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DALLA STORIA
DEL CONCILIO TRIDENTINO
Ma sì come i semi, quantonque fertilissimi, gettati in terra fuori di stagione non producono, così i gran tentativi fuori dell'opportunità riescono vani.
Come avviene in tutte le questioni verbali, la tenuità della differenza è fomento dell'ostinazione.
... imbecillità delle cose umane, nelle quali il più delle volte s'incorre in estremi detrimenti, donde furono prima ricevuti supremi beneficii.
Paolo III. «Teneva per opera di prudenza il contenere nel fodero un'arma che non ha altro taglio se non nell'opinione di coloro contra chi si combatte».
Così il proprio interesse fa lodar e biasimar l'istessa persona.
Consegliarono [i legati del Papa a Trento] anco di fomentare le differenze e varietà d'opinioni, cosa di facil riuscita, così per la naturale inclinazione dell'uomo di vincere nelle dispute, come perchè nelle scole, massime de' frati, la soverchia fermezza nell'opinione della propria setta è molto accostumata.
Sopra la Storia sua.
Io non sono ignaro delle leggi dell'Istoria, nè in che quella sia differente dagli Annali e dai Diari. So ancora che genera sazietà nello scrittore, nel lettore tedio la narrazione di accidenti uniformi; e che raccontare minuzie troppo particolari, merita nome d'imprudente saccenteria.
Nondimeno osservo di frequenti repliche e minute narrazioni in Omero, e che nell'espedizione di Ciro minore, Senofonte più rapisce l'animo e più insegna raccontando ragionamenti serii e giocosi de' soldati, che le azioni e consegli de' prencipi. E vengo in opinione che a ciascuna materia convenga la propria e singolar forma, e che questa mia non possi esser formata con le ordinarie regole.
Seguì quello che ordinariamente avviene a chi vuole conciliare opinioni contrarie, che le rende ambedue concordi all'oppugnazione della media, e più ostinati ciascuno nella propria.
... non tutti gli uomini si muovono per l'odio, ma quelli che sono i più nocivi lo fanno per avanzare sè stessi con la depressione d'altri.
Sopra tutto cosa considerabile è, che sotto colore di fede e di religione sono vietati con la medesima severità, e dannati gli autori dei libri, dai quali l'autorità del prencipe e magistrati temporali è difesa dalle usurpazioni ecclesiastiche, dove l'autorità de' concilii e de' vescovi è difesa dalle usurpazioni della corte romana, dove le ipocrisie o tirannidi con quali, sotto pretesto di religione, il popolo è ingannato o violentato, sono manifestate.
Gli uomini giudicano diversamente negli interessi propri e nei fatti altrui.
… i consegli medii sogliono dispiacere ad ambe le parti.
... gli affetti sono tanto potenti negli uomini che non lasciano discernere le contradizioni.
... più facilmente si fa ostacolo a' principii che a' progressi, e con minor fatica si proibisce l'ingresso che si scaccia uno di casa.
È naturale, quando una moltitudine è in moto, il far a gara a chi più si scuote, nè mai si raccoglie un collegio di ottimati così scelto, che non si divida in personaggi e plebe.
... la maggior parte vince la megliore, e chi s'oppone, ha sempre maggior avvantaggio che chi promuove.
Meritano certo le cose grandi esser tenute in misterio, mentre il così fare è di commune giovamento; ma quando il non sapersi l'intiero ad una parte sia di gran danno, ad altri d'utilità, non è maraviglia se a fini repugnanti per contrarie vie si camina. Ha ben ragione la commune e famosa sentenza, che con maggior ragione si tratta d'evitar danno che d'acquistar guadagno.
Ogni uno preoccupato d'una opinione la ritrova in tutto quello che legge.
... è cosa naturale degli uomini vicini alla morte, per certa intrinseca causa e incognita anco a loro medesimi, il disgustarsi delle cose umane e posporre le pure cerimonie.
... è difficile che l'affetto della filautia stia quieto, se ben in occasione di gran dolori.
... nei negozii umani avviene quello che nelle fortune del mare, dove, cessati li venti, le onde ancora tumultuano per qualche ora.
... secondo il costume della moltitudine quando delibera, inclinò la maggior parte a lasciar le cose nello stato che erano...
