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SCENA IV
Filocrate viene a parlare a Calonide; e riman seco di sposar Lúcia di corto.
Calonide madre, Filocrate giovane, Lúcia figliuola, Girifalco.
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Chi è giú? |
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Io sono. Aprite. |
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Non mi par giá cangiata. Oh! Dio volesse che non ci avesse visto! Iddio ti guardi, madre. Quanto m'allegro di vederti cosí di buona voglia! ch'istanotte non ho dormito mai, del dispiacere |
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Anzi, ci vide: e me ne dimandò; ma tanto seppi bene acconciarla che poi non disse altro. E di qui presi occasion d'entrare ne' fatti tuoi; e, per fartela breve, tanto ho saputo ben dir mal di te che, d'uomo che ci fu giá sí ritroso, or n'è contento e l'ha rimessa in me. Che faremo ora? |
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Questo è stato ben fatto: aver disposto la cosa seco. Orsú, madre! Ora è fatta. Porgimi qui la man; ti do mia fede |
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ché a me non manca se non provedere a certe cosarelle; poi, del resto, possiam farlo istasera. Ma indugiamo ancor duo giorni perché a lui non paia che siam corrivi. E tu fa' che non manchi. A te ne sto. |
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Perché? non è giá fatta? |
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È fatta, sí, ma vo' veder le nozze: ché non vo' star piú in questo struggimento, ché importa troppo; e lo starne sospesa non è sicuro. |
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Io sono a le tuoi voglie; altro non bramo. Ma vorrei che anch'ella |
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Oh! S'è per questo, |
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per me tanto felice che, legati d'eterno nodo, di tante fatiche e tanti stenti al fin mi sia concesso cogliere i dolci frutti? Aimè! ch'io temo, sí come mi cognosco al tutto indegno d'un tal tesor, che non mi sia negato da la mia sorte. |
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queste tuoi leggerezze. Ora attendiamo che si dia fine. E poi vo' che tu pigli, figliuolo, per potervi mantenere sempre nel grado vostro con onore, qualche onesto esercizio; ed io giá mai non ti son per mancar. |
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Lo voglio fare. E son restato in fine a questo giorno perché, mercé di lei, cosí inquieto era di mente che ad altro pensare non mi poteva dar che a dimostrarle quanto fosse 'l mio amore. E ancor la veggio tanto esser de le suoi rare bellezze superba e altera che non par si degni accettarmi per suo. |
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Or non vo' dir piú in lá: ché, se sapessi gl'intrinsechi di lei, forse altrimenti ti parrebbe col ver; ché tutta notte m'abbraccia e bascia e spesso ancor, se 'l giorno non ci sei stato. In fine, ancora in sogno ti chiama e piange e meco si lamenta |
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Oh che bugie! |
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in tuo servigio come è da vantaggio di quel ch'io dico. Ma ben sai che poi non staria bene a lei essere ardita e parlar come me. Ma sia pur certo |
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Che cosa? |
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Non ti ricordi? Che tu ami tanto me quant'amo io te. Ma non lo credo. |
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Tu non sei cristiano, |
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se cosí fosse. Or che rispondi a questo? Non ti fare insegnar. |
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la fanciullezza mia, ché inver non so |
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E che vuoi che risponda? che non ha mai parlato con alcuno quanto or con te. Ve', ve'! Dimmi, Filocrate. Chi è quel vecchio? che ogni dí lo veggio passar di qua. |
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ché, secondo che ho inteso, è innamorato costí di Lúcia e la torria per moglie. Guardalo, un tratto. Oh! gli è 'l buon capitale! Felice quella donna che l'avrá! ché è tutto robba. |
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Che è quel ch'io sento? E quel vecchio pelato e gottoso vuol tôr donna ancor egli? |
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de' guattari che sono innamorati. Non si può bussicar, tanto è pasciuto! |
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Eh! Il poverino non fu mai savio. Oh! Senti che si spurga. Gli è caduto il cimurro: avria bisogno |
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Mi parve pur veder lá non so chi; ed or si fugge; e sento in qua romore. Qualche quistione è nata. Meglio è ch'io ritorni in dietro, che non ritrovassi |