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Miss Uragan era stata lei a scoprire il ritiro degli innamorati; glielo aveva detto Don Cristoforo che essa vedeva sempre più spesso, coll'intenzione di convertirlo al protestantesimo. Salivano su una terrazza posta sopra una chiesa, dalla quale si vedeva da una parte la città, dall'altra il mare. Don Cristoforo si sedeva comodamente su una panchina, poggiava i gomiti sul parapetto e fumava con voluttà un forte sigaro napoletano, che un tabaccaio suo parrocchiano sceglieva per lui e glielo dava già acceso. La signora perorava in piedi di fronte al prete o camminava a gran passi davanti alla guglia di majolica, accumulando invettive e sarcasmi contro l'infallibilità del papa e l'Immacolata Concezione; su quest'ultimo punto essa diceva innocentemente le cose più assurde. Don Cristoforo non s'adirava, ma rispondeva con pacatezza, piegando all'indietro la testa, e soffiando il fumo verso le stelle.
– Che volete? io ci credo.
Un giorno miss Uragan aveva incontrato Pallone alla Marinella e gli aveva detto fermandolo:
– So dove sono. Voi non indovinate chi.... Toniello e Reginella.
– Lo so anch'io, e li sorveglio, – rispose senza esitare quello smargiasso.
– Si nascondono a Salerno, da una signora Placida che vende tabacco.
– Credete di dirmi una novità?
– Sono andati insieme a Monte Vergine.
– Perfettamente, li ho seguiti cogli occhi.
– Si mariteranno a Piedigrotta.
– Non si mariteranno.
– Chi lo impedirà?
– Io, Pallone.
– Farete bene. Non è che l'abbia con Toniello, anzi la sua maniera di condursi con la ragazza, è migliore di quella che m'attendeva da un illetterato: ma conduce una vita da fannullone cantando per le vie. Come volete che possa metter su casa, allevare dei fanciulli? Quei poveri diavoli morrebbero in qualche fondaco, i ragazzi sarebbero ladri, le figlie diverrebbero.... (disse la parola). Sapete amico mio? Dovreste sposare voi Reginella.
– Sposarla? Lei? Io, Pallone? Ohe!
– Perchè no? Siete onesto, sapete leggere, in pochi mesi, volendolo, potrete parlare l'inglese. È una fanciulla intelligente, un po' bigotta. Ma per guarirla dalle sue superstizioni, voi potrete accompagnarla ogni domenica alla cappella inglese. Noi le faremo una dote, e morirete carico di beni e d'anni, illuminato e tranquillo.
– Fra tre giorni Toniello sarà qui – aveva risposto Pallone, con un fare da primo baritono.
Ed infatti tre giorni dopo Toniello colla sua arpa era a Napoli. Alla porta della stazione il povero ragazzo trovò l'uomo terribile, che gli fece segno di seguirlo sul ponte della Maddalena, un arco trionfale che attraversa un filo d'acqua. Era notte fatta.
– Tu sei un ladro ed un traditore, – disse Pallone a Toniello. – Da mesi e mesi tu non mi hai dato un soldo; tu hai rapito una ragazza e sei andato a nasconderti da vile. Se io ti cacciassi uno stile nel petto e ti buttassi nel Sebeto, avresti quanto meriti. Ma io sono troppo buono, per questa volta ti risparmio il castigo. Ma guardati bene!.... Tu mi darai prima di tutto il danaro che hai addosso (Toniello vuotò le tasche), poi resterai a Napoli un intero mese, senza fare un passo verso Salerno, senza spedire una sola ambasciata alla ragazza che sai. Al trentesimo giorno sarai qui, sul ponte, a ricevere i miei ordini. Se non obbedisci sei un uomo morto.
Quindi Pallone s'allontanò con un incesso da giustiziere di melodramma. Toniello andò a sedersi cinquanta passi più in là, sulla sabbia, allo sbocco del Sebeto. Rimase lungo tempo stupito, poi scoppiò in pianto dirotto. Quando si svegliò al canto de' pescatori che imbarcavano le reti, il porto s'agitava allegramente, la spiaggia era orlata da una frangia di spuma, il ruscello gorgogliava contro le onde leggiere, il Vesuvio fresco di colori smaglianti lanciava un fiocco roseo al sole che sorgeva. Toniello ebbe un lampo di gioia, ma subito risovvenendosi esclamò con voce disperata: O Reginella! Reginella!
