Paolo Sarpi
Scritti filosofici inediti
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PENSIERI FILOSOFICI

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PENSIERI FILOSOFICI
(1578-1597)

1. — Sappiamo certo e l'essere e la causa di quelle cose di far le quali abbiamo perfetta cognizione; di quelle, che solo conosciamo per esperienza sappiam l'esser ma non la causa: conghietturandola poi, cerchiamo solamente quella ch'è possibile, ma tra molte cause che troviamo possibili, non possiamo certificarsi qual sia la vera; il che si vede avvenir nelle descrizioni delle Teorie celesti, ed avverrebbe a chi vedesse di prima faccia un orologio. Tra quelli che conghietturano, il più vicino a saper il vero si è colui che sa far cose simili, come uno che sappia far macchine, vedendone cert'altra, ma po' nemen egli saprà mai certo. Tre dunque sono i modi di sapere; il primo saper fare; il secondo aver esperienza; il terzo conghietturare il possibile. Nelle Matematiche quegli che compone sa perchè fa; e quegli che risolve impara perchè cerca come è fatto; Adunque il modo compositivo appartiene alla inventiva, il risolutivo alla discorsiva; il primo è dei problemi, il secondo degli teoremi; questi tutti si dimonstran risolvendo, quegli componendo.

2. — Le cose son giudicate da' nostri sensi esterni variamente, secondo la varia disposizion di essi. prova di ciò il gusto degli ammalati, e la vista de' Frenetici; anzi due, che abbiano vista, l'uno buona l'altro cattiva non giudican lo stesso della figura, distanza e grandezza della cosa. Quindi si ha d'argomentare, che parendo ad uno la tal ragione potentissima, e all'altro una favola non abbiano disposti allo stesso modo i sensi interni; perchè la certezza nasce non dalla natura della ragione ma dalla similitudine con essa della potenza. Per questo credono molte volte di sapere anco quegli che non sanno, avendosene formata certezza con ragioni, alle quali sono eglino simili.

3. — Li sensi nostri conoscono il suo propriissimo oggetto, ed ancora in un semplice istante; ma nel far la specie universale, o conoscere i sensibili comuni, si mischia la ragione, la quale semprargomentativa, e niente conosce con semplice sguardo, bensì discorrendo. Tuttavia non ci par sempre di discorrere perchè alcune volte il tempo del discorso è impercettibile, e noi lo facciamo senza difficoltà; dall'altra parte ci accorgiamo di fare una cosa, se non allora solamente, che la facciamo con tempo longo o con difficoltà.

I Fanciulli discorrono in eleggere, ma chi loro ne domandasse, gli udirebbe rispondere, che non discorrono: e intanto risponderebbero così, perchè di discorrer non s'accorgono, siccome noi tutti ancora muoviam molti muscoli, senz'accorgerci di muovergli.

Le opere per altro della nutritiva, benchè si facciano in lungo tempo, e talvolta con difficoltà, se anco vogliamo por loro mente, non ci accorgiam di farle.

4. — Essendochè li sensibili propri sono conosciuti dalli sensi nudi, e li sensibili comuni son conosciuti dal discorso fondato sopra la cognizione de' sensi, chi non ha sensi non può in alcun modo conoscer alcuna delle intenzioni conoscibili. Non restagli dunque niuna virtù conoscitiva. Tutto quello che conosciamo, l'uno de' sensibili proprj, o un de' comuni, ovvero relazione, o negazion d'uno di essi, ovvero congerie di molti di loro; e perciò chi manca d'alcuno de' cinque sensi non ha via di conoscer il sensibile di quello da stesso, ne meno per negazione, ma bensì da taluno, che gli abbia tutti cinque, può aver relazione del quinto a se mancante, e allora per negazion lo conosce.

5. — Per via della trasmutazione si è conosciuta la materia, perchè non facendosi mai cos'alcuna di niente, ma sempre di quello che è, bisogna per forza che di quanto perisce, parte resti e parte vada, e quello che resta è materia. Perchè poi tutte le cose vanno e vengono eccetto il corpo, non facendosi mai di corpo non corpo, di non corpo corpo, quindi pare che egli sia la prima materia: quel corpo dico, che è le tre dimensioni, non avendovi ragione alcuna per provare che vi sia natura o sostanza soggetta a questa. Non però si dice, che la materia prima abbia la forma di corporeità, ma quello che da , non per forma, o per termini, o per disposizione è corpo, egli è materia di tutte le cose.

19. — Nel sogno i simolacri sono in noi, ma paiono fuori perchè il discorso ci fa sapere che anno radice fuori. Essendo però la mente inferma, giudichiamo secondo l'abito fatto, e questa infermità non solo vien causata dal sonno, ma da frenesia, da pazzia, da ubriachezza, come anco da timore, d'altra pasion d'animo, da opinione radicata, imperciocchè tutte queste cose turban la mente, e le causano una tal infermità, e questa è la ragion dell'apparenze.

39. — Siccome nelli sensi esteriori, acciocchè sentasi alcuna cosa di nuovo, convien che vi sia una virtù motiva, la quale porti all'oggetto il senso, o al senso l'oggetto, o tutti e due insieme l'un all'altro; così conviene, che una virtù motiva ne' sensi interiori porti, o alla specie la conoscitiva, o alla conoscitiva la specie, o amendue l'una all'altra. Quanto è al primo modo ci ricordiamo, cercando; al secondo ci ricordiamo senza cercare; siccome al primo vediam volendo, ed al secondo, ancor non volendo, vediamo.

99. — Niuna cosa è stabile nel mondo e che non si muova.

Quelle cose che hanno quiete in un genere, si muovon in altro: il tempo la quiete non misura se non perchè misura il tempo congiunto; la quiete non passa mai al moto ma la cosa da un moto all'altro passa, e quando il Mondo fosse in una total quiete, mai passerebbe al moto, perchè un moto avanti origine a quello dato avrebbe.

Nota Marg. — Eziandio una pietra, che sta in terra, si muove perchè viene o scaldata o raffredata o mossa da alcuna qualità. Universalmente alcun corpo star non può, senza altro corpo toccare, ne posson toccarsi due corpi, senza alterazione, e senza moto locale niun'alterazione si .

NOTA 2. — La terra medesima forse anch'ella muovesi, ed il moto mestruo, tanto può esser nella Luna, quanto nella Terra.

101. — Il conoscer altro non è, che la cosa conosciuta ricevere; imperocchè se quello, che ricevesi, non fosse la cosa conosciuta, non questa si conoscerebbe ma quello. Ne basta dire, che è dello stesso genere, perchè anco la stessa in numero esser deve; non essendo possibile che non conoscasi quella, che vien ricevuta, e un altra cosa si conosca. Ma dall'altra parte, se noi, conoscendo fuoco, avessimo fuoco in noi, come non sarebb'egli caldo? E se ricevessimo in noi grandezza, quando grandezza conosciamo, come in sì poco luogo ella capirebbe?

La nostra virtù sensitiva è certamente passiva e riceve in e nel suo strumento le cose, che sente: così il tatto non conosce il caldo o l'umido, se non parte o tutto di lui in ricevendo; la virtù motiva conosce le forze, se non ricevonsi nelle membra: ne il gusto i sapori, l'odorato gli odori, l'orecchio i suoni, l'occhio i lumi, se non vengono in noi. Ma un'altra virtù conoscitiva possediamo, la qual è attiva, e questa discorsiva si dice, che fa le specie delle cose, argomentando da una sentita dal senso ad altra dal medesimo non sentita così quando l'occhio vede il fuoco, egli non riceve altro di lui che la luce, ma perchè il tatto altre volte l'ha sentito caldo, raccoglie il discorso da quello che conosce l'occhio, anco il calore sebben per l'occhio non entrò.

Sicuri sono cotai discorsi, quallor si fanno sopra memorie o esperienze; come è questo di giudicar fuoco quel che luce, poichè un'altra volta si toccò e trovossi caldo: ma quando sopra conghietture, verisimilitudini o ragioni si fanno, riescon fallaci, perciò la discorsiva, talvolta suplendo quel che non è, s'inganna.

102. — Questo è il motivo per cui certi noi siamo della grandezza o distanza, ma bensì della figura; perchè questa insieme colla luce portata viene al senso, quella col discorso ad un'altra nota paragonandola, giudicare si deve. Questo parimenti è il motivo per cui la figura e gli ordini delle cose celesti non sappiamo; perchè non gli abbiamo veduti col lume, ma solo conghietture ne facciamo assai incerte. Così avviene, quando vogliamo conoscer cosa non sentita, o sia color, o sapor, o odor, o figura, immaginandoci ogni cosa, eccettuatane quella, perchè non si può ella, come si è detto, se non per lei medesima conoscere.

110. — Perchè niuna cosa è, quando si , si dal niente, perciò aver deve due cause, val a dire, il fine e l'infinito.

Imperocchè la materia di ciascuna cosa è nel suo genere infinita, potendo essere terminata in qualunque modo, e da se niun termine avendo: il farsi poi della cosa egli è perchè l'infinito piglia i termini a lei convenienti, ed il guastarsi è perchè que' termini l'infinito muta e perde, cotai termini son altro, che disposizioni dell'infinito e perciò nella di lui potenza se ne stavano.

Quindi è incorrutibile quella cosa che non ha fine, e infinito, ma da stessa è fine.

125. — L'uovo degli animali non è altro che il frutto nelle piante; perciocchè ancor il frutto ha il suo seme, il nutrimento, la scorza, e l'uovo anch'egli è il seme conceputo; onde il partorir seme, come le piante, ovver uovo, ed animale tutto è una cosa, v'ha differenza, se non di parto perfetto e imperfetto, perchè gli occhi degli uomini nel ventre si formano, e fuori quei dei cani, la testa de' cani dentro e degli uccelli fora; così vedendosi di altri animali circa i denti, le corna, l'orecchie.

143. — Le leggi e discipline col timor o altro affetto che muovono, mostran un altro oggetto, da cui possa esser mosso l'appetito il quale in coloro che s'astengono ed obbediscono, è più potente del primo. L'esecuzione mostra, o a que' medesimi o ad altri, l'oggetto più potente che la legge, accrescendo il timore, od altro affetto, non mostrava.

144. — La causa per cui si accordano gli uomini nelle cognizioni de' sensi esteriori, ed in quelle degl'interiori no, ella può essere perchè gli esteriori sono passivi, e perciò dalle cose di fuori ricevono, onde, se pur molto diversamente disposti non vi sono, ricevono allo stesso modo; e quando ben la discorsiva si mischi, lo fa fondata sopra quanto essi hanno ricevuto: ma il senso interior è attivo, ed essendo in ciascun uomo una data virtù in ciascun opera nel comporre e dividere diversamente; ed ecco la diversità dell'opinioni. Manifestasi ciò, perchè se il discorso il quale sopra la vista de' corpi interiacenti continuati fondandosi, giudica bene la grandezza, vorrà senza di quegli giudicarla, tanti pareri vi saranno quanti uomini, come nel giudicar la grandezza della Luna.

145. — Il passato e il futuro non sono, ma non perciò si può dir che non siano, come il niente, imperciocchè son eglino in qualche modo, prima per esservi la lor materia, o tutta insieme o in diversi luoghi; poi perchè del passato v'ha qualcuno degli effetti, ed alcuna delle cause del futuro. Da questo segue che la relazione puro nulla non sia, perchè, sendo eglino relazione, non pare che nulla affatto dir si possano.

146. — Vi sono quattro modi di filosofare; il primo colla sola ragione, il secondo col senso solo, il terzo con la ragione prima e poi il senso, il quarto dal senso incominciando e ultimando colla ragione. Pessimo è il primo perchè si sa quello che vorremmo che fosse, non quel che è: cattivo è il terzo perchè molte volte si tira quello che è a quel che si vorrebbe, in luogo di regolarci all'opposto: vero è il secondo ma rozzo e saper poco, e più tosto l'esser che la causa: il quarto è l'ottimo che in questa misera vita possiam avere.

147. — L'ingegno rozzo, quando vede un grand'effetto, l'attribuisce ad un principio grande, ma il sapiente ad un minimo: imperciocchè l'acciaio conformato è causa dell'orologio, e della macchina imitatrice di tutti li moti celesti, e dell'automato moventesi e parlante, ed il primo principio di tutto è una spinola.

179. — Non è vero che v'abbia disordine alcuno o alcuna infusione [?]; ma un ordine vero, per non avere con cert'altra cosa proporzione, o non esser utile a quella, pare a Lei disordine; che se ad alcuna sia conforme, o utile, un ordine stupendo ad essa pare. Quindi altro sono le republiche, gli edificj, la politica de' Tartari e degli Indiani.

180. — Il discorso è una cosa, che far non si può, se non in tempo: dunque se uno discorre in tempo impercettibile, a lui discorso non parrà, perchè non gli par tempo, necessario prima essendo il saper che sia tempo, avanti che sappiasi che sia discorso.

Nota Marg. — Discorso egli è passar da un concetto all'altro; dunque con moto, dunque con tempo.

184. — Quelle che si chiamano qualità occulte, sono come l'altre, ma noi di sentirle non abbiamo senso. Così è quella della calamita, perchè un senso di ferro, che possa da lei esser mosso, non abbiamo ed a chi manca un senso, le qualità ad esso corrispondenti sono occulte. Così pure occulte son chiamate le qualità pestilenti e venefiche, le quali offendono il cuore perchè egli non le sente.

186. — Le virtù sensitive speciali si specificano nelli sensorj. Il nervo ottico, sendo fatto trasparente, quando veggente fatto viene, riceve i colori e gli sente: così nell'udito bisogna che sia fatto quel che riceve il suono, e in tutti gli altri a simiglianza: onde chi avesse un nervo, che si facesse ferro, la calamita sentirebbe.

187. — Forse che la sensitiva comune che contiene immaginativa, discorsiva e memorativa, ella è una con la motiva locale ancora, onde sia lo stesso movens et motum distinguendosi unicamente come le tre attrattiva, retentiva ed espulsiva, che per le fibre si distinguono. Ed ella sta forse in tutto il cerebro; ma se così fosse, perchè anco nella spina e nelli nervi non istarebbe?

Nota Marg. — L'una e l'altra è lo spirito animale, che è mosso dalla specie dell'oggetto e le parti muove.

188. — Perdersi la motiva senza la sensitiva, o questa senza quella, non perchè i nervi sieno di genere distinti, ma perchè alcuni vanno ai muscoli e fanno 'l moto, altri alla cute vanno e fann'il senso, e posson guastarsi benissimo i primi, non i secondi, o viceversa. Così chi perdesse il primo, la vista perderebbe, rimanendo il moto degl'occhi, e chi il secondo perdesse, perderebbe il moto, la vista rimanendo.

200. — Uno che avesse conoscitiva delle cose presenti e non memoria delle passate, non solo non saprebbe le future, ma tampoco di conoscere saprebbe, perchè quando volesse far la riflessione sopra il suo conoscimento, già sarebbe passato. In questo modo le piante aver possono cognizione delle cose tangibili.

201. — Pigliasi un'opinione, non solo persuasi da ragion manifesta, ma eziandio quando bramosi che la cosa sia in un modo, si vanno cercando le ragioni conchiudenti a favore, il che si è un mandar il volere innanzi all'intendere. Ancora con mettere all'opinioni comune difficoltà, si fa l'abito a non crederla contraria, benchè non abbiasi ragion che la persuada.

207. — Si conosce distintamente una cosa quando si avvertiscon tutte le intenzioni sensibili, che sono in lei, così proprie come comuni, e tutte le azioni dalle quali per opera della ragion si argomenta esser nella cosa le virtù. A primo aspetto si che il tempo e il luogo non appartengono alla forma universale perchè già di questo si è fatta la prolipsi: dopo vedendo un altra simile mancar d'alcuna di quelle intenzioni o virtù, si conosce che quella che manca alla specie universal non appartiene: molto più vedendo la terza e la quarta, così facendosi a poco a poco la specie più universale. Di questo ne segno l'osservare, che quando una sol volta conosciuto abbiam una cosa, di nuovo ci si ripresenta con tutte quelle condizioni, anzi col tempo e col luogo. Perciò vedendosi la prima volta una cosa, non si sa che sia ma si aggrega alle più simili, ovvero astraendo da quella e dalle universali che si anno un genere si fa, cioè una più universale. Il conoscer dunque una cosa particolare non è altro che riferir alla specie universale già nell'animo conceputa.

216. — I cervelli de' Bruti stanno più costanti in una opinione, onde stanno, senza mutar la faccia, e pur non dormono. È dunque necessario, che passin loro specie per la fantasia e che pensino, ben vedendosi che quando pensan cose nuove, si muovono, come è l'abbassar le orecchie per ira, e l'ergerle per timore.

224. — Ne' futuri si conosce gran diversità da queste due proposizioni = se la veniva un'ora prima non mi bagnava = se veniva un'ora prima non cadeva; perchè di quella tutte le cause fuori di noi erano e perciò state sarebbon l'istesse; di questa erano alcune in noi, cioè il moto degli oggetti. Δ Presentibus nemo miser est neque preteritio, chi non avesse prevision del futuro non sarebbe misero: dunque al peggio quella serve.

237. — Cercasi di saper le cause per cagion dell'opera, imperciocchè non si saprebbe far la cosa, quando le di lei cause non si sapessero; ed allorchè si cercan cause, per esempio delle cause celesti, si fa per predire, o perchè la curiosità ne fa passar dal necessario al non necessario per abito, siccome ne' cibi, ed in altre cose, che sono di uso naturale.

