Marco Monnier
Novelle napoletane
Lettura del testo

MISS URAGANO

II.

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II.

Un bel mattino, miss Uragan mi obbligò a seguirla all'ospizio di Santa Maria Succurre Miseris che si chiamava pure di Sant'Antoniello o Sant'Antonio alla Vicarìa.

– Io ho, – mi disse, – un permesso dal prefetto per visitare quello stabilimento: non vi si entra tanto facilmente, il prefetto stesso vi ha dovuto rinunciare, ma io entrerò, io, dovessi usare la forza. Ecco perchè vi accompagno, vi saranno dei colpi da dare e da ricevere; conto su di voi.

M'inchinai facendo una smorfia che voleva sembrare un sorriso. Quell'ospizio era un ricovero destinato alle pericolanti: a quelle ragazze cioè che minacciano di fare un passo falso. Arrivato davanti alla porta battei risolutamente e udii nell'interno un ronzío simile a quello prodotto da un ciottolo gettato in un alveare. La porta scossa con violenza finì per aprirsi, e circa dodici converse si affollarono verso di noi sulla soglia. Queste converse, lasciatemelo dire per incidenza, erano il tarlo di tutti gli istituti di beneficenza; ci vivevano senza far nulla, spesso dalla nascita e sempre fino alla morte, consumando per il loro mantenimento quasi tutto il danaro destinato all'istruzione, all'educazione dei poveri, al pane quotidiano dei malati e dei vecchi. Si chiese della direttrice.

Ammalata, – rispose una.

– Fuori, – rispose un'altra.

– Col confessore, – disse una terza.

– Si può vedere il locale?

– Bisogna chiederlo al prete.

– Dov'è il prete?

Assente.

Si dovette andarsene; ma miss Uragan volle tornarvi un'ora dopo; il prete c'era stavolta; fu lui che venne ad aprirci e ci condusse in una stanza dove parlò d'iscrizioni osche e di vasi etruschi. Incalzato dalle nostre domande impazienti, finì col dirci che c'erano nello stabilimento centotrentasette converse ed un piccolissimo numero di ragazzine venute quasi tutte dall'Annunziata (ospizio dei trovatelli); che del resto non avremmo visto nulla di interessante. Egli cercava di guadagnar tempo per far spazzare qualche sala. Finalmente acconsentì a mostrarci il cortile.

– Avete visto adesso?

– Niente affatto, e noi vogliamo vedere tutto, vogliamo vedere, capito?

Il prete allora si diresse a passo lento verso una porta, picchiò parecchie volte, non con molta forza ed a lunghi intervalli; una conversa venne ed aprire. Ci permisero finalmente di entrare nell'ospizio, e tutti i nostri sensi furono messi alla tortura pel sudiciume, l'odore, la cucina, il mugolìo, gli insetti di quella stalla d'Augia che non s'era fatto a tempo di spazzare. Da ogni parte converse; in mancanza d'un refettorio, qua e qualche povera ragazza si scaldava il mangiare in una camera da letto sopra un fornellino portatile. Era impossibile interrogare quelle sventurate, una conversa rispondeva sempre per loro alle nostre domande. Molte erano inferme, una pazza, un'altra rannicchiata in un angolo, pallida, magra, con due occhioni velati che uscivano dalla testa, pareva affranta dall'inedia; chiesi il suo nome; si chiamava Reginella. Ma in quel luogo si soffocava, e fummo costretti ad andarcene: incontrammo il prete nel cortile.

– Avete visto? – ci disse egli sogghignando.

– Abbiamo visto, è un orrore!

Poh! – rispose egli, – ci si abitua.

Miss Uragan corse alla prefettura e ingiuriò il prefetto; ma il prete e le converse rimasero all'ospizio di Santa Maria Succurre-Miseris, la Inglese ebbe soltanto il diritto di ritirarne Reginella.

– Voglio metterla all'Albergo dei poveri, quello stabilimento si sta riformando, venite a vederlo con me.

L'Albergo dei poveri è un palazzo lungo lungo che non finisce mai, tutto facciata; costruito da Carlo III, buon principe, ma un po' ciarlatano. Sopra il portone dell'edifizio si leggeva questa iscrizione: Ospizio reale pei poveri di tutto il regno; grandioso, il titolo. Ma anche qui, come da per tutto, il passato governo aveva rovinato ogni cosa: l'Albergo dei poveri, imponente all'esterno, non era internamente che un seguito di stalle umide, sudicie e malsane. Nelle officine non si lavorava, nelle scuole non si studiava, il milione di introito destinato ai poveri svaniva quasi tutto nelle mani degli impiegati. Miss Uragano salì da uno dei nuovi direttori e lo tempestò d'invettive; ma quell'uomo eccellente rispose con un fare addolorato:

– Che volete farci? Noi dobbiamo lottare ogni giorno, ogni ora, contro l'antico regime, che si perpetua negli antichi impiegati, si dibatte per mantenersi, si rivolta contro ogni innovazione, si abbranca a tutti gli avanzi del passato, e si compiace del sudiciume tradizionale. Nessuno vuol occuparsi, maestri scolari, i conversi più di tutti gridano contro la persecuzione. I fornitori vogliono sostenere che i poveri sono oggi più che mai derubati, eppure la nuova amministrazione senza diminuire l'illuminazione risparmia ogni anno molti quintali d'olio, e la confezione di ottomila e duecento cinquantacinque camicie nuove, identiche alle prime, si può fare con un risparmio di 389 aune di tela, circa un chilometro e un quarto! Comprenderete la collera dei camiciai. Questa ostilità, stimolata dalla rapacità delusa, è stata già la causa d'un delitto: un mio collega, quasi alla porta dell'ospizio, fu assalito e pugnalato da un sordomuto.

Miss Uragan, voltatasi con impeto, prese la mano del direttore. L'uomo eccellente parve molto meravigliato da quel segno d'approvazione; gli uomini della sua età e del suo paese ardivano appena, dopo molti anni di famigliarità, inchinarsi davanti ad una signora e sfiorarle colle labbra la punta delle mani. Egli si riaccomodò i manichetti e disse alla Inglese, della quale desiderava forse sbarazzarsi:

Ora che avete visto il quartiere dei ragazzi, andate a vedere quello delle ragazze.

Essa non chiedeva di meglio, e poichè il direttore le andava a genio, non vide che il lato buono delle cose; i dormitorii puliti, la cucina ben tenuta, le bambine vispe, le suore di carità francesi molto servizievoli, benchè fossero francesi e suore di carità (miss Uragan detestava la Francia e la gente di chiesa). Le ragazze più grandi facevano dei ricami molto fini, o intrecciavano ghirlande e corone di fiori artificiali che sarebbero state ammirate a Parigi. Le sordo-mute parlavano e capivano, seguendo il nostro discorso con un occhio vivo, allegro, intelligente: una d'esse parlò alla Inglese, le domandò senza sforzo gutturale di che paese fosse. Appena la Inglese ebbe risposto, la ragazza con occhio scintillante additò l'Inghilterra su una carta geografica. Un'istitutrice di Pisa, a forza di pazienza e di perseveranza, era riuscita a ridare la parola ai sordi: questi brava donna ci iniziò volentieri nei suoi secreti disponendo in due file le allieve, ed esercitandole in nostra presenza a ciò che ella chiamava ginnastica labbiale, gutturale e polmonare. La Inglese si entusiasmò e disse alla Pisana agitando l'ombrellino:

– Voi m'insegnerete tutto ciò? Voglio cominciare domani a prendere la mia lezione.

Essa mantenne la parola e tornò per una settimana tutti i giorni all'Albergo dei poveri, finchè, cambiando esercizio, si mise a compilare un rapporto pel re Vittorio Emanuele. Ecco per quale ragione. Si facevano delle difficoltà per ammettere Reginella all'ospizio: erano necessarie alcune carte, alcune formalità, bisognava fare delle pratiche. Miss Uragan bruciava d'impazienza. Il sindaco le diede il consiglio di andare dal re allora a Napoli. Essa rifiutò risolutamente perchè era garibaldina, ed aveva inveito energicamante contro la palla d'Aspromonte, fabbricata, – diceva, – al Vaticano.

Baie! il re è più garibaldino di voi, – rispose il sindaco col suo fine sorriso.

Questa ragione persuase l'Inglese, che partì subito e corse difilata al palazzo reale. Aveva un passo così sicuro, così franco che le sentinelle non ebbero il tempo e nemmeno l'idea di fermarla; pigliò per il gran scalone, urtò due o tre gran collari dell'Annunziata, e giunse all'ingresso della sala d'udienza; allora soltanto le si chiese che voleva.

Dite al re che sono inglese e che ho da parlargli.