Pallone intanto era partito per Salerno, in un vagone nel quale entrò, senza toccare portamonete; aveva guardato così fisso l'impiegato venuto a chiedergli il biglietto, che il pover uomo allibì. Cammin facendo, nella sala d'aspetto, prese da una panchina, la sacca d'un tedesco che facea il suo viaggio di nozze, e che in presenza di tutti stringeva le mani della moglie guardandola negli occhi; i napolitani, poco abituati a quei modi, credevano quel tedesco un magnetizzatore. Al momento di partire il viaggiatore sentimentale s'accorse del furto, montò in ira e minacciò il capostazione di farlo destituire dal re di Prussia. Il treno partì senza di lui, e Pallone aperse la sacca; non c'era dentro che una vecchia pipa di porcellana, un volume del poeta Geibel, la guida di Baedeker ed una salsiccia: un rigattiere che si trovava nel vagone comperò tutto per due lire. Giunto a Salerno, Pallone si fece indicare la bottega della sora Placida e vi passò davanti più volte, per studiare il terreno prima di conquistarlo. Reginella gli piacque tanto che si propose di seguire il consiglio di miss Uragan, e preparò il suo attacco. Suo primo pensiero fu di stringere amicizia col cocchiere d'una carrozza a due cavalli, al quale offerse la sua protezione e promise mari e monti. Così ebbe gratuitamente l'equipaggio che lo condusse in giro per la città, sdrajato, con fare noncurante, colle braccia abbandonate, la testa all'indietro sulle pieghe del mantello ed i piedi appoggiati sull'altro sedile. Dopo la siesta si fece condurre al negozio della sora Placida, e chiamò con un cenno la venditrice per chiederle dei sigari d'Avana e del tabacco turco. Non ne consumavano a Salerno, e Pallone lo sapeva bene, se ne mostrò tuttavia sdegnato, ed avendo fatto aprire lo sportello ed abbassare il montatojo, entrò nella bottega altero e sprezzante.
– Mostratemi, – disse, – quello che avete.
Uno dei doncicilli s'era alzato per vedere la scena; Pallone gli prese bruscamente la sedia e si sedette incrociando le gambe, mentre la venditrice distendeva davanti a lui tutto ciò che aveva. Scelse un sigaro Cavour, nero come un bastone di liquirizia, e lo gettò via dopo averne aspirato due boccate, tendendo a Reginella il biglietto da due lire ricavato dalla vendita della sacca del tedesco.
– Com'è aggraziata sta peccerella! – disse egli cortesemente alla sora Placida.
– Sono i vostri occhi, – mormorò Reginella, – risposta d'obbligo a un simile complimento.
– Amate? – chiese quindi lo spaccamonti, meno indiscretamente che si possa pensare; questa domanda è in quei paesi naturalissima ed una napoletana è da essa tanto poco offesa, quanto una parigina alla quale si chieda: – Ballate?
– Come no? – rispose Reginella con un movimento dignitoso, come se volesse dire: Guardate l'insolente! Osa dubitarne coi miei quindici anni, e colla mia figura! Sarebbe lo stesso che dirmi, siete brutta? o: non avete cuore?
– Senza dubbio uno di questi tre cavalieri? – aggiunse Pallone sbirciando i tre doncicilli, che pigliarono subito la porta.
– No signore, nessuno di quei tre. Preferirei tre mosche.
Reginella cominciò ad osservare che Pallone era un bell'uomo; le donne hanno sempre una certa simpatia per quelli che fanno paura. Pallone tornò ogni giorno alla bottega. A Salerno aveva trovato mezzo di occupare il tempo utilmente. Fermo davanti la stazione all'arrivo d'ogni treno, facendo il molinello col suo bastone, teneva a distanza la marmaglia dei monelli, dei mendicanti, dei ciceroni, dei facchini, dei veicoli che si lanciavano verso i nuovi arrivati. I suoi protetti soli potevano arrivare alla porta della stazione, portavano via le sacche, le valigie, le ombrelle dei viaggiatori, i viaggiatori stessi che trascinavano in una vettura e alleggerivano se era possibile dell'orologio e del portafoglio. I protetti pagavano il protettore; due albergatori gli davano gratuitamente stanza e vitto; guadagnava più di tutto coi vetturini che facevano il servizio di Pesto. Con questi piccoli guadagni potè offrire alla signora Placida ed a Reginella una corona del rosario di lava, poi, un po' alla volta, qualche cosa di meglio, degli anelli d'oro vero, con dei piccoli rubini falsi, dei monili, e dei pettini di corallo, dei rosoni di perle da appendere alle orecchie. I tre doncicilli non ricomparvero; poco male! il Napoletano li valeva tutti, ed aveva ogni giorno da raccontare delle nuove storie, e che storie! prodezze, sfide, duelli a coltello, piemontesi atterrati, birri abbrancati alla gola e costretti a cedere, pescicani presi all'amo, cinghiali soffocati colle proprie mani. Pallone parlava volentieri di sè, come Enea, ed una povera fanciulla del popolo poteva benissimo essere debole come Didone; del resto Toniello non tornava; questo la inquietò assai dapprima; ma tornò calma poi quando seppe che stava bene e che aveva paura. Ebbe veramente qualche rimpianto, fors'anche qualche rimorso, sempre come Didone; non si dissimulò che Toniello aveva la voce più dolce, e l'occhio più carezzevole; ma Toniello sarebbe stato mai capace di mettere in fuga con un'occhiata tre cavalieri, che portavano la spada quando vestivano da guardie nazionali? Poi la sora Placida proteggeva il nuovo venuto, che per il caso d'un'aggressione (la sognava sempre aggressioni) avrebbe potuto guardarle il negozio. Il giorno che ricevette da lui le gocciole di perle, non appena fu uscito disse a Reginella:
– Dovresti pigliarlo, ha dieci spanne di più del piccolo che non si farà mai rispettare, e che ti lascerà morir di fame.
E quando un mese dopo Toniello andò all'appuntamento sul ponte della Maddalena vi trovò Pallone che gli disse con tuono benevolo:
– Sono contento di te, e ti rendo la libertà. Fa quello che vuoi, se lo desideri torna anche a Salerno. Sono io lo sposo di Reginella.
Il povero ragazzo rimase di sasso, e s'appoggiò all'arpa per non cadere. Per la prima volta in vita sua pensò alla sua solitudine, e si domandò se c'era anima viva che potesse interessarsi del suo dolore. Pensò di andare da don Cristoforo. Lo trovò sdraiato, sul terrazzo della chiesa, che soffiava verso il mare delle boccate di fumo, mentre di fronte a lui miss Uragan gesticolava coll'ombrellino.
– Ah! eccoti, Toniello, – disse il curato, – mettiti là, mio caro, e canta.
Toniello si provò a cantare, perchè non sapeva disobbedire, ma un singhiozzo gli soffocò la voce. Miss Uragan corse a lui, il prete lasciò cadere il sigaro. Allora il povero ragazzo si sfogò in un lungo racconto nel quale, messa da banda ogni prudenza, s'arrischiò a dire chi era Pallone, ed a denunciar ad uno ad uno tutti i misfatti di quel briccone arrogante.
Don Cristoforo non ne fu menomamente sorpreso, e non si lasciò sfuggire l'occasione di dir un motto pungente.
– Ecco cosa vuol dire saper leggere!
Miss Uragan abbassò la testa; e dovette per la prima volta in vita sua confessare la propria sconfitta; ma sentiva più dolore che vergogna, e si sarebbe fatta sconfiggere nuovamente e volentieri per consolare il povero Toniello. Finalmente disse a Don Cristoforo abdicando completamente:
– Non c'è che voi che possa cavarlo d'impaccio.
– Ah eccoci! – disse il prete tirando le braccia e le gambe, – sono sempre io che devo far tutto. Non basta dir la messa ogni mattina, non mi lasciano nemmeno il tempo di fare la siesta. Mi si caccia tutti i giorni di qua e di là, mentre io non m'era mai mosso di qui. Ieri per i briganti, oggi per degli amorucci. Sangue di porco! mi lascerete finalmente tranquillo.
Quando si chiedeva un favore a don Cristoforo, si era certi di fargli piacere e d'importunarlo ad un tempo, perchè amava la gratitudine, e gli seccava disturbarsi. C'era in lui un insieme di bontà e di pigrizia; qualche volta la bontà lo faceva parlare da principio, e lo faceva uscire in promesse, che il buon uomo poi non pensava a mantenere; qualche volta invece era la pigrizia che rispondeva, e si lasciava trasportare da esclamazioni di sorpresa e di collera; allora la bontà veniva poi e prendeva facilmente il sopravvento. In una parola don Cristoforo non soccorreva mai le persone, che dopo averle respinte, e si era certi di ottener tutto da lui quando egli aveva lanciato il suo famoso: Sangue di porco! Toniello se ne avvide, – i Napolitani capiscono tutto in aria; – e baciò con effusione la mano del sacerdote. Poi prese l'arpa e cantò dolcemente la più melodiosa e dolce delle sue canzoni.
Don Cristoforo passò una cattiva notte. – Che fare? – diceva senza poter pigliar sonno. – Che fare? Denunciare Pallone alla polizia? Sarebbe la strada più lunga e più seccante. Dovrei scrivere un rapporto, conferire col giudice istruttore, comparire come testimonio al tribunale correzionale e forse alla Corte d'Assise, cercare prove che non ho e testimoni che deporranno contro di me; per finire forse una bella sera pugnalato nel mezzo della via! Sarebbe meglio parlare a Pallone e mostrargli l'immagine dell'inferno? Il governo ha una gran colpa sulla coscienza: c'erano in tutte le vie delle immagini con belle fiamme rosse, diavoli armati di tridente con tanto di corna, e dannati che bruciavano, si contorcevano orribilmente; il popolo vedeva quei supplizi, ed aveva paura. Le immagini sono cancellate, il popolo non le vede e nulla più l'impaurisce. D'altronde cercare di aver influenza sulla ragazza è impossibile, le donne sono tutte eguali, vi scivolano di mano quando credete di tenerle. È stato proprio inutile mandare la pazzerella a Monte Vergine. Che fare? Buon Dio! che fare? Non bisogna andar contro corrente; il meglio è navigare a seconda del vento.
Quindi don Cristoforo s'addormentò, per non destarsi che all'ora di pranzo. Il dì appresso partì per Salerno dove trovò Pallone alla stazione; ma Pallone che non lo conosceva, non s'accorse di lui. Questi s'occupava soltanto dei forestieri che riconosceva a colpo d'occhio, alle loro faccie inebetite. Il prete andò difilato dalla sora Placida che agghindata coi fiocchi, coperta di gioie, era occupata a sminuzzare dei mozziconi di sigaro raccolti nella via per farne tabacco da fumare. Essa ricevette con un certo imbarazzo la visita inattesa e Reginella divenne più rossa della sua collana di corallo; don Cristoforo tranquillò le due donne.
– Adunque, – disse loro, – comari mie carissime, ho saputo; e vengo a consolarmene. Reginella si sposa.
– Non ancora, – esclamò vivamente la fanciulla.
– Come! non ancora? Pallone va dicendo a chi non vuol ascoltarlo che è cosa fatta. A quando le nozze, mia bella figliuola?
– Ha sempre in testa quel suo Toniello, – sospirò la Placida.
– Tu hai ancora in mente Toniello?
– Non tanto povero in fin dei conti. A Napoli fa furori, colla sua arpa guadagna quello che vuole. Miss Uragan tenta risolverlo a partire per l'Inghilterra dove farebbe certo fortuna, ma l'impresario del San Carlo vuol trattenerlo per primo tenore e gli offre migliaia di scudi.
In ciò che diceva don Cristoforo c'era sempre un fondamento di vero. Miss Uragan aveva infatti la manìa di mandar tutti in Inghilterra, Toniello poi guadagnava realmente qualche soldo cantando davanti gli alberghi, e il direttore del piccolo Teatro Nuovo che l'aveva udito per caso gli aveva offerto di istruirlo a proprie spese al Conservatorio, impegnandolo poi per sette anni; il buon curato non faceva che affrettare un po' gli avvenimenti. Ascoltando questo discorso la sora Placida, sempre di buon cuore, si grattava la testa e apriva tanto d'occhi.
– Non pensa più adunque a me? – chiese Reginella.