239. — Ogni corpo disposto o qualificato muove, ed ogni ricevimento di moto è senso. Quello che sentesi è corpo, ma le qualità o disposizioni son ragioni di sentire. Com'elleno son varie, così ad operar in vari stromenti alte sono, e chiamansi diverse qualità sensibili.

Il loro numero è stato ristretto a cinque, perchè tanti sensi noi abbiamo, ma posson esservene altri generi, atti a far impressione in altra sorta d'organi che non abbiam noi. Mostralo bene la calamita, che ha una qualità cui niuno dei nostri cinque sensi conosce; un'altra ne ha la torpedine, una tale si è la virtù purgativa, e tutte quelle in somma che occulte si domandano. Da qui si può chieder, dubitando, se ve ne sono alcune, che vadano a' sensi interiori senza toccar gli esteriori, e da esse nascono gli effetti di manifesta causa privi, come i sogni, le divinazioni, ecc. si può dire che gl'interni sieno attivi solamente, perchè, sebbene vero della discorsiva, dell'immaginativa e memorativa non sarà vero.

245. — Sempre s'impara, non accorgendosi, quand'è senza cercar, o non facendo riflessione: così si acquistano le υποληψεις, e insensibilmente dotto si fa. Laonde non è necessario l'intelletto diviso in agente e possibile, ma siccome i sensi nostri esteriori tutti sono passivi, così l'interno è solamente attivo, ed egli col comporre e divider le specie da quelli avute, così di presente, come per lo passato, fa tutte le intellezioni. Niuno poi negarà che il comporre, divider e discorrer sia fare. Ben si dubiterà di quello che si chiama simplicius apprehensio; ma chi considera che quello è sempre conclusion di discorso, vede, che anco la difinizion si fabbrica dall'intelletto, e poi nella memoria si pone, come se una specie avuta prima da ella fosse; ovvero che si torna a fare il primo discorso, qualunque volta s'intende la definizione, ma in tempo impercettibile ovvero che facendosi per meno di mezzi, più presto si fa, e così par d'apprendere cosa semplice.

246. — La certezza della conclusione ridonda dalla certezza delle premesse e della forma sillogistica. La certezza delle premesse nasce dal senso, e benchè questo non possa errare, nondimeno perchè la ragione, che dal senso forma le ipolipsi è attiva, perciò molte false premesse si fanno da lei, e persevera in farne, finchè da altre sensazioni e ragioni corretta non venga. La forma sillogistica imparasi ancora coll'esperienza, anzi per inesperienza bene spesso taluna si ammette che non è buona.

247. — Alcuni, per essere conscii della propria debolezza, o per esser dall'affetto indotti, hanno prese da altri le υποληψεις, e questi, se abbattuti si son bene, anno trovato delle verità, se male nell'ignoranza caddero. Altri per il credito di taluno an ricevuto ciocche prima lor venne da esso proposto, e lasciandogli far nell'animo radici, e per abito fermare non ammetton più cosa contraria, non perchè alli sensi non credono, ma perchè pensano poter questo e quello esser vero, benchè non sappiano come.

248. — Siccome il sentir delli esteriori e il mal giudicare dell'interiore fanno far concetti strani; così ne sogni una cosa estrinseca sentita, o una specie conservata nell'immaginativa, ed ai sensi tornata, mal giudicando la discorsiva, fa veder le cose mirabili. E siccome mai si sogna d'aver caldo o freddo se non avendolo, di sentir sapore senza alcuna cosa nella lingua, così nemen di vedere senza aver colorato il cristallino di quella figura e colori; benchè il tutto avvenga tenuissimamente e nel sogno accrescasi, come un minimo calore par fuoco, e colpo d'artiglieria un minimo suono.

253. — L'appetito è mosso dall'oggetto, ed il farsi sprezzator di molte superfluità egli è abbilitarsi a non esser mosso: quelli dunque che per natura son meno atti ad esser mossi, cioè manco molli e flessibili sono, questi son più facilmente beati, ed alla felicità per vie minori pervengono, dunque il temperamento supera l'educazione. Il cane sprezza l'oro e lo sprezza il cinico, questo con fatica, e senza fatica quello: che cosa è meglio? Taluno [?] direbbe il cinico, a cui devesi lode, perchè ha superate difficoltà; ma il cane ha fatto senza fatica e da natura spinto, perciò lode non merita. Non di meno risponder si potrebbe con Aristotele, che ancor Iddio è degno di cosa maggior che di lode, ed egli opera per suo istinto si può dir che l'operare per abito, sia meno perfetto, anzi se l'essenziale della virtù è operar dilettevolmente chiara cosa è che chi opera conforme alla natura dilettevolmente opera.

254. — Gli uomini vanno al fine loro per più mezzi, che si ellegon eglino, e i bruti per un solo vi vanno. Così vien giudicato da noi, che per altro il mezzo de bruti è vario, e come i palazzi son varj così son vari i nidi. Un barbaro gli stimerebbe forse tutti di un modo, perchè, chi non ha l'uso delle particole, non vede le differenze; avvenendo lo stesso a noi in guardar i sciami delle api, li nidi ed altro; come ancor ci paiono simili le faccie di tutti i brutti d'una specie sola, quantunque vi sia tal differenza, che fin le mosche fra lor si conoscono.

260. — Quelle cose, che tutti gli uomini fanno, e conformi sono all'appetito di tutti, vengono stimate alla ragion retta conformi; quelle poi, che dalla ragion di tutti sono difformi, vizi eccessivi stimati vengono e mediocri se difformansi a molti solamente, e leggieri, se a pochi. Ma perchè in diversi paesi anno gli uomini diversa complessione, onde diversa educazione, onde appetiti diversi, perciò nasce la varietà dell'onesto e del vergognoso.

261. — Dal nocumento ancora, che riceve chi fa la legge, o Principe o popolo, si stima la grandezza del peccato, e la convenevol pena: onde si crede, la giustizia esser tra quegli, che di non offendersi e con certe leggi vivere son convenuti. Perciò i Barbari non fanno differenza tra gl'uomini e le bestie, perchè non sanno che un comune padrone in cielo abbiamo.

262. — Quantunque dall'oggetto venisse la specificazion dell'atto, nondimeno vediamo, che si disciplinan gl'animali, che si puniscono ancora colla morte, che abbiamo compassione d'un animal provocato, ma non già se fa danno a bel diletto. E in genere di pena, rimettesi talor a un putto, ed ancor ad un giovane, non a un uomo o vecchio, perchè in questi si suppone la scienza in universale, in quegli no, benchè ad amendue la particolare mancasse nel fatto.

263. — Vi saranno due paragrafi d'una stessa legge, per un de' quali mette l'uomo la vita, e ad ogni minima causa trasgredisce l'altro, sebben ella egualmente sia stimata. Ciò avviene perchè al primo è abituato, mai contravenuto, ma niun'abito al secondo egli ha.

264. — L'esercizio o specificazion son nell'occhio, e non per l'occhio solo, ma le palpebre, per il collo, per l'orecchio, per le mani, per le gambe: levati dunque tutti i muscoli, non vi sarebbe l'esercizio ne' sensi: dunque bisogna fare l'appetito per la specificazione passivo e attivo per l'esercizio: dunque due appetiti.

265. — Dove noi vediamo la connession de' termini, conosciamo naturalmente [?] ma dove non la vediamo, perchè le cause intermedie ci siano occulte, al non naturale venghiamo. Ciò ne succede particolarmente nell'essere, il quale a tutto accader si fa, perchè vien dalla causa infinita, che è Dio, e incognito restaci, come a quella si riduca. Segno perchè i più ignoranti, che meno veggon la connessione, più cose non naturali sanno.

268. — Quello che Aristotile dice de' sogni, cioè talvolta esser causa di altre sintomi, è vero in tutte le divinazioni; perchè colui che crede alla divinazione, per quella fede si muove a far cose delle quali causa ella diviene. Ma de segni, come li sogni ipocratici, niuno è mai.

270. — Perchè il nostro far è per idea e per discorso, egli sarebbe infermità il credere, che ogni cosa miglior di noi così faccia, perchè realmente Iddio fa senza discorso. Δ La scienza conghietturale è quella che giudica per gli effetti possibili a nascer da più cause, o per parte delle cause, ma più per le particolari che per le universali.

277. — L'appetito umano non solo delle cose naturali e necessarie non si contenta, ma pur anco appetisce le cose naturali non necessarie, poi quelle che necessarie naturali sono, e non meno le possibili, che le impossibili, perchè avendo poco giudizio, per adulazion sua propria tutte possibili se le fa. Ma poichè conosce che non v'ha in virtù d'acquistar le cose desiderate, in altra cosa dentro i termini della sua podestà le ritrova si fabbrica di suo capriccio chi le abbia, e ad alcuno basta chi abbia una parte da voluta altri solo contentasi di chi tutto abbia. Questa è la radice delle miserie umane.

