Agostino Ricchi
I tre tiranni
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ATTO I

SCENA VI Torna Fileno da casa di Artemona roffiana e racconta piú cose strane che v'ha veduto.

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SCENA VI

Torna Fileno da casa di Artemona roffiana e racconta piú cose strane che v'ha veduto.

 

Fileno, Crisaulo.

 

Fileno.

Addio, vecchiona. Parti che ne facci

a dritto ed a traverso? E poi al padrone

porta mille ciancette e vuol che creda

che questa sia la prima che ha venduto

e quel che fa sol faccia per servirlo,

come intera e da bene!

Crisaulo.

Ecco Fileno.

Ringraziato sia Dio. Che nuove porti?

che t'ha risposto? verrá qui istasera?

ha fatto nulla?

Fileno.

Non l'ho ancor trovata;

ch'era, m'han detto, andata fuori al monte

a cercar di certe erbe. Ho ben lasciato

che venghi, come giunge.

Crisaulo.

A chi parlasti?

Fileno.

A quei di casa, ché v'era una corte

che l'aspettava. Io so che quella strega

ha tutte le virtú cardinalesche

e l'arti liberali. Mi ricorda,

quand'entro in quella casa, de l'inferno,

a quel ch'ivi si vede.

Crisaulo.

Che dirai?

T'intendo ben. Sei stato fino a sera

, con qualche carogna che ha per casa,

ed or vuoi far la scusa.

Fileno.

Io non lo niego.

Ma non son giá carogne; ché, a la fede,

c'è di bei visi.

Crisaulo.

Tanto avestú fiato.

Fileno.

Vo' che vi venga, un tratto, e che tu veda

l'opre belle che fa questa tua arpia.

Il collo torto, il volto consumato,

quegli occhi lagrimosi accompagnati

con l'abito fratino e i paternostri

che sempre biascia inganneriano il tempo

che inganna ognuno.

Crisaulo.

Di' che cosa è questa,

se lo sai dire.

Fileno.

Io te ne dirò parte.

Tu vedi prima una casaccia antica

fatta al tempo de l'arca; e poi le stanze

fantastiche, affummate; e, per la casa,

vecchie sciancate che paion Creonte;

ed una infinitá di fanciullette

che tien (come faremmo noi i capponi

sotto la cesta) perché venghin belle.

E, quando poi son grasse e da qualcosa,

le vende, le trabalza e con danari

ne fa ogni derrata. Ivi tutte hanno

il lor proprio esercizio: una pesta ossa

e piú cose bizzarre; una crivella

le polveri e sementi; un'altra l'erbe

mette ne le strettoie e cava il sugo;

questa fa medicine; un'altra unguenti,

penso, da gambaracci e simil cose;

una è in lavar la trementina; e l'altra,

falserá sollimato e, con salnitro

e solforo, fará puzzar la casa.

E vedi poi, d'intorno, mille fatte

di lambicchi e campane da stillare,

bocce di vetro le piú contrafatte

del mondo. Ivi fornaci, scaffe e stufe,

orci, fiaschi, arbarelli e tarabaccole.

Per le fenestre fiori, erbe e sementi,

radici, zucche, zucchelle e pignatte,

laveggi, pignattini e speziarie

e cose strane. E ci vedrai d'augelli

piú membra; e piú animali scorticati;

e pelle e grassi e sangui come inchiostro;

unghie e capei morti.

Crisaulo.

Io son giá sazio.

Non mi dir piú, ti prego.

Fileno.

Odi ancor questa.

Oggi vidi stillare a una campana

che è fatta appunto com'un uom che s'abbia

le man miso in su' fianchi; che credetti

morir di rise. V'era cinque o sei

di quei visi affummati intorno al fuoco,

che parean le donzelle di Vulcano

giú nel regno di Dite. Ancor piú oltra

passando, vidi in una gran caldaia

il piú schifo belletto, che a la prima

mi fe' voltar lo stomaco a vederlo,

ove dicevano esser perle e gioie,

oro e coralli. Poi ne vidi un altro

d'un'altra fatta, che v'era ammarcito

un mondo d'uova e colombi favacci

e teste di castroni e pilpistrelli

e piú grassi e biturri e piú pastocchi

che qualche volta.

Crisaulo.

! Fornisse, un tratto.

Fa' che si ceni. Che ora può essere?

Fileno.

È passato di poco un'or di notte.

Entriamo in casa.

 

 

 


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