Marco Monnier
Novelle napoletane
Lettura del testo

MISS URAGANO

III.

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III.

Intanto Pallone era giunto al ventiduesimo anno di età e, ben diversamente da Toniello, aveva meritato l'approvazione di miss Uragan che parlava con tutti di lui come d'un buon giovine, d'un bell'ingegno, d'una futura speranza d'Italia. In meno di due mesi Pallone aveva imparato a leggere, si era fermato qui, come fanno di solito i suoi pari; non appena ebbe tra mani l'istrumento, volle anche servirsene. A questo fine domandò dei libri, e cominciò a leggere quelli contro i preti che miss Uragan spandeva a profusione. Dopo averli letti e riletti si persuase che non c'era Dio diavolo, e che per conseguenza, si poteva fare a talento quello che si voleva, preoccupandosi solo dei questurini e dei carabinieri. Miss Uragan, istruendolo poi sulla dignità umana, gl'insegnò che noi siamo tutti eguali, e che un lazzarone vale quanto un gran signore. Pallone ne cavò la conseguenza che i gran signori avevano derubato i lazzaroni. Forte di questa convinzione, tutte le volte che portava via un fazzoletto dalle falde d'un abito credeva di ripigliare una cosa sua, di usare di un suo diritto. Inoltre s'era abituato a dire a tutto pasto queste frasi: fare il suo dovere, esercitare un sacerdozio (la parola sacerdozio si trovava in ogni pagina nei libri di miss Uragan). Egli si dichiarò l'apostolo della solidarietà universale; aveva insomma acquistato delle qualità oratorie e, la prima di tutte: l'uso delle parole lunghe. Dichiarò adunque la guerra ai grandi, ma non cessò per questo di taglieggiare i piccoli, poichè le idee nuove non fanno andar in odio le abitudini vecchie. Lo si vedeva correre i mercati e prelevare un'imposta sui profitti del giardiniere, dell'ortolano del vignaiuoio; i fiaccherai gli pagavano la decima; qualche borbonico gli mandava di tanto in tanto un rotolo di vecchi scudi; vegliava sulla vendita dell'acqua fresca e s'intrometteva nelle discussioni dei barcaiuoli della marina. Gli uni lo credevano affiliato alla camorra, gli altri alla questura; egli non si difendeva da tali accuse, forse ingiuste ma lucrative, e assumeva un'aria di mistero che faceva tremare tutti; anche i rivenduglioli, i borsaioli, i piccoli cospiratori, temendo di essere controllati, gli davano del danaro; egli traeva profitto così dalla vigliaccheria universale. Allorchè dopo attraversate le strade colla camicia rossa, con panciotto e calzoni color cioccolatte, giungeva al porto, e ritto davanti la folla, col bastone sotto il braccio, cavava il suo cappello alla calabrese e con la destra coperta di anelli alzava come un pennacchio il suo ciuffo folto di crini neri, fra gli uomini e le donne della marina si faceva un profondo silenzio: i più arditi non lo guardavano che sottecchi. Il cantastorie che intuonava delle strofe del Tasso al popolo raccolto intorno a lui sospendeva il combattimento di Tancredi e Clorinda, e Pulcinella si dimenticava di bastonare lo sbirro. Pallone allora s'avanzava e tendendo il cappello girava tra la folla a raccogliere i denari pel burattinaio e pel declamatore popolare; i soldi piovevano nell'imbuto di feltro, Pallone ne dava una manata a Pulcinella, una al cantastorie, teneva il resto per , e ricacciandosi il cappello in testa, s'allontanava lentamente col bastone in avanti, col passo di un trionfatore.

Una mattina, incontrò alla marinella miss Uragan, che gli rivolse a bruciapelo questa domanda:

Sapete dov'è Toniello?

– Io so tutto.

– In tal caso, ditemelo, mi occorre saperlo.

– Cosa volete?