... avviene, non solo nelle cose umane, ma anco in quelle della religione, che, mutati gl'interessi, si muta la credulità.
... spesse volte gli uomini vani, dove credono acquistar riputazione a minuto, la perdono in grosso.
DALLE LETTERE
Nel suo secolo nissun debbe scrivere pensando d'aver lode o ringraziamento dalla sua età: si scrive per la posterità, alla quale riguardando, egli si può consolare dell'ingratitudine che li viene usata.
Lett. I, 37.
Parmi che nessuna cosa si possi prevedere per ragione; e dopo ch'io ho veduto le cose passate qui, resto stordito e fatto come uno scettico nelle cose umane.
Lett. I, 41.
E per dir a V. S. quello che reputo di questo nostro mondo, egli è un infermo di molto tempo; l'infermità fu riputata incurabile; successe un poco di crise, con che fu creduto che potesse guarire; li medici pensarono di curarlo con boni cibi senza medicine, non atteso l'avvertimento d'Ippocrate, che più s'offendono li corpi infermi, quanto più si nudriscono.
Se allora secondo l'arte fosse stato eseguito il buon documento, che li morbi estremi vogliono estremi rimedi, forse si sarebbe fatto bene. Le occasioni sono precipitose; non bisogna far alcun fondamento sopra le passate.
Nelle parti che già erano inferme, il morbo ha preso tanto piede, che è passato in natura; le neutre sono ammalate e le buone indebolite.
Si può dire, come il comico: — la salute stessa non può salvare questo corpo. — Non intendo però parlare di quello che possi essere nelli arcani divini; ma per ragione umana non conviene sperarci.
Lett. I, 46-47.
... gli uomini reputano vero quello che desiderano.
Lett. I, 48.
Non finisco di meravigliarmi delle tesi difese da quel Critonio Scoto, che va facendo un fascio del papa e del re, dei concilii e dei comizii, della terra e del cielo; e sotto il pretesto del re, vuole metterci addosso il papa. Insomma, questi uomini dabbene hanno risoluto di convertire il regno di Cristo in regno terreno, non importa se a dritto od a torto. E quanto alla scomunica, di che inaudite e audaci dottrine si è costui fatto inventore a fine di estenderne la forza persino nelle operazioni della mente! Non basta loro di averci tolta la libertà delle opere e del parlare, se non signoreggiano altresì tirannicamente sui nostri pensieri e sentimenti! E che di più strano potea mai pronunziarsi, dell'asserire, come si fa, che per la colpa d'un solo, la famiglia tutta quanta, o la città, sia scomunicata?
Lett. I, 55.
... in considerazione molte cose sono da noi chiamate buone, che nell'esecuzione sono cattive, mancandoci l'opportunità, la quale sola produce la vera bontà nell'azioni.
Sarebbe molto bene l'adoperarsi in servizio di Dio senza nessun rispetto, se tutte le circostanzie vi consentissero: ma questo fatto senza opportunità, non sarà degno di nome di bene; anzi potrebbe esser d'impedimento a quello che nei tempi futuri, fatto opportunamente, potesse partorir qualche buon effetto.
Lett. I, 72.
Non metto in dubbio quel che V. S. dice, che ogni timore chiama li mali temuti. So che ogni affetto come a quel che fugge, quando è immoderato, e sempre s'allontana da quel che proseguisce; ma tenga per fermo che il nostro non è timore, ma, come il vostro, compiacenza nella volontà.
Lett. I, 77.
Nissuno ha cura quali possino essere nel tempo futuro le massime con quali ora si governa, purchè servano all'ozio presente. Non è già che non si desideri sicurtà maggior di quella che si gode, purchè potesse venir senza nissun sospetto; e non so anco, se tale fosse facilmente ricevuta, che non fusse rifiutata sotto titolo di novità.
Lett. I, 96.
Alle volte i molto savi danno in questo disordine; che, fingendo di persuadere, usano tant'arte, che persuadono contro lor proprio volere.
Lett. I, 119.
V. S. eccellentissima avverte con acutissima sagacia (e qui ha indovinato tutto l'animo mio), che non si devono scrivere molte leggi, le quali sempre nuocono; ma invece devono introdursi nei costumi, al modo che praticavasi dagli Spartani.
