piegata, colle braccia incrociate; finalmente sollevò la testa e stava per pronunciare il giudizio di vita o morte, quando Tartaglia fece squillare la sua tromba. Tutti gli sguardi si volsero a lui; credo che due briganti si siano gettati colla testa verso l'ingresso della caverna.

– Una luce al basso, una luce che va indietro! È il padre Giacinto che ci porta da mangiare, e ci ordina di scendere. Andiamo tutti. – E partì pel primo.

Gli altri gli corsero dietro alla rinfusa non ostante le grida di Trombardo, che buttava i suoi comandi al vento: ventre digiuno non ode nessuno. Carmela era stata la seconda ad andarsene, Trombardo le si lanciò dietro per raggiungerla. Ed io rimasi solo sulla piattaforma, mentre le torcie e gli uomini discendevano precipitosamente attraverso la foresta. Non s'erano dimenticati che dei prigionieri; io discesi a slegarli nella fossa dove si credevano sepolti vivi. Essi erano così deboli e infiacchiti dall'inedia che senza un po' d'acquavite che avevo nella mia fiaschetta ed un po' di carne salata nel mio zaino, non avrebbero potuto uscire dal sotterraneo.

– Che faremo adesso? – chiesi io, vi sentite in forza per scappare?

– Io, sì, – disse Angelo; – ma Domenico....

Risolvemmo adunque d'andare alla casa abbandonata dove il padre Giacinto ci attendeva. Era andare in bocca al lupo; ma i briganti sono uomini di parola. Pagato il riscatto non trattengono mai i prigionieri. Quando si giunse alla casa dove il monaco m'aveva presentato a Trombardo, i briganti seduti in cerchio attorno alla lanterna divoravano quanto capitava loro nelle mani. Il sacco che conteneva i viveri era stato vuotato tutto sul pavimento. Al nostro arrivo, nessuno si disturbò nemmeno per farci un po' di largo, nessuno si voltò per dirci buon giorno. Il luogotenente aveva in bocca un intero pollo, Fiascone ed il sotto luogotenente cominciavano a piegarsi l'uno verso l'altro; Giacinto discorreva con Trombardo che l'ascoltava mangiando. Io mi sedetti con Angelo in un cantuccio della stanza, e Carmela venne ad accovacciarsi dall'altra parte del bel giovane, lo colmò di gentilezze, e gli rivolse le parole più carezzevoli: mio bene, anima mia, angelo del mio cuore! Essa lo servì coi bocconi più delicati, e per dargli a bere prese a prestito la mia fiaschetta. Trombardo era troppo occupato a mangiare per vedere tutto questo armeggìo; c'erano del resto quattro o cinque robusti omaccioni tra lui e i due giovani.

Soddisfatto l'appetito, le fronti si rasserenarono, le guancie si gonfiarono, le lingue ruppero il ghiaccio, e tutta la banda si mise in allegria. Padre Giacinto che era venuto a sedersi vicino a me, mi disse con convinzione:

Vedete i buoni effetti della tavola! Quando entrarono qui erano bestie feroci, adesso sono uomini piacevoli.

Dopo un quarto d'ora lo schiamazzo s'era fatto spaventevole. Gli uni ridevano a crepapelle, gli altri si lanciavano bestemmie; il luogotenente pareva sprofondato in una meditazione estatica; Fiascone colla testa all'indietro e le braccia distese verso il soffitto cantava: O bell'alma innamorata! Il sotto luogotenente piangeva a calde lagrime; due caporali, si gettavano, uno nelle braccia dell'altro, si giuravano amicizia per la vita e per la morte; Tartaglia scarabocchiava col carbone scene mitologiche sulla parete, e Trombardo lungo disteso si sforzava a cavare dei suoni da un revolver nel quale soffiava come in un fischietto. Questa confusione alla fine mi annoiò, ed io andai a dormire in un'altra stanza.

Quando mi ridestai fu una festa per me la vista della montagna. Nulla può paragonarsi per freschezza ed allegria ad una mattina dopo il temporale. Gli alberi parevano ringiovaniti di tre mesi, le foglie ridipinte, gli uccelli intuonavano dei concerti, ed il sole s'avvoltolava sul verde con gioia infantile. Credevo che tutti dormissero; m'ingannavo: vidi Carmela ed Angelo sbucare all'improvviso da un sentiero che si perdeva fra le piante. Essa rideva come una matta, egli era rosso come un gambero cotto.

– Ebbene! mio caro, – gli dissi andandogli incontro, – ecco un bel giorno. Tu sei libero, noi partiremo subito, e stasera potrai vedere tuo padre.

Mi rispose balbettando, che aveva cambiato idea e che voleva restarsene coi briganti.

– Per far che, buon Dio?

– Per sposare Carmela.

– Sei matto! – esclamai.

Ma egli alzando la testa:

– È deciso irrevocabilmente.

