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La vidi per la prima volta a Napoli, nel settembre del 1860, portava una casacca rossa ed un cappello all'ungherese; tutta la sua persona magra ed ardente era in movimento; i piedi non stavano fermi, i ginocchi tremavano per impazienza, le braccia si dimenavano con agitazione, le mani tagliavano nervosamente l'aria, i capelli castani corti fremevano, la parlantina poi irritava più di tutto. Piombò in casa mia come una bomba, domandandomi una lettera d'introduzione per Garibaldi, senza dirmi chi era, d'onde veniva, chi me la raccomandava; non seppi mai nulla del suo passato, non perchè essa cercasse di nasconderlo sotto un velo od una maschera, ma perchè, noncurante di quanto si riferiva alla propria persona, non aveva altro in mente che il bene del prossimo. Molto sobria e saggia, senza moine, quasi senza bisogni, prendeva a prestito del danaro da tutti, e lo dava senza contarlo al primo venuto. Coloro che le erano obbligati la credevano milionaria, e cinque o sei albergatori che essa non pagava la misero alla porta. Parlava tutte le lingue con un accento incoreggibile che la palesava inglese, e questa qualità unita alle sue maniere burrascose l'aveva fatta soprannominare Miss Uragan.
Era venuta a Napoli coll'intenzione di combattere davanti a Capua contro le truppe di Francesco II; contemporaneamente voleva moralizzare il popolo e convertirlo al protestantesimo. Fu messa all'ambulanza; accettò quel difficile còmpito con una completa sommissione; ma vi mise tanta passione, tanto furore, una sensibilità così nervosa gridando più forte dei feriti, irritandosi contro la barbarie dei chirurghi, discutendo coi preti al capezzale dei moribondi, che il generale Bixio, il quale non era molto paziente, la pregò di tornarsene a Napoli. Allora essa riprese l'opera di moralizzazione e di conversione suggeritale dal clergyman del suo villaggio: dall'alba al tramonto sgambettava da un asilo ad un rifugio, da un ospitale ad un ospizio, da un convento ad un altro convento, e tornava dalle sue escursioni con delle collere perfettamente giustificate, ma con dei piani di riforma da spaventare i radicali più risoluti. Chiedeva che si mettessero a pane ed acqua, in un'isola, tutti i soprintendenti, direttori, governatori, cardinali, vescovi, curati, monaci e sacrestani, monache e converse, medici, infermieri, farmacisti, impiegati, servitori, in conclusione dall'alto in basso tutto il personale delle istituzioni di beneficenza, e delle opere pie. Il sindaco di Napoli, uomo di spirito, le disse un giorno col sorriso sulle labbra:
– Se noi deportiamo tutti quelli che hanno sporcato il paese, chi resterà per spazzarlo?
Una mattina miss Uragan venne a prendermi per un braccio e mi trascinò fino all'ingresso d'una grotta alta, scavata tempo addietro nella collina da alcuni manovali che ne estrassero il tufo. L'interno della caverna era ammobigliato da molte file di letti tanto vicini da toccarsi quasi, pareva la sala dell'ospizio degl'Incurabili. Dopo venti minuti fui costretto a retrocedere turandomi le narici.
– Siete molto delicato, – mi disse miss Uragan, – eppure là vivono centinaia di cristiani che valgono quanto noi. Intere famiglie prendono a pigione un posto; cioè un letto dove dormono insieme il padre, la madre, ed i figliuoli piccini e grandi, maschi e femmine. Eccovi un foro nel muro pel quale entra un po' di luce e d'aria; questo è un buon posto, costa dieci lire al mese; qui abitano gli aristocratici; essi disprezzano quelli che vivono là in fondo all'ombra, e che spendono appena venticinque soldi al mese. Questa buona gente fabbrica cordami, lavora diciotto ore al giorno, e guadagna, sapete quanto? Dieci soldi! I fanciulli girano la ruota dalla mattina alla sera a un soldo il giorno, mangiano castagne secche e dormono sulla paglia, dove la notte vengono i topi a trovarli ed a rosicchiare i loro vestiti. Per allontanare queste bestie orribili, la madre getta dei ciottoli contro il muro. Nevvero, Marianna?