– Io voglio togliergli dalle mani una povera fanciulla che ha rapita. Toniello si rovina; m'ha ingannato sempre. Dovevo aspettarmelo, non sa leggere. Non è mica come voi che siete uscito dall'ignoranza e dalla miseria; egli mi addolora quanto voi mi rallegrate.

– Voi dite che Toniello ha rapito una ragazza?

– Non lo sapete?

– Certamente. Io so tutto. Ha nome.... Aspettate....

Reginella.

Precisamente.... Reginella.... È proprio il nome che ho nei miei registri. Egli l'ha condotta.... io so dove. Se anche partisse in questo istante per telegrafo, e se n'andasse in capo al mondo.... lo raggiungerei. Lancerò sopra lui tutti i miei uomini.

– Siete poi ben certo....

Dubitate di me? Non movetevi. Io son Pallone.

Senz'altro chiamò zuffolando una vettura, che venne a lui di corsa, vi saltò dentro, disegnò un semicerchio colla mano; la vettura voltò immediatamente e partì di galoppo. Miss Uragan si sentiva contenta, ammirava Pallone con un amor proprio da autore. «Ecco cosa vuol dire, pensava essa, saper leggere

Intanto Toniello era partito con Reginella per Salerno, dove sperava di incontrarsi con sua madre, e dove era sicuro di trovare la sora Placida sua zia, una vedova senza figli. Marianna aveva lasciato il paese dopo la disgrazia di Chiagnone, era stata vista più volte, a lunghi intervalli, negli Stati pontifici. La sora Placida teneva un negozio di sale e tabacchi; vendeva anche carta, oggetti di merceria, e corde per istrumenti musicali. Aveva pure buon cuore, ed accolse di buon grado Reginella; è vero però che cercava una serva, che la aiutasse nel negozio ed in casa. I due amanti erano venuti insieme da Napoli a Salerno senza nemmeno toccarsi la mano. Benchè indissolubilmente fidanzati fino dal primo sguardo che s'erano scambiati non potevano ancora maritarsi, non possedendo roba quattrini: bisognava prima preparare il nido, o, come essi dicevano, farsi il letto. Fino a quel giorno essi dovevano vivere vicini, ma separati, amarsi teneramente, ma rimaner stranieri l'uno all'altro, ed avere tra di loro meno famigliarità, meno espansione che se fossero stati fratello e sorella; questo era necessario per rispetto verso la società e verso la Madonna. Toniello fu dunque costretto a cercarsi un alloggio, e lo trovò in una barca capovolta, colla chiglia in aria che si stava riparando, egli si alloggiò sotto l'argano. Ma non basta avere l'abitazione, bisogna anche mangiare, e la sora Placida non offriva al nipote nemmeno un tozzo di pane. Essa aveva buon cuore del resto, ma non dava niente per niente; seguendo questa massima, era riuscita a crearsi un piccolo commercio.

Toniello si buscò qualche spicciolo cantando sotto le finestre. La prefettessa trovò simpatica la sua fisonomia, lo fece chiamare da un usciere, e divertì tutta una sera i suoi invitati colle canzoncine di Toniello, poi andò essa stessa in giro con un vassoio e raccolse per il giovane tredici lire e cinquanta centesimi in palanche. Colla terza parte di questa somma Toniello comperò da un rigattiere una vecchia arpa senza corde; la portò dalla sora Placida col rimanente danaro, e non tenne per che tre soldi, coi quali comperò una libbra di fragole ed una pagnotta; poi andò a bere alla fontana, e tornò alla barca, e quivi s'addormentò creandosi colla fantasia i più bei castelli in aria, che diventarono poi un bel sogno. Egli saliva i gradini di San Francesco e Paolo, e camminava, al suono delle fanfare, sul marmo bianco del portico; aveva per mano Reginella vestita di porpora, incoronata d'oro.

Il giorno appresso incontrò un Viggianese che aveva lasciato il suo villaggio con un'arpa per girare il mondo. Questo musicista conosceva molte arie ma poche parole, ed aveva una voce da ranocchio che poteva piacere soltanto alla gente di oltremare.

