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MISS URAGANO V. | «» |
L'eremitaggio di S. Salvatore è una bettola dove raramente si trova da mangiare, ma bensì una bevanda densa, che va facilmente alla testa, e non ha nulla che fare colle viti del Vesuvio, benchè in bottiglia con suvvi il cartellino sacrilego di lachrymachristi. È questa una medicina che presa in grande dose procaccia delle nausee e spreme le lagrime; è dunque saggia cosa, quando si vuol salire il vulcano, imitare don Cristoforo, e portarvi il proprio vino, sia pure il Capri bianco, che non viene da Capri, ed è parimente fatturato, ma onestamente, senza pericolo del cervello, con radici d'ireos.
– Favoriteci – disse il prete, ai nuovi venuti.
Un fremito corse per tutto il corpo di Pallone, ma fece buon viso, ed anzi accettò un bicchiere pieno che sollevò colla destra, mentre colla sinistra sulle ginocchia, nascosta sotto la tavola, faceva le corna. Miss Uragan si mise attorno alla sora Placida, lasciatasi cadere su una panca, pallida per l'emozione e per la stanchezza. Reginella entrò allegramente raccomodandosi i capelli, e scorgendo Toniello andò difilata a lui e gli disse con un certo movimento pieno di moineria:
Toniello, che era seduto, alzò lentamente le pupille e le fissò in quelle della fanciulla con una espressione così schietta di rimprovero e di dolore che essa abbassò la testa. Il povero giovane, dal tempo della sua partenza da Salerno, s'era fatto pallido, s'era abbronzito, e, non ostante i suoi diciott'anni non ancora compiti, la sua faccia aveva acquistato l'espressione di un uomo fatto. Prima che miss Uragan riuscisse a risolverlo per la montagnata, ci volle non poco, e forse egli non avrebbe ceduto senza l'autorità di don Cristoforo.
– Vieni, o baggiano che sei, – ripeteva il prete, – vedrai che tutto s'accomoderà.
– Io non voglio più saperne di lei.
– Ebbene tu glielo dirai, ed essa creperà di rabbia.
– Che crepi o no, poco m'importa.
– Collera d'innamorato, – mormorò il buon curato. – Noi sappiamo cos'è, ci siamo passati tutti di là, non è vero, signorina?
– Mai in vita mia! – esclamò miss Uragan alzando il suo ombrello verso il cielo.
Toniello s'era un po' tranquillato durante la salita; l'ascensione ricrea sempre, e l'aria viva delle alture produce sempre l'effetto d'un buon bicchiere di vino generoso. Ma quando all'eremitaggio vide entrare prima Pallone, co' suoi modi da rodomonte, egli sentì rimpiombarsi addosso questa superiorità che l'annientava, che l'opprimeva tanto; dietro di lui veniva Reginella rossa dalla gioia, eccitata fuor di misura dall'eruzione della montagna, dall'ebbrezza dell'aria, dall'ebbrezza del fuoco: povero Toniello! Quell'allegria finì di schiacciarlo. Eccovi la ragione di quello sguardo lungo, velato, che spense quello della fanciulla. Essa mise la testa tra le mani e rivide il Monte Vergine, la gara di Mercogliano, le ginestre allacciate; poi rialzando gli occhi guardò Toniello, che non la vedeva più e lo chiamò con dolcezza; egli non rispose. Allora essa prese il bicchiere ch'egli aveva a metà vuotato e lo sollevò dicendo:
Toniello strappò il bicchiere dalle mani di Reginella, lo buttò fuori, ed abbrancata l'arpa uscì con impeto; ella gli corse dietro. C'era tanta gente nell'eremitaggio, e tale era lo strepito, che nessuno s'accorse di questa scena. L'eruzione scorta da Napoli aveva già popolato il vulcano. La sora Placida dormiva tranquillamente coricata su un saccone; don Cristoforo mangiava e beveva senza affrettarsi, persuaso che c'è tempo per tutto e che una cattiva digestione può turbare la migliore coscienza. Pallone che ci teneva a non lasciarsi sopraffare, e che tornava spesso al Capri bianco, voleva provare al prete che il buon Dio non esiste.
