Agostino Ricchi
I tre tiranni
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ATTO I

SCENA II Siro servo, non introdotto in altro luogo che in questo, parlando con Timaro, apre e dá lume a la favola: e questo è costume degli antichi comici.

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SCENA II

 

Siro servo, non introdotto in altro luogo che in questo, parlando con Timaro, apre e lume a la favola: e questo è costume degli antichi comici.

 

Siro. Timaro servi.

 

Siro.

Or veggio il lor cervello.

Innamorati? Che sia maladetto

quel giorno traditor che incominciai

a servir mai nessun! ché non mi manca

da starmi a casa mia ben da mio pari

e sto a straziarmi dietro a questi cani

che tengon servitori come gli osti

le bestie da vettura; e 'l non basta,

ché ancor s'ha a star la notte or qua, or

per lor capricci. Che sia strutto Amore

e chi lo fe', chi 'l pruova e chi gli crede!

Io mai nol vidi.

Timaro.

È Siro che ragiona.

Lasciamili accostar. So che camina!

O Siro, aspetta.

Siro.

Che vai tu cercando,

Timaro?

Timaro.

Sono uscito de la strada

per venirti dietro, ché sentiva

bastemmiar non so che.

Siro.

, ch'io bastemmio

qualche volta me stesso; ché non posso

omai durar con questo insopportabile,

quasi ho detto, poltron.

Timaro.

Che c'è di nuovo?

Siro.

Ultimamente non m'ha minacciato

di fare e dire, s'io non truovo modo

ch'esca di questi affanni?

Timaro.

O dágli il modo.

Siro.

E come?

Timaro.

Che s'appicchi per la gola!

Siro.

Or non ho punto voglia di scherzare.

E' nol potrebbe fare altri che Dio

che l'ami, se non l'ama.

Timaro.

Sa bene egli

se l'ama o no.

Siro.

Non fosse egli piú vivo!

Io l'ho cercato: ch'è piú d'otto giorni

che non mi fermo mai, né notte,

sol per saper di questo; e truovo al fine

ch'ella l'ha in odio sopra ogni altra cosa.

E questo è la cagion. L'ha sempre amata

un Filocrate giovin, qual si dice

che se la sposi in breve. Ora il padrone

vorria impedir che questo non seguisse.

E, per esser chi egli è ed ella vile,

vorria poterla avere a posta sua.

A che bisognerebbe che mutasse

l'animo, prima, in disamar chi ella ama;

e poi si fesse tal che grande odio

rivolgesse in amore; e poi la madre,

ch'è la piú saggia donna, intera e santa

di questa terra, consentisse a questo:

il che non potria far, penso, un reame.

E giá mille altri han lasciato l'impresa,

sol per esser la madre quel ch'ella è.

Potria forse anco star; ché non è 'l primo

miracol ch'abbia fatto, a' miei , l'oro.

Ma non voglio che mai per mezzo mio

faccia tal roffiania.

Timaro.

Farei ancor peggio,

per il padron, pur ch'ei mel comandasse.

Che ne puoi perder tu?

Siro.

Quello c'ho al mondo,

servendo un fuor di senno e disperato.

Ma ascolta. Non è solo. Girifalco

vecchio, avaro, anch'egli è in questo ballo

(ed era stimato!): ché un Listagiro

con Pilastrino e certi buon compagni

l'han messo ch'ella gli muor dietro.

E fangli far l'amor seco ogni giorno:

cosa da smascellare. E, perché mai

non la vede, gli dicon che 'l difetto

vien c'ha poca veduta. E 'l moccicone

è giá venuto a tale, in questa giostra,

di cosí scarso, che gli tran canóni

che ne portano il sangue. E va pensando

che Pilastrino, un tratto, il peli e strini

fine in su l'osso. Specchiati in quel nome.

Da l'altro canto mi par vedere

che 'l padrone (e Dio voglia ch'io mi menti)

faccia con colei tanto che la sposi.

Che ti parria di questo?

Timaro.

Io non mi curo.

Sia come vuol. Non ho di questi impacci;

non penso tanto inanzi e mi contento

di questa vita: ben mangiare e bere

e gire a spasso, portato c'ho ,

talor, come acqua e legne e governato

ben la mia stalla e spazzato la casa

e netto gli usuvigli di cucina,

le secchie e i caldaroni e, alcuna volta,

supplito anche ai bisogni de le fanti

che non mi lascian viver.

Siro.

, t'ho inteso.

Tu la discorri bene.

Timaro.

Io me ne vado

di lungo a casa (m'hai tenuto un pezzo),

ché 'l padron non gridasse.

Siro.

A posta tua.

Questi stan ben con queste simil gente

che sopportan com'asini venduti;

o ver gli adulatori. Io mi risolvo

di non vi tornar piú; ch'omai son chiaro

ch'ogni or ne sarei a peggio, ché Fileno

(perché dice a suo modo) è seco il totum.

Io sarei sempre schiavo

 

 

 


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