Agostino Ricchi
I tre tiranni
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ARGUMENTO

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ARGUMENTO

 

Pilastrino parasito.

 

Buona vita,

insieme con la pace di Marcone,

caso che vi fermiate con silenzio.

Ma io sono il bel pazzo a creder ch'ora

tante cicale e tanti cicaloni

s'acquetin per mio dire. Orsú! Ciarlate,

ciarlate forte, ch'io dirò cantando

il Verbum caro o 'l Chirielleisonne.

Anzi, vo' dir, poi che non è peccato,

O pecorar, quando anderastú al monte

o vero il Ritornando da Bologna,

La scarpa mi fa male in ponta o pure

La vedovella quando dorme sola.

Mi vien voglia di dire ad alta voce

il Mal francioso di Stracin da Siena;

ma so che tutti lo sapete a mente

come il Pater e l'Ave e l'a b c.

Orsú! Farete tanto che a la fine

vi lascerò di pian come ser Zughi.

Par quasi che non sappia quel c'ho a dire.

Son costor che da ogni ora, qua di dietro,

mi stanno a festucar ch'io mi ricordi

non so che d'argomento o serviziale

o cristeo. Madonne, e voi, messeri,

io vel farei, s'io fossi uno speziale

come sono un bel cacapensieri

in campo azzurro. Ma vi voglio dire

di me, se a sorte non mi cognosceste.

Io sono un uomo, come voi vedete.

E mia madre fu donna da bon tempo.

E, avendo un giorno tolto una satolla

di biroldi e di trippe, venne pregna

di me, com'ho poi inteso; ed in quel mese

mi fe' in cucina a piè del focolare:

ond'io la maledico mille volte,

ch'ella si morí in quello ben pasciuta

ed io sto sempre per morir di fame

e so ch'è sol per qualche suo peccato.

Ond'io volli, una volta, farmi frate

per viver lieto e non durar fatica;

e comperai i zoccoli e 'l cordone

(la cappa me la dava un mio parente):

ma, pensando ai digiuni ch'essi fanno,

mi risolvei diventar parasito

acciò che il corpo non mi bestemmiasse

a petizion de l'anima da poca

che non mangia e non bee e non si vede

e vuol, la sciocca, mille cacherie

per gire in paradiso a far la ninfa

o ver la sposa. Or lasciamo andar questo;

e ritorniamo al da ben Pilastrino

(che così mi dimando) c'ha piú fede

ne' tordi e nel buon vino e nel pan bianco

che i frati al campanel del refettorio.

E certo, se vivesse oggi Margutte,

mi adoreria come adoro lui:

massimamente s'egli mi vedesse

pelare e rassettare a la moderna

le donne, le matrone e le massare

et utriusque sexus fine ai vecchi.

Ma di che vi ridete? de' miei fatti?

Ridiam pur tutti. Io riderò de' vostri.

Ah! ca! ca! Quanti augei perdegiornata!

Oh! co! co! co! Quanti cameleonti

che si pascon di vento! altri in amore,

fiutando le duchesse e le reine

(poi van con una slandra in Fiaccalcollo

a menarsi l'agresto a tutto pasto);

altri in sperar d'aver l'entrate grandi,

mangiando in interessi il ben futuro.

Quanto fariano il meglio a provedere

di pagar tutto quello c'hanno in dosso

a chi fatto ne l'ha credenza; e poi

rappattumarsi con la sua signora

che, per basciargli tuttavia la borsa,

gli fa gir di pecunia a la leggera!

Ma son giá di proposito uscito

che non so a che fine io vi favello

né ciò ch'avea da fare in questo luogo.

, ! Me ne ricordo: l'argomento.

Assettatevi tutti ben, ch'io possa

mettervel tutto ne la fantasia,

pel buco de l'orecchio, come s'usa.

Fermi! Aspettate, ch'ora ci va dentro.

Oh! Gli è 'l gran caldo! In fin, queste borsette,

per parlare in linguaggio veniziano,

non son mia arte; e, non vi entrando tutto

il brodo d'esse, non si fa nigotta.

Quanto meglio campeggia Pilastrino

ne la santa illustrissima cucina,

dando pro tribunal sentenze giuste

del cappon lesso e del fagiano arrosto,

del mangiar bianco e di quel sapor nero

che si cava de l'uva e di quel verde

che si trae de l'erbette fiorentine!

Oh com'io son ben dotto in ordinare

le buone gattafure genovesi!

Oh! Io ne fo il bel guasto, per mia grazia!

Cosí di queste nostre bolognesi.

Risolviamla pur qui. Celi celorum

altro non è, secondo il mio giudizio,

che 'l mangiar bene e il ber solennemente.

Non niego giá che il far quella faccenda

non mandi altrui piú che mona luna.

Tamen un pasto buon pontificale

mi la vita. E, se ne l'altro mondo

si facesse talvolta colazione,

la morte mi faria poca paura;

ma, quand'io penso che non vi si mangia

e non vi si bee mai, divento matto.

Oh Dio! Abbia pietá di Pilastrino!

Non dico che mi mandi in purgatorio.

Ficchimi pur ne l'inferno e nel limbo,

ché, pur ch'io mangi talor duo bocconi

e bea un ciantellin di malvagía

ne incaco Ferraone e Satenasso.

E quel poltron di Lucifero porco

facciami come vuol, se ben volesse

farmi in pasticci o in brodo o in gelatina.

Ma, per parer ch'io non parlo col vino,

vorria contarvi pur di questi pazzi:

di Girifalco vecchio; e di Crisaulo;

e quello scimonito di Filocrate

ch'al fin si mangia, in cambio di perdice,

la carne de la madre di san Luca

tutto l'anno avocata dei tinelli.

So ben ch'io sono inteso. Io giá non dico

che la fante non sia una buona robba;

ma basta che li parve essere ai ferri

con Lúcia ch'era stata giá cagione

ch'egli aveva mandato il senno in poste.

Di Calonide taccio, c'ho rispetto

di mentovare invano una sua pari

che digiuna l'avvento. Or la vedrete

entrare in nozze come una donzella

(cosa da empir di risa gli orinali)

insieme con la figlia, ch'oramai

creggio che senta tentationem carnis.

State attenti, vi prego, senza strepito;

ché qui non vi si chiededanari

né altro che vi debba dispiacere.

Un'altra volta comandate a noi.

Ora questa è la cena: io volli dire

la scena. E questo intorno è 'l Coliseo

dove sedete. Chi è stato a Roma

sa quel ch'egli è... Oh come mi rodeva!

Una rogna canina! Ma tacete.

Ecco il vecchio. Ei vien via col suo portante.

Oh che cera d'amante! O dio Cupido,

hai pur poca faccenda a travagliarti

con simil manigoldi! Se non pare

il Testamento vecchio e l'Imprincipio!

Parla con seco istesso. Sará forza

legarlo, inanzi agosto, a la senese.

Voglio udir ciò ch'ei dice, qui da canto.

Or di' , mestolon, cancar ti venga!


 

 

 

 


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