Agostino Ricchi
I tre tiranni
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ATTO V

SCENA VII Filocrate, vedendo in casa di Lúcia farsi apparecchi per le nozze che aspettavano di far con Crisaulo, si lamenta solo: il che è come uno epilogare sopra de la fortuna. Ed, al fine, discopre a Fronesia chi egli è; e come, la sera avanti, era ito da Lúcia con animo di vendicarsi di averci veduto andar Crisaulo; e, trovatola in aspettare (per essersi giá, la mattina, per consiglio di Fileno, partito Crisaulo de la cittá), aveva ottenuto il suo desiderio. Ed ègli da Fronesia discoperto come quella che egli pensò esser Lúcia fu essa: onde, veduto pur esser cosí volontà de' cieli, se la sposa.

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SCENA VII

 

Filocrate, vedendo in casa di Lúcia farsi apparecchi per le nozze che aspettavano di far con Crisaulo, si lamenta solo: il che è come uno epilogare sopra de la fortuna. Ed, al fine, discopre a Fronesia chi egli è; e come, la sera avanti, era ito da Lúcia con animo di vendicarsi di averci veduto andar Crisaulo; e, trovatola in aspettare (per essersi giá, la mattina, per consiglio di Fileno, partito Crisaulo de la cittá), aveva ottenuto il suo desiderio. Ed ègli da Fronesia discoperto come quella che egli pensò esser Lúcia fu essa: onde, veduto pur esser cosí volontà de' cieli, se la sposa.

 

Filocrate solo, Fronesia.

 

Filocrate.

Di quanto amaro, Amor, temprasti il mele!

di quanto assenzio che, per farmi al mondo

unico esempio d'ogni sventurato,

gustar mi festi! Ahi! Qual veleno e tòsco

nel core i dolci frutti recato hanno!

Di quanto fel, di quanto acerbo ed acro

opprimen l'alma! Oimè, lasso! Che vale

uman consiglio? poi che ne' miei danni

s'arma il ciel tutto e, con la rea fortuna,

in me congiura perché il debil filo

d'una vita meschina, in mezzo agli anni,

tronchin le Parche. Ma condotta omai

la veggio a tal che, senza alcun ritegno,

corre dove è spinta dal destino.

Che cosa è, in questa vita, aver le stelle

contrarie e 'l cielo! ché, se pur ci viene

nulla di quel che ne faria felici,

subito in mortal tòsco lo converte

quest'empia che dichiam Sorte o Fortuna.

Quanto fòra il tuo meglio, se giá mai

non avessi gustato il dolce cibo

che tosto è poi vòlto in amara esca!

Dato è a me in sorte una piú acerba pena

di quella che si dice ne l'inferno

portar Tantalo ingordo: perché a lui

il veder sol quel ch'ama è duro scempio

e non ne poter tôr; ma quel che 'l gusta

e poi gli è tolto e 'l vede son fatt'io.

Ché ben cognosco che quella persona

debbe esser che si aspetta che la sposi:

ond'io resto a me scherno e al mondo gioco.

Ho tante volte di fuggir provato

l'eterna mia ruina e sol per questo

corso son giá da l'uno a l'altro sole.

Ma sempre con piú scorno mi rimena

il mio destino ove convien ch'io mora,

alfin, dopo piú morti.

Fronesia.

È disperato.

Io vengo, peregrin, perché ti sento

piangere e sospirare e con lamenti

esprimer non so che di acerbo e reo;

tal che spesso, a sentirti, ancor da lunge

mi muovo tutta dal capo alle piante,

sol di pietá. Non aver dubbio o téma,

per esser, come sei, qui, forastieri

in terre altrui; ché sarai governato

da me come tu fossi mio fratello.

E, se altra cosa è pur che t'addoglia,

mi serebbe piacer (se 'l si può dire)

intender la cagion; perché potrebbe

forse a cosí gran mal, se non rimedio,

trovarsi almen per noi qualche conforto.

Non mel voglia celar.

Filocrate.

Se alcuno è al mondo

che possa avere nel mio mal rimedio,

penso che l'abbi tu; benché sia poco,

e di parole. E poi, del resto, il male

è giunto a tal ch'omai piú cosa umana

non li può dar conforto.

Fronesia.

Dillo, adunque;

ch'io ti prometto quel che in questa vita

onestamente per me si può fare

in ogni cosa.

Filocrate.

Accetta questo, prima;

e dammi realmente la tua fede

di quello che ti voglio dimandare

dirmi la veritá.

Fronesia.

Son ben villana

a pigliar si gran dono! Pur, l'accetto,

offerendomi a te parata sempre.

T'impegno la mia fede. E ti giuro

di non mancar, sopra l'anima mia,

se gli è cosa ch'io sappia; e dirti il vero,

come farei al frate.

Filocrate.

Io t'ho parlato

or ne la lingua nostra per vedere

se mi ricognoscevi; ma son certo

che ti son tanto fuor di fantasia

che non te ne ricordi. Io son Filocrate,

Fronesia cara.

Fronesia.

Che sento oggi dire?

Filocrate sei tu? ! È desso, a fede.

Lasciamiti abbracciar, ché di dolcezza

e di compassion m'hai mosso il core.

Piango e non so di che. Quasi nol credo.

Non t'arei in mill'anni affigurato;

ché pari un altro.

Filocrate.

Aimè! Son bene un altro:

cangiato di presenza negli affanni;

ma quello sventurato di mai sempre.

Io piango di dolcezza e di dolore:

ché mi veggio condotto, al fin, dove

mi fia la morte men dogliosa e grave;

da poi che piace al ciel.

Fronesia.

Lascia andar questo.