Non so con che fare buttò queste parole; fatto si è che fu introdotta immediatamente. Bisogna credere che la qualità d'Inglese aprisse tutte le porte: gli amici d'oltre-Manica non avevano bruciato una cartuccia per gli Italiani, ma essi non sbarravano loro la via di Roma; orbene, tutti sanno che si preferiscono agli amici che si prestano per noi, quelli che non ci disturbano. Miss Uragan si trovò in faccia d'un uomo alla buona che portava un colletto arrovesciato e due gran mustacchi che toccavano le orecchie; ma che dal modo di sollevare la testa si riconosceva immantinente che era il re. La Inglese entrò subito in un discorso nel quale parlò prima di tutto di Reginella, poi della Casa di mendicità, dei sordo-muti, del direttore pugnalato, delle camice e dei preti; poi infilò un sentiero di traverso sul quale incontrò Lutero, Cromwell, Fra-Diavolo, Tommaso Carlyle, il lotto, la grotta dei funaiuoli, le gabelle, la consorteria, le carceri cellulari, le case di tolleranza, le scuole evangeliche, la società protettrice degli animali. Sa Dio quante cose mi dimentico! Un aiutante di campo, che m'ha raccontato l'udienza, morsicava il fazzoletto per non scoppiare dalle risa; il re non battè palpebra e quando essa ebbe finito disse con affabilità alla Inglese:

– Le sarei molto grata, signora, se volesse scrivermi tutto questo.

– Subito! – E stava per partire come una freccia, quando il re la richiamò.

– Si è dimenticata qualche cosa.

– Non credo, – diss'ella guardando i mobili, il suo ombrellino e frugando nelle tasche, per accertarsi che aveva il fazzoletto, il nuovo testamento, le chiavi.

Il re riprese:

– Si è dimenticata della piccola Reginella.

– È vero, Maestà.

Favorisca lasciarmi il suo nome ed il suo indirizzo, avrà stasera quanto mi ha domandato.

Alla sera infatti miss Uragan ricevette un piego, con suvvi lo stemma reale. Da quel momento dichiarò che, dopo tutto, Garibaldi aveva avuto i suoi torti e che Vittorio Emanuele era il migliore dei re. Cominciò il suo rapporto, o per meglio dire lo ricominciò venti volte; aveva tante idee che non riusciva a scrivere venti linee di seguito, la sua penna troppo piena d'inchiostro non faceva che sgorbi. Aggiornando quindi questo lavoro condusse Reginella all'Albergo dei poveri. Poichè aveva fatto un corredo alla ragazza (col danaro di un banchiere svizzero) dovette prendere una vettura per trasportare il bagaglio. Il veicolo era noleggiato ad ora, il fiaccheraio pensò bene di prendere la via più lunga; girò il molo, fiancheggiò la Marinella fino ai Carmini, e sapendo che ci sono sempre degli ingombri nei vicoli che conducono dalla chiesa alla ferrovia, massime all'arrivo dei treni, pensò bene di passare di ; quella fermata gli poteva far guadagnare un quarto d'ora, forse mezza. Discese da cassetta, mise il cavallo all'ombra, gli infilò al collo un sacco pieno di erba e lo lasciò asciolvere tranquillamente. Miss Uragan batteva i piedi d'impazienza, ed io, che dovevo pagare il fiaccheraio, avrei fatto altrettanto se mi fosse mancata la gioia di Reginella che, tutta felice di trovarsi in vettura, si alzava, si sedeva, saliva sui sedili, poggiava i gomiti a cassetta, contemplava avidamente l'aggruppamento dei carri, dei carretti, delle carriole, di uomini e di donne, di bauli, di casse, di botti, di barili, di legumi e di frutta che chiudevano il passaggio e si sbrogliavano a stento. Un mercato ambulante girava tra la folla: erano venditori di aranci, di pesci, di frutta di mare, di giornali, di noci, d'acqua fresca, d'abiti vecchi, di minuterie, e tutti vociavano. Un cappuccino offriva una presa di tabacco e i numeri del lotto, un ciabattino passeggiava tacitamente, collo sguardo cupo, la testa bassa, portando sulla schiena una gerla piena di vecchi arnesi, di vecchio spago, di vecchio cuoio. Costui scorse tutto ad un tratto quello che cercava: una scarpa forata ai piedi d'un semi-galantomo; così si chiamava quella classe un po' mista che sta in mezzo tra il volgo e la borghesia di buona lega. Egli arrestò di un colpo quell'avventore, e volere o non volere, gli tolse dal piede la calzatura difettosa, mettendovi al posto una ciabatta comune, che non era in miglior stato; poi, in presenza di tutti, seduto sopra la gerla, racconciò in fretta la fessura in modo da attirare gli sguardi di tutti, ma tanto presto, e raccontando tante frottole all'avventore, che tutto andò tra loro col massimo accordo. Il ciabattino domandò dieci soldi per il suo lavoro, il semi-galantuomo ne diede due e si separarono buoni amici. Intanto la folla si faceva più frettolosa, il frastuono cresceva, nuovi veicoli che venivano dalla stazione, aumentavano l'ingombro, ed il burattinaro che aveva piantato il suo teatro ambulante nel più fitto della gente dominava tutto il susurro colle grida nasali di Pulcinella. Solo, immobile, in mezzo a quel tumulto, sorgeva il grave campanile dei Carmini, d'un rosso cupo, che pareva assorto in pensieri, come un vecchio che ha assistito a molti avvenimenti del passato; pensava forse a Corradino che ha visto cadere, o forse, chi lo sa? a Masaniello che ha visto sorgere.

