Agostino Ricchi
I tre tiranni
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ATTO V

SCENA V Crisaulo, ritornando a casa, ringrazia il cielo de la felicitá che in quella notte li concesse e racconta a Fileno la istoria tutta succintamente; ed è da lui in modo persuasoli il partirsi de la cittá che si dispuone di partir la mattina a giorno, per non averla a sposare; come, stretto da amore, dubbitava di fare.

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SCENA V

 

Crisaulo, ritornando a casa, ringrazia il cielo de la felicitá che in quella notte li concesse e racconta a Fileno la istoria tutta succintamente; ed è da lui in modo persuasoli il partirsi de la cittá che si dispuone di partir la mattina a giorno, per non averla a sposare; come, stretto da amore, dubbitava di fare.

 

Crisaulo, Fileno.

 

Crisaulo.

Grazie immortal ti rendo, grande Iddio,

chiunque sei del cielo e de la terra

governator, di gran benefizio

e largo dono; e a te, maggior pianeta,

ch'ogni cosa terrena col tuo lume

governi e reggi (che giá tante volte,

al dipartir, mi lasciasti pieno

di pensier tristi, ed al ritorno, poi,

lontan da ogni riposo a tragger guai),

che, rivolgendo altrove il chiaro giorno,

lasciando dietro a te l'ombrosa notte,

a tanto mio contento desti luogo.

Luna, e tu parimente, che porgesti,

velando il chiaro viso di piú oscure

e fosche nubi, a tal felicitá

favor, non sará mai mia lingua stanca

in pregar chi che sia che lo può fare

ne le tue contentezze; e che ritornino

i dolci abbracciamenti de lo amato

Endimion quanto mai lieti e spessi.

Benigne stelle, cui chiamai sovente

in testimonio di mia vita acerba,

ma sempre in vano, onde crudeli ed empie

vi dissi, non è alcun mortal mio sforzo

che mi vaglia a formar degne parole

in rendervi le grazie ch'io vi debbo.

Cor lasso, che di lagrime e sospiri

vivesti un tempo, ond'eri giá ridotto

quasi a l'estremo, come puoi di tanta

dolcezza esser capace? Occhi, che primi

foste a soffrire e mandar dentro al core

il dolce amaro, ché non fate segno

di cosí gran letizia? ch'or vi involge

in dolce pianto, come, in questa notte,

vi ha dato il ciel, discacciando a voi lunge

ogni tristezza, quanto vi fu prima,

ogni riposo. E tu, lingua mia frale,

che giá spesso, ne l'alte sue lodi,

cantando, davi a le acerbe mie pene

alleggiamento ed a le fiamme lena,

or quanto mai ne l'onorato nome

spende tue forze; che 'l vivo lume

veggiam dritto poggiar verso le stelle

onde discese.

Fileno.

Vorrei che finissi,

Crisaulo, oramai lunga predica;

e mi partissi cosí gran piacere

quanto tu non capisci.

Crisaulo.

Sono allegro,

certo, in tal modo che, ne la soverchia

dolcezza, il cor mio lasso sente pena.

Non mi dir nulla.

Fileno.

Vo' che tu lo dica;

ché mi fai stare appeso per i piedi.

Non ti far piú pregare.

Crisaulo.

Io son forzato.

Eccotel brevemente.

Fileno.

Orsú! Incomincia.

Crisaulo.

Tu déi saper come ier, parlando

con Calonide, molto la pregai

mi concedesse ch'io parlassi a Lúcia.

Ella, che vive come al tempo antico,

senza molte parole fu contenta

e si tirò da banda.

Fileno.

Questa è bella!

Accostare il tizzone al zolfanello

ed aspettar da canto che non brugi!

E le parlasti?

Crisaulo.

Ora ti dico il tutto.

Questo le dissi: - Cognoscer puoi certo,

Lúcia, che siamo omai condotti a tale

ch'esser non può ch'io non sia sempre tuo

e tu di me. Però vo' che mi attendi,

ché ti vo' confidare un mio secreto.