– Non dico questo, – rispose il prete, costretto dalla sua posizione a fare delle concessioni alla verità, – ma mi comprendete.... quando ha saputo il vostro matrimonio con Pallone.... Non compiangetelo, perchè non è più da compiangere. Allegri dunque. Del resto Pallone ha una bella statura: è un po' millantatore, ha più fumo che arrosto.... ma, che importa? Fa buona figura, ed in mancanza di Toniello fate bene a sposarlo.
Reginella si mordeva le labbra, la sora Placida sminuzzava nervosamente i mozziconi. In quel punto una vettura a due cavalli si fermò pomposamente davanti alla bottega. Pallone ne discese come da un carro trionfale e congedò il cocchiere con un gesto imperativo. Poi entrò curvandosi col cappello in testa. Se si fosse cavato il cappello la porta non sarebbe stata troppo bassa; ma vi sono delle persone, diceva don Cristoforo, che piuttosto di scoprirsi si abbassano. Pallone s'accorse di primo acchito di non essere accolto come il solito, e sbirciò il prete obliquamente. Da quando era diventato incredulo, chiunque faceva parte del clero era per lui jettatore. Don Cristoforo, a dire il vero, non aveva nè la magrezza, nè il pallore, nè il naso aquilino, nè gli occhiali verdi dei jettatori; aveva invece un faccione roseo rubicondo nel quale gli occhi quasi sempre assopiti, ma scintillanti quando egli voleva, non s'abbassavano in faccia al sole. Tuttavia Pallone aveva paura della sottana, nè ebbe torto, perchè portando la mano al cappello per salutare il prete, urtò col gomito un fascio di pipe che andarono a frantumarsi sul pavimento.
– Non fa niente, – disse la sora Placida torcendo la bocca. E s'abbassò per raccogliere i cocci di terra cotta, tentando invano di riappiccarli insieme e ripetendo con un sorriso forzato:
– Nun ve n'incaricate.... Per un soldo di più o di meno non importa.
– Benvenuto! padron Pallone, – esclamò il curato. – Voi non mi conoscete, ma io vi conosco, abbiamo una comune amica, miss Uragan, che ci protegge ambedue. Io sono Cristoforo per servirvi.
– Per comandarmi, – rispose Pallone. Un'altra frase d'obbligo, che il miscredente disse però, volgendo la faccia per evitare il mal occhio.
– Ebbene, padron Pallone, – proseguì il prete, – voi prendete moglie, me ne rallegro. Vi voglio dare io la benedizione, ho sempre portato fortuna agli sposi. Io vi auguro salute a josa, e un bel maschiotto.
Pallone si dimenava come un cavallo beccato da un tafano. Quando un jettatore vi rivolge gentili espressioni, certo vi deve succedere qualche disgrazia. Non c'è che un mezzo per scongiurare il malefizio: mettere avanti l'indice ed il mignolo, tenendo gli altri diti piegati; Pallone, che se n'intendeva di tali cose, faceva quel gesto colla mano in tasca.
– Ed ora, compare mio – riprese don Cristoforo, – pensiamo a divertirci un pochino. Queste donne s'annojano in bottega; bisognerebbe uscirne un po'; venite domani a Napoli, volete? Vi mostrerò le chiese, e vi condurrò a Frisio a cena, sopra lo scoglio che si protende sul mare. C'è là un cuoco di cartello che fa dei maccheroni colle vongole, ed un pollo coi pomi d'oro, che vi assicuro numero uno. Poi aggiungetevi, qualche pasticcio, ed un Capri, un Capri spumante.... che non si dà l'eguale, per far saltar in aria i turaccioli ed i cervelli.
– Mi spiace – disse Pallone, – ma non posso.
– Che avaraccio! – esclamò il curato – voi non volete distrarre un po' queste povere donne.
– Questo sì, – rispose il volpone, squadrando la figura corpulenta di don Cristoforo. – Vogliamo andare domani, che è domenica, di buon mattino, a Pompei. Vedremo le antichità, e pranzeremo da Diomede. Alle ventidue saliremo sul Vesuvio, e poi andremo dall'eremita e passeremo la notte sulla montagna per vedere la levata del sole. Bisognerà faticare un po', ma abbiamo buone gambe. Se il rispettabile signor sacerdote, – aggiunse inchinandosi fin quasi a terra – vuol onorarci, saremo ai suoi comandi.
A tal complimento si risponde: «Alle mie preghiere,» così fece don Cristoforo che conosceva il galateo. Si scusò di non poter accettare il sarcastico invito, e Pallone, che s'era alzato, prese congedo per andare a disporre per la gita del dì appresso. Egli non vedeva l'ora di lasciare il jettatore. Lo spaccone uscì moltiplicando le cerimonie d'uso, perchè ci teneva a mostrarsi bene educato: camminò a ritroso, ripetendo alcune frasi di prammatica: «Servo umilissimo. – Vi riverisco ossequiosamente. – Mi raccomando alla vostra grazia. – Bacio le mani a vostra signoria. – Vi accerto della mia devozione. – Padrone reverendissimo. – Di nuovo, di nuovo!» All'ultimo «di nuovo» Pallone scivolò su una buccia di cocomero, e andò a rotolare su un mucchio d'immondezze, dimenticato da una quindicina di giorni e si rialzò borbottando tra i denti:
Poi disparve alla svolta d'una strada. Don Cristoforo restò ancora un po' dalla sora Placida e tornò a parlare dei bei successi di Toniello; poi risolse Reginella a decidersi per Pallone, e la consigliò a non lasciar andare a vuoto la gita del dì appresso. Era una bella occasione per vedere nello stesso giorno Pompei e il Vesuvio, dove i napoletani non vanno. Sembra che le meraviglie non siano fatte che per i forestieri.
– Se avessi trent'anni e trenta chili di meno da portare, sarei dei vostri. Cercherò di mandarvi Toniello dall'eremita, ma non dite nulla a Pallone, sarebbe capace di rinunciare alla gita, è geloso ed ha ragione.
Detto questo don Cristoforo se n'andò a pranzo da un curato suo amico, fece la siesta e se ne tornò a Napoli.
Il domani Pallone era in arme e bagaglio, s'era procurato gratuitamente tre biglietti (e biglietti di prima classe) per il viaggio da Salerno a Pompei. Nel vagone una compagnia di stranieri ritornati il giorno prima da Pesto, parlavano tra loro senza tregua, ridendo di tutto e di nulla.
– Sono francesi – pensò Pallone, – con questi non c'è da far niente, – e non rivolse loro nemmeno una parola. Ma quando a Pompei li vide discendere alla stazione e dirigersi difilati all'albergo; li prevenne dal trattore che aveva il nomignolo di Diomede, e gli disse mostrandoli:
– Ecco dei forestieri che vi accompagno.
Diomede comprese, ed abbassò il mento sulla cravatta; questo significava che Pallone, la signora Placida e Reginella avrebbero mangiato a spese dei francesi.
Sopraggiunsero degli asinai offrendo alcune cavalcature per l'ascensione al Vesuvio, i francesi rifiutarono con gaie parole di fare il bis d'una gita, che li aveva già divertiti una volta. Pallone fissò in volto un asinaio dall'aspetto più scaltro, questi sporse il collo e accennò colla testa; allora il faccendiere stese la mano verso i forestieri e la alzò verso la cima del Vesuvio, poi accennò con due dita la signora Placida e Reginella, poi sè stesso appoggiando il pollice sullo stomaco. L'asinaio abbassò la testa. La pantomima che durò tre secondi significava:
– Ascolta, asinaio, ho da proporti una cosa.
– Cos'hai da propormi? Ascolto.
– Io faccio salire questi forestieri sul Vesuvio, ma vi devono essere tre asini per quelle due donne e per me.
Quindi Pallone chiamò l'asinaio ad alta voce e disse lentamente in buon italiano per esser compreso dai viaggiatori:
– Giacchè quei signori non vogliono gli asini, li prendo io; avremo stasera una stupenda eruzione.
– Come lo sapete? – chiesero ridendo i francesi.
– Come lo so? – rispose Pallone con sussiego e da persona che se n'intende. – Dal sismografo del signor Palmieri che non mente mai. – Eccovi che cosa vuol dire saper leggere!
Questa parola sismografo produsse il suo effetto: e gli stranieri fermarono gli asini. In attesa del pranzo le due compagnie andarono a visitare Pompei; era domenica e si entrava gratuitamente nell'antica città. Pallone l'aveva previsto; non che fosse avaro (metteva al lotto quanto pigliava), ma s'era fatta una legge di non pagar mai nulla. Passata la porta invitò le guide a non venirgli d'attorno, asserendo che ne sapeva quanto loro, e che volendo, poteva dar anche delle lezioni. Avendo già fatto il giro delle rovine in compagnia di miss Uragan, e d'un antiquario che la guidava, aveva tenuto a memoria qualche nome, e come si dice, le linee principali; questo è quanto basta ai dotti che si contentano di poco. Veramente incorse in qualche errore, prese la basilica per il tempio di Venere ed il tempio di Venere per la basilica, confuse un po' nelle Terme il frigidario, il calidario, l'apodittero, e l'ippocausto; scambiò la casa del duumviro Olconio con quella del poeta e quella dell'edile con la casa di Sirico; e narrò, credo, la fine di Pompei senza aver letto Beulè, seguendo semplicemente il racconto di Plinio il giovane. In questo racconto il povero Pallone non s'ingannava più degli altri, e come gli altri sapeva dare a tutto una spiegazione; questo è l'importante. Egli ne era superbo, e tale si mostrò sopra tutto quando elevatosi in tutta la sua grandezza sul gradino più alto dell'anfiteatro, stese un braccio più che raddoppiato dal suo randello e narrò i fatti memorandi dei bestiarii, e la lotta che ebbe egli stesso corpo a corpo contro un cinghiale. Uno dei Francesi, che era pittore, abbozzò in fretta sul suo album quella figura enfatica e fiera; la sora Placida conosceva già la storia del cinghiale e si mise a pensare al suo armadio di Salerno: non era ben certa d'averlo chiuso a doppio giro; Reginella, accoccolata su un gradino, guardava il Vesuvio, e si chiedeva se troverebbe Toniello dall'eremita.
Il pranzo fu abbondante; Diomede aveva disposto tutto per bene; e senza le mosche che ronzavano a milioni nel portico dell'albergo, sarebbero rimasti a banchettare fino a sera come a Pasqua ed a Natale. Gli asinai arrivarono con una mandra di asini e di muli: Pallone salì sulla bestia più alta, ed aperse alteramente la marcia, le sue gambe lunghe erano stese in avanti, nella destra brandiva il randello, mentre l'altra si moveva accompagnando nel suo moto irregolare il galoppo ed il trotto del mulo. La sora Placida si lasciava sfuggir delle grida tenendosi abbrancata all'arnese barcollante che le serviva di sella; Reginella si sedette coraggiosamente sul suo ciuco, e vi si trovò così bene che non pensò ad altro, e non si inquietò più dei Francesi, che l'avevano dapprima messa in soggezione, nè di Pallone, nè di Toniello, nè del pettine di corallo che cadde per terra, nè dei capelli spuntati che scendevano in due lunghe treccie, nè della sua gonna corta che andava e veniva in balìa del vento. Hop! hop! al trotto! al galoppo! prima di tutti sui pendii sempre più ripidi! colle braccia in aria, le gambe penzoloni ed agitate, essa sembrava ballare sull'animale con delle risa infantili, con dei trilli da uccello. Si dovettero finalmente abbandonare gli asini, per salire a piedi al gran cono; fu questa una terribile prova per la sora Placida che, tirata da una guida, spinta da un'altra, camminava ansante come se l'accompagnassero al patibolo. Quando giunsero alla sommità... Vittoria! Trionfo! Sprofondando gli occhi nella vallata che separa il Vesuvio da Somma, Pallone vide scendere un largo torrente di fuoco; nell'istesso istante il gran cono lanciò un primo razzo.
– Che cosa vi avevo detto? – gridò il profeta, sorpreso d'aver predetto il vero, ed un po' inquieto per trovarsi tra due fuochi.
Le guide, sempre prudenti, per sfuggire la fatica consigliarono la discesa, e Pallone non se lo fece dire due volte, e si calò primo di tutti per un pendio di cenere, ed in meno di cinque minuti si trovò ai piedi del cono, dove rizzò la sora Placida che rotolava sui fianchi, come un barile. Reginella veniva giù a salti, contenta d'essere al mondo. I Francesi erano rimasti alla sommità senza guide per la semplice ragione che c'era del pericolo.
Entrando nell'eremitaggio Pallone vi trovò tre persone che non aspettava: don Cristoforo, miss Uragan e Toniello; tutti tre erano giunti da Napoli per Resina, ed erano in procinto di mettersi a tavola.