Una donna ancora giovane e già appassita, che stava torcendo del canape, sollevando la testa e fissandoci coi suoi occhi timidi e rossi, confermò le parole dell'Inglese, che le aveva già parlato il dì innanzi, ed aggiunse che dei dieci soldi, frutto delle sue diciotto ore di lavoro, doveva spenderne cinque per comperare il canape, e per pigliare a nolo la ruota. Marianna non pertanto viveva, e vivevano anche i suoi cinque fanciulli; il padre poi esercitava il mestiere di mendicante, e perdeva al lotto cinque piastre ogni settimana. D'inverno, meno male, ancora la poteva andare, ma in estate, che è la cattiva stagione nei paesi meridionali, la vita dei poveri diventava assai penosa, specialmente quando non pioveva. Bisognava andare molto lontano a cercare dell'acqua, fino alla fontana, e pagare il camorrista che s'approfittava della sete dei deboli e dei timidi; ciò costava un occhio della testa. La funaiuola concluse:
– Sentite un po', – disse miss Uragan, che aveva dei moti subitanei, – volete darmi uno dei vostri figliuoli?
– Chesto po' no! – esclamò Marianna alzandosi di scatto, smorzando gli occhietti grigi della Inglese sotto il fuoco de' suoi occhioni neri.
– Voi non mi comprendete, Marianna, io non voglio portarvi via il vostro figlio, io voglio solo educarlo pel vostro bene e pel suo; mi voglio incaricare di lui a mie spese; ma voi avrete sempre vostro figlio. Lo vedrete quando vorrete, e lo riprenderete quando vi piacerà riaverlo.
– Se è così, – rispose Marianna, con un resto d'esitazione; – domanderò al signor prete.
– Sempre questo signor prete! – borbottò miss Uragan quando fummo fuor della grotta. – Vedrete che rifiuterà di accordarmi il fanciullo. Ma io lo piglierò per forza. Ed ora venite, non avete ancor visto nulla. Io voglio mostrarvi la peggior miseria. Nella grotta dei funaiuoli, almeno si lavora, e quando il tempo è bello tutta quella folla esce come uno sciame di formiche per andare al sole a torcere il canape ed a girar la ruota. Discendiamo nel quartiere del porto, vedrete quelli che non lavorano.
Fu duopo discendere al porto e visitare una di quelle case popolari che si dicono fondaci. Era qualche cosa di orribile. Un grande corridoio senza porta che dava nella strada, un cortile immondo, una scala fangosa, sei piani di otto stanze senza aria nè sole. Nel cortile era traboccata l'acqua della fogna, alcuni sorci traversavano il pantano, delle donne ridevano sgangheratamente contemplando lo spettacolo. Ad ogni piano la prima stanza senza finestra riceveva un po' di luce da una porta aperta sul pianerottolo, la seconda era rischiarata dalla prima, la terza dalla seconda e così di seguito fino all'ottava, che pare, entrando, una celletta buia. Qua e là alcuni fori che s'aprivano nei muri erano aperture che comunicavano col pozzo ovvero colla fogna, perchè nel sottosuolo di quella casa sinistra, il pozzo e la fogna si univano tra loro. Una donna che tirava l'acqua in nostra presenza, ne cavò un secchio pieno di melma, e ce lo mostrò ridendo; quei disgraziati ridono sempre! In ogni stanza abitavano parecchie famiglie, le une avevano un letto, le altre dormivano sulla paglia fradicia; quella paglia l'ho vista camminare: Dio sa che sorta di viaggiatori la portavano in giro! L'affitto di una di quelle stanze, che non erano state più imbiancate dopo il cólera del 1837, costava da otto a quindici franchi mensili. V'era là una donna di vent'anni moribonda. Essa teneva un bambino attaccato alla mammella; le donne attorno la compiangevano solo per i bei capelli che l'inferma s'era dovuto lasciar tagliare.
Un po' più in là, mi mostrarono una piccina alla quale i sorci avevano divorato un occhio. – «Se almeno glieli avessero divorati tutt'e due! – dicevano le comari, – la povera creatura andrebbe all'asilo dei ciechi ed avrebbe pane per tutta la vita, senza lavorare; ma così, cosa potrà fare con un occhio solo? Nessuno la vorrà....»
Tale era il fondaco che noi abbiamo visitato, e ve n'erano altri cento di simili, abitato ognuno da un centinaio di miserabili, e battezzati con nomi burleschi o ironici: San Crispino, Strangola-sorci, Amor-divino. Uscendo da quel canile, incontrammo nella via un ragazzone di quindici anni che percoteva i piccini e sgraffignava le loro trottole. Miss Uragan con un oggetto che aveva sempre in mano e che le serviva da bastone, da ombrello e da ombrellino, percosse quell'arrogante, che portando subito la mano alla guancia, si mise a piangere; quando ritirò la mano la guancia sanguinava. Si può scommettere cento contro uno, che quel furbo s'era ferito da sè. La Inglese tuttavia ne ebbe rimorso, e mi chiese cento soldi per riparare il suo fallo; fatto questo, invitò il ragazzo a seguirci, e lo allogò presso di me come lustrascarpe.