– Vuoi che facciamo società? – disse Toniello.

S'associarono. Di gran mattino si sedevano sulla spiaggia del mare all'ombra d'una roccia che, forata da parte a parte, formava un arco; l'acqua ai loro piedi era d'un colore verdastro. Lavoravano insieme: il Viggianese dava lezioni d'arpa a Toniello che alla sua volta gl'insegnava delle canzoni e gli addolciva la voce: le onde col loro movimento regolare battevano il tempo. Gli esercizi duravano fino a mezzogiorno; allora i musicisti si tuffavano nel mare e pranzavano. Il Viggianese, che era un montanaro, mangiava del formaggio, e Toniello fragole e ciliegie: i frutti dell'aprile. Dopo pranzo facevano la siesta dall'altra parte della roccia, per essere riparati dal sole che aveva cambiato posto, poi rientravano in città e davano uniti un concerto al prefetto, al sindaco, al generale comandante il distretto, al presidente del tribunale, ai frequentatori del caffè principale, ad un fabbricante svizzero che dirigeva una filatura nei pressi della città: avevano imparato per lui il Ranz des vaches, e alcuni pezzi del Guglielmo Tell. In capo a quindici giorni Toniello sapeva suonare abbastanza l'arpa da accompagnarsi da , possedeva denaro abbastanza da comperare dalla sora Placida le corde mancanti al suo istrumento: essa non gliele vendette a caro prezzo, ma vi trovò il suo tornaconto. Il Viggianese partì per l'America, e Toniello guadagnò da solo molti biglietti di banca. Il suo repertorio era inesauribile perchè inventava ogni giorno una nuova canzone, parole e musica, le idee gli venivano spontanee, benchè non conoscesse le note musicali, le lettere dell'alfabeto. La rima lasciava a desiderare qualche volta, ma il metro era sempre giusto. Del resto era Reginella che lo ispirava. Ogni giorno all'alba essa aveva la sua mattinata. La finestra della fanciulla dava su un giardino; i vicini dormivano ancora, e la sora Placida si coricava tardi perchè passava le sere a puntare con spilli i pacchetti di biglietti di banca, e si levava molto dopo il sole. Era impossibile entrare nel giardino circondato da un muro sul quale erano conficcati dei cocci di bottiglia. La sora Placida temeva i ladri e non si coricava mai prima di aver fatto il giro del giardino e della casa per chiudere tutte le porte, tutte le imposte. Ma al di s'ergeva il resto d'una casa in rovina, o il principio d'una casa in costruzione; quattro muri ed una scala senza ringhiera, che riusciva al primo piano senza pavimento soffitto; dall'alto della scala si vedeva ad una distanza di cinquanta passi la finestra di Reginella. Toniello si metteva all'alba e cantava i suoi nuovi stornelli. Subito la finestra s'apriva, e si affacciava una testa bruna dai lunghi capelli sciolti; finita la canzone, Reginella poneva una mano sulla bocca e gettava un bacio a Toniello. Poi tutt'e due parlavano a lungo quasi sempre cogli occhi che dicevano le cose più affettuose; mentre i gesti aggiungevano i particolari. A forza di muovere le braccia, le mani, le dita, il fortunato giovane faceva sapere alla fanciulla il danaro guadagnato il giorno prima e l'impiego fattone. L'acquisto del letto procedeva; i ferri avevano due metri di larghezza, gli asserelli erano stati ordinati al falegname; ancora un po' di giorni e avrebbe potuto occuparsi del saccone. Erano inoltre indispensabili due sedie ed un tavolino; il resto sarebbe venuto in seguito a poco a poco. Fatti i conti avrebbero potuto sposarsi all'8 settembre, giorno della festa di Piedigrotta, Don Cristoforo era avvisato e si occupava delle carte. Indi gli occhi tornavano al loro linguaggio carezzevole, pieno di promesse. Poi Reginella portava un dito alle labbra: Silenzio! la casa si destava, la sora Placida metteva giù i piedi dal letto, ed andava di corsa all'armadio per vedere se le carte vi erano ancora. Alcuni baci gettati da lontano si incrociavano in aria, la finestra si richiudeva. Addio, Reginella! Toniello ridiscendeva; ebbro di gioia traversava Salerno cantando a voce spiegata le nuove canzoni al sole nascente.