Io son diviso giá da mio fratello

perché sopra di te non abbi alcuno

ne la mia casa ma ne sia signora.

E perché il nostro aver, per il passato,

maneggiav'io, mi truovo da appiattare

un cassettino ov'io missi da canto

molti ducati e gioie: ond'io ti prego

che mostri avere in te giudizio e ingegno,

ché li salviamo; e fidarsi d'altrui

cognoscer déi da te che non sta bene.

Io verrò qui istasera a le cinque ore.

Fa' che mi attenda. - E le mostrai de l'orto

la fenestrella. E dissi: - Come dorme

tua madre, verrai qui, ché gli avrò meco

e insegnerotti quel che vo' che faccia. -

Semplicemente (come puoi pensare)

la mi rispuose che non sapea come

levarsi, che la madre non sentisse.

Rimase, al fin, di farlo. E la pregai

che facesse che alcun mai nol sapesse

e che a la madre ancor trovasse iscusa

perché non s'avedesse di tal cosa.

Non ti dico altro. La mi venne fatta.

E cosí fu la fin d'ogni mio affanno

e 'l principio d'un felice stato

ch'io quasi par che a me istesso nol creda.

Che te ne pare?

Fileno.

Io, non sol mi stupisco,

ma, dentro, d'allegrezza mi confondo.

Bene è venuta a tempo: ché comprata

l'hai con tanti disagi e tanti pianti

e tante amare notti e tanti giorni

che appena mi risolvo se ciò basti

a compensar tante fatiche e danni.

Hai ben da ringraziar tutti li iddii

di tanto dono; ch'io cognosco certo,

se questo non riusciva, la sposavi.

Oh che bel fregio a onorata casa!

Che direbbe ciascuno?

Crisaulo.

È vero e certo

ch'io la sposava o che sarebbe in breve

seguíto la mia morte; ché non basta

il nostro ingegno a schifar le fortune

e i casi avversi che sono imminenti.

Che possiam contra 'l ciel?

Fileno.

Bisogna, adunque,

uscir d'errore ed a l'antico male

porger rimedio, poi che v'è gagliardo.

Fuggiam, per qualche , l'occasione,

che fa peccar talor l'anime elette,

ed andianne a diporto; ove vedrai

ogni virtute ed ogni sentimento

surgere in te come da morte a vita.

Lasciati governare.

Crisaulo.

Io sono stato,

un tempo, appunto com'un uom che è morto

e non esce di pena; e in stato tale

mi son trovato che ho portato invidia

a chi morio giá un tempo o mai non nacque.

E fui giá tal che or sol la rimembranza

mi toglie parte del piacer presente.

Or che posso gioir, lasciami alquanto

restare ove è 'l mio core e la mia vita,

se tu non vuoi ch'io mora.

Fileno.

Addio, Crisaulo.

Dissi ben io che ci saria che fare

che tu voglia ora uscir de la calcina,

ch'altrui non par sentir mai che l'offenda

per fin che non l'ha roso in fine a l'osso.

A te verrá come al villanel suole,

che, per cogliere il mele ai nidi d'api,

si ferma che, prima che si parta,

guasto n'ha malamente gli occhi e 'l volto.

Voglio che ti governi in ogni modo

come t'ho detto, ché quel poco amaro

in questo ha seco utilitá infinita.

Andianne, com'è giorno.

Crisaulo.

Sia a tuo modo.

Cosí farem, ché anch'io cognosco certo

che fia 'l mio meglio. Ma non potrò starvi:

ché ci morrò in duo .

Fileno.

! T'è piú sano

che non è 'l cavar sangue agli impestati.

Ed è ben peste quella che ti ha preso!

Né certo ti devrebbe esser grave:

perché non si terria impiastro perfetto,

se non cuocesse al mal; né medicina

fu dolce al gusto mai che fosse sana.

 

 

 


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