Agostino Ricchi
I tre tiranni
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ATTO I

SCENA III Crisaulo batte il servitore e biasma forte con Pilastrino l'avarizia; e, incominciandosi a doler d'Amore, Pilastrino lo lascia.

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SCENA III

 

Crisaulo batte il servitore e biasma forte con Pilastrino l'avarizia; e, incominciandosi a doler d'Amore, Pilastrino lo lascia.

 

Crisaulo nobile, Fileno, Timaro servi, Pilastrino.

 

Crisaulo.

Basta. Ho inteso.

Ma parti che ci torni?

Fileno.

Eccol, per Dio.

Contava i passi; or corre.

Crisaulo.

Io son disposto...

A che sei stato tanto, manigoldo?

Ho voglia di...

Timaro.

Signore, ho corso sempre.

Questo è 'l resto di tutto il fornimento,

d'infuor la sella che non è fornita.

S'avrá stasera.

Crisaulo.

Hai piú tu di bisogno

del baston che non ha di te la stalla.

Canaglie! ché non passa per la strada

civette o olocchi o per l'aere augelli

che non voglin vederli.

Timaro.

È pure stato

il maestro che m'ha fatto indugiare

questo poco: ché non voleva darmi

quegli avanzi del drappo e stava a dire

che non è usanza e che none sta bene

a un vostro pari; e quasi bastemmiava.

Son ladri: sempre voglion sopra i pregi

di quel d'altrui.

Crisaulo.

Ah vigliacco, poltrone!

Questi sono gli onor? Vo' che tu impari

per l'altre volte.

Timaro.

Oimei, padron! Son morto.

Crisaulo.

Ti vo' spezzar quella testa balorda.

Chi te l'avea commesso?

Timaro.

Oh gramo a me!

Crisaulo.

S'io vi ritorno...

Timaro.

Oimei, che ho rotto gli ossi!

Morrò in duo .

Pilastrino.

Oh! co! Non piú, Crisaulo.

Oh! co! Crepo di rise. Gli farai

smaltire i sughi, con quelle sopposte

che gli hai fatto nel viso da sedere.

Cosí si smuove il corpo ai manigoldi

che vogliono, a dispetto del padrone,

far massarizia: ma la medicina

non val niente, se non si continova

piú d'una volta il giorno. To', poltrone!

Come fa il morto!

Crisaulo.

Corre e va' riportali.

E di tua bocca di' che t'ho punito

di tanta villania: se non, con altro

la farem che con calci.

Timaro.

Ben, messere.

Che ti possa esser mozza quella gamba,

prima ch'io ti riveggia!

Pilastrino.

O va' pur via.

So che ti sentirai di quelli schiaffi,

per otto giorni almeno, a cavalcare.

Se avessi istaman fatto colazione,

non avrei goduto. O guarda dove

si truova esser condotto un gentiluomo!

Ché lasci ogni anno cento pezzi d'oro

per non dar luogo agli spirti che sempre

biasmano altrui; ed or, per quattro soldi,

avrá dato da dire a tutta piazza,

quest'ignorante. Ma che! Non importa:

perché sei cognosciuto da ciascuno

per l'uom che sei.

Crisaulo.

Ho sempre da natura

avuto questo, che d'alcuna cosa

non mi son dilettato quanto avere

il mondo tutto e, se fosse possibile,

l'inferno amico. E quegli che altra via

tengono, essendo nobili di sangue

e di gran facultá, debbiam chiamargli

animai brutti. Avarizia malnata,

d'ogni altro mal radice! O pien d'inganni,

fraudi, ruine e morti, oro, tiranno

fatto di quello a cui ti fe' suggetto

chi tutto fe'! Come può tanto errore

fermarsi in noi? poi che veggiamo espresso

che chi piú n'ha piú stenta e manco gode.

Ché nol fuggiamo?

Pilastrino.

Ogni uom sa predicare;

e tanto piú di quel che poi non crede.

Certo è che l'oro è cosí maladetto

che alcuno esser non può mai, in fin che n'ha,

contento o riposato. Ma vorrei

veder pigliare, un tratto, a chi 'l cognosce

qualche rimedio.

Crisaulo.

E questo è 'l colmo appunto

del nostro errar: ché lo veggiamo aperto;

né in alcun modo ne vogliamo uscire

o rimanerne.

Pilastrino.

Tu non neghi, adunque,

essere in grande errore?

Crisaulo.

Errore. Ah quanto

fòra 'l meglio esser nato in vil capanne,

talora, e in boschi che ne l'alte case!

Chi nol pruova nol sa.

Pilastrino.

Cosí sarebbe

piú felice 'l mio stato assai che 'l tuo;

ché non mi truovo un soldo.