Saggiamente Ella dice che le molte parole non giovano; che la pratica è invece utilissima; che la dissertazione e la disputa pregiudicano; e questo è ciò che da tre anni ho sempre creduto e predicato.
Lett. I, 127.
Purtroppo m'avvedo che a chi vuole attuare vasti disegni, è forza cominciare dal poco. Son questi i germi che, senza dare altrui nell'occhio, mettono le radici; ma se taluno voglia impiantarli adulti, è osservato ed impedito.
Lett. I, 135.
È così fatto l'ingegno umano, che non dalla ragione ma dalla consuetudine si lascia guidare; e si osservano religiosamente in un luogo alcune pratiche, le quali altrove, e non senza ragione, apparirebbero degne di riso, così in Italia si reputa eresia se alcuno abbia osato di sottoporre ad alcuna regola la potestà del pontefice: e queste cose io le vo discorrendo non senza tristezza.
Lett. I, 138.
Ho osservato in tutte le cose mondane, che nessuna cosa più precipita nel pericolo, quanto la troppo gran sete di allontanarsi da quello... La troppa prudenza riscontra in uno con l'imprudenza stessa.
Lett. I, 145.
... in tutte le cose l'occasione è il principale, e fuori di quella tutto si fa non solo infruttuosamente, ma anco con perdita. Quando Dio ci mostra l'opportunità, dobbiamo credere esser la sua volontà che ci adoperiamo: quando no, che stiamo aspettando con silenzio il tempo del suo beneplacito.
Lett. I, 147.
Io ho più in uggia la superstizione. L'empio a sè stesso nuoce; dissemina le sue massime ma non briga; e anco, per ogni industria vi ci adoprasse, fallisce al disegno. Conciossiachè di mezzo alle abitudini umane appaia una mostruosità, e pochi sieno depravati siffattamente da portare l'empietà come un vestimento. Ma la superstizione ha virtù di contagio; e chi ne va infetto, pone ogni studio a far che tutti somiglino a lui.
Lett. I, 152.
L'avviso delli nuovi occhiali l'ho avuto già più d'un mese, e lo credo per quanto basta a non cercar più oltre, non per filosofarci sopra, proibendo Socrate il filosofare sopra esperienza non veduta da sè proprio. Quando io era giovane, pensai ad una tal cosa, e mi passò per la mente che un occhial fatto di figura di parabola potesse far tal effetto; e avevo ragione da farne la dimostrazione.
Ma perchè queste sono cose astratte, e non mettono in conto la repugnanza della materia, sentivo qualche opposizione.
Per questo non son molto inchinato all'opera, e questa sarebbe stata faticosa: onde nè confermai nè riprovai il pensiero mio con l'esperienza.
Ma nissun documento, può fare che l'uomo non voglia fondar suoi rispetti più nelli mezzi umani che nelli divini. Sino il padre Ignazio, capo delli Gesuiti, come raccontano nella sua vita, si fondava tanto sopra li rispetti umani, come se alcun divino non ve ne fosse.
... io mai non ardisco negare cosa alcuna riferta sotto titolo d'impossibilità o d'altro sapendo molto bene l'infinita varietà delle opere della natura e di Dio; ma bene uso, secondo il precetto di Aristotele, di non ricercar la causa, salvo che di quelle ch'io stesso veggo. Nella cosa stessa molte volte sta la causa coperta, che l'occhio acuto scopre; ma nella relazione non si rappresenta. Il relatore anco alle volte vede con occhiali, ovvero essendo attento ad altro; onde la cosa gli è altrimente rappresentata: le quali cose fanno che ognuno debbe fondar sopra li suoi sensi, non sopra li alieni.
Meglio è patire certe leggi e costumanze non commendevolissime, che fatto il gusto ai mutamenti, cedere alla tentazione di tutto rimescolare.
Niuno sa ben vivere, il quale pensa troppo a vivere. Si dee morir finalmente una volta: cercar del giorno, luogo o modo, poco importa. Tutto è bene che piace a Dio.
