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ATTO I SCENA I Girifalco si lamenta d'Amore. Pilastrino lo ammonisce schernendolo; e, non potendo ultimamente mangiar seco la mattina, si fa dar danari per comprar da cena e promettegli di menar l'altro parasito il quale gli aveva giá fatto credere che fosse negromante. |
ATTO I
SCENA I
Girifalco si lamenta d'Amore. Pilastrino lo ammonisce schernendolo; e, non potendo ultimamente mangiar seco la mattina, si fa dar danari per comprar da cena e promettegli di menar l'altro parasito il quale gli aveva giá fatto credere che fosse negromante.
Girifalco vecchio, Pilastrino parasito, Orgilla fante.
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Va' sempre stenta! Caca gli occhi e 'l sangue in gioventú per non esser mendico quand'altri è vecchio! Or vedi come, al fine, tutto è niente; ché qui mai non puote |
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Gli è bene un buon boccon, se la è congiunta con la mostarda; ma vuole esser porco di pochi mesi. Oh! Parti che 'l vecchione ragioni anch'egli de bene vivendo? Piace anche a me. |
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o parla piano; ch'oggi ho poca voglia di cianciar teco. |
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Tu sei pur lunatico, Girifalco: perdonimmi i tuoi anni. Deh guarda che natura! Or si lamenta, or tace e fa il balordo, or ride, or piange, or ciancia fuor di modo e si rallegra e infuria; che talora ho meraviglia ch'un che pratica teco, in otto giorni, nol fai impazzir. Che sí che ancor ti veggio, un tratto, negromante? uomo composto |
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Possa sfogar tanto che ne rimanga agghiacciato per sempre. |
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Sempre ho stentato; né mai mi ho tolto un'ora di buon tempo, in questa vita, per non stentar sempre. Ed or che l'etá mia richiederebbe qualche riposo e d'animo e di corpo, cosí dentro mi sento travagliato, talor la morte come cosa dolce. Ma non vorrei esser posto in sacrato, se non pensassi fare, anzi quel punto, vendetta e strazio di quella frittella che n'è cagione. |
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E che pensi di fare? se Dio ti guardi, come ha fatto i denti, ancor la vista. |
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Se mai viene il tempo... |
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Che la farai, come ti vien dietro, morir forse in sul buco? Oh guarda volto da far morir le donne di martello! Che sia impalato! |
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Ho detto che mi tira omai 'l palato; e tu mi pasci qui pur di parole. Saresti appunto buon, per la cappella che si fa al Baracane, per un santo in su l'altare o per un di quei voti |
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Anima mia, tu mi fai pur gran torto. E poi per chi? Per un morto di fame, un furfantello, un ladro, un giocatore, un plebeo. Ma guardati, Filocrate; ché, a' miei dí, mai nessun mi fece ingiuria che non mi vendicassi. Vatti sposa: e to' per donna qualche ruffianaccia per tua infame. Oh! co! ca! ca! Io muoio. |
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Dá' giú, ch'io 'l voglio, il cuore. Che fai? Par che rineghi anche il battesmo. un gran biastemmiatore. E poi sei vecchio |
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Io son perduto |
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Che hai detto? |
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Che? non m'hai forse inteso? Che ti porti |
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prima ch'io n'esca. |
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in questo mezzo, sará forse troppo presto per te. |
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Non vorrei esser nato prima ch'esser cosí. |
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a dir tal cose. Oh! Se 'l sapesse Lúcia, e che direbbe de la tua incostanza? Ché debbi pur saper che amano i vecchi perché son fermi e potenti a durare a le lor dolci pene; ove noi altri reggiam di rado. E l'aspettare ancora non ti debbe esser grave perché sai ch'un tesoro sí fatto non s'acquista in un mese o in uno anno. Ma puon caso che n'aspettassi ancora venticinque e poi l'avessi. Non saria il tuo meglio? ché allor forse saresti un'altra volta tornato giovan, come ancor giá fosti, |
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E che? Saremmo forse come leggiam de la fenice, noi innamorati? |
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Tu sol sei fra tutti fenice. Gli altri li vo' dir pipioni. Ma, s'Amor non si muta di costume, tengo scorciare a sí vecchia fenice |
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E perché son dannato? Ve' ladroncel! Non so che mi ritiene |
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altrimenti le stelle a mezzo giorno se non sotto la botte; ma son certo che non le vedrò giá sotto la tua, subbio e telare, a mille opre d'aragna ch'ivi tesse la muffa per vestirne gli amici de l'aceto e del vin guasto. Resta con Dio. So dir che sei persona d'aver teco de' topi e de le mosche in compagnia. E da lor sei fuggito, così sei largo! |
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Deh! non ti partire. E dove, Pilastrino? Una parola odi, se vuoi. |
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Non odi, Orgilla? Vo' che desni meco, se non ti è grave. |
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Or che se l'ha cavata, il briacon, mio danno, se ogni mese non ci torna a veder. Parti governo, questo, di casa? Mi morrei se, un tratto, |
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Bisogna che abbi compassione un poco al messere ancor tu, poi che tu vedi come sta il poverin. |
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e presso che non dissi, che vi venga a tutt'e dui! Forse che non s'arrabbia per casa, poi, di questa massarizia e non rugnisce? Saria manco male se spendesse o comprasse della robba, poi che vuol fare il grande. |
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che non v'è da mangiar; ma intanto cuoci quello che c'è. |
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Tu sai pur che costui non mangia rape cotte giá di tre dí né di pan cotto |
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Tra voi gridate e menate le mani, pur ch'io panebri. |
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Pilastrin, questa volta, ché la carne rimasta è in beccaria. Che vuoi ch'io cuoca? le miei mutande? |
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tu vedi. Tornerai da me stasera, ché compreremo una libbra di lonza per fare arrosto; e poi, con quel guazzetto che fa l'Orgilla, vo' che noi sguazziamo. |
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Hai ben pensato. |
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Non t'ho detto? |
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Non t'ho inteso. |
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A incominciare. E poi infra pasto? |
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Quello non basterá? Tu se' pure, oggi, strano! Non t'empierebbe.... |
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Tu vuoi tener me a cena con un'oncia di carne e con guazzetti? Tu mi vuoi far ridere, oggi. Or veggio ben che Amore qualche volta ti trae del seminato. E poi sei vecchio. Dammi a me i danari, ché comprerò da cena onestamente. |
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Ecco i danari. Piglia quel che bisogna. O Pilastrino, |
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Non dubbitare: ti porterò l'avanzo. Io voglio andare a cercar di colui. |
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Non v'è a bastanza? Odi un poco. |
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caminando a le porte, or ch'è passato il mercato, se trovassi qualcosa |
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Ecco, or costui mi vuol brugiar di qualche bolognino con queste parolette: ché son fatti come 'l tizzone. Ma son bene allegro, se mena il negromante. Entrerò in casa: ché mi par di sentire un ventarello non molto sano. |