Egli però s'era fatto un po' avaro; il matrimonio rende conservatori. Invece di buttar via il danaro come una volta al lotto o nelle mani di Pallone, ammonticchiava le monete di rame, come la sora Placida, ed univa a dieci a dieci i biglietti da cinquanta centesimi. Contrattava le fragole, e quando la venditrice non voleva accordargli il minimo ribasso, mangiava un po' stizzito il suo pane asciutto. Un giorno gli capitò perfino di rifiutare l'elemosina ad un mendicante e di dirgli come avrebbe fatto un borghese od un filantropo: «LavoraProvò però, subito, rimorso di quest'azione e ritornato sui suoi passi diede al mendicante una manata di rame; ma non importa, il primo movimento del suo animo non era più il migliore. Toniello si guastava, Toniello diventava interessante, e quando il prefetto od il fabbricante svizzero gli gettavano soltanto soldi di rame, Toniello faceva un musone lungo lungo; Toniello diventava geloso, altro difetto da conservatore. Passava trenta o quaranta volte davanti alla bottega dove stava Reginella dietro al banco; non ardiva però entrarvi perchè la padrona non lo permetteva. La sora Placida aveva buon cuore, ma ripeteva spesso un proverbio che credeva d'aver inventato lei: «il tempo è danaro.» Tuttavia permetteva a tre donciccilli (damerini) del luogo, che avevano un guanto bianco nella mano sinistra, una goletta arrovesciata fin sulle spalle e delle basette schiacciate, di restare a lungo seduti nel negozio fumando dei sigari che pagavano tre soldi ogni due. Mentre fumavano, i donciccilli dicevano delle scipitaggini a Reginella che le accettava dondolandosi, con civetteria, poichè non le spiaceva affatto il sentirsi dire graziosa. Quando Toniello passava davanti a quelle finestre basse e vedeva quel tradimento (era la sua parola) diventava furibondo, aveva delle brame feroci, voleva strangolare quei donciccilli; ma ne lo trattenevano il rispetto che aveva per la giubba ed anche la paura di guastar tutto: non voleva inimicarsi Reginella. Se ne andava in quei momenti a piangere solo, ai piedi della roccia che formava un arco sul mare. La canzone del seguente era lamentosa o furiosa, la cantava all'alba alla finestra della casa rotando i suoi occhioni, mostrando i pugni. Reginella sorrideva guardandolo; il sorriso era beffardo, ma lo sguardo era tanto affettuoso, che Toniello dimenticava, perdonava tutto e se n'andava orgoglioso come se avesse toccato il cielo col dito. Nel pomeriggio ripassando davanti alle finestre basse, ritrovava i donciccilli fermi per una o due ore, col cappello in testa, la mano destra senza guanto, che si movevano aggraziati per mostrare le unghie lunghe. Toniello scappava disperato.

Una sera che Toniello più afflitto che mai correva verso il mare per gettarvisi dentro, urtò contro un uomo in sottana che lo prese pel braccio; era don Cristoforo. Seppi poi da miss Uragan, che il prete era andato a Salerno, per segreto incarico della polizia all'insaputa delle autorità militari. Don Cristoforo doveva abboccarsi con un capo brigante che era stato suo parocchiano, e persuaderlo ad abbandonare il paese ed il mestiere per ridursi a vivere di rendita negli Stati pontifici. Gli si offrivano dei passaporti e dei biglietti di banca. Le trattative non approdarono, perchè il capo esigeva per e per la banda certificati di onestà e di buoni costumi, e voleva esser pagato in oro.

