Agostino Ricchi
I tre tiranni
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ATTO I

SCENA I Girifalco si lamenta d'Amore. Pilastrino lo ammonisce schernendolo; e, non potendo ultimamente mangiar seco la mattina, si fa dar danari per comprar da cena e promettegli di menar l'altro parasito il quale gli aveva giá fatto credere che fosse negromante.

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ATTO I

 

 

SCENA I

 

Girifalco si lamenta d'Amore. Pilastrino lo ammonisce schernendolo; e, non potendo ultimamente mangiar seco la mattina, si fa dar danari per comprar da cena e promettegli di menar l'altro parasito il quale gli aveva giá fatto credere che fosse negromante.

 

Girifalco vecchio, Pilastrino parasito, Orgilla fante.

 

Girifalco.

Va' sempre stenta! Caca gli occhi e 'l sangue

in gioventú per non esser mendico

quand'altri è vecchio! Or vedi come, al fine,

tutto è niente; ché qui mai non puote

l'anima aver riposo in fin che dura

con la carne congiunta.

Pilastrino

Oh bel dettato!

Gli è bene un buon boccon, se la è congiunta

con la mostarda; ma vuole esser porco

di pochi mesi. Oh! Parti che 'l vecchione

ragioni anch'egli de bene vivendo?

Piace anche a me.

Girifalco.

Deh! taci ivi, ti prego,

o parla piano; ch'oggi ho poca voglia

di cianciar teco.

Pilastrino.

Tu sei pur lunatico,

Girifalco: perdonimmi i tuoi anni.

Deh guarda che natura! Or si lamenta,

or tace e fa il balordo, or ride, or piange,

or ciancia fuor di modo e si rallegra

e infuria; che talora ho meraviglia

ch'un che pratica teco, in otto giorni,

nol fai impazzir. Che che ancor ti veggio,

un tratto, negromante? uomo composto

di sciatiche e catarri e d'avarizia,

d'ira e d'amore.

Girifalco.

Abbimi compassione.

Vedi pur com'io sto; lasciami alquanto

sfogar, ch'io moro.

Pilastrino.

Possa sfogar tanto

che ne rimanga agghiacciato per sempre.

Non restar giá per me.

Girifalco.

Sempre ho stentato;

né mai mi ho tolto un'ora di buon tempo,

in questa vita, per non stentar sempre.

Ed or che l'etá mia richiederebbe

qualche riposo e d'animo e di corpo,

cosí dentro mi sento travagliato,

inquieto e confuso che desio

talor la morte come cosa dolce.

Ma non vorrei esser posto in sacrato,

se non pensassi fare, anzi quel punto,

vendetta e strazio di quella frittella

che n'è cagione.

Pilastrino.

E che pensi di fare?

se Dio ti guardi, come ha fatto i denti,

ancor la vista.

Girifalco.

Se mai viene il tempo...

Non vo' dire altro.

Pilastrino.

Forniscel di dire.

Che la farai, come ti vien dietro,

morir forse in sul buco? Oh guarda volto

da far morir le donne di martello!

Che sia impalato!

Girifalco.

A chi dici «impalato»?

Pilastrino.

Ho detto che mi tira omai 'l palato;

e tu mi pasci qui pur di parole.

Saresti appunto buon, per la cappella

che si fa al Baracane, per un santo

in su l'altare o per un di quei voti

con le man giunte; ché non mangi o béi

ma vivi d'aere.

Girifalco.

Lascia: berem poi.

Anima mia, tu mi fai pur gran torto.

E poi per chi? Per un morto di fame,

un furfantello, un ladro, un giocatore,

un plebeo. Ma guardati, Filocrate;

ché, a' miei , mai nessun mi fece ingiuria

che non mi vendicassi. Vatti sposa:

e to' per donna qualche ruffianaccia

per tua infame. Oh! co! ca! ca! Io muoio.

Rinego il che mi battezza. Ca! ahi!

In mal punto. Ah!

Pilastrino.

' giú, ch'io 'l voglio, il cuore.

Che fai? Par che rineghi anche il battesmo.

O Girifalco, tu sei diventato

un gran biastemmiatore. E poi sei vecchio

e mostri esser saputo!

Girifalco.

Io son perduto

piú che ora. Vo' chiamare il diavolo.

Diavol!

Pilastrino.

Di' forte, ché non ti può udire.

! che ti porti presto.

Girifalco.

Che hai detto?

Pilastrino.

Che? non m'hai forse inteso? Che ti porti

dov'è colei che ti può dar salute

e tòr d'angoscia.

Girifalco.

Aimè! che sarò morto

prima ch'io n'esca.

Pilastrino.

Va'. Se non moro io

in questo mezzo, sará forse troppo

presto per te.

Girifalco.

Non vorrei esser nato

prima ch'esser cosí.

Pilastrino.

Fai grande errore

a dir tal cose. Oh! Se 'l sapesse Lúcia,

e che direbbe de la tua incostanza?