– È, – diceva, – un'invenzione dei curati per tenere in freno il popolo e le donne. Se il buon Dio esistesse, voi mi capite, caro don Cristoforo, non ci sarebbero più nè ricchi nè poveri, nè signori nè villani. È giusto che i prepotenti siano pieni d'ogni bene, mentre noi poveri diavoli (e vuotò il bicchiere) noi si crepa, di fame e di sete?
Su questo tuono proseguì a lungo tanto forte, e tanto in fretta, che miss Uragan, la quale bruciava d'impazienza, non potè cacciare tra il suo discorso nemmeno una parola. Don Cristoforo ascoltava senza rispondere, senza perdere un boccone; egli aveva per sistema di non scandalizzarsi di nulla, massime finchè sedeva a tavola, e di non discutere mai colle persone che non erano del suo avviso. Egli lasciava loro proseguire il discorso, sapendo bene che l'uomo che va solo soletto finisce per rifare la strada quando è alla meta, o quando non sa come proseguire. Per questo sminuzzava con perfetta tranquillità il carcame d'un pollo di cui erano sparite da un'ora le ali e le coscie, e gettava gli ossi uno dopo l'altro al cane della casa, diventato il suo miglior amico.
All'improvviso l'eremitaggio oscillò, la finestra aperta si richiuse con violenza frantumando tutti i vetri; i piatti, i bicchieri, le bottiglie si urtarono tra loro vuotando la tavola; la campana suonò pazzamente senza norma, e senza campanaro; la folla spaventata si gettò verso la porta con grida forsennate; la signora Placida rotolò dal saccone fino all'altra estremità della camera; miss Uragan che la vide minacciata dai piedi dei fuggiaschi, si precipitò su lei, mentre don Cristoforo stese le braccia per salvare due bottiglie piene ed un bicchiere intatto, e Pallone in ginocchio sulla panca, colle mani giunte sulla tavola e la fronte nelle mani, gridava sospirando: Madonna santa!
Non era che una di quelle leggere scosse di terremoto che accompagnano spesso le eruzioni. Uomini, bestie d'ogni razza, d'ogni qualità, vuotando l'altipiano discesero a corsa, alla rinfusa verso Resina. Alla sora Placida non garbò punto di destarsi, e miss Uragan coll'aiuto di due guide dovette portarla ancora addormentata davanti l'Osservatorio, mentre don Cristoforo fu costretto a trascinar fuori Pallone più morto che vivo, serrando ancora al petto col braccio rimasto libero le bottiglie ed i bicchieri che aveva salvati. Il prete cercò cogli occhi Reginella e Toniello, e li scorse seduti alla distanza di dieci passi l'uno dall'altro sul monticello dov'era coricata la sora Placida.
– Lasciamoli fare, – pensò, – si riavvicineranno. – Poi lasciò andare Pallone che cadde in ginocchio.
– Tu non credi dunque nè a Dio, nè al diavolo?
– Credo a tutto, – mormorò il rodomonte, – credo a tutto e sono un gran peccatore.
Lo spettacolo era meraviglioso. A destra il pendìo della montagna, il mare assopito, il firmamento stellato, la molle curva della costa; lontano, la città, i cui mille fanali che si incrociano in irregolari zig-zag, parevano una costellazione caduta dal cielo; più in là, il mare di nuovo, sempre più cupo, che lontan lontano si smarriva in un infinito di mistero e di tenebre; a sinistra, il vulcano furibondo, un pennacchio infiammato oscillava sul cono, un immenso torrente usciva dalla vallata per biforcarsi ai piedi dell'osservatorio, e circondare la collina. Era un mare solido ed infiammato che procedeva ad ondate, che franavano una sull'altra, e rotolavano sassi enormi, massi di lava, monticelli di ghiaia, polvere infuocata. Quanto rosso, mio Dio! quanto rosso! Lampi scaturivano dalla cima, e fulminavano il cielo; lucicchii fiammeggianti passavano come freccie tra le tenebre, manti di porpora parevano scossi attorno alle pareti del cono, nubi scarlatte si vedevano distese sulla intera valle, mentre un incendio formidabile divorava tutto l'orizzonte. Enormi castagni crepitavano tra il fuoco e si torcevano in fiamme biancastre, spaccature si aprivano dovunque come larghe piaghe da cui scaturiscano ruscelli di sangue; dei razzi, delle bombe scoppiavano in aria, ad un'altezza sorprendente per sminuzzarsi in fiammelle, in scintille, in granati, in rubini, cadendo in pioggia da ogni banda sui fianchi della montagna, e nel letto infiammato del torrente. E tutto rumoreggiava, ad un tempo, incessantemente, in un tumulto di fuoco, di vento, di marosi, col fracasso d'una frana, un muggito, un rimbombo interrotto da lampi, uno scoppio continuo di tuoni! Mai il Vesuvio era stato cosa bello!