Pallone (così lo chiamavano i compagni perchè menava vanto volentieri delle sue gesta) era un giovane robusto. Nato in un fondaco da padre ignoto, da una madre dimenticata, non conosceva nessun mestiere, e tanto meno l'alfabeto, e viveva sulla via non si sa di cosa; si vantava di derubare i passanti, e di intimidire la pubblica forza. Aveva due occhi tagliati obliquamente; le sopracciglia si univano sopra il naso e formavano un accento circonflesso. Un ciuffo di capelli che aveva lasciato crescere al disopra della fronte, e che egli sollevava con arroganza, imponeva a molti. Era accorto ed industrioso; in meno d'un giorno imparò ad arrotolarmi le sigarette ed a fumarle, a lustrare i miei stivali ed a calzarli, a spazzolarmi i vestiti, ed a vuotarmi le tasche; quando andò via da me, passò al servizio di Alessandro Dumas, allora a Napoli, e trovò modo di rubargli un cavallo. Aveva tutti i vizi, non si poteva frenarlo che colla religione, poichè credeva al diavolo, e borbottava ogni sera un Pater del quale storpiava così le prime parole: Patre nuo ste qu es in cielo, san Vincenzo eo nomme tuje. Una sera che gli mostrai una stampa rappresentante il giudizio universale, sulla quale si vedeva il diavolo Caronte respingere a colpi di remo i dannati nello Stige, Pallone mi rese un fazzoletto, un portamonete, un portasigari, un fascio di chiavi, pretese di averli strappati, rischiando la sua vita, alle mani d'un assassino armato fino ai denti.
Oltre l'inferno, Pallone temeva il bastone, che non gli impediva di agir male; ma che lo forzava a confessare i misfatti ed a ripararli. Si lasciava schiaffeggiare anche da persone più deboli, quando avevano la giubba; i galantuomini, ch'egli detestava e saccheggiava senza scrupoli, erano per lui esseri superiori che avevano il diritto di batterlo e d'insultarlo, si curvava loro dinanzi ma frugava nelle loro tasche. Ecco come in grazia della religione e del randello si poteva vivere con Pallone e coi suoi simili. Miss Uragan intraprese la cura di quest'anima, e contemporaneamente volle educare, nonostante tutte le resistenze, uno dei fanciulli di Marianna, il piccolo Toniello.
Non vi riuscì senza lotte; il padre, che, mendicante, era conosciuto col soprannome di Chiagnone (Piagnone), rifiutava di dare suo figlio ad una straniera. Miss Uragan volle parlare a questo brav'uomo, e dopo averlo cercato a lungo, lo trovò stabilito in un pendìo ripido e dritto che dalla città bassa sale al forte di Sant'Elmo. Vedendola giungere, Chiagnone, che non la conosceva, intuonò cogli occhi chiusi, e colle mani tese, una interminabile cantilena nella quale invocava Santa Lucia la patrona dei ciechi, con una voce talmente piagnucolosa da intenerire un filantropo di professione. La Inglese si sedette su una panchina vicino a lui, ed invece di danaro gli diede buone parole. Ella gli chiese da quando, e per qual disgrazia egli era cieco, e voleva condurlo subito dal giovane dottor Quadri che cura gratuitamente i poveri. Chiagnone si rivoltò come se si fosse trattato di condurlo al patibolo; dovette però cedere quando intervennero due agenti di questura che prendendolo ciascuno per un braccio, lo trascinarono a forza dal chirurgo.
In quel tempo, grazie all'energica iniziativa di un uomo dabbene, il signor Leopoldo Rodinò, era stata dichiarata la guerra ai tredici mila mendicanti che aveva lasciati a Napoli l'antico regime; si dava loro la caccia, e venivano distribuiti nelle scuole, negli opifici, negli ospizi e negli ospitali: la polizia era agli ordini del signor Rodinò, ed al servizio di quest'opera buona. Chiagnone si dimenava come un indemoniato vociando contro la tirannia dei Piemontesi.