289. — Giudichiamo il conoscere, come la più perfetta di tutte l'azioni, per il bisogno che abbiam di essa: dunque per il bisogno, non per la perfezione, la stimiamo. Da qui nasce che si spregian di conoscer quelle cose, delle quali bisogno non possiam avere. Nasce ancora, come infermità, che per mali abiti si cerca di conoscer il non bisognevole.

308. — Le voci celesti, che talvolta si odono dai contadini, e che dagli Storici Etnici, son dette Voces majores humana, sono strepiti inarticolati che dicon, come la campana, quel che l'uomo s'imagina.

346. — Tutti li sensibili propi sono cose che da estrinseco passan per li sensorj alla conoscitiva e alla memoria, ed eglino si dicono esser nella mente subjective: ma li comuni ed altre intenzioni, o sensibili o intelligibili, non passan da di fuori bensì fabbricati sono dalla mente, e l'esser che hanno in lei chiamasi objective, e tutto quello che nella mente così è, dicesi concetto.

347. — Le voci sono segni di concetti e i concetti delle cose. Per altro vi son molte voci alle quali non corrisponde verun concetto, e molti concetti a' quali alcuna cosa non corrisponde: vi son molte cose rappresentative del medesimo concetto, e molti concetti la cosa medesima, sotto diversi modi di concepirla, rappresentano: finalmente una voce figura molti concetti, e più volte un concetto molte cose.

348. — Convien però andar cauto e non fallare, credendo, esser ogni cosa, che si concepisce, o esser uno ciocchè rappresentasi da un concetto, o da varj concetti esser varie cose: come l'universal o l'essenza esser comune a tutti li singolar, del modo, che il concetto è lor comune; ovvero l'essenza esser distinta dall'essere, ed amendue da quello che è; ovvero l'universale distinto dal particolare; ovvero l'astratto e il concreto esser ed avere molte virtù; o perchè homo intelligit, humanitas est forma: che tante parti siano nella cosa quanti nomi nella deffinizione, che l'intiero sia distinto dalle parti, e la materia dalla forma o amendue dal composto; che i numeri e l'armonie altro non sieno che la cosa numerata ed armonica; che l'accidente sia distinto dal soggetto, o la virtù e facoltà dalla cosa che le ha; che l'azion e passion dall'agente paziente distinguansi, e le altre relazioni dal fondamento, il tempo dal moto, il moto dalla cosa mossa.

349. — Chiarissima cosa è, che nulla sono le privazioni e negazioni benchè dal modo di parlare e di concepire paia che abbian essere: perchè realmente l'uomo non è cane, dunque il non esser cane v'ha nell'uomo; ed uno in realtà è cieco, dunque in lui è la cecità; e così avvien del passato e del futuro, a' quali per avere specie nella memoria ed immaginativa nostra, pare che alcun esser reale convenga.

350. — Si dicon esser le cose composte, le lor parti, la lor materia, i termini di essa, le forme o armonie di numero, figura e sito, gl'accidenti per i quali operan ne' cinque sensi, gli moti e le azioni, le virtù di far e ricevere, le relazioni di loro comparative ed altre cose, gli universali e l'essenze di tutti questi, che si dicon principio formale d'esser la cosa quel che è, e però forma totius.

351. — Quello che in verità, o propriamente esiste, egli è solamente il singolare, ed è uno, avendo l'esistenza per beneficio dalla materia sua e l'unità termini lui chiudenti da ciascun lato, levati i quali dalle cose, la materia sarebbe una e infinita, onde il singolare non è altro che la materia co' termini formata e disposta.

355. — Realmente son la stessa cosa il tutto e le parti ma pur sembra di no, imperciocchè quando si dice tutto vi è il concetto della continuazione, quando si dice parti vi è il concetto della divisione con que' termini dalla mente suppliti. Per la medesima cagion una parte non è la stessa cosa col tutto, perchè apprendasi ella come da terminata, essendo il tutto, unum et multa, unum per la sua continuazione, multa perchè può esser diviso.

360. — Le relazioni sono i medesimi accidenti, ne' quali fondate si dicono e il resto è opera della mente. L'esser duplo non è altro che aver quella quantità, altrimenti uno infiniti reali accidenti avrebbe, perchè con infiniti corpi ha egli infinite simili relazioni: oltre di che, sopra le azioni future o passate, infiniti altri ne sorgerebbono: di più questi accidenti non si posson dir divisibili perchè se l'ugualità fosse divisibile, il mezzo all'intiero ugual sarebbe; indivisibili dir si possono, perchè tutti sarebbono in ciascuna parte; finalmente la cosa senza moto, acquistarebbe cosa reale, come sarebbe la similitudine, perchè, stando, diventa simile per il moto d'un altro.

361. — Niuna cosa dunque ha esser proprio suo fuorchè il singolare. Le altre sono realtà, quanto ad alcune condizioni e allora sono il singolare stesso quanto ad altre condizioni sono più che opera della mente. Ma chi le piglia per l'aggregato delle condizioni tutte, il quale da ciò che è real et rationis integrato viene, sono il singolare sotto questo concetto. Perciò finzioni non sono, perchè il singolar è atto ad esser considerato così, ed a così considerarlo è atta la mente; siccome quando si veggon due cose, o fuor di luogo per riflesso o rifratto si veggono, non è finzione perchè la cosa è atta ad esser veduta così e l'occhio a così vederla.

362. — Il tutto vedesi manifestamente nel numero. Imperciocchè ognuno confessa che il numero è reale, ma niun dirà che punto di real abbia egli, se delle cose onninamente si separa: dunque il numero numerante opera è della mente, il numero numerato è cosa reale di quel concetto vestita, altro v'ha in tutto reale, se non la cosa; ond'un per numero, come l'esercito ed il cumulo è uno a noi, perchè in unicamente il continuo è uno.

363. — Alcuni argumentano poichè vedesi lo stesso corpo con isfera e con cubo, altro esser il corpo ed altro la sfera, ma l'argomento non vale. Quando si trova una cosa talvolta congiunta con altra, e talvolta separata, non può inferirsi che quelle sieno due distinte realità; imperciocchè una corda ora è diritta, ora è curva, ma niun dirà che dritezza e curvità sieno cose separate dalla cosa diritta e curva che ha essere: dunque sarà il medesimo di sfera e triangolo, ed allora solamente vero l'opposto, quando amendue son separati e restano.

364. — Nasce quindi la virtù della mente di separar le cose unite, ovvero, a dir meglio, di numerarne una per due, perchè abbiam più sensi, per i quali diversi sensibili vanno, e noi però nell'oggetto tante varie cose poniamo. In verità son diverse quelle che vanno ai sensi, altrimenti diverse azioni non farebbono; ma queste non sono nella cosa, anzi uscite sono, e la mente argomenta nell'oggetto cose reali separate, come i sensibili, dopo esser usciti. Ma che bisogno v'ha di ragione? I colori per la parte principale dipendono dalla luce e nella cosa non erano; il calore quando sentesi, è uscito ed allora la cosa può esser fredda; se le specie non vanno in istante può esser che la cosa non muovasi, quando muover si vede. Inoltre un medesimo fumo è caldo e odorato, facendo un azion nel naso, e nel tatto un altra, per la varia conformazion degli istromenti. Il creder dunque che in un oggetto vi siano cinque cose, perchè tante ne sentiamo, egli è creder una cosa tante cose, quanti oggetti ella ha.

365. — E perchè la mente ha virtù d'operar sopra una cosa, il creder che questa sia in tante divisa, quante azioni può far quella, e così mettervi bonum, verum, etc., egli è come se il fabbro pensasse che il ferro di più generi sia, perchè si lima e batte. Dunque non si può dir che due cose una sono, quando non intendasi che son due continuate, come le parti di un corpo. Del resto niuna cosa è la medesima, fuorchè a stessa, mai è vero: Hoc est idem illi. Ma quando si dice per esempio: Actio et passio sunt unum bisogna dir che altro non s'intenda, se non che questi due nomi significano una stessa cosa. Dunque in ogni orazione del verbo sostantivo, dove facciasi affermazione, vi son due nomi, l'un e l'altro de' quali la cosa medesima significa, e la proporzione non vuol dire, se non queste due voci hanno il medesimo significato.

367. — La contradizion è certo argomento della distinzione, ma non dichiara s'ella sia reale, perchè homo est rationalis, chimera non est rationalis, non inferiscono real distinzione. Il punto sta che molte cose dir non si possono, per il modo di significare ciocchè sia razionale; perchè anco humanitas non est homo, benchè quello che significan è il medesimo; ma perchè un è separato, l'altro congiunto, vorrebbe dire: il congiunto è separato.