E raccontami presto ogni tua pena

e quel che vuoi da me; ch'io qui t'attendo

con disio d'aiutarti.

Filocrate.

Ah sfortunato!

Onde mai incominciar mi fia concesso?

Donna sleale, al tuo trionfo altero,

che fia di crudeltá mista con fraude,

voglio che aggiunga queste spoglie frali,

vinte da te, da te distrutte e sparte,

in esempio d'altrui.

Fronesia.

Deh! Affrena alquanto

questi lamenti e le lagrime e 'l duolo.

Dimmi quel c'ho da fare.

Filocrate.

A queste notti,

chi era quello che destro entrava

ne le camere vostre? Ove è l'onore?

ove è la castitá? dove è l'offizio

che conveniva a saputa servente?

Devevil comportar?

Fronesia.

Guarda, Filocrate,

che non ti inganni; perché veramente

io non intendo quel che voglia dire.

Son molte volte, quando altrui è infermo,

che par veder le cose piú che espresse

e non è altro che 'l cervel che varia.

E come andò?

Filocrate.

Per chi bene e chi male.

Per te devette ir mal, per Lúcia bene.

Confessalo oramai.

Fronesia.

Sappilo Iddio;

ché tu potresti dir cosí vent'anni,

ch'io non ti intenderei. Se guardi bene,

certo vedrai che sará stato un sogno

o ver fantasma. Io non saprei che dirti

sopra di questo.

Filocrate.

Non lo negar piú;

ch'omai incomincio a perder la pazienza.

Pensa se san negar, quando a me istesso

nega quello che sa che ho giá veduto!

Non so se ero intronato o se 'l cervello

mi vacillava o se cosí mi penso

o se qualcun mel fe' veder d'incanto,

la sera inanzi a ier, che una persona

per una scala entrò ne la fenestra

che guarda l'orto ove era Lúcia.

Fronesia.

Lúcia?

Filocrate.

, Lúcia. E v'eri tu.

Fronesia.

Io?

Filocrate.

. Piú forte.

Iersera ci venni io in persona

come mi vedi: ond'ella ancor si rise

perché, fuor de l'usanza di quell'altro,

venni di corte e prima fui partito

che tu te ne accorgessi; ché eri dentro.

E l'animo mio fu sol di vendetta.

Ma la sorte non volse perché, quando

la vidi sola ivi aspettar quell'altro,

dimenticato ogni onta, l'abbracciai

(cosí morto foss'io, inanzi quel punto!);

ed allor vidi che mi tolse in cambio:

ch'ella forte mi strinse e mi pregava

che passassi di . Paionti sogni?

o pur che con effetto io fossi desso?

Or vuoi negarlo?

Fronesia.

Non posso, volendo.

Meschina a me! Ti dimando perdono.

Non era giá promessa da attenere

appalesare una fatta infamia

e scoprir tale error.

Filocrate.

Basta: io sapeva

come faresti. Or dimmi la persona

a cui concesso ha il cielo, in mio dispregio,

il guiderdon di tante mie fatiche

non mai concesso a me.

Fronesia.

Quello è Crisaulo

(come debbi saper, gran cavalieri)

il qual l'ha tolta; e, fra due giorni al piú,

la de' sposare.

Filocrate.

E questo è senza fallo?

Fronesia.

Altro non resta se non che dimane

li metta de le nozze in man l'anello.

L'altre cose sai tu come sono ite.

Ma ti voglio pur dir che tu ti menti

d'averla aúta in braccio...

Filocrate.

E pure ancora

non ti si può far vero?

Fronesia.

...perché quella

con chi scherzasti parla ora qui teco.

Vedi che t'ingannasti?

Filocrate.

E come fu?

Sarresti mai tu quella? Anima mia,

dimmel liberamente; ché, se è vero,

poscia che ci ha condotti il cielo a questo,

ti prometto sposarti.

Fronesia.

Hai pur giá detto

ch'io ti tirava per menarti dentro

ove Lúcia aspettava il suo Crisaulo.

Onde ne rimaniam tutti beffati,

ma dolcemente; e tutti e tre in tal modo

l'un con l'altro ci siam rimescolati

che appena ritroviamo i propri nomi.

Io fui giá Lúcia; e tu fosti Crisaulo,

secondo ch'io pensava; e da me, a sorte,

in me credendo d'averla ingannata,

fu da inganno difesa la padrona.

E tu facesti com'un uom che sogna

cosa che li sia a grado, che poi, desto,

trova tutto il contrario. Ma Crisaulo

(se non è ritenuto da qualcuno

de' suoi perché nol faccia) ora, in fra poco,

forse che dará fine a la comedia

con far da vero.

Filocrate.

Basta: ora io son chiaro.

Vedi, al fin, come volge la fortuna!

Poi che noi siamo a questo e che vediamo

che in questo modo l'ha guidata il cielo,

segua quello che debbe: ché 'l destino

non si può mai fuggir. Se ti contenti,

ti vo' sposare, in questo modo appunto:

che ci diamo or la fede, se di Lúcia

si fan le nozze; perché vo', se a sorte

non fosse fatta, come giá promessa

mi fu, poterla, se mi parrá, tôrre.

Dimmi se ti contenti.

Fronesia.

, ben mio,

poi che ti piace; e ci siam cognosciuti,

come a Dio piacque che governa il tutto;

ed è stato fra noi, giá tanto tempo,

amore e fede. Or durerá in eterno

il dolce nodo che non fia mai sciolto

fino a l'ultimo giorno.

Filocrate.

Orsú, Fronesia,

giá tanto amata! Tu sei la mia sposa.

Serberai questo anello; e poi le nozze

farem, quando ci paia tempo e luogo.

Sei chiamata di sopra.

 

 

 


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