Benchè io abbia per certissimo che nulla giovano i consigli degli uomini a promuovere la gloria di Dio, e che meglio sarebbe, dopo aver fatto ciò che possiamo, l'abbandonare il rimanente alla divina provvidenza; pur io son tale di natura, che dai mezzi umani non posso astenermi.
Le occasioni presenti non consigliano che s'aspetti il frutto immediato: l'agricoltore semina sempre l'inverno, aspettando il frutto per l'estate. Ogni buon seme fa il frutto suo, e quello che tarda più a produrlo, il fa più soave.
Io tengo che molte differenze siano pure verbali, e mi eccitano alle volte a ridere; altre potrebbono restar salva la pace, altre con facilità si comporrebbono; ma il tutto è che ambe le parti sono d'accordo in questo, di non volersi comporre e di riputare la dissensione irreconciliabile. Due litiganti mai s'accordano sin che vi è in alcuno d'essi speranza di vincere; ma dove vi è certezza, non bisogna pur nominare l'accordo.
Contro la divinatoria.
Che miseria è questa umana di voler sapere il futuro! A che fine? Per schifarlo? Non è questa la più espressa contraddizione, che possi esser al mondo? Se si schiferà, non era futuro, e fu vana la fatica. Io nell'età di anni venti attesi con gran diligenza a questa vanità; la quale se fosse vera, meriterebbe che mai si attendesse ad altro.
Ella è piena di principii falsi e vani; d'onde non è maraviglia che seguano pari conclusioni: e chi ne vuol parlar in termini di teologia, credo che la troverà dannata dalla scrittura divina (Isaia, c. 7). Sono anco assai buone le ragioni di Agostino contro questa vanità (De Civitate Dei, lib. 5, cap. 1, 3 e 4. Confessioni, cap. 3, 5; e 2 super Genesi, cap. 16 e 17)...
Io tengo poche cose per ferme, sì che non sia parato a mutar opinione: ma se cosa alcuna ho per certa, questa n'è una, che l'astrologia giudiciaria è pura vanità.
Ma è proprietà di certa sorte di savi di non curare se non i tempi della loro vita: anzi sono alcuni di loro che studiano acciò le cose, dopo loro, vadano alla peggio, per acquistar gloria nella comparazione.
Ma siamo così fatti noi altri uomini; nelle proprie faccende rimessi, e cupidi di grandeggiar nelle altrui.
Gran cosa è che ognuno vuol fare nella commedia la parte altrui, e non la propria, che rappresenterebbe meglio e con maggior facilità.
Ella giudica benissimo che noi siamo guidati dalli rispetti delle cose presenti; ma forse voi ne avete la causa notissima, non tanto per mezzo di persuasione, ma anco con qualche modi violenti. Questa quiete potrebbe essere una via a moti maggiori; ma la natura nostra è di pensare più al presente che al futuro, li consigli degli uomini son troppo sciocchi per poter pervenire dove credono; Dio effettua la sua volontà anco per vie contrarie.
... l'uso continuo può mutar anco la natura: l'esser necessitati a praticar insieme di varie religioni, necessariamente porta ovvero allo sprezzo di tutte, ovvero a non tener conto della differenza.
Sonovi di pregiudicati e adoratori della propria opinione, i quali, se non parli loro in segreto, pigliano stizza, e cui non mette conto irritare; sia che da altri sieno ingannati, sia che vivano in preda alle proprie ubbie.
... l'uomo non può sottoponersi a maggior afflizione, quando pensando a dar soddisfazione a tutti. Essendo gli uomini tanto diversi, com'è possibile che un'azione riscontri nella stessa forma a tutti ? È cosa certa, che tanti audienti, tanti concetti.
... sebbene si ribattano le obiezioni, le persone però credono quello che vogliono; ed utile non aver mai bisogno di far difesa, ma piuttosto prevenire che non si dica.
Lett. II, 2.
... questo è un tempo che alcuni amano di esser ingannati, reputando argomento di grandezza propria e di timore alieno, che non li venga parlato il vero. Mi pare vedere che sia tenuto per gloria quello che dice la scrittura: Mentientur tibi inimici tui.
Lett. II, 4.
... non so se debba chiamar errore quello che pare; ma forse è fatto per necessità occulta agli altri, ma ben nota a chi la sente. Io mi ricordo di quel Romano che solo sentiva la voce della sua scarpa. È savio chi conosce le sue indisposizioni e le temporeggia senza manifestarle, e non fa mostra di sanità, perchè non li riuscirebbe forse.
All'uomo più dell'odio nuocciono le blandizie della meretrice.
Lett. II, 18.
È cosa così ordinaria nelle repubbliche, che l'essere fuori delli bisogni fa tener poco conto di chi merita, che non è da maravigliarsi che adesso che alcuni si reputano sicurissimi, soggetti più principali e più benemeriti siano stati tralasciati, et factos secutores qui se qui merentur. Le cose però hanno il suo giro, e i valorosi infine superano la fortuna.
Lett. II, 21.
Egli [il re d'inghilterra) però, per certa libidine dell'umano ingegno, è tratto a voler ostentare eccellenza nell'arte altrui, piuttosto che nella sua propria; e quindi, come sembra, antepone un gran dottore a un gran monarca. Diceva già Seneca:
— Niuna cosa mi pare più impotente di una legge la quale comanda per via di premio, e non giunge a persuadere.
Ora, che mai direbbe, se avesse veduta una legge sorretta da un'apologia, e questa prolissa e presa dall'Apocalisse?
… Vedete quel Cesare, mentre arde e barcolla la Germania, e la sua casa sta per andare in rovina, spregiar l'arte del regnare e darsi l'aria di un grande astrologo!
Ricordate Nerone, il quale, morendo, compativa al popolo romano, perchè perdeva un sì gran citarista! Una gran virtù si è il sapere, nella commedia del mondo, rappresentare la parte sua propria ed astenersi dall'altrui.
Lett. II, 32-33.
La parola del Signore dura in eterno, nè agli uomini è dato abolirla o mutarla; ma le leggi soggiacciono all'uso, che (quali ch'esse sieno) vale ancora a distruggere. Che meraviglia, perciò, se con sapiente e opportuna interpretazione s'acconcino alle circostanze e agli eventi? Di questo mi ha erudito la romana curia, dacchè divenne più savia. Una volta, niente più costumava che ritirare o derogare o canoni o costituzioni: sconcio fecondo d'infiniti spregi. Ora si guarda bene dal farlo: li ha invece in altissima venerazione, ma ne piega lo esplicamento a suo pro. E così si fa del concilio di Trento. Ma che dirassi, quando la interpretazione fa a calci col testo? L'obiezione non è a proposito; se la legge non ne riceve reale onoranza, nemmanco le si fa ingiuria manifesta.
Lett. II, 58.
Niente... può farsi fuori del tempo formato da Dio, e senza i modi da lui prestabiliti. Io lo confesso, noi tuttavolta adoperiamo e pensiamo alla maniera umana. Dio vuole che ci travagliamo con affetti da uomo, e che siamo esauditi per consigli di cielo; nè io son uomo da credere che cosa alcuna possa avvenire quando non ha da essere.
Lett. II, 60-61.
Nessun principe fece mai gran cose, se non quelli che riputarono le loro forze maggiori di quello che erano; questi soli mettono a pericolo, e senza esitare o pentirsene, tutto. Quel che si fa altrimenti, riesce disotto del mediocre.
Lett. II, 76.
La Chiesa Perfetta (a Isacco Casaubono).
Premesso che Gesù Cristo diede sè stesso per la Chiesa, a fine di renderla immacolata, non in questa vita ma sì nel tempo avvenire; mentr'essa a ciò s'incammina e tende a quel segno che ai mortali non è dato di raggiungere, mi sembra ch'Ella desideri una Chiesa esente da ogni macchia: la quale, se non alzerà gli occhi verso il cielo, io non potrò mai additarle. Perciò ottima sarà da dirsi quella che mostri in sè il minimo della corruzione. Ci ammonì san Paolo, che gittate appena le fondamenta della fede, ne vengon su fabbriche da mettersi alla prova del fuoco, e le più volte da lasciarle da questo consumare. Sarò, se vuole, bugiardo, se delle chiese de' nostri secoli fu più casta e intemerata quella di Corinto, fondata, educata, chiamata santa dallo stesso Paolo. Dove i mortali dimorano si troverà più facilmente da riprendere che da lodare: il perfetto è soltanto nelle nostre aspirazioni.