Il padre Giacinto usciva allora dalla casa con volto gioviale e riposato. Io corsi verso quell'uomo pieno di espedienti e gli esposi la risoluzione d'Angelo. Non ne fu affatto meravigliato, perchè persisteva nella sua opinione che la montagna vale la pianura e che tra Carmela ed una signora non c'era che una diversità d'alimentazione.

– Tuttavia, – confessò, – Angelo non deve restarsene con questa gente, non ha una costituzione abbastanza forte. Bisogna pensare altrimenti.

E trovando tutto ad un tratto la sua idea andò difilato a Carmela, che si teneva a qualche distanza e ci guardava coi suoi occhi scintillanti. Non so cosa le dicesse, so soltanto che un'ora dopo Giacinto, Domenico, Angelo ed io sopra dei muli che erano stati condotti per noi eravamo già sulla strada maestra. Carmela ci correva dietro vestita da mulattiere. I briganti addormentati non ci avevano uditi partire. Per tutta la strada Angelo non fece che ripetermi con voce lamentosa:

– Mio padre non sarà contento di sicuro! Perchè non m'avete lasciato sulla montagna? Se egli rifiuta ritorno con lei, oppure la uccido e poi mi uccido anch'io.

– Sì, amor mio, – rispondeva Carmela, che di tanto in tanto saltava in groppa dietro al vecchio Domenico.

Giacinto mi disse mostrandomela:

Osservate una cosa, essa non salta mai sul mulo d'Angelo. Quando ero servitore di piazza a Napoli, condussi un giorno a Pompei una coppia di sposini. Erano tedeschi, si viaggiava in seconda classe, ebbene non tralasciavano un istante di abbracciarsi e baciarsi nel vagone, i nostri compagni di vettura ne erano scandalezzati. Essi s'abbracciarono anche nella basilica, nel tempio di Giove e perfino nella via delle Tombe, che è un sacrilegio. Lo scommetterei, Carmela non s'è mai permessa la minima famigliarità col capo dei briganti in vostra presenza.

– È vero, – risposi.

Vedete, vi sono dei buoni costumi anche al mezzogiorno.

Al vecchio Domenico venne un'idea:

– Se si introducesse Carmela in casa così vestita da uomo senza dirne niente al signor padrone? Ci sono in casa nostra tanti domestici che una bocca di più conta per nulla.

Ma Angelo s'oppose energicamente a questa profanazione.

Carmela, – disse, – deve essere mia moglie.... non la lascierei un giorno solo in anticamera. Se uno di noi due deve servire l'altro, tocca a me.

Il vecchio Paglietta ci accolse cortesemente, ed abbracciò il figlio con tenerezza, ma quando seppe che eravamo partiti mentre i briganti dormivano, esclamò indignato:

– E non mi avete riportato il denaro? Siete veri imbecilli.

– Ci vuole della probità su questa terra, – rispose il padre Giacinto.

Arrivò finalmente il gran momento; in cui era d'uopo presentare Carmela. Il capuccino s'incaricò delle trattative. Prese il giudice in disparte e voltandoci la schiena lo condusse fino alla quinta stanza che precedeva il salone. Arrivati i due uomini si voltarono e tornarono verso di noi. Giacinto gesticolava freneticamente, ed il vecchio giudice teneva tutto il suo naso, che era molto grande, in una mano; era buon segno. Faceva quel gesto quando aveva voglia di ridere.

Benissimo, – diss'egli a suo figlio, appena ci fu vicino, – non dico di no. Questa ragazza, – aggiunse, additando Carmela vestita ancora da mulattiere, e percotendola leggermente sulla guancia con un fare paterno, – mi pare che ti convenga. Soltanto, figlio mio, tu sei troppo giovane per ammogliarti. Andrai adesso a Napoli e vi finirai i tuoi studi. In questo frattempo terrò qui la tua fidanzata, le farò imparare quello che è indispensabile, un po' di musica e d'alfabeto. Voi vi rivedrete entro un anno; fino a quel giorno abbia giudizio e fatti uomo.

Angelo avrebbe voluto protestare, opporre della resistenza, ma Giacinto gli fece capire a forza di ragionamenti che suo padre era un vecchio che s'irritava facilmente; e che gli aveva fatte anche troppe concessioni. Partimmo adunque per Napoli, Domenico, Angelo ed io. Gli addii furono tenerissimi. Dal principio alla fine del viaggio il povero ragazzo non fece che piangere.