Ché debbi pur saper che amano i vecchi

perché son fermi e potenti a durare

a le lor dolci pene; ove noi altri

reggiam di rado. E l'aspettare ancora

non ti debbe esser grave perché sai

ch'un tesoro fatto non s'acquista

in un mese o in uno anno. Ma puon caso

che n'aspettassi ancora venticinque

e poi l'avessi. Non saria il tuo meglio?

ché allor forse saresti un'altra volta

tornato giovan, come ancor giá fosti,

e piú atto a l'amor ch'ora non sei.

Non perder la speranza.

Girifalco.

E che? Saremmo

forse come leggiam de la fenice,

noi innamorati?

Pilastrino.

Tu sol sei fra tutti

fenice. Gli altri li vo' dir pipioni.

Ma, s'Amor non si muta di costume,

tengo scorciare a vecchia fenice

con l'ali il volo. Di fiere piú brave

ho giá domato.

Girifalco.

E perché son dannato?

Ve' ladroncel! Non so che mi ritiene

che non ti lasci un pugno, che tu veda

le stelle a mezzo .

Pilastrino.

Non so vedere

altrimenti le stelle a mezzo giorno

se non sotto la botte; ma son certo

che non le vedrò giá sotto la tua,

subbio e telare, a mille opre d'aragna

ch'ivi tesse la muffa per vestirne

gli amici de l'aceto e del vin guasto.

Resta con Dio. So dir che sei persona

d'aver teco de' topi e de le mosche

in compagnia. E da lor sei fuggito,

così sei largo!

Girifalco.

Deh! non ti partire.

E dove, Pilastrino? Una parola

odi, se vuoi.

Pilastrino.

Non giá da quello orecchio.

Di': che ti manca?

Girifalco.

Cávali la cappa.

Non odi, Orgilla? Vo' che desni meco,

se non ti è grave.

Orgilla.

Or che se l'ha cavata,

il briacon, mio danno, se ogni mese

non ci torna a veder. Parti governo,

questo, di casa? Mi morrei se, un tratto,

non gli pesto a mio modo quel mostaccio.

Mettiam pur fuor la frasca.

Pilastrino.

Orsú, madonna!

Bisogna che abbi compassione un poco

al messere ancor tu, poi che tu vedi

come sta il poverin.

Orgilla.

La mala pasqua,

e presso che non dissi, che vi venga

a tutt'e dui! Forse che non s'arrabbia

per casa, poi, di questa massarizia

e non rugnisce? Saria manco male

se spendesse o comprasse della robba,

poi che vuol fare il grande.

Pilastrino.

Oh! Di' ben forte

che non v'è da mangiar; ma intanto cuoci

quello che c'è.

Orgilla.

Vien qua, vecchio insensato.

Tu sai pur che costui non mangia rape

cotte giá di tre né di pan cotto

minestra, come farai tu stamane;

bee meschiati.

Pilastrino.

Io mi turo gli orecchi.

Tra voi gridate e menate le mani,

pur ch'io panebri.

Orgilla

Tu tirerai in fallo,

Pilastrin, questa volta, ché la carne

rimasta è in beccaria. Che vuoi ch'io cuoca?

le miei mutande?

Pilastrino.

Giá denno essere arse,

se l'hai portate un , ché 'l vostro fuoco

non cuoce o scalda.

Girifalco.

Pilastrin mio caro,

tu vedi. Tornerai da me stasera,

ché compreremo una libbra di lonza

per fare arrosto; e poi, con quel guazzetto

che fa l'Orgilla, vo' che noi sguazziamo.

E mena l'indiano.

Pilastrino.

Hai ben pensato.

E che ci arem da cena?

Girifalco.

Non t'ho detto?

Pilastrino.

Non t'ho inteso.

Girifalco.

Una libbra di buon porco.

Pilastrino.

A incominciare. E poi infra pasto?

Girifalco.

Quello

non basterá? Tu se' pure, oggi, strano!

Non t'empierebbe....

Pilastrino.

E ! Dici da vero?

Tu vuoi tener me a cena con un'oncia

di carne e con guazzetti? Tu mi vuoi

far ridere, oggi. Or veggio ben che Amore

qualche volta ti trae del seminato.

E poi sei vecchio. Dammi a me i danari,

ché comprerò da cena onestamente.

E non esser scarso.

Girifalco.

Ecco i danari.

Piglia quel che bisogna. O Pilastrino,

ferma un poco. Che fai? Non c'è moneta?

Questi quatrini... Sta'.

Pilastrino.

Non dubbitare:

ti porterò l'avanzo. Io voglio andare

a cercar di colui.

Girifalco.

Non v'è a bastanza?

Odi un poco.

Pilastrino.

ben; ma lassa. Io vado

caminando a le porte, or ch'è passato

il mercato, se trovassi qualcosa

e spender poco. Non uscir di casa.

Torno con lui stasera.

Girifalco.

Ecco, or costui

mi vuol brugiar di qualche bolognino

con queste parolette: ché son fatti

come 'l tizzone. Ma son bene allegro,

se mena il negromante. Entrerò in casa:

ché mi par di sentire un ventarello

non molto sano.

 

 

 


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