Crisaulo.

Senza dubbio.

Pilastrino.

È meglio, adunque, che cangiam gli stati

e le fortune. E tu sarai contento

sempre nel mio: e lieto e felice

e senza alcun pensier che non vorresti,

quando lo provi poi, per tutto il mondo

non l'aver fatto. Ed io, in cambio tuo,

torrò questi tuoi affanni.

Crisaulo.

E che potresti

cangiar se non que' panni e quella pelle?

o 'l vizio orrendo che non potrá mai

mancare in te? poi sai che non possiamo,

per noi stessi, cangiar stato e fortuna:

ché s'appartiene al ciel.

Pilastrino.

Ti vo' insegnare.

Avremmo prima a tramutar la robba:

verbi gratia, la tua fa' che sia mia.

Tu voglio che ti chiami Pilastrino;

ed io sarei Crisaulo. E, in questo modo,

non sol muterai nome, ma costumi,

stato e natura; e forse ancor la mente.

Proviam, se tu nol credi.

Crisaulo.

Io ti ringrazio;

ché è buono il tuo consiglio: ma non voglio

ch'oggi ne venda a me.

Pilastrino.

Ah! ca! ca! ca!

Non ti si può appicare oggi niente

di questa mia dottrina. Io me ne vado.

Qui non si busca.

Crisaulo.

Sta', non ti partire;

fermati un poco.

Pilastrino.

Non posso indugiare.

Crisaulo.

E che buona facenda?

Pilastrino.

Un'altra volta,

se riesce, tel dirò; ché penso, un tratto,

uscir d'esti pedocchi. Non dir nulla,

ché vo' ch'abbiam da rider per cent'anni,

se mi vien fatta.

Crisaulo.

Non vo' sapere altro.

Guarda pur di non far qualche trabalzo

che te n'abbi a pentir. Di poi quel giorno,

non mi sai dir niente di colei?

Tu sei pur negligente!

Pilastrino.

Ora non posso

dirt'altro, c'ho da fare in fine a sera.

Ma vo' che sappi la piú bella berta

ch'io tramo adesso.

Crisaulo.

Non lo vo' sapere.

Attende ad altro, e forse ti fia 'l meglio.

Ier la vidi duo volte a la fenestra.

Felice giorno!

Pilastrino.

Ed io piú di sei volte

la vidi, dopo bere; e l'abbracciai.

Chi è piú felice?

Crisaulo.

Aimè! Vita infelice,

quando fia 'l che fuor di tanti affanni

ti scorga Amor, che giá condotta a tale

t'ha in poco tempo ch'altro omai non resta

in tuo conforto che la morte istessa

o di lei la speranza?

Pilastrino.

Oh! co! T'ho inteso.

Addio; fa' pur da te. Questi incomincia,

pur come suole, a noverar le stelle

e gli animali e le donne e le piante;

i sassi e i monti e l'acque e 'l cielo e l'aere

dimanderá crudeli; e la fortuna

e la sua sorte iniqua e ingiuriosa;

troverá tutti i santi, al fine, in fraude;

e vorrá far vendetta. Io voglio andare

a comprar, prima, e, poi, in qualche taverna,

fin che giunga la sera, anch'io a gridare

con le mezzette.

Crisaulo.

Aimè! Dolce mia luce,

quando mai resterai di tôrti in gioco

questa mia miser'alma? e quando avranno

mai fin tante passioni? e le cocenti

fiamme fian spente? e quando fia mai vinta

da pietá cosí dura altera mente?

o di me sazia quella cruda voglia?

Certo, non mai; ché la mia sorte è tale

ch'io sempre peni. Ma lascia, ché, in breve,

forse questa mia man ti fará lieta

di tanto desiderio e fia disciolta

l'alma d'esta prigion.

Fileno.

Fornisce, un tratto.

Che cosa è questa, tanto lamentarsi

e rinnegar la ? che tanti stinchi?

tante prigion? Chi ti sentisse, certo,

giudicherebbe ch'aspettassi or ora

acerba morte. Hai pur questo tuo pecco,

come le donne, di voler morire

d'ogni picciola cosa e avere in cima,

come lo sputo, il pianto. Se non fosse

ch'io troppo t'amo e del tuo mal m'incresce,

in fine al cuore avrei or con fatica

ritenuto le risa. È pur vergogna

tanta viltá.

Crisaulo.

Dico che n'ho per sette

de' buon consigli. Ma questo non basta:

ché bisogna pazienza; di che i santi

mancan talora.

Fileno.

Eh! va': l'hai per costume

questo voler morire. E poi per chi?

Una fraschetta, che, chi la strizzasse

tutta, non n'usciria tanto di buono

che te n'ungessi un'unghia.

 

 

 


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