368. — Il distinguer veramente non è mai altro, che dir più soggetti o più supposizioni del medesimo vocabolo. La . . . .1 negativa è tutta opera della mente, perciò ancor la distinzione, ma si chiama reale se real cosa è a termini soggetta. Quando due cose divise sono ed hanno altri termini, distinguonsi realmente, quando poi copulantur termino comuni sono una cosa e perchè non è termine quello che è comune, perciò non sono veramente due in uno, ma una sola. Le altre unità e distinzioni tutte della mente son opera.

369. — Oltre la virtù di separar le cose unite, ha la mente virtù d'unir le separate, e di più far una. Così raccoglie i particolari e fa l'universale, che altra esistenza non ha che quella de' singolari, e la sua unità, che si chiama eternità o perpetuità, è della mente. Così aggrega ella gl'accidenti, le forme, le virtù, relazioni, ecc. che già separate avea, e di lor pure fa l'universale, che ha la medesima unità del sopradetto, e l'esser medesimo de' suoi singolari. E con la stessa virtù di aggregare, poichè ha ella riputato esser l'universale, unisce assieme con lui i particolari, e fa di tutto una essenza, che non è universale parziale ma in amendue.

370. — Quantunque paia, per lo comun parlare, che tali cose facciansi dalla mente per astrazione, onde sono stati chiamati stratti, nondimeno per congiunzione si fanno. Anzi il dire che si fanno per astrazione causa errore, perchè si crede che siano nella cosa e considerate vengono, lasciate le altre, colle quali congiunte si stimano.

371. — La essenza non ha essere, fuorchè quello de' particolari. ha tampoco unità perchè la mente, volendola far comune all'universal, e ai molti particolari, non le l'uno l'altro. E che la essenza e universalità siano opera della mente, appare da questo che facciamo ancor universale una singolarità, e della singolarità la essenza, e ponendo la singolarità alla forma, facciamo l'individuo vago, il quale è manifesto non esser cosa reale.

372. — L'astratto non è differente dal concreto, se non nel modo di significare, il quale però a far vere o false le orazioni basta, perchè sendo amendue il singolar medesimo sotto varj concetti, è falso che l'uno di essi l'altro sia e quindi che il singolare con uno sia il singolare con l'altro.

373. — Donde po' viene che la mente possa dar all'universale la già detta unità? Ella è atta, in vigor della memoria e della imaginativa a metter dinanzi a il passato e il futuro, come se presenti fossero, sicchè apprende come se fosse ciocchè può essere, potendo po' gli omogenei, fra' quali la materia è il primo, esser uno per continuazione, la mente gl'apprende come uno: e questo è il primo grado di unità nella mente, per il quale, facendosi uno la materia e gl'omogenei, l'unità generica si fa. Di poi la mente apprende l'ugualità ne' termini e la converte in unità; e perchè talvolta l'ugualità è negl'angoli solamente, per esser più materia in uno che in un altro, ella fa la similitudine, convertendola in unità, onde fa la specie de' termini e delle figure, poi dell'armonia formata e della forma; e perchè dalle forme nascono i dissimilari, mette ancor in essi l'unità della materia, e delle forme onde i singolari simili, per la similitudine convertita in unità, uno si rendono. Tutte due queste operazion della mente, sebben sono aggiunzione, nondimeno astrazion chiamate vengono, e non vi ha errore se non quando la mente le reputa star così realmente, come son le sue considerazioni.

374. — L'universale nasce unicamente dalla similitudine, la similitudine non vien da unità, come io una volta credea; ma perchè le figure sono simili, quando uguali sono gl'angoli, e i termini proporzionali, e questo secondo dal primo nasce, perciò la similitudine non nascerà, se non dal numero degl'angoli e loro ugualità. Ma questa è similitudin di specie specialissima e dal solo numero degl'angoli se ne fa una più lontana, che la subalterna costituisce.

376. — Ogni cosa è quello che ella è, l'esser lei con un'altra simile o dissimile deriva, se non dalla mente. Però non bisogna dire, vi vuole in che convengano e in che differiscano; perchè formalmente la convenienza e differenza son della mente opera e nascono da concetti, fondamento de' quali è la cosa stessa, di cui la mente l'uno e l'altro cava. Dunque bisogna dire, che vi vuol concetto diverso, l'uno causa della similitudine, l'altro della differenza (1588).

377. — L'incontinente alcune volte pecca sebben conosca di far male, per la speranza di riparare, che, se non fosse questo, non peccarebbe. E che sia il vero, niun pecca nell'estremo, quando persuadasi che di risarcimento non v'ha più speranza.

378. — Contro la legge si fa, o per molte speranze di fuggir la pena, o per giudicare mal maggiore della pena lo star senza quella soddisfazione. Fra le speranze di fuggir la pena una è quella di correggersi.

379. — Meglio mai sarebbe, o no, che la legge non dasse speranza di rifugio di perdono? Per molti capi no; perchè i buoni non avrebbon bisogno, perchè i delinquenti non potrebbono ricever beneficio, e perchè il caduto una sol volta troppo cattivo si farebbe.

380. — La vera Filosofia non è medicina, ma cibo dell'anima, e medicina si è la religione; sicchè vien qui ben applicato: Corpora egra, quo magis nutries, magis ledes, mentre per questo la Filosofia fa danno, ed ai divini aiuti ricorrer bisogna, perchè medichino i difetti.

389. — Se uno vedesse un sol colore, senza distanza varietà di sito, tanto sarebbe il vedere quant'esser cieco. Δ Non possiamo noi immaginar una figura senza colore, nondimeno un cieco nato se l'immagina; onde si conchiude che, se fossimo assuefatti a metterc'innanzi la specie d'un corpo, come la riceviamo dal tatto, e come dal vedere, non sarebbe la medesima in quanto corpo ancora.

394. — Non è maraviglia, che ci paia veder in istante, sebben vediamo in tempo, perchè molte intenzioni, che per discorso e in tempo conosciamo, ci sembran conosciute in istante e senza discorso. Ciascuno direbbe di veder l'obbliquità, la magnitudine, ecc. in istante, e pur con discorso e tempo la vede, prima vedesi la specie del colore, che qualsisoglia di queste intenzioni, perchè ancor essa specie si conchiude col discorso.

395. — Perchè mai, sebben veduto non abbiam Costantinopoli, crediamo nondimeno a chi ne dice che v'è e a chi ci dica, per esempio che vi sono gl'orbi celesti, ovvero che son mossi da intelligenza, non crediamo? Perchè il primo dicesi da uno, cui siam certi poterlo sapere, ma il secondo da un si dice che ne sa quanto noi; come, se uno fosse privo d'orecchie, crederebbe de' suoni quello che da altri, quali vede aver orecchie, detto gli venisse.

398. — Vi son tre sorti di male d'animo, che nascono da falsa opinione, ma non sono eglino nel savio; altri poi da vera nascono, e nel savio son eglino più leggieri e mediocri. I dolori del corpo sono in tutti ugualmente gli uomini, fuorchè nel volgare, per false opinioni ed animo basso, si aumentano.

399. — I mali o son passati e di loro non fa il savio alcuna stima, o son futuri e di questa poca stima il savio ne fa, perchè sa, che possono star molto a venire, e che, venendo, saranno brevi e leggieri; infine o son presenti, e il savio concepisce che presentibus nemo miser est ed in oltre meno gli sente, con dar piaceri alla parte superiore di , così della parte inferiore del corpo i dolori medicando.

400. — L'assoluta felicità fu da noi creduta impossibile, ma ben possibil quella, di cui ciascuno è capace. Stà ella nella composizion d'animo, perchè, sebben l'uomo sia ne' tormenti, gli tutti que' sollievi, che in tale stato può egli avere. Così bene intendesi, come alla vita felice sia bastante la sola virtù. Questa fa praesentibus frui, absentius non esse sollecitus, accomodari locis, personis, temporibus, uno verbo ex omnibus veram capere voluptatem.

405. — Dalla debolezza dell'uomo nasce la sua proprietà di vivere in compagnia, ma dalla sua pravità nasce il bisogno di viver sotto una somma podestà; quindi la repubblica è proprietà dell'uomo, ma la terra è proprietà della Repubblica, provvedendosi con lei a quello a che non può la maestà provedere. La Società, la Repubblica e la terra [?] furon sempre quando fu l'uomo; ma quest'ultima fa mutazion d'una in altra, perchè, siccome a tutte le cose mondane accade, si va sensibilmente alterando, di modo che in processo di molto tempo non è più quella, ovvero perchè molte si mischiano insieme a farne una, ovvero che una vien assalita da un suo contrario e distrutta. Così alla Società fece la terra. [?]