Due cose intanto si praticano, di cui non intendo abbastanza la ragione. L'una è, che si ha sempre ricorso ai Padri da quegli stessi che troppo ben sanno come taluni fra essi, gonfi del vento della rettorica, servirono bene spesso e soverchiamente alle pregiudicate opinioni del loro secolo, e volendo indurre i pagani alla fede, si sforzarono di dare ad intendere mediante gli antichi nomi cose al tutto diverse. Dal che produce che nessuno può facilmente cavare dalle loro parole il senso a quelle da essi attribuito, e invece il tira facilissimamente all'intento suo proprio. Lascio stare che in nessuna controversia scontrerai ben netto il parere di persona che alcunchè ne abbia scritte per occasione o materia che ne abbia avuto tra mano. Costoro, i quali reputano che i monti, comecchè altissimi, tocchino il cielo, sono richiamati a far senno dall'italiano proverbio: «Più su sta monna luna».
La seconda cosa è in questo che, a similitudine di Marta, ci diamo impaccio di troppe cose e delle più lievi, trascurando intanto quell'una ch'è veramente necessaria. A che gli adornamenti della cosa? a che badi anco ai particolari che il fuoco avrà un giorno in sua balìa? Il solo fondamento è da porsi alla prova: che se questo si mostri saldo, vada pure il rimanente come si vuole, e il fuoco faccia la sua parte.
Lett. II, 86-88.
Il Mariana va giocolando colla rettorica; ma così non si formano le coscienze: anzi è sopratutto da guardarsi da questa gente, che sempre insegnano per conclusioni, argomentazioni e soluzioni. I disputanti di tal sorta sono i più perniciosi di tutti.
Lett. II, 107.
I tempi nostri hanno duopo di un Democrito, ovverosia d'un Eraclito. Ogni cosa noi deriviamo dagli scritti e dalla dottrina degli antichi; ma insieme cambiammo il senso di tutte le voci da quelli usate. Non è più per noi la cosa stessa ciò ch'essi chiamavano papa, cardinale, diacono, chiesa, cattolico, eretico, martire. Che più? Tutto abbiamo pervertito; e mentre si fa professione di produrre i monumenti degli antichi, rechiamo in mezzo i nostri soltanto.
Lett. II, 127.
Ma gli uomini s'impegnano e se bene operano ad un fine, molte volte sortiscono il contrario.
Lett. II, 151.
Osservo questa esser la proprietà della verità, che fa più ostinati gli animi superstiziosi...
Lett. II, 160.
Io concludo che la sapienza e la pazzia siano attaccate per le code, e che non si possa venir all'estremo d'uno senza dar nel principio dell'altro.
Io ho per costume, quando debbo dir qualche cosa, di prefiggermi a fine la verità, e di essa pigliar quella parte che possa acconciarsi ai tempi. A quel che taccio, non dico però alcun che incontrario, sicchè sempre aperta resti una via per avanzar di più, e a me stesso mai non contraddire.
Non è sempre da cercare che alla prima si faccia il più perfetto. È bene alcune volte imitare la natura, la quale incomincia dal rozzo, per pulirlo poi.
Libertà fiaccamente difesa frutta maggior servaggio; e sempre dobbiamo aver presente la sentenza di Livio: essere rovinosi i mezzani temperamenti, che dai nemici non ti sbarazzano e non ti procacciano amici.
Giace dimenticata, comunque ottima, una dottrina che non patisce contrasto; ma vigoreggia quando sia assalita o difesa.
Ogni innovazione muore da sè, quando non li venga dato spirito con la contraddizione.
Nelle cose passate sotto la mia veduta, io non posso dir d'aver mai congetturato l'esito di alcuna, quale poi ho veduto successa; e avendo osservato che le predizioni dei più prudenti non hanno avuto miglior ventura nel pronosticare, non mi fido di poter predire cosa alcuna.
Mi domandò [il principe di Condè] se io avevo scritto altro: risposi non aver scritto nè esser mai per scrivere cosa alcuna, essendo certo che mai quel ch'è scritto è inteso dal lettore nel senso dell'autore.