Agostino Ricchi
I tre tiranni
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ATTO V

SCENA VIII Crisaulo, non avendo potuto patir fuori che duo giorni, apparisce in su la scena andando a sposar Lúcia; ed ha seco Girifalco il quale si dichiara, nel parlar loro, avere da sposar Calonide: il che si mostra essere stato per mezzo di Crisaulo. Vanno adunque insieme ragionando; e con loro è Pilastrino il quale, giunti a casa, dá licenzia con dir che, di poi cena, si faranno gli sposalizi.

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SCENA VIII

 

Crisaulo, non avendo potuto patir fuori che duo giorni, apparisce in su la scena andando a sposar Lúcia; ed ha seco Girifalco il quale si dichiara, nel parlar loro, avere da sposar Calonide: il che si mostra essere stato per mezzo di Crisaulo. Vanno adunque insieme ragionando; e con loro è Pilastrino il quale, giunti a casa, licenzia con dir che, di poi cena, si faranno gli sposalizi.

 

Crisaulo, Girifalco, Pilastrino, Calonide, Fronesia.

 

Crisaulo.

Io l'ho detto

dal primo giorno, che l'andar di fuori

era appunto al mio male erba trastulla;

ma nondimen, per esser poi iscusato,

non ho voluto mancar d'ogni sforzo.

Ma non è in poter nostro.

Girifalco.

Eh! Questo è poco,

Crisaulo, ché sei tal che potrai sempre

vivere in questo mondo con onore,

se ben ti biasmi il popolo e la plebe:

perché questo è lor proprio né alcun vive

dai lor morsi securo; e spesso i morti

gli sentono anche lor dentro a la terra.

E questo è, per il piú, che è gente vòta

di robba e di pensieri; e altro non hanno

u' esercitar la lor maligna mente

che ne' fatti d'altrui. Ma un ben nato

non sará tinto di cotesta macchia

né assai né poco.

Pilastrino.

È ver. Sol si conviene

a simil gentarelle il biasimare:

vizio che trovò il diavol de l'inferno.

Lascia pur dir chi vuol, ch'è piú d'un mese

ch'io veggio, appunto come or veggio te,

una gran fame. Oh! Pensa, a queste nozze,

s'io m'affaticherò che vadin bene

i boccon giú! ché, se devessi ancora

durar tre giorni in quella cosa dolce,

me ne voglio saziar; né mai partirmi

per fin che 'l ventre non mi dice: - Tura. -

Andiam pur .

Crisaulo.

Ma non è ancor gran cosa:

ché, quando ben riguardo a le parole

che fûr tra noi, non veggio, senza carco

e senza dar gran macchia a l'onor mio,

poter ritrarmi da fatta impresa.

È ver che tempo fu ch'io non pensai

d'averlo a fare: onde, piú del dovere,

son stato di parole liberale

per venire a la fin del mio disegno.

Or veggio meglio che nol posso fare

e mancare a' miei detti: ond'io, in ciò, voglio

che la necessitá l'errore iscusi.

Ma non ti veggio, Girifalco, lieto

com'io vorrei.

Girifalco.

Io son pur troppo allegro:

tanto che non mi par d'esser capace

di tanta gioia; onde l'alma, in se istessa

talor rivolta, si stupisce e quasi

non crede ch'in vecchiezza tanto bene

le venga quanto è questo di tal donna

e da bene.

Pilastrino.

E che! Sei fatto sposo,

padre degli anni, ove tutti i difetti

c'ha la vecchiezza in sé son giá scoperti?

È vero o mi berteggi?

Crisaulo.

Tu nol credi,

eh, Pilastrino? Gli è pur troppo vero.

Credilo a me, che sono stato il mezzo.

Calonide è la sposa; e sallo Iddio,

s'io ci ho durato punto di fatica!

Pur si contenta; e ne vedrai gli effetti,

come siam giunti. E ben ci fia che ridere:

che parrá certo, appresso a lui, la sposa

piú che donzella.

Pilastrino.

Io vado a sotterarmi

per disperato sotto a la mia botte.

Ma ci voglio un pitaffio ch'io m'ho fatto

per mia memoria.

Crisaulo.

Dillo.

Pilastrino.

Falli onore.

«Qui giace un ch'ebbe nome Pilastrino.

Vivo, tanto m'amò che disperato

morio mancando in me lo spirto e el vino».

Crisaulo.

Ha odor d'antico.

Pilastrino.

No. Ci manca questo:

«Visse di baie e morí disperato,

vedendo andare a nozze un che col tempo

contendea d'anni».

Crisaulo.

Ah! ca!

Pilastrino.

Gli è pure il vero.

Non vedi che non ha pur le gengíe?

Povera Orgilla, so che l'avrá buona

come lo sa! ché questo è appunto un tôrgli

la sua provenda de la mangiatoia.

Or non manca se non ch'io mi rassetti

per poter ben mandar per le mascelle

i denti a scrocco e far d'altro che d'esca

farina macinata a duo palmenti.

Oh! Scherza e salta e pigliati sollazzo

or, Pilastrin, ché di troppa dolcezza

par che ti senta andar tutto in condime.

Oh! Ve' che starò, un tratto, un giorno allegro!

ché è giá quindici che sono stato

come le donne quando han le lor cose,

fortuna ladra!

Crisaulo.

E che debbo dire io?

ch'in duo sol giorni era giá fatto tale

ch'ora mi pare uscir di sepultura

e tornar vivo. E sarei morto, certo,

se non me ne campava la speranza

di tornare ove fosse e fare in modo

ch'ambo siam prima d'esta salma scossi

che lontani o divisi; in fin che 'l cielo,

che ci ha congiunti, ne divida e sparta.

Dica pur quanto vuol ciascun; ché, al fine,

è pazzo quel che ne' propri interessi,

per viver sol sotto costumi e usanze,

se ne governa come piace altrui.

Usciremo or d'affanno.

Pilastrino.

Tocca forte,

ché non posson sentir.

Calonide.

Va'. Guarda a l'uscio,

Fronesia. E tu vatti governa, Lúcia,

con i panni ordinari; ché Crisaulo

oggi verrá come ancor venne ieri.

Forse non piace a Dio. Qualcun de' suoi

l'avrá tenuto.

Fronesia.

Apri, apri; è lui; è Crisaulo

con molta gente. Oh che felice giorno!

Lúcia, torna di qua.

Calonide.

Di' 'l vero? È desso?

Èvvi il mio Girifalco? Andiamgli incontra.

Suonisi ogni strumento e facciam festa.

Abbraccia il tuo Crisaulo. O Girifalco,

non v'aspettava piú. Ringrazio Iddio

ch'in poco ha condotto ad un bel fine

onesta impresa.

Girifalco.

Ed io ringrazio prima

il cielo e poi voi duo che a la mia vita

dato avete soccorso; ché non era

possibil che durasse piú dieci anni.

Or son felice, al mondo.

Calonide.

Entriamo in casa.

Fronesia, or puoi chiamare il tuo Filocrate,

ché è giunto il fin de' desidèri nostri.

Saran tre nozze insieme in una festa.

E, perché è tardi e passerebbe l'ora,

è meglio cenar, prima. A le quattro ore

potrá tornar ciascuno.

 

 

 


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