406. — Di queste tre proprietà l'una gode più lunga vita dell'altre. Ciò avviene o perchè sia conforme alla natura umana, com'è forse la società; o perchè alla natura del paese conformisi; o perchè abbia in ordine da esser a' suoi principii rivocata, e po' non invecchi; o perchè molti vi sieno interessati, facendo bene con essa e senza no, e quindi la mantengono come accade nella tortura; [?] ovvero per andiperistasi, venendo sbattuta da contrarj, che non abbiano tanta virtù da annichilarla ond'ella si fortifica in ed alla vecchiezza ed alterazione resiste com'è avvenuto alla repubblica la qual è durata per l'opposizioni fatteli dalla terra. [?] La società facilissimamente patì alterazione, perchè non avea modo d'esser revocata a' principj, contrario che andiperistasi le facesse. Perciò ancor la Repubblica, prima d'aver contrario, patì alterazioni e dopo fortissima si fece.

407. — Siccome la Repubblica nasce alcune volte da una famiglia che a poco a poco moltiplica; altre volte da un uomo che aduna molte famiglie disperse; altre dalla corruzione di una repubblica o di più, e finalmente da mistion di molte; così anche la terra nasce a poco a poco da caprici, come forse la prima; or viene instituita e causata da molti, come la seconda; or da corruzione, come la terza; e forse la quarta è mistione e dalla seconda non differisce.

408. — Il parlare senza dubbio è naturale all'uomo, e fu sempre allorquando vi fu uomo. Gli stromenti della voce son finiti ma i lor moti sono infiniti, perchè nel breve, longo, aspro, bene, veloce, tardo e in ogni altra differenza ogni moto è divisibile in infinito; onde infiniti posson esser i vocaboli e però infinite, perciocchè ognuna d'esse de' finiti ne partecipa.

Nota Marg. — Benchè i moti sieno, per la divisione, infiniti, non di meno, è necessario che finiti sieno i sensibili.

409. — Può essere che sia instituito qualche piccol numero di vocaboli, ma non tutto un linguaggio. Ciascun però nasce, o per alterazion insensibil d'un altro, o per mistione di più; siccome perisce ciascuno per alterazion di poco a poco, o per introduzione di nuova lingua presso l'impero [?] o perchè altre con lui si mischiano.

411. — Il cervello fa tutti li sensorj duplicati, tutti li nervi, il cerebello e i due ventri superiori, ma non il terzo e quarto ventre. Verisimil cosa è, che duplicati essendo i sensi esterni, sialo ancor l'interno; dunque sarà o nel cerebello o ne' superiori; ma in questi no perchè li nervi son tutti pieni; dunque ancor l'istrumento di esso; dunque ancor l'istrumento di esso: e ne' superiori lo spirito è rozzo, anzi con molti escrementi sempre si trovano.

412. — La causa perchè fece la Repubblica un timore [?] non è di molto rilievo; perchè chiunque leggerà la storia, troverà che tutti li circostanti ne avean uno solamente, parendo, che i molti sieno venuti da molti popoli, o da molte famiglie, che fatti uno, abbian messo in comune ancor questo, o da forastieri, che insieme coll'abitazione trasportato l'abbiano, come Enea.

413. — Non è vero che la tortura [?] ritenga le Repubbliche, e che senza lei non sosterrebbonsi; perciocchè l'uomo è di natura timida o audace; se timida, con altri terrori a sufficienza si tiene; se audace, a tenerlo non basta qualsivoglia, benchè fosse maggiore. Vedesi ciò, perchè l'asprezza di tanti generi di morte, quantunqu'eccessive, gli uomini feroci non ritengono. Quando però la tortura non fosse, i timidi per altre minaccie temerebbono, e gl'arditi nulla meno sarebbon tali, sebben ella vi fosse e quantunque a noi paia che, se non fosse questa, faremmo ciò ed altro, nondimeno non è vero, perchè talun che l'abbia deposta dal suo animo seguita co' medesimi costumi, senza peggioramento veruno: anzi di due del medesimo temperamento ed inclinazione, de' quali uno l'abbia e l'altro no, niuna differenza si conosce. Gran danno certamente della repubblica sarebbe lasciar quella e gli altri terrori levare; ma poco, levar quella, gl'altri lasciando. L'onore, sebben è una falsa opinione, fa i medesimi effetti: chi mostrava di non contenersi nell'officio, se non per l'onore, dappoi ancora, che l'ha conosciuto per una opinion falsa, opera collo stesso contegno: molti lo credon vero eppure operano al contrario, se giusta il piacer loro è la contraria operazione. La tortura dunque non è tanto utile quando crede alcuno, ma fa perchè più fanno due che uno, ed ogni poco d'aggiunto aggiugne.

414. — Vedesi che molti per l'Ada [?] si trattengon e credon che quella sia la causa principale, cui levata non si tratterrebbono e pure dove levata ella è, niuna differenza ritrovasi. Ma noi siamo nel punto de' terrori, come in quello de' travagli: pensiam solo ad uno, che ci par il principale, riputando, se non avessimo quello, che staremmo bene, tuttavia, levato quello, uno de' rimanenti fa lo stesso effetto. Così avviene di chi è soggetto a passione alcuna, il quale crede che un sol oggetto lo muova, ma un altro lo muoverebbe, se nol movesse quello: come l'ambizioso reputa di dover esser contento, se ottiene il tal grado, epur, ottenuto quello, col medesimo ardore al secondo aspira, e chi è giunto al sommo se ne finge altri, perciò d'ambizion è libero. A mezzodì, a levante fa più effetto la tortura, l'onore più al settentrione, l'ambizion ne' paesi medj.

417. — Il concetto non viene dalla cosa prodotto, siccome dal sensibile proprio la specie, ma dalla discorsiva causato viene; ond'è, che uno è comune a più cose, ed una cosa sola molti significano.

Δ La nostra conoscitiva è discorsiva: dunque non sappiam di conoscere, se non quello che col discorso conosciamo. Δ L'attribuire un effetto ad uno spirito, perchè la causa ne sia incognita, egli è rispondere per nome solo, essendo lo stesso, che dire, v'è una causa capace di far quest'effetto.

420. — L'idea del giusto è, che ognuno il voler suo deve a quello accomodare. Non costa per natura ma per legge, essendo ciò, che pare al più potente o uomo o popolo: per tanto dir si può, che quello per natura è giusto, che pare al più potente, perchè a questo niun debbe accomodare il suo volere.

423. — Il politico, in formar la Città, si vuol servire di tutta la materia, che truova, uomini, denari, armi, spassi, medicine, etc. e se alcuno di cotali strumenti manca, egli ne fa senza. Perchè anco trova la tortura, [?] ma farebbe senza di lei, se non la trovasse.

424. — Tutti gli affetti sono opinioni, alcune dal temperamento, altre dall'educazione derivanti, ed il filosofare si può dir educazione, perchè la filosofia è nutrimento dell'animo. Son opinioni ed ippolipsi, ancor il bello e il brutto, perchè in diversi paesi non sono le medesime: ma poco a poco le impariamo, e le prime vengono dalla necessità dell'oggetto, benchè non si sa come.

432. — Più universal è la specie, quanto meno d'intenzioni comprende, sicchè, allorquando non si conosce l'essenza particolare, perchè specie di quella sorta non abbiasi, meno intenzioni si prendono, e meno e meno, finchè poi è necessario che al meno essere si conosca.

433. — Tre sorte di conoscere: in un tratto, con considerazione, e riferendo alla specie impressa nell'anima. La prima con la terza fa, quanto la seconda; ma, se a specie universale si compara, fa solamente la cognizione specifica, se a particolare fa l'individuale.

468. — Il bello e il brutto non hanno esistenza reale, ma son opinioni che gl'uomini prendono; parte perchè assuefatti a veder una cosa lor sembra bella, e brutta sembrerà lor una nuova; parte perchè odesi dire dagl'altri e si crede, e poi si abitua. Quanti esser bella dicono la lingua di Cicerone, benchè nulla ne sappiano e sol da altri l'abbiano udito? E poi ciò dimostrasi perchè il bello si varia non sol da paese a paese, ma da persona a persona, stimando taluno bellissima una cosa, che l'altro bruttissima stimerà.

469. — Se gl'uomini non avesser l'udito, niun danno sarebbe alla vita comun, o particolare; perchè se un muto in dieci anni trova modo d'intender ogni cosa, quanto più lo trovarebbon tutti? Anzi que' segni s'impararebbono più facilmente e più presto e tra diversi popoli sarebbono al par delle lingue diversi e per elementi distinguer si potrebbono, ed articolare casi, tempi, significazioni ed ogni cosa, e trovarne da intendersi cogl'occhi alla luce, ed ancora col tatto nelle tenebre.

470. — Nelle Repubbliche e tirannie non solo servon i sudditi, ma il Principe ancora serve: imperciocchè ha egli d'aver infiniti rispetti di non offendere i sudditi, onde gli teme, e il servir è operare per timore, potendo ben egli ammazzare i sudditi, ma ugualmente i sudditi o tutti, o in parte notabile, ammazzar lui con sicurezza. Può dunque dirsi assolutamente, che ogni uomo serve, e che niun animale serve più dell'uomo, il quale a tutti si crede comandare.

471. — Chi anderà considerando le morali tutte, e vedrà come per tempi e luoghi si variino, di modo che passino al suo contrario; assolutamente conchiuderà, che non sono altro, fuorchè opinioni, le quali per . . . . .2 nascono e muoiono; imperocchè sendovi la tale nel tal luogo, e il tal disordine contro lei nascendo, e per questo alterandosi ella, non è più possibile che passi, eccetto che nella tal altra condizione.

473. — In que' simolacri, che mi avvengono prima d'addormentarmi osservo, che alcune volte mi vengono all'orecchie, agli occhi nulla, ed altre volte agl'occhi, niente all'orecchie: quelli poi degl'occhi, se non v'attendo, mi paion fuori, quantunque sappia benissimo che fuori a me non sono, ma, se v'attendo, paionmi dentro bensì, ma piccoli.

477. — Colui spiega la natura della cosa, che le di lei cause spiega, cioè la materia e la disposizione sua, che è la forma, e chi la dispose, se intrinseco sia, o estrinseco. Spiega pur anco una cosa, chi non considera lei tutto in confuso, ma le parti sue distintamente come disse Aristotile nel primo della Fisica. Fra lei e il nome suo v'ha quella differenza che v'è tra il primo sguardo e la vista diligente fatta col voltar l'asse del cono per tutta la cosa: quando po' da taluni si fa spiegazion del nome, o esponendo la causa, per cui le sia stato imposto o dichiarando quel che egli significa, a chi non l'intende, questo è deffinir il nome solo, e tra' due modi miglior è il primo.

478. — Chiaro è, che la virtù conoscitiva, non apprende se non cose che di già sono, ed ella mai colla sua virtù fa qualche cosa. Ben è vero, che può ella esser principio ad un'altra di fare, mischiandosi cioè coll'attiva, ma da , in quanto conoscitiva, o conoscendo niuna cosa fa. Può dunque esser tra le attive, così che ancora taluna di esse operar non può, se non congiunta seco, ma ella non può esser la prima, perchè sempre cose fatte riceve.

Nota Marg. — L'intelletto non è principio di fare, sendo per imitazione. Prudentemente Platone, che fece far il Mondo alla mente, pose l'idee per causa e senza principio.

495. — Quando conosciamo, se la nostra virtù per produrre solamente opera, e il prodotto da lei non riopera nella virtù conoscitiva, è cognizione; se riopera è appettito, ma non supera se non quando vi è il bisogno e mancaci di quella cosa.

Δ Se la digestiva, la vomitoria, e la concupiscibile non sono alla volontà soggette, d'onde, diremo nascere che l'immaginativa le provoca?

501. — Ogni causa produce il suo effetto, perchè ha virtù e natura di produrlo, ed ogni natura e virtù, o materia ella è o forma. Il corpo muove, dunque ha natura di muovere, dunque o la sua materia o la forma sua ella sarà. L'incorporeo non ha materia e però nemmen forma, dunque non può muovere, che se la virtù sua è d'un altro genere sarà d'altro genere ancor l'effetto, dunque non moto. Ma quando due moti si facciano, l'uno da corpo l'altro da incorporeo devon esser comparabili ed eglino e le virtù, e la corporea potrà ecceder l'incorporea: non cade per altro comparazione tra le cose che la materia comune non hanno, essendo il comparare numerar le parti della materia o i termini di lei assomigliare. Ad hominem l'intelletto è incorporeo e intendendo non si muove.

502. — Predicendo taluno cose future può incontrarsi a predirne, benchè di loro nulla sappia, una vera o due, o venti, o . . . . .3 qualsivoglia determinato numero; siccome gettando mille dadi, può all'insù venire un asso, e quattro e cento e . . . . .4 qualunque numero inferior al mille: Può dunque uno, senz'alcuna prudenza ragione, esser tra noi pronosticatore.

503. — E essendoci molte cose vere, delle quali non sappiamo la causa, ma solo dell'effetto l'osservazione abbiamo; ed essendovi molti effetti che vengono da una causa, e noi no 'l sappiamo: quindi può darsi, che un evento si possa pigliare per nota d'un altro, con cui abbia niuna connessione, perchè noi altro non sappiamo se non che per le nostre osservazioni ci parvero star connessi, ma ignoriamo in che causa. Tanto degl'augurj ed altre simili cose avviene.

504. — Nelle morali ognuno ha prima le vere opinioni, poi, se filosofa colla ragione, vestesi di false, quindi, più la ragione assottigliando, queste depone, sicchè la ragion perfetta le vere trova e le false. A ben considerarla nelle speculative accade lo stesso.

506. — Perchè in sonno quella virtù, che ritirasi all'interno, è più forte, se la discorsiva è debole, non può esser ella. Forse per altro debol non è la discorsiva e discorresi benissimo ma egli è che male i fantasmi si rappresentano. Però è da vedere se sopra li rappresentati, meglio si può in vigilia che in sonno discorrere.

523. — Le ragioni nelle cose pratiche persudono secondo le disposizioni dell'uomo, altrimenti un sano ed un infermo, come ancor secondo l'affetto. Le speculative, secondo l'abito fatto di creder a que' principi, e perciò alle peripatetiche un peripatetico, ed un astrologo alle astrologiche si muoverà, e taluno persuadesi per una ragion cabalistica, non per una matematica; il che certo viene dall'abito fatto a principi, ed al modo di sillogizzare.

525. — Ognuno, che abbia dolore, nulla stima il passato e riguardo al presente, se fosse certo di vederlo cessar immediatamente non curarebbesi, ma da impaccio il futuro, poichè tutti desiderarebbon di patire per un'ora ogni dolor grande, purchè dopo fusser nello stato quieto di prima: dunque la sola opinion del futuro è il male ne' dolori, e siccome i dolori, così anco i piaceri aumenta l'opinione.

527. — Quello che insegna imprime sensibili nell'udito, i quali, per ragion di significazione eccitano fantasmi, e questi operan nella discorsiva, ed ella in loro, così lo scolaro imparando. Che se la cosa dalle voci significata non ha fantasma che per essa in noi si ecciti, allora s'impara la voce sola, non il senso, e poi, acquistando il fantasma, con la memoria delle voci imparate, ancor la cosa imparasi. Del resto i fantasmi sopra i quali filosofiamo, vengono per lo più dal vedere, toltine alcuni pochi del tatto, perchè del vedere assai ci serviamo. I ciechi, servendosi dell'udito, devono aver diversa filosofia, perchè hanno i fantasmi diversi, che il fondamento ne sono.

528. — Gli uomini, dalla filosofia imparando, che il male verun nocumento non , quando vien dalla sola opinione e che il dolor sensibile e vero, separandone l'opinione, è pochissimo, non fuggono la miseria, perchè insieme altrettanto del bene imparano; sicchè i piaceri, co' quali si lenivano i dolori, sono di niun valor a quell'effetto e l'uomo resta più misero. Perciò, sebben l'uomo fosse giunto al scettico, meglio era esser volgare, anzi meglio se rimaneasi col genere suo, dove ancora le false opinioni son giovevoli.

531. — Perchè dobbiamo noi ridersi delle scienze Australi, essendo a que' popoli derivate così dalle loro ipotesi, come la nostra filosofia, anzi le matematiche nostre dalle loro? Il scettico mostrerà uguali parallogismi ed opposizion di ragioni in queste come in quelle.

Nota Marg. — Vi è differenza che queste nostre hanno le lor ipotesi di più pronta persuasiva, e le ragioni contrarie più al volgo nascoste.

548. — Si può dire, che il sapere per abito sia un sapere intrinseco, ed una specie residente, non assolutamente ma in questo modo, che, sendo la facoltà, resa per abito atta ad esser mossa tosto che ogni poco d'oggetto le il principio del moto, ella segue a muoversi senza che noi vi pensiamo, siccome ogni piccola virtù muove la ruota da quella parte, da cui a muoversi ha principiato, ed a muoverla dall'opposta una virtù grande vi vuole.

549. — Quello, che muove prima l'operante, non è il termine del moto, perchè s'indirizza egli alla propria utilità, per la quale si fa ogni opera. Il fine poi per il quale si opera non può muovere se non per ispecie, la quale o è naturale, o per cognizion acquistata. Noi sappiamo certo d'averne acquistate alcune, come alcune poche n'acquistan gl'animali, ma certi non siamo d'averne noi d'incerte, o ch'eglino ne abbiano.

550. — Tutte le Donne in braccio portano i figli, non per ispecie naturale, per sottili invenzion di ragione: così dunque gl'animali fanno i nidi a un modo, perchè, sendo i tali stromenti atti ad esser adoprati così, e non altrimenti, o più facilmente così, in quella maniera s'adoprano.