– Ma se voi mi ridonate la vista, mi togliete il mezzo di guadagnarmi il pane! – urlava egli agli agenti, che lo tenevano fermo.
Il dottore esaminò quell'uomo all'oftalmoscopio e non gli trovò nessun male.
– Com'è vero Dio, – rispose Chiagnone alzando un braccio al cielo.
– Se è così non c'è che un mezzo per guarirti, bisogna bruciarti la palpebra con un ferro rovente. Portatemi i ferri!
– Ci vedo! ci vedo! – gridò Chiagnone aprendo due occhi grandi, e cercando di scappare; ma miss Uragan lo trattenne per un braccio.
– Poichè voi ci vedete, – le disse (essa non dava a nessuno del tu, gli Inglesi non sono buoni di dare del tu), giacchè voi ci vedete, perchè mendicate?
– Voi potreste lavorare.
– Ho moglie e cinque figli, come potrei nutrirli se lavorassi?
Lo si mise a Scafati in una manifattura dove avrebbe guadagnato largamente da vivere. Egli scappò alla montagna, si fece borbonico e lavorò qualche tempo pel trono e per l'altare, arrestando i passeggeri sulla via di Pesto. Questo mestiere gli procurò molto denaro ed un reumatismo; andò a ristabilirsi in un convento, dove vestì la tonaca. Ma l'asino perde il pelo e mai il vizio. Un bel mattino, a pochi passi dal monastero, senza svestire il suo vestito da monaco, volle avvicinare un viandante che aveva una catena d'oro; il viandante lo abbrancò al collo, e lo consegnò alle guardie nazionali che lo fucilarono.
La fuga di Chiagnone aveva liberato miss Uragan da un avversario, ma bisognava guadagnare l'altro, il prete che era l'oracolo di Marianna, ed ottenere da lui il permesso di educare il piccolo Toniello.
La Inglese andò quindi da don Cristoforo (come lo si chiamava nella parrocchia) e trovò un uomo tondo tondo, col naso all'insù, cogli occhi aperti come la bocca, seduto a tavola davanti una zuppiera di maccheroni coi pomidoro, spolverati di cacio cavallo.
– Servitevi, – disse il prete offrendo il piatto a miss Uragan, che rifiutò con un gesto e sedette senza complimenti, per entrar subito in materia, e fare la sua domanda.
Don Cristoforo non perdeva un boccone, rispondendo ad ogni frase con un ahi! che non significava nè sì nè no, nè meglio nè peggio. Quando ebbe vuotata la sua zuppiera, disse alla Perpetua di sparecchiare.
– Le paste sono un po' cotte, vecchietta mia. Domani non le lascerai nell'acqua bollente più del tempo d'un ave Maria.
Poi volgendosi verso l'Inglese:
– Così, mia cara signora, voi volete il piccolo Toniello. Non dico di no, non ho mai impedito alle persone di fare del bene. Ma siete voi certa di fare del bene al piccolo Toniello?
– Se ne sono certa? Saprà leggere, scrivere, fare i conti, avrà abiti pesanti e le mani pulite, potrà mangiare a sazietà; imparerà l'inglese. Lo salverò dall'ignoranza e dalla miseria.
– Sarà, – disse don Cristoforo incrociando le mani sul petto, e piegando i pollici. – Resta a sapersi se con dei begli abiti, una buona tavola, dei libri, e dell'inglese, egli si troverà meglio e sarà migliore.
– Voi non ci pensate, mio caro don Cristoforo. Tutti i mali derivano dall'ignoranza e dalla miseria. Non si può riformare questo paese che con scuole, e lavoro.
– Sarà! Altri pensano che tutti i mali derivino dai nostri bisogni, e che l'uomo più felice è quello che può far a meno d'un numero maggiore di cose. Eccovi un ragazzo che vive contento con una camicia di tela ed un soldo di castagne secche; voi l'abituerete ai vestiti di lana ed ai pasticcini. Provate, cara signora mia, e che la madonna vi assista! Quando avrete fatta l'esperienza, se avrete sbagliata la strada, venite a trovarmi, e penseremo al da farsi. Voglio bene anch'io al piccolo Toniello.
Miss Uragan abbandonò il prete, deplorando sinceramente, che quel brav'uomo fosse cattolico. Anzi si propose di convertirlo, e prese perciò l'abitudine d'andare di tanto in tanto, nelle sere estive, a ciarlare con lui su una terrazza, dove egli stava a prendere il fresco, guardando il mare.
