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ATTO I SCENA III Crisaulo batte il servitore e biasma forte con Pilastrino l'avarizia; e, incominciandosi a doler d'Amore, Pilastrino lo lascia. |
SCENA III
Crisaulo batte il servitore e biasma forte con Pilastrino l'avarizia; e, incominciandosi a doler d'Amore, Pilastrino lo lascia.
Crisaulo nobile, Fileno, Timaro servi, Pilastrino.
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Io son disposto... A che sei stato tanto, manigoldo? Ho voglia di... |
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Questo è 'l resto di tutto il fornimento, |
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del baston che non ha di te la stalla. Canaglie! ché non passa per la strada |
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il maestro che m'ha fatto indugiare questo poco: ché non voleva darmi quegli avanzi del drappo e stava a dire che non è usanza e che none sta bene a un vostro pari; e quasi bastemmiava. Son ladri: sempre voglion sopra i pregi di quel d'altrui. |
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Questi sono gli onor? Vo' che tu impari per l'altre volte. |
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Ti vo' spezzar quella testa balorda. Chi te l'avea commesso? |
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Oh gramo a me! |
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S'io vi ritorno... |
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Oh! co! Crepo di rise. Gli farai smaltire i sughi, con quelle sopposte che gli hai fatto nel viso da sedere. Cosí si smuove il corpo ai manigoldi che vogliono, a dispetto del padrone, far massarizia: ma la medicina non val niente, se non si continova piú d'una volta il giorno. To', poltrone! Come fa il morto! |
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E di tua bocca di' che t'ho punito di tanta villania: se non, con altro |
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Ben, messere. Che ti possa esser mozza quella gamba, prima ch'io ti riveggia! |
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So che ti sentirai di quelli schiaffi, per otto giorni almeno, a cavalcare. Se avessi istaman fatto colazione, non avrei sí goduto. O guarda dove si truova esser condotto un gentiluomo! Ché lasci ogni anno cento pezzi d'oro per non dar luogo agli spirti che sempre biasmano altrui; ed or, per quattro soldi, avrá dato da dire a tutta piazza, quest'ignorante. Ma che! Non importa: perché sei cognosciuto da ciascuno per l'uom che sei. |
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Ho sempre da natura avuto questo, che d'alcuna cosa non mi son dilettato quanto avere il mondo tutto e, se fosse possibile, l'inferno amico. E quegli che altra via tengono, essendo nobili di sangue e di gran facultá, debbiam chiamargli animai brutti. Avarizia malnata, d'ogni altro mal radice! O pien d'inganni, fraudi, ruine e morti, oro, tiranno fatto di quello a cui ti fe' suggetto chi tutto fe'! Come può tanto errore fermarsi in noi? poi che veggiamo espresso che chi piú n'ha piú stenta e manco gode. Ché nol fuggiamo? |
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e tanto piú di quel che poi non crede. Certo è che l'oro è cosí maladetto che alcuno esser non può mai, in fin che n'ha, contento o riposato. Ma vorrei veder pigliare, un tratto, a chi 'l cognosce qualche rimedio. |
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del nostro errar: ché lo veggiamo aperto; né in alcun modo ne vogliamo uscire o rimanerne. |
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Tu non neghi, adunque, |
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Errore. Ah quanto fòra 'l meglio esser nato in vil capanne, |
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Cosí sarebbe |
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Senza dubbio. |
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È meglio, adunque, che cangiam gli stati e le fortune. E tu sarai contento sempre nel mio: e sí lieto e felice e senza alcun pensier che non vorresti, quando lo provi poi, per tutto il mondo |
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E che potresti cangiar se non que' panni e quella pelle? o 'l vizio orrendo che non potrá mai mancare in te? poi sai che non possiamo, per noi stessi, cangiar stato e fortuna: ché s'appartiene al ciel. |
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Avremmo prima a tramutar la robba: verbi gratia, la tua fa' che sia mia. Tu voglio che ti chiami Pilastrino; ed io sarei Crisaulo. E, in questo modo, non sol muterai nome, ma costumi, |
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Io ti ringrazio; |
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Ah! ca! ca! ca! Non ti si può appicare oggi niente di questa mia dottrina. Io me ne vado. Qui non si busca. |
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fermati un poco. |
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Non posso indugiare. |
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Un'altra volta, se riesce, tel dirò; ché penso, un tratto, uscir d'esti pedocchi. Non dir nulla, ché vo' ch'abbiam da rider per cent'anni, se mi vien fatta. |
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Guarda pur di non far qualche trabalzo che te n'abbi a pentir. Di poi quel giorno, non mi sai dir niente di colei? Tu sei pur negligente! |
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Ora non posso dirt'altro, c'ho da fare in fine a sera. |
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Attende ad altro, e forse ti fia 'l meglio. |
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la vidi, dopo bere; e l'abbracciai. |
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quando fia 'l dí che fuor di tanti affanni ti scorga Amor, che giá condotta a tale t'ha in poco tempo ch'altro omai non resta in tuo conforto che la morte istessa o di lei la speranza? |
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Addio; fa' pur da te. Questi incomincia, pur come suole, a noverar le stelle e gli animali e le donne e le piante; i sassi e i monti e l'acque e 'l cielo e l'aere dimanderá crudeli; e la fortuna e la sua sorte iniqua e ingiuriosa; troverá tutti i santi, al fine, in fraude; e vorrá far vendetta. Io voglio andare a comprar, prima, e, poi, in qualche taverna, fin che giunga la sera, anch'io a gridare con le mezzette. |
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quando mai resterai di tôrti in gioco questa mia miser'alma? e quando avranno mai fin tante passioni? e le cocenti fiamme fian spente? e quando fia mai vinta da pietá cosí dura altera mente? o di me sazia quella cruda voglia? Certo, non mai; ché la mia sorte è tale ch'io sempre peni. Ma lascia, ché, in breve, forse questa mia man ti fará lieta |
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Che cosa è questa, tanto lamentarsi e rinnegar la fé? che tanti stinchi? tante prigion? Chi ti sentisse, certo, giudicherebbe ch'aspettassi or ora acerba morte. Hai pur questo tuo pecco, come le donne, di voler morire d'ogni picciola cosa e avere in cima, come lo sputo, il pianto. Se non fosse ch'io troppo t'amo e del tuo mal m'incresce, in fine al cuore avrei or con fatica ritenuto le risa. È pur vergogna tanta viltá. |
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de' buon consigli. Ma questo non basta: |
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questo voler morire. E poi per chi? Una fraschetta, che, chi la strizzasse |