La Placida dormiva: don Cristoforo lungo disteso sulla schiena fumava voluttuosamente senza incomodarsi per vedere l'eruzione; miss Uragan ebbra d'entusiasmo voleva salire sola, col suo ombrellino, alla cima del cono; Reginella che s'era avvicinata a Toniello gli parlava con vivacità; ma Toniello non voleva udirla e fingeva di non ascoltarla suonando sull'arpa una canzone patetica, della quale mormorava a bassa voce le parole. Nessuno dei due si curava del vulcano. Pallone che a poco a poco s'era rassicurato, volle dare una prova della sua potenza, si rizzò maestosamente, ed andò verso Toniello.
– Ti proibisco, – gli disse, – di parlare a quella fanciulla, capisci? Altrimenti ti prendo per le gambe e ti getto nella lava.
– Gettami, – disse tranquillamente Toniello.
Intanto don Cristoforo, che aveva finito il suo sigaro, s'era messo a sedere, e accorgendosi improvvisamente che l'alloggio era piuttosto pericoloso, volle alzarsi (non fu senza fatica) e fare il giro della collina, indi disse a miss Uragan:
– Dove diamine avete la testa? Non avete visto niente? Siamo circondati dal fuoco.
– Sarà una bella morte! – esclamò la Inglese.
Don Cristoforo alzò un dito, disegnò un cavaturaccioli in aria, e uscì poi in uno scoppio di risa. Gli Inglesi hanno avuto sempre il dono di divertire i Napoletani. Intanto Pallone, pur fulminando Toniello collo sguardo, tendeva l'orecchio, e quando udì quelle parole sinistre «circondati dal fuoco» «bella morte» volle verificare coi propri occhi quanto era avvenuto. Dopo essersi persuaso che l'Osservatorio era un'isola in mezzo alle fiamme, impallidì, mise un ruggito, alzò le braccia al cielo, gettò per terra il cappello e lo calpestò, e finì con rotolarsi nell'erba secca mordendola come un indemoniato. Toniello cantava dolcemente.
Reginella guardò un istante i due giovani, poi prese il pettine, e la collana di corallo, i rosoni di perle, gli anelli d'oro, tutto ciò che le aveva dato Pallone e gettò tutto nel torrente. Indi cavando una forbice di tasca, inchinandosi sul falso Sansone, che si dibatteva sull'erba, gli tagliò il ciuffo di capelli che gli aveva procacciato tanta gloria, e l'agitò superbamente con un gesto da Dalila.
– Lo vuoi tu? – disse a Toniello. – È colui che amo?
Ma Toniello non rispose, ed essa riprese:
– Tu non vuoi quei capelli? Vuoi tu questi? – Stava per tagliarsi le lunghe treccie, che sciolte sarebbero sembrate la capigliatura d'un'Eva, quando Toniello le fermò il braccio e, vinto, la strinse al cuore. La lava procedeva, ma sempre con maggior lentezza, e c'era in un punto una striscia nera di scorie spente, attraversando la quale un pazzo od un innamorato avrebbe potuto, sacrificando le scarpe, e rischiando le gambe, superare il torrente. Toniello prese l'arpa sulla schiena, Reginella nelle braccia, e discese alla striscia nera. Don Cristoforo e miss Uragan arrivarono troppo tardi per trattenerlo; la Inglese li voleva seguire, ma il prete la arrestò dicendole:
– Lasciate stare; c'è un Dio per gl'innamorati. Essi non morranno, mentre voi....
Stava per dire una facezia quando impallidì tutto ad un tratto; Toniello s'era fermato a mezza via, coi piedi profondati in una buca rossa; Reginella gli si strinse attorno, e mormorò a bassa voce:
– M'ami?
Toniello ritirò il piede; la scarpa bruciava, ma egli non emise un grido, e toccò in tre salti l'altra sponda, dove posata a terra Reginella le rispose all'orecchio:
– Sì, t'amo.