551. — Se uno trovasse un coltello, non avendone mai veduto, ne sapendone far uso, presto da a tagliar imparerebbe. Così d'ogni strumento perchè difficil cosa è inventare istromento, ma l'uso di essi è facile. Perciò gl'animali bruti facilmente de' loro strumenti naturali trovan l'uso, ma l'uomo, che ne ha inventati molti, ha in ciò avuto bisogno di tempo; ed è forse imperfezione in lui, e superfluità il non contentarsi de' naturali e ne' bruti il contentarsene perfezione.

552. — Ne' pericoli, che son d'opinione, gl'animali bruti e i fanciulli non temono, ma questi, col tanto gridar loro, nella falsa opinion instrutti vengono. Gli uomini, per l'opinione, ancor ne' reali pericoli, e che nell'opinion non istanno, non temono, anzi gl'incontrano, chiamando ciò fortezza, nel che niun bruto falla, verun fanciullo prima d'esserne instrutto.

553. — Alcuni popoli hann'opinione, che i fanciullini avanti di parlare sappiano tutto 'l vero, e con parlare il falso imparano. Vedesi certamente, che ogni nostro studio ed ogni nostra Filosofia tende a scoprir gl'inganni delle parole, e ancor de' concetti, e intender e sillogizzare; e questa è tutta l'impresa di Ocamo.

555. — Se quello che non è corpo muova corpo. Primo non muovesi altro che l'intelletto, ma intendendo non si muove, bensì è mosso e non è indecisa la sua indimensione. Poi, essendo un tal motore d'un altro genere, o è superiore in tutto il genere a tutto il mobile o è inferiore, così o verrà superato da ogni corpo, ovver ogni corpo supererà, perchè atto uguale argomenta virtù ugual ed è ugual essenza.

556. — La causa produce l'effetto, perchè nella sua natura è virtù di produrlo: dunque simili effetti argomentano virtù simili e nature simili, le quali o sono simili essenze, o da tali vengono. Ma la prima e più universal similitudine vien dalla materia, comunican in conto alcuno quelle cose, che in materia non comunicano: come dunque quello, che non è corpo, fa effetto simile al corpo ed uguale? E perchè crescendo la magnitudine del corpo cresce la virtù motiva d'ogni tale, se ne troverà una corporea tanto maggiore, che a questo genere superior sarà.

562. — Le cose necessarie diconsi tali, perchè sono e altrimenti esser non ponno: le contingenti presenti, perchè sono, ma coll'essere v'ha potenza al non essere: le future perchè saranno, ma colla stessa potenza.

563. — La libertà nostra è, che quando parlo, possa non parlare, non già nel tempo stesso parlando e tacendo, ma col parlare, stiavi la potenza di non parlare. Questa potenza è, che io in altro tempo non ho parlato, e in altro non parlerò, ed altri simili a me, mentre parlo io, non parlano. Ma nelle cose volontarie vi ha di più, che nelle contingenti, se la volontà è attiva e primo movente.

564. — Che ogni cosa, la qual dopo lo stato a muoversi principia, abbia il principio da altri è manifesto. Quando la volontà elegge tra due cose conosciute o conoscendo o no se ella è altro, bisogna darle un'altra virtù conoscitiva, se è la stessa è mossa, poichè quella è mossa.

565. — Quelle stesse cose, che domandiam necessarie, sono ancora contingenti; necessarie se a tutte le cause si riferiscono; se a parte delle cause riferisconsi, contingenti: così l'ecclisse alla Luna è contingente, ma necessario a' moti universali del cielo. La potenza dunque nel contingente si è per non riferirlo a tutte le cause.

566. — Se quello è possibile quo posito nullus se quis in conveniens possibil non sarà cosa alcuna, perchè le cause di qualunque cosa posta possibili ancora non sono, et est inconveniens ex causis non existentibus. Che se dirai, di porre anco quelle, bisognerà porre infinite cose, più alcuna sarà impossibile, perchè le cose poste con tutte le lor cause sono in atto.

567. — È cosa certa che la negazion, ed ancora infinite negazioni nulla dicon di reale, più che l'affermazione, ed altro di reale non vuole direhomo non est canis, non est leo, se non — est homo. Quindi segue che contradictoria non est vera non può esser il primo principio perchè la negazione non opera (1595).

574. — Benchè fosse vero che da uno proceda una sol cosa, non perciò metter dovremo nell'anima più potenze perchè sendo noi una congerie di cose attive e passive, con alcune di loro facciam una cosa, e un'altra con l'altra, onde questo si farà da AB, quello da BC, e da AC altro si farà.

575. — Dal vedere, che alcune volte facciamo ed altre no, non distinguesi l'atto dalla podestà, perchè allora è atto quando vi son tutte le cause, e quando tutte non vi sono è podestà ma questa è puro nome. Lo stesso, che dicesi delle potenze o facoltà in operare, si dica delle passioni, o affetti nel ricevere, perchè senza l'atto son nomi puri.

576. — Potenza e podestà non vuol dir altro, se non una parte delle cause, ma una parte delle cause non ha da fare con l'effetto, se non che ha relationem rationis, e ciò tanto nell'attive, come nelle passive, dimodochè potenza e passione son lo stesso uomo cum ente rationis.

577. — Che i bruti nell'uso della vita abbian false opinioni lo dimostra in tutti l'educazion della prole, ed il combatter per essa, che sebben può in alcuni parer loro interesse, come per il latte, nondimeno, che direm de' volatili? Forse anco tutti hanno l'opinion della contingenza. Nella educazione in alcuni è solo nelle femmine, in altri ancor ne' maschi; in alcuni si scorge più un affetto, come il combatter con pericolo, che è opinion falsa ed è ne' cani, non ne' gatti: in alcuni v'ha l'opinion d'onor e di vendetta, quando l'offesa è in passato, e v'ha ne' cani, ne' gatti e ne' cavalli.

578. — Il passato in ciò è diverso dagl'altri tempi, che non passa egli mai in altra differenza, come, nella sua gl'altri tutti passano. I futuri contingenti hanno determinata verità, perchè se io sono era determinatamente vero mille anni fa il dire: io sarò.

579. — Fu detto, che il senso comune nell'intendere sia passivo e l'appetito attivo, quand'è tutto il contrario; perchè quello è attivo e fa le intenzioni, le specie, le prolipsi, le quali se hanno del giocondo, e a lui si posson riferire, operan nel senso che è appetito.

580. — Siccome ogni senso fa l'azione sua per utilità del tutto e poi v'ha l'azion di lui: così la mente di cui l'azion prima è la operativa, e la seconda la speculativa (1596).

582. — La specie sub ratione boni et necessarii è potentissima, poi sub ratione utilis ed in questi vi son gradi. Finalmente quand'ella è pura speculativa, opera nondimeno, sebben l'opera è quasi insensibile, ma chi vorrà ben avvertire vi troverà qualche fine, qualche utilità, qualche bene; e quantunque alcune volte non apparisca, è tuttavia, come chi salva il pane, che, se non mangia, è per mangiarlo.

584. — L'affetto è la conformazione per cui la mente più atta è a ricevere e patire da una specie che da un'altra, e perchè l'uso varia la conformazion, come la mano si fa callosa e storta e tutti li membri ancora, così l'uso della mente varia li affetti.

585. — L'abito nelle morali è una prolissi o ipotesi ben certificata, o la disposizione, se ben certificata non è. Nelle speculative l'abito è una simil cosa, ovvero una specie universale. Per l'abito facilmente si opera, perchè sendovi la certezza radicata, non accade riandar le ragioni tutte, o tutte l'intenzioni avvertire, ma alla specie universale o alla certezza residente si riferisce: operasi ancora dilettevolmente perchè diletta il moto lene, qual'è ogni facile, siccome ogni difficil è aspro.

586. — Il sognarsi dal dormir nasce e non saper di dormire, perchè ancor uno, ch'avesse chiusi gl'occhi e non sapesse d'avergli, la cosa fuori vedrebbe: così l'ubriaco ed il frenetico, non sanno d'esser tali, e però nel discorrer fallano, perchè con discorso si sa, se è fuori o dentro, ed una proposizione al buon discorso necessaria manca (1597).

595. — Il tatto, che le quattro prime qualità comprende, non conosce numero, e medesimamente l'odorato e il gusto. L'udito il conosce alquanto ma l'occhio e la virtù motiva perfettamente: dunque tutti gli animali, che hanno una di queste tre virtù, numerar sapranno; vero è quanto dicesi delle femmine lattanti, alle quali sieno allevati li figli. Laonde numeran quelle virtù che di reflessione son capaci, e le specie delle quali non si mischiano nel mezzo: sendo questa la ragion formale, per cui le cose separate posson numerarsi e non le miste.

Nota Marg. Niuna virtù sensitiva può conoscer numero, ma ben conoscerlo può la discorsiva, sopra le passioni di que' sensi, le specie de' quali nel mezzo non si mischiano.





1 Parola illeggibile nel manoscritto.



2 Illeggibile nel ms.



3 Illeggibile nel ms.



4 Id.



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