Agostino Ricchi
I tre tiranni
Lettura del testo

PROLOGO

«»

PROLOGO

 

Mercurio.

 

Giove, che vive e regna suso in cielo,

come voi qui (la sua mercede) in terra,

m'avea mandato qui per i lamenti

ch'escono ognor qua giú da le gran mandre

dei filosofi nudi e dei poeti;

i quai, giá incominciati, or piú che mai

spessi e piatosi al ciel passando a schiere,

ne turban che m'avean commesso,

tutti a una voce, ch'io venga a pregarvi

e persuader che, per nostra quiete,

per vostra gloria e per piatá, vogliate

dar fine a tai miserie ond'essi ogni ora,

discacciati e mendici e disperati,

minaccian sotterrare i nostri onori.

E però quegli onde ciascuno ha vita

aría voluto ch'io vi protestassi,

quando non provediate ai lor bisogni,

che, senza alcun rispetto, lasceria

cadervi a dosso lo sdegno Aretino:

a cui diè forza fulminare i nomi

nel modo ch'egli suol talor per ira

fulminar l'alte torri. Ma, trovato

certi ch'ora qui voglion recitare

una comedia per vostro diporto,

per non mescolar cose altro che allegre,

lascerò questo ufficio. E perché un certo

parasito, ch'avea da parlar prima,

sorbito ha Bacco in modo che sta in dubbio

s'egli è nel nostro mondo o in quel d'altrui,

hanno voluto che da parte loro

io venga a dirvi quel che intenderete,

se m'ascoltate alquanto. Alti e cortesi

spettator degni, una comedia nova

(nova, dico, non mai piú vista o letta

o in alcun degli antichi ritrovata)

vi apporto, piena di giuochi e d'amore:

il cui tittol, per oggi, sará in vece

di quel che s'avria a dirvi in argumento

de l'istoria, perché voglio esser breve.

Son tre superbi e potenti signori

c'han de la vita nostra in mano il freno

e la governan come piace a loro.

E perché spesso, anzi il piú de le volte,

non giustamente in noi s'incrudeliscono,

onde ci vien disnor, disagi e morti,

l'autor di questa, che vorria mostrarvi

la natura di loro, i loro effetti,

li finge in tre persone che di pari

contendeno ad un fine; e cosí volse

chiamarla I tre tiranni. E questi sono,

come vedrete, Amor, Fortuna ed Oro.

Ma, perché ben sappiate la sua mente,

gli è piaciuto scostarsi cosí alquanto

dal modo e da l'usanze degli antichi:

ché, dove han sempre usato essi che il caso

e tutto quel che pongono in comedie

possa essere in un tempo o in un solo,

questi ora vuol che la presente scena,

sicondo che richiede la sua favola,

servi a piú giorni e notti in fine a uno anno.

E, benché si potesse aperto dire

che gli è così piaciuto, ha pur in vero

qualche ragione in sé: perché, come

si vive or con la vita del d'oggi

e non di quegli che fûrno giá un tempo,

e son vari i costumi, pare onesto

con questi le poesie, le prose, i versi,

li stili e l'uso ancor del recitare,

sicondo i tempi, si mutino e innovino.

Né vi offendano i nomi inusitati,

perché, per adattargli a le persone

e loro uffici, gli ha tratti dal greco:

e questo dice dei latini antichi

essere usanza; e in ciò gli ha seguitati.

Io vi direi piú cose da sua parte;

ma il tempo passa. Questa qui è Bologna.

Chi 'l crederá ch'oggi in picciol luogo

si sia ristretta? E pur è con effetto:

e in modo tal che superba e grande

forse non fu mai Troia, Atene o Roma.

Qui sta Crisaulo nobile; e qui Lúcia;

qua Girifalco; e di Pilastrino.

Eccol che viene in qua. Se sta in cervello,

potrete intender da lui meglio il tutto.

Siate sempre felici.


 

 

 


«»

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on touch / multitouch device
IntraText® (VA2) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2011. Content in this page is licensed under a Creative Commons License