– Eh, Toniello, – gridò Cristoforo, – dove corri così in fretta?

Vado ad annegarmi, – disse Toniello.

Diavolo! Che t'ha mai fatto Reginella?

– È una scellerata! – rispose il povero ragazzo, e raccontò tutta la storia a don Cristoforo, che sorrideva, rammentandosi i suoi anni giovanili. Poi quando Toniello ebbe finito, disse:

– Non annegarti, retta a me, commetteresti prima di tutto un peccato mortale; poi non riusciresti: nuoti come un'anguilla e puoi rimanertene tanto sott'acqua quanto un pescatore di corallo. Lascia che si uccidano i Piemontesi, che hanno una temperatura fredda, il cielo grigio, e le donne pallide; qui, mio caro, con tanto ben di Dio, con questo sole, e colla tua Reginella, bisogna campare allegramente. Un grand'uomo ha detto: Memento vivere, ricordati di vivere.

Toniello non domandava di meglio, ed il prete per consolarlo completamente gli promise d'andare lui stesso a parlare a Reginella. Andò infatti dalla sora Placida, e condusse la fanciulla nel giardino. Io non so che cosa gli disse, so solo che parlarono da soli per più d'un'ora a bassa voce, e che una settimana dopo le Pentecoste, Toniello e Reginella andarono soli soletti al pellegrinaggio di Monte Vergine. Partirono di buon'ora colla prima corsa, il vagone era pieno zeppo di gente, la fanciulla molto commossa teneva la testa bassa, e portava ad ogni istante il lembo della veste agli occhi rossi. Ad una stazione, non rammento quale, la ferrovia allora non andava molto lontano, dovettero aspettare due ore prima di salire in vettura. Toniello e Reginella si misero al fresco, entrarono in una chiesa; la fanciulla andò difilato ad una cappella, e si lasciò cadere in ginocchio, poggiando la fronte sul gradino più alto; e prorompendo in singhiozzi.

– Non piangere, – le disse Toniello.

– Bisogna che pianga.

– Ma perchè? Che cosa ti rattrista?

– Ho commesso un gran peccato.

– Che peccato, gioja mia?

– Te lo dirò al ritorno.

Toniello era inquieto, rispettò il secreto di Reginella. Essa era afflitta così profondamente che egli cercava solo di distrarla; e le mostrò in una chiesa d'Avellino l'immagine di san Modestino. Quel santo faceva in altri tempi molti miracoli, vi ha rinunciato da quando non si crede più ai miracoli. Perchè i santi facciano dei miracoli, diceva don Cristoforo molto giustamente, è necessario che vi si creda. Orbene, Modestino stava in Avellino, e gli abitanti di Mercogliano vollero averlo presso di loro. Vennero di notte e lo rapirono. Il santo fu offeso da questo attentato, e per mostrare la sua collera ai ladri non fece a loro nessun miracolo. Si ebbe un bel pregarlo, supplicarlo, un bel ornare la sua cassa, illuminarla a giorno, rivolgergli le frasi più carezzevoli: Modestino rimase duro, sordo come una pietra; non guarì più un malato e durante la siccità non fece cadere una sola goccia d'acqua. Tanto che un bel giorno, stanchi di combattere, gli abitanti di Mercogliano rimandarono il santo ai cittadini d'Avellino, lanciandogli dietro urli e fischi finchè ebbero fiato; quando non n'ebbero più, gli gettarono delle pietre. Da allora Avellino e Mercogliano si odiano; se n'è vista più volte la prova nelle guerre civili. Quando Mercogliano è liberale, Avellino è realista: e viceversa; se la città abbonda di guardie nazionali, il villaggio formicola di briganti, e le due popolazioni vanno a ferirsi sulla montagna. In tempo di pace, invece di palle, si scambiano degli sgarbi.

Ma Toniello aveva un bel raccontare a Reginella, ella non s'interessava affatto di san Modestino, e batteva la fronte sui gradini dell'altare. Si rimisero in via, a Mercogliano dovettero arrestarsi fino a notte avanzata. La folla si pigiava nella navata sinistra dove da una piccola canna conficcata in un pilastro, stillava un'acqua miracolosa che veniva dal femore di non so qual santo; quest'acqua guariva dalla sete come da tutte le altre malattie. Non si arrivava alla canna che a gran colpi di gomiti e di spalle, e Reginella quasi soffocò, ma l'acqua santa le rese la vita. Verso mezzanotte cominciò l'ascensione. Era una comitiva interminabile, che saliva, alcuni sopra asini o cavalli, la maggior parte a piedi; i penitenti, scalzi; tra questi era Reginella. I vecchi, gli ammalati, le donne incinte venivano ultimi e si trascinavano a stento. Ognuno portava la sua torcia, ovvero un lungo bastone il cui vertice, spalmato di resina, fiammeggiava allegramente. Quel lungo serpente a macchie di fuoco, che dal cavo della vallata s'arrampicava sui fianchi scoscesi della montagna, presentava all'immaginazione dei curiosi l'illusione di un incanto o d'un sogno. Ed infatti era il sogno d'una mezzanotte d'estate. All'alba tutti erano affranti dalla fatica; Reginella non poteva reggersi sui piedi lacerati ed insanguinati: Toniello che la sosteneva il meglio possibile non ne poteva più. Tutti i volti erano lividi come cadaveri; molti pellegrini, specialmente le donne della città, poco abituate a camminare, s'erano gettati bocconi nel fango, mettendo dei gemiti e chiedevano di morire. La regione dei castagni era passata e si saliva per pendii brulli: un vero calvario, su cui molte anime oppresse trascinavano la loro croce. Finalmente i più lesti toccando la cima tentarono di mandar un grido di gioia, ma non poterono cavare dal petto che una specie di rantolo e caddero come corpi morti.

L'abbazia di Monte Vergine posta su un picco di granito che domina le foreste di due provincie era stata in addietro un tempio di Cibele, e l'Appennino sul quale era eretto si disse Monte Virgiliano. Il Monte Virgiliano è diventato Monte Vergine, e 2000 o 3000 napolitani salgono lassù tutti gli anni in pellegrinaggio. Giunta alla porta della chiesa, Reginella si inginocchiò, colla faccia verso terra, pregando Toniello di attaccarle una corda al collo e di tirarla così fino al tabernacolo della Vergine. Mentre egli la tirava, essa si trascinava sulle ginocchia e sfiorava colla lingua il pavimento. Quando fu al tabernacolo, borbottò delle preghiere, battendosi il petto, e singhiozzando; poi si rialzò raggiante. Era perdonata e salva. Allora soltanto confessò spontaneamente a Toniello il peccato che aveva dovuto espiare così duramente: – Io non t'amavo abbastanza, m'ha detto don Cristoforo. –

Ridiscesero insieme e felici! Sull'orlo della strada videro due ginestre piantate vicine, ne avvicinarono i capi, e li annodarono insieme colle loro dita, che si toccarono. A questo modo sogliono i fidanzati di quei paesi giurarsi amore e fedeltà davanti la regina degli angeli. Quando sono maritati, in capo ad un anno o due, se s'amano ancora tornano e slacciano le ginestre. La montagna ne era piena; la maggior parte già secche erano ancora annodate. Quando Reginella e Toniello ripassarono da Mercogliano, il villaggio era in festa; tutte le case addobbate con bandiere, stendardi, banderuole, fazzoletti con suvvi dipinte delle immagini devote che si agitavano al vento. Le osterie erano piene zeppe di penitenti, che pagati i loro debiti all'ora del pentimento, aprivano adesso un conto nuovo. Non avevano ardito portare del vino sul monte sacro, poichè se un miscredente vi salisse con una fiaschetta piena, tutti i fulmini del cielo si scaricherebbero sulla montagna e la tempesta colpirebbe contemporaneamente i grappoli e le messi. Adesso però si misero con ardore a rifarsi della privazione. Toniello e Reginella entrarono in quel tumulto, ma non vi si divertirono affatto: la felicità non ama l'allegria chiassosa. Avevano bisogno di esser soli. Ma nel bel mezzo d'una via affollata essi furono interrogati da improvvisatori seduti su finestre colle gambe penzoloni, ed il bicchiere in mano. Questi cantafigliole si gettano delle sfide in versi, come i pastori di Virgilio, scambiandosi delle strofe che devo riuscire tutte al ritornello figliole! Uno di quegli improvvisatori, di professione bettoliere, gridò con un tono forte e rauco ai due amanti:

E voi laggiù! che per la via passate
Rigidi, dritti come pioppi al sole,
Volgete gli occhi in alto e festeggiate

Le figlïole.

E la folla a battere le mani. Toniello rispose colla sua voce fresca e giovanile:

Eh trincatori ingordi di lassù
Che inzuppate di vin le vostre gole!
Chi molto beve, no, non vede più

Le figlïole.

Tutta la folla scoppiò in acclamazioni. L'oste volle rispondere:

Bevitor d'acqua, mangia pan di miglio.
Chinate il fronte orsù alle mie parole!
Chè noi vediamo di color vermiglio

Le figlïole.

La folla applaudì ma fiaccamente; attendeva la risposta di Toniello, che non si fece aspettare:

Solo il tuo naso gli è vermiglio tanto,
È solo il naso che brillar ti suole.
A noi venite, a noi venite intanto,

O figlïole.

Mise tanta tenerezza in quest'ultimo invito che tutta la folla diventò come pazza; le bandiere si agitarono, le immagini sante si scossero, i cappelli volarono in aria, la moltitudine, entusiasmata, ballava, saltava, faceva girivolte alzando le braccia con certi urli che avrebbero messo in fuga un esercito. L'oste vinto si lasciò cadere all'indietro, capitombolò in una stanza e disparve. Reginella, rossa d'orgoglio, si sentì come trasportata in un raggio di sole. Era infatti portata nel carro più ricco della festa, quello che aveva riportato il premio, come il più bello ed il più veloce. Toniello fu condotto vicino a lei sulla panca di dietro, al posto d'onore. Intorno a loro, seduti, in piedi, o a cavallo sul timone, sulle sponde, o dondolanti in un'amaca sotto al carro, una trentina di cristiani e cristiane vestite di tutti i colori dell'arcobaleno, con scialli screziati, vesti picchiettate, sciarpe e nastri variopinti, piume di cappone, di pavone, di fagiano che scintillavano al sole, ghirlande di foglie intrecciate con sonagli attorno al palo, sostegno della tenda, che tintinnavano allegramente, mentre la tenda istessa, smagliante di colori come una tavolozza, scossa, gonfiata, sbattuta dal vento, rumoreggiava come la vela di una nave.

Il carro da cui s'elevavano pertiche coperte di secchi, zoccoli, file di nocciuole, pavesato da grandi stendardi di seta con suvvi immagini di santi e di sante, – discendeva a corsa sfrenata, precipitava per pendii polverosi, tirato da due piccoli cavalli, nascosti sotto un monte di nastri, di penne, di medaglie di ottone, di galloni, di sonagli, di rami verdi e fioriti; uomini e donne fendevano il vento che arrestava loro il respiro, e presi da vertigini si credevano immobili, mentre le roccie, i pendii, la pianura, i casali bianchi, le messi dorate, i festoni delle viti, i filari d'alberi correvano, fuggivano, volavano.

Quando i due amanti rientrarono a Salerno, trovarono dalla sora Placida una lettera indirizzata a Toniello, che se la fece leggere dal barbiere all'angolo della via. Non c'erano che tre righe così concepite:

«Don Pallone fa sapere a chi di diritto che se Toniello non è a Napoli entro tre giorni, Reginella è morta


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