Quando si discese all'Albergo Roma, chiese carta, penna e calamaio, e scrisse a Carmela, la quale non sapeva leggere, una lettera di dieci pagine. Ricominciò il giorno dopo, e non tralasciò di scrivere, che per venire da me e parlarmi di lei, mentre guardava il Vesuvio ed il mare. Lo consigliai a seguire il corso di diritto. Mi rispose, in versi tedeschi, che aveva studiato perfino, orribile a dirsi! perfino la teologia e che ne sapeva tanto come prima. Per distrarlo, una bella sera entrai con lui in un forno dove un migliaio di brave persone stipate in platea e nei palchi facevano un interminabile bagno caldo. Un telone s'alzò e si sparse per la sala un soffio di aria abbastanza fredda. Quindi alcune persone che non conoscevo entrarono in scena e si misero a discorrere dei loro affari. Nel corso di questo divertimento m'asciugai la fronte e mi feci vento col cappello. Angelo invece s'interessava molto alla commedia. L'azione si svolgeva a Genova, e la parte di servetta era recitata da una fanciulla molto bruna, avvolta con fare seducente in un velo bianco. Io trovai che somigliava ad una mosca caduta nel latte, ma Angelo che non l'abbandonò un istante cogli occhi volle sostenere che rassomigliava a Carmela. Se la svignò tra un atto e l'altro, e non lo rividi che un mese dopo. Aveva un fiore all'occhiello, ed il cappello a sghimbescio. Veniva a chiedermi danaro ed a offrirmi una cena all'osteria di Frisio in allegra compagnia. L'osteria di Frisio dove si desinò su una terrazza in riva al mare, tra degli scogli pittoreschi, m'avrebbe sedotto, ma la buona compagnia mi parve sospetta. Angelo fu punto dal mio rifiuto, ed il giorno dopo cambiò albergo. Io non dovevo più vederlo; egli poi non m'ha più reso il mio danaro.

Incontrai un giorno Domenico e gli chiesi nuove del suo padrone. Mi rispose che non sapeva da che parte pigliarlo, e che dopo molti sforzi inutili s'era deciso a tenerlo d'occhio da lontano.

– E Carmela? – chiesi io al buon vecchio.

– Ah! voi non sapete nulla? – mi diss'egli ridendo a crepapelle. – Il giorno che noi siamo partiti, il signor Paglietta, mio padrone, l'ha fatta legare ben bene con delle corde e gettare in fondo ad una cantina. Poi ha scritto a Trombardo che gliela renderebbe verso restituzione di quanto gli aveva mandato, del danaro, delle armi, del resto, e perfino dello spazzolino da unghie e dello specchio. Il brigante ha conteso a lungo, ma alla fine ha dovuto cedere. Che volete? Egli è innamorato cotto di quella giovane.

Qualche giorno dopo questo incontro, abbandonai l'antico regno di Napoli dove avevo molto imparato. Dalla mia campagna pel trono e per l'altare riportavo la mia carabina ed il mio revolver, le due palle e le sei cartucce vi sono ancora.

Qui finirebbe la storia, miei amici, se non me ne ritornassi adesso dall'Italia.

Sissignori; quindici giorni fa mi trovavo in una delle cento città di quel bel paese. Il sindaco, che conoscevo, m'aveva parlato d'un ospitale aperto nella città e diretto da un ex-frate, filosofo e filantropo ad un tempo, che pretendeva di guarire i malati dando loro dei buoni pranzi. Da questi connotati indovinai il padre Giacinto; non m'ingannavo. Egli mi ricevette a braccia aperte, e mi disse cosa avvenne dei miei amici di quindici anni fa.

«Trombardo ha continuato ancora un po' di tempo, per rifarsi, la campagna in favore del papa e di Francesco II. Quando ebbe tre o quattrocento mila franchi in oro in una buca conosciuta da lui solo, congedò la banda, si tagliò i baffi ed aperse un albergo sontuoso, non vi dirò dove. Alcuni maldicenti pretendono che non abbia cambiato mestiere e che continui a svaligiare i forestieri. Tartaglia fa adesso quadri per le chiese. Gli altri della banda hanno finito male, alcuni fucilati, altri all'ergastolo; il sotto luogotenente e Fiascone sono diventati pazzi, ma io spero di guarirli. Il vecchio Paglietta è stato colpito d'apoplessia, ricevendo dai creditori di suo figlio una nota collettiva di duecento mila franchi; voi vedete che quel danaro ha fatto dei buoni viaggi. Angelo s'è tranquillizzato; dopo aver divorato l'eredità di suo padre, decifra adesso delle iscrizioni per antiquari tedeschi che lo pagano male.

«Carmela è da dieci anni la moglie legittima di Trombardo. Abbandonando la montagna e cambiando vita, prese una specie di tifo che le fece perdere la memoria. Ha adesso dei sentimenti pietosi; è stata vista a Lourdes. Io poi continuo le mie esperienze sul genere umano. Ho passata la vita a cercare qualche diversità tra gli uomini e non ne ho trovata mai. Io volli soltanto esser convinto in buona fede, ciò che nel mondo non fanno tutti. Ho perciò riunito in questa casa alcuni alienati che tutti dicono tanto differenti dagli altri, ma più li studio più mi persuado che ci somigliano, hanno i nostri appetiti, le nostre passioni, le nostre fissazioni; sola differenza è che le mostrano con una franchezza che noi non abbiamo più. Perciò, amico mio, non andiamo troppo orgogliosi del nostro sapere. Ma ho predicato anche troppo, mettiamoci a tavola. Quel che più importa è credere in Dio, amare gli uomini, e nutrirsi bene


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