Agostino Ricchi
I tre tiranni
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ATTO I

SCENA IV Filocrate viene a parlare a Calonide; e riman seco di sposar Lúcia di corto.

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SCENA IV

 

Filocrate viene a parlare a Calonide; e riman seco di sposar Lúcia di corto.

 

Calonide madre, Filocrate giovane, Lúcia figliuola, Girifalco.

 

Calonide.

Chi è giú?

Filocrate.

Io sono. Aprite.

Calonide.

Aspettami, figliuolo.

Filocrate.

Non mi par giá cangiata. Oh! Dio volesse

che non ci avesse visto! Iddio ti guardi,

madre. Quanto m'allegro di vederti

cosí di buona voglia! ch'istanotte

non ho dormito mai, del dispiacere

ch'ebbi, perché pensai che ci vedesse

Demofilo, iersera.

Calonide.

Anzi, ci vide:

e me ne dimandò; ma tanto seppi

bene acconciarla che poi non disse altro.

E di qui presi occasion d'entrare

ne' fatti tuoi; e, per fartela breve,

tanto ho saputo ben dir mal di te

che, d'uomo che ci fu giá ritroso,

or n'è contento e l'ha rimessa in me.

Che faremo ora?

Filocrate.

E che! Va' che n'usciamo.

Questo è stato ben fatto: aver disposto

la cosa seco. Orsú, madre! Ora è fatta.

Porgimi qui la man; ti do mia fede

di non mancare; e cosí fa' tu a me.

Quando farem le nozze?

Calonide.

Ora, a tua posta:

ché a me non manca se non provedere

a certe cosarelle; poi, del resto,

possiam farlo istasera. Ma indugiamo

ancor duo giorni perché a lui non paia

che siam corrivi. E tu fa' che non manchi.

A te ne sto.

Filocrate.

Perché? non è giá fatta?

Calonide.

È fatta, , ma vo' veder le nozze:

ché non vo' star piú in questo struggimento,

ché importa troppo; e lo starne sospesa

non è sicuro.

Filocrate.

Io sono a le tuoi voglie;

altro non bramo. Ma vorrei che anch'ella

mi toccasse la mano.

Calonide.

Oh! S'è per questo,

anco s'ha da far ben. Dálli la mano.

Orsú! A chi dico?

Filocrate.

Quando fia mai l'ora

per me tanto felice che, legati

d'eterno nodo, di tante fatiche

e tanti stenti al fin mi sia concesso

cogliere i dolci frutti? Aimè! ch'io temo,

come mi cognosco al tutto indegno

d'un tal tesor, che non mi sia negato

da la mia sorte.

Calonide.

Lascia andar da canto

queste tuoi leggerezze. Ora attendiamo

che si dia fine. E poi vo' che tu pigli,

figliuolo, per potervi mantenere

sempre nel grado vostro con onore,

qualche onesto esercizio; ed io giá mai

non ti son per mancar.

Filocrate.

Lo voglio fare.

E son restato in fine a questo giorno

perché, mercé di lei, cosí inquieto

era di mente che ad altro pensare

non mi poteva dar che a dimostrarle

quanto fosse 'l mio amore. E ancor la veggio

tanto esser de le suoi rare bellezze

superba e altera che non par si degni

accettarmi per suo.

Calonide.

Taci, figliuolo.

Or non vo' dir piú in : ché, se sapessi

gl'intrinsechi di lei, forse altrimenti

ti parrebbe col ver; ché tutta notte

m'abbraccia e bascia e spesso ancor, se 'l giorno

non ci sei stato. In fine, ancora in sogno

ti chiama e piange e meco si lamenta

con dir che tu non l'ami; e ben talora

c'è che fare appagarla.

Lúcia.

Oh che bugie!

Non è giá vero.

Calonide.

Cosí fosse manco

in tuo servigio come è da vantaggio

di quel ch'io dico. Ma ben sai che poi

non staria bene a lei essere ardita

e parlar come me. Ma sia pur certo

che d'affezion ti avanza.

Filocrate.

Lúcia, è vero?

Lúcia.

Che cosa?

Filocrate.

Quanto ha detto, qui, tua madre.

Lúcia.

Ha detto cose assai.

Filocrate.

Non ti ricordi?

Che tu ami tanto me quant'amo io te.

Ma non lo credo.

Lúcia.

Tu non sei cristiano,

se tu credi poco. E perché questo

non creder, ?

Filocrate.

Perché vedrei gli effetti,

se cosí fosse. Or che rispondi a questo?

Non ti fare insegnar.

Lúcia.

Faccia mia scusa

la fanciullezza mia, ché inver non so

darti risposta.

Calonide.

E che vuoi che risponda?

che non ha mai parlato con alcuno

quanto or con te. Ve', ve'! Dimmi, Filocrate.

Chi è quel vecchio? che ogni lo veggio

passar di qua.

Filocrate.

Piú presto di', ci impazza:

ché, secondo che ho inteso, è innamorato

costí di Lúcia e la torria per moglie.

Guardalo, un tratto. Oh! gli è 'l buon capitale!

Felice quella donna che l'avrá!

ché è tutto robba.

Calonide.

Oibbò! ibbò! ibbò!

Che è quel ch'io sento? E quel vecchio pelato

e gottoso vuol tôr donna ancor egli?

Si li vuol dar. Te ne contenti, Lúcia?

Guarda che bella cera!

Lúcia.

Par lo sposo

de la madre de' vecchi.

Calonide.

Io dico il padre

de' guattari che sono innamorati.

Non si può bussicar, tanto è pasciuto!

M'ha cosí cera che debbe esser nato

a la luna mancante.

Filocrate.

Eh! Il poverino

non fu mai savio. Oh! Senti che si spurga.

Gli è caduto il cimurro: avria bisogno

de la scuffia de l'asino. Ah! ca! ca!

Bella cosa ch'è un pazzo!

Calonide.

Orsú! Va' via,

ché non pensasse mal: ché sai com'oggi

si vive al mondo.

Girifalco.

Io son mezzo aggirato.

Mi parve pur veder non so chi;

ed or si fugge; e sento in qua romore.

Qualche quistione è nata. Meglio è ch'io

ritorni in dietro, che non ritrovassi

quel che non vo cercando.

 

 

 


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