Poi si cavò le scarpe, e benchè il piede gli dolesse salutò con un sorriso don Cristoforo che colle braccia tese inviava da lungi questa benedizione nuziale:
– Ma noi che facciamo? – chiese miss Uragan.
– Siamo in mano di Dio! consultiamo le nostre guide.
Le guide, già pagate, erano scomparse, portando seco le due bottiglie. Don Cristoforo, di solito abbastanza indulgente verso i ladri, dichiarò stavolta che meritavano la corda; ed andò a picchiare alla porta dell'Osservatorio; là trovò il professor Palmieri, che faceva tranquillamente degli esperimenti meteorologici.
– Non c'è dunque pericolo? – chiese il prete.
– Lo spero, – rispose lo scienziato.
– Lo sperate soltanto? diamine! Perchè dunque siete rimasto qui?
– Non è però il mio.
– Anzi, – disse sorridendo lo scienziato, – se dobbiamo morir tutti stanotte, voi potrete darci l'assoluzione.
– È vero, non ci pensavo, – rispose bonariamente don Cristoforo, che andò a riferire questo dialogo a miss Uragan.
Essa s'innamorò subito della scienza, ed avrebbe voluto prendere su due piedi la prima lezione di meteorologia. Pallone continuava ad avvoltolarsi nell'erba, e la Placida che non aveva cessato di dormire fu molto sorpresa qualche ora dopo di trovarsi all'aria aperta, col cielo sul capo, ed un cono nero nero di fronte. Il suo primo pensiero fu di frugare in tasca per vedere se la chiave dell'armadio c'era sempre. Non fu molto facile persuaderla a passare il torrente; la lava era già raffreddata e non c'era più nessun pericolo; uscivano solo qua e là, come da un fuoco di carbone semispento, delle fumate azzurrognole. Quando le raccontarono come l'aveva scampata bella, giurò che non vi si lascierebbe più cogliere. Credo infatti che abbia mantenuto la parola.
Mi chiedete da chi ho avuti questi particolari? Li ho avuti da don Cristoforo che s'è fatto viaggiatore. Quando l'incontrai qualche mese fa a Ginevra, credevo che se ne tornasse dall'esposizione; m'ingannai, veniva direttamente da Napoli.
– Avete degli affari qui? – gli chiesi molto impacciato.
– Non ne ho punto. Volli soltanto vedere da vicino, coi miei propri occhi, che cosa è la riforma cattolica.
– Oh! oh! don Cristoforo, c'è dubbio che abbiate voglia di ammogliarvi....
– Perchè no? – rispose il sacerdote, un po' imbarazzato.
Non volli insistere, attesi che si confidasse spontaneamente, e per animarlo incominciai a chiedergli del suo paese.
– Sempre nello stesso stato – mi disse. – Abbiamo belle strade e manchiamo d'acqua, abbiamo molto lusso e manchiamo di piastre. Leggete le opere recenti: Napoli ad occhio nudo di Renato Fucini, la Miseria a Napoli della signora Mario-White, una signora inglese che non ha niente di comune con miss Uragan; leggete e rileggete le Lettere napolitane di Pasquale Villari, voi vi ritroverete le scene che avete visto: gli stessi fondaci, le stesse grotte, gli stessi conversi negli istituti di beneficenza, gli stessi contadini che muoiono di fame o si fanno briganti, gli stessi prepotenti che cavano partito dalla paura e si fanno camorristi. Tutta questa gente oggi come una volta si lamenta ma colla massima allegria, la miseria è gaia perchè il sole ripara tutto. Ah! caro amico, il sole ed i Borboni ci hanno fatto del gran male.
– Così? Io vi credeva borbonico....
– Io? Mai più. Ho sparlato del nuovo governo perchè conviene fare un po' d'opposizione, è il gusto degli uomini pigri che restando spettatori sono naturalmente pessimisti. I Borboni hanno avuto un gran torto, hanno lasciato corrompere l'acqua. Adesso si vorrebbe farla scorrere, si vorrebbero asciugare le paludi, ma le rane, i rospi, le sanguisughe vi si oppongono. Per fortuna lo stato è oppresso dai debiti; questa sarà la fortuna di Napoli. La vita si va facendo cara, ed un bel giorno volere o non volere sarà necessario che tutti lavorino; non avremo allora che un nemico: il sole, che ci fa sobrii, e che ci risparmia le spese di riscaldamento. Se i Piemontesi colle loro bandiere avessero potuto portarci anche il loro clima, noi saremmo salvi.
– Vi saranno sempre dei Pallone.
– Niente affatto, Pallone è un prodotto dell'antico regime e del sole; l'uno e l'altro avevano infiacchito i popolani, che perdettero il coraggio, cioè il sentimento che ogni uomo ha due braccia per guadagnarsi la vita, e per difenderla al bisogno. Ebbene, dovunque vi sono dei poltroni si trovano dei camorristi. È la paura che governa il mondo: la paura del diavolo, la paura del carabiniere, la paura dello spettro nero e del rosso, la paura dei cappelli a due punte e del babau; non ci sono che due classi di persone sotto al cielo: quelli che hanno paura e quelli che fanno paura. Prova ne sia Pallone stesso che ha perduto il suo prestigio col ciuffo che gli tagliò Reginella. Quand'egli si vide così scoronato non ebbe più il coraggio di mostrarsi in nessun luogo e fu in breve denunciato dalle vittime alle quali non faceva più paura. Gli si fece il processo, e venne condannato a cinque anni di reclusione; da quel tempo vive in una casa di pena, dove ha riacquistato il suo ciuffo e ripreso il mestiere di camorrista, taglieggiando i compagni e ricevendo un'imposta sull'acquavite, i coltelli, il tabacco, le carte da giuoco, con tutto il contrabbando che viene dal di fuori. Del resto è alloggiato meglio che mai; i Piemontesi hanno fatto le cose per bene. Pallone ha un bel letto di ferro con un saccone riempito di crine vegetale, ha cuscino, e lenzuoli di lino, e coperte di lana; si lava con del sapone, ciò che non aveva mai fatto prima d'essere messo sotto custodia. Oltre al pane ed alla zuppa lo si serve più volte alla settimana con carne di manzo o di montone, con venticinque centilitri di vino. La sua finestra domina la città ed il mare da Posillipo al Vesuvio. Non è costretto a lavorare e non paga imposte; sono i galantuomini che pagano. E così che avvenne? Quando ebbe espiata la pena si scagliò con un coltello addosso ad un secondino, e l'avrebbe ucciso se non fosse stato trattenuto. Che cosa gli aveva fatto il secondino? Niente, alla lettera, ma Pallone sperava una nuova condanna che l'avrebbe mandato al bagno di Nisida dove si sta meglio che alla casa di pena.
– E Toniello?
– Che temperamento felice! Gli venne offerto tutto, ed egli ha rifiutato tutto. Non volle andare nè al conservatorio, nè esordire al Teatro Nuovo, nè partire per l'America con un impresario che gli prometteva milioni, nè cantare dei duetti all'albergo di Roma, con una principessa russa. Quando la sora Placida è morta senza lasciargli nulla egli l'ha pianta sinceramente. Toniello non ama che Reginella, e Reginella ama Toniello, essa ha giudizio appunto perchè l'ama ed anche in grazia della maternità: la miglior salvaguardia dell'onore; essa allatta il settimo bambino che io ho battezzato il mese scorso: ad ogni nuovo parto essa diventa più bella. Toniello poi, quando ha bisogno di danaro, va in giro colla sua arpa, e si piglia in carta ed in ispiccioli quanto basta per otto giorni; il resto del tempo lo occupa mangiando dei frutti, giuocando coi bambini, sciogliendo le treccie di Reginella, o mirando la sciarpa viola, rosa o turchina che ondeggia attorno a Sorrento, fra mare e cielo.
– No!
– Trova che ha ragione; essa è diventata borbonica e cattolica. Io non c'entro per nulla, ve lo assicuro; non sono mai stato tanto sicuro della mia fede da convertire gli altri. Miss Uragan ha un'immaginazione attivissima ed ha sempre bisogno d'uno o due scopi che la preoccupino. Dice adesso a chi non la vuol ascoltare che le scuole sono il flagello del paese, che il popolo non deve saper leggere, e che la miglior garanzia della felicità e della moralità, è l'ignoranza. Questo è vero, ma è vero anche il contrario, ecco ciò che le donne non hanno mai potuto comprendere; ad esse manca sempre il senso comune. Il protestantesimo poi, miss Uragan lo trova freddo, monotono. È, – dice lei, – una religione da avvocati, una disputa di tedeschi. Le abbisognano gioie per tutti i sensi: dalle nubi profumate che s'alzano dal turibolo, tra le armonie dell'organo e dei cori, ai dipinti delle cupole alte popolate da belle vergini, da begli angioletti.