Di mattina ella si occupava di Toniello. Era un grazioso fanciullo di dieci anni, che non avendo mai lasciato sua madre, aveva delle amabilità e delle delicatezze da bimba, la pelle bianca sotto a riccioli neri, uno sguardo carezzevole e fermo che affascinava. Quando miss Uragan lo condusse seco, il bambino era vestito di un vecchio calzone di suo padre tagliato al ginocchio; l'abbottonatura gli giungeva fino al collo, e le braccia uscivano dalle tasche scucite. La Inglese ordinò per lui un grazioso costume, da marinaio, di flanella turchina, un cappello di paglia con nastro nero in cui si leggeva un nome di bastimento: Bellerophon. Tutto fu pagato da un colonnello ungherese.
Toniello sfoggiò il suo abito nuovo per fare una visita a Pallone. Miss Uragan aveva avvicinato i due fanciulli e pensava di educarli in compagnia, contando sull'emulazione. Pallone domandò subito il vestito da marinaio al suo piccolo amico; Toniello, che non sapeva rifiutare nulla, glielo diede di buon grado, e rientrò nei calzoni di sue padre. Il costume turchino fu venduto, per pochi soldi, ad un mercante del molo, ed il mercante se ne sbarazzò in breve cedendolo ad un mozzo in procinto di partire per le Indie.
I due ragazzi cominciarono ad imparare insieme a leggere, il minore però non trovava affatto bella quell'occupazione. Mentre la Inglese gli mostrava l'a b c egli vagava collo sguardo per quella stanza d'albergo, che aveva finestre con cortine gialle e parati rossi, e dava su una via rumorosa. Dopo otto giorni Toniello ne ebbe abbastanza, e ritornò da sua madre. Ma con miss Uragan egli si era guastato; le castagne secche gli tagliavano la gola, non voleva più girare la ruota, il letto di paglia gli sembrava immondo. Risolse di abbandonare la grotta, e di cercare fortuna colla sua abilità. Non sapeva far niente, ma aveva per Pallone una strana sommissione, così che si stabilì tra loro una specie d'impresa commerciale. Il piccino si metteva di buon'ora al lavoro, e carpiva qualche frutto al mercato, eseguiva commissioni, apriva gli sportelli delle vetture, tirava le reti, mostrava ai forestieri la tomba di Virgilio, o li pregava di lanciare una palanca avvolta in un pezzo di carta in mare; poi egli vi s'immergeva e riportava la moneta stretta tra i denti. Quindi portava il bottino a Pallone, che metteva tutto, come egli diceva, nella cassa comune. Pagato il suo tributo, Toniello era libero, e prima di tutto pensava a pranzare; non mangiava pasta come i borghesi, o lupini e polenta come i lazzaroni, perchè era goloso, anzi buongustaio; si nutriva di frutti che non trovava mai abbastanza belli. Aveva bisogno di fichi scelti, di aranci, o come li chiamava, di portogalli di Palermo. La sua gioia più grande era d'immergere la faccia in un cocomero ben rosso, col quale mangiava, beveva e si lavava la faccia, tutto per un soldo. Fatto ciò, si distendeva non al sole, come i suoi compagni, ma sotto il colonnato, o sui banchi d'una chiesa perchè gli piacevano le pietre scolpite, le madonne dipinte e ci teneva a non sciuparsi la pelle. Visse così cinque o sei anni senza esser turbato da nessun avvenimento, e completamente felice. Sua madre aveva abbandonata la ruota ed il canape per andare a stabilirsi ad Eboli nella provincia di Salerno. Toniello non voleva andare ad Eboli; che avrebbe mai potuto fare senza Pallone? Dormiva dove poteva, spesso all'aria aperta, sulla spiaggia del mare, meravigliato di vedere gli altri affaticarsi tanto per godere meno benessere e meno libertà di lui. Una sera miss Uragan lo sorprese lungo disteso sulla sabbia, cullato dalla brezza, assopito dal profumo dei cedri che veniva dalla vicina passeggiata, nel languore d'una notte tepida rischiarata dal scintillìo delle stelle, dalla fosforescenza del mare:
– Tutto ciò, – egli le disse, – è molto meglio delle vostre lettere nere su pagine bianche.
La Inglese alzò le spalle, e fece un discorso giudizioso per provare che se i fanciulli non imparano a leggere, l'Italia non avrà mai dei cittadini. Toniello s'addormentò del tutto al canto d'un usignolo che rispondeva in bei versi rimati: «L'Italia avrà sempre dei mirti e degli oleandri.»