Reginella per dominare meglio era salita a cassetta, e tanto in alto che la sua testa, sormontando la linea d'ombra, scintillava in mezzo al sole come un bronzo antico. Pochi giorni avevano rinvigorito quella natura ricca e potente, gli occhi si erano riaccesi, i capelli increspati e rilucenti si gonfiavano in striscie nere ondeggianti alla brezza marina, mentre essa colle narici dilatate, colla bocca piuttosto grande, un po' aperta, mostrando due fila di denti bianchissimi, aspirava quell'aria con voluttà. Colla testa rivolta all'insù, le braccia incrociate, la gonna svolazzante, pareva dicesse agli uomini, alle bestie e perfino al campanile impassibile: Guardatemi!

Di passò in quell'istante Toniello che veniva dalla stazione con una valigia sulla schiena; un viaggiatore lo seguiva. Egli si fermò tutto ad un tratto, agitò la testa, fece solecchio colla mano che aveva libera, e dopo aver gettato senz'altro la valigia sulle spalle del viaggiatore che vociava delle imprecazioni si precipitò di corsa verso la nostra vettura. Toniello aveva visto Reginella. Egli rivolse subito la parola a miss Uragan, ripetendole tutte le frasi lusinghiere, tutte le offerte di servigio che i Napoletani sanno prolungare all'infinito. Cavò di tasca una piastra di lava che era stata colata ancora accesa in una forma, e che portava l'effigie di Vittorio Emanuele o di Francesco II a scelta, ne aveva per tutti i gusti, poi un cavallo marino, una lucertola di terra cotta, un bottone da manichini trovato negli scavi di Cuma, una tabacchiera etrusca, una corona benedetta, tutto ciò insomma che i forestieri sogliono comperare; avrebbe dato tutto per niente, tanto voleva bene a miss Uragan. Mentre parlava non staccava però mai gli occhi da Reginella. In quel mentre un colpo di cannone rimbombò sul mare, la folla si diresse dalla parte della spiaggia per vedere il bastimento che arrivava. Allora potemmo rimetterci in via; il fiaccheraio salì a cassetta, e Reginella dovette lasciare il posto: nel discendere il suo sguardo incontrò quello di Toniello. Da quel momento i due giovani s'amarono.

La vettura partì di galoppo, perchè il fiaccheraio era coscienzioso, e ci teneva a mostrare che faceva tutto il possibile per riacquistare il tempo perduto suo malgrado. Toniello salì dietro la vettura, Reginella, sedutasi di fronte a lui, lo guardava. Si arrivò troppo presto al Serraglio, così chiamava il popolo per derisione l'Albergo dei poveri. Era considerata vergogna e sventura l'esser chiusi dentro: meglio la prigione dove si andava per azioni che facevano chiasso, traditi (è la frase usata) dalla giustizia e dalla polizia. Così la pensava il popolino, e lascio immaginare come Toniello si sentisse compreso da orrore quando vide la carrozza fermarsi al Serraglio. Egli aperse lo sportello, abbassò il predellino; a Reginella, che discese ultima, disse tanto forte che io potei udire:

– O ti porto fuori di qui, o mi faccio strangolare.

Egli ci seguì nello stabilimento, ed essendo con noi lo lasciarono passare dapertutto anche nel quartiere delle donne. Egli esaminò accuratamente l'opificio dove Reginella doveva lavorare, la camera dov'essa doveva dormire, la corte dove avrebbe passeggiato nell'ora di ricreazione, la finestra alla quale le sarebbe permesso di sedere a certe ore per pigliare il fresco. Si fece amico d'una conversa, la quale accompagnandoci diceva corna del nuovo governo e sopratutto delle suore francesi. Le converse che pullulavano, come da per tutto, anche nell'Albergo dei poveri, facevano il possibile per amareggiare la vita dei direttori; spingevano le bambine a voltar le spalle alle maestre, ed a gridare nella sala di disegno, quando entrava il maestro: «O Dio! fate che colui che si siederà su quel banco si rompa le gambeToniello diventò in meno che non si dica il migliore amico della zitellona, e parlò qualche tempo con lei a basso in fondo alla scala. Otto giorni dopo, colla protezione di miss Uragan, egli entrò come apprendista nell'opificio dei fabbri; quindici giorni dopo, colla protezione della conversa, gli fu permesso fare i lavori grossolani nel quartiere delle donne; in capo a tre settimane, Toniello e Reginella erano scomparsi dal serraglio, e con loro scomparso anche qualche utensile da fabbro.


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