– Che pensa adesso dell'immacolata concezione?
– Non ci pensa più; questo è il miglior mezzo per credervi. Per disgrazia è donna ed esagera tutto, vorrebbe oggi bruciare il padre Giacinto, rosolare almeno il vescovo d'Orléans, cui non trova abbastanza puro. Ho dovuto anche cercare per lei un'altra occupazione e l'ho trovata nella medicina. Noi abbiamo a Napoli un uomo di spirito, il quale, persuaso che le medicine uccidono la maggior parte degli uomini, ha avuto l'idea di guarire tutte le malattie senza rimedi. Perciò fa sciogliere in un litro d'acqua due o tre globuli, ai quali varia il nome secondo i casi; l'ammalato beve ogni giorno due o tre cucchiai di quella pozione e guarisce, quando non muore; se guarisce è merito dei globuli, se muore vuol dire che la dose presa era troppo grande o troppo piccola. La composizione dei globuli, naturalmente, è un secreto; l'uomo di spirito conosce il fascino del mistero. Questa medicina pareva fatta proprio a posta per miss Uragan, che se n'è invaghita, e passa i suoi giorni correndo di grotta in grotta, di fondaco in fondaco colla sua farmacia portatile, la solita abnegazione ed il solito ombrellino, in cerca di malati. Se ne trova essa li cura, e per dire la verità, debbo confessare che ne ha salvati più di cento. In fin dei conti è una buona ragazza di cuore eccellente: senza di lei mi annoio: ed anzi (voi avete indovinato) avrei desiderio di sposarla; e siccome m'è stato detto che a Ginevra i preti cattolici hanno trovato la maniera di restar cattolici e preti prendendo moglie, sono venuto a chieder loro come fanno.
Il dì appresso, trovai don Cristoforo sul ponte del Monte Bianco; teneva la sacca da viaggio in mano non avendo voluto abbandonare la sottana. Siccome la sottana a Ginevra non è tollerata che addosso ai preti che sono di passaggio, il nostro curato, rispettoso alle leggi, conduceva in giro la sua sacca per provare ai gendarmi ed ai poliziotti che attraversava semplicemente la città. Quando usciva regolava sempre il suo conto coll'albergatore perchè nessuno potesse aver sospetto che egli volesse andarsene senza pagare. Quando l'incontrai sul ponte del Monte Bianco andava verso la chiesa di Notre-Dame, dove contava di ascoltare il sermone d'un abate liberale. Soffiava un vento indemoniato; il povero napoletano intirizzito (era la fine di maggio) camminava a stento, tirato a ritroso dalla sottana, che si avvolgeva alle sue gambe, e svolazzava dietro di lui. Camminava tutto rannicchiato colla testa in avanti, con una mano in tasca mentre l'altra aggranchita stringeva il manico della sacca; batteva i denti, e le sue narici imitavano lo sbuffare d'un cavallo spaventato; tutte le sue membra cercavano di avvicinarsi, di stringersi l'una verso l'altra per scaldarsi meglio. Una raffica gli portò via il cappello, che andò nel Rodano, e strinse la sua fronte d'una specie di piumacciolo ghiacciato, che lo fece tremare dalla testa ai piedi. Allora, senza riflettere un solo istante, saltò in una vettura che passava, e gridò con quanta forza aveva al cocchiere:
– A Napoli!... Addio, addio, – aggiunse salutandomi, – il sole ha del buono... torno al sole.
Era infatti destino che essa non si maritasse.
Al principio di giugno la buona donna lesse in un giornale che il papa sarebbe rimasto tutto l'estate al Vaticano, non ostante la malaria. Essa partì subito per Roma colla sua farmacia, sdegnando tutti i consigli; per curare, in caso di bisogno, l'augusto ammalato. Ma là si buscò le febbri, volle curarsi da sola coi suoi globuli; ne prese troppi o troppo pochi? L'ignoro; so solamente che udendo la triste notizia sentii contemporaneamente una voglia malvagia di sorridere ed una stretta al cuore.
FINE.
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