Agostino Ricchi
I tre tiranni
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ATTO I

SCENA VII Venendo di notte Filocrate a la posta a Lúcia e non vedendola, si pensa che una pignata, ove era steso un fassoletto, sia essa e non li voglia rispondere: onde se ne parte tutto pien di sdegno. Pilastrino, in questo, cercando Listagiro, si imbatte a veder tutto quello che fa Filocrate; ed apre piú la cosa e mostra che la cena si indugerá a l'altra sera per non aver trovato Listagiro.

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SCENA VII

 

Venendo di notte Filocrate a la posta a Lúcia e non vedendola, si pensa che una pignata, ove era steso un fassoletto, sia essa e non li voglia rispondere: onde se ne parte tutto pien di sdegno. Pilastrino, in questo, cercando Listagiro, si imbatte a veder tutto quello che fa Filocrate; ed apre piú la cosa e mostra che la cena si indugerá a l'altra sera per non aver trovato Listagiro.

 

Filocrate solo, Fronesia fante a la fenestra, Pilastrino.

 

Filocrate.

E ch'io mi sia ingannato

non può giá star; ché questa è pure appunto

l'ora che m'ordinò. Vo' ritornare

un'altra volta. Vincer pur devrebbe

la lunga servitú, la mia pazienza

cruda mente. Visch'! visch'! isch!

Oh! Eccola; è venuta. Pensai bene:

ché, s'io non ritornava, forse ch'ora

s'andava al letto; c'ha la scuffia in testa.

Guarda come riluce! T'ho aspettato

qui, giá tre ore. Io non credo che pensi

a me, se non a caso; e, per quai merti,

o qual mio fallo, mi sei crudele?

Ci debbe esser di nuovo qualche amante

che ti de' tôr di mente la mia fede,

l'amor, la servitú che tanto tempo

hai visto in me.

Fronesia.

Chi sento giú? È Filocrate.

Ma con chi parla?

Filocrate.

Prego che mi dica

la cagion del tuo indugio perché dentro

giá 'ncominciava a sentir tanto sdegno

che forse anco avrei preso de' partiti.

Non vo' dire altro.

Fronesia.

Odi. Costui vaneggia.

Oh! Va', ché tu m'hai pien del tuo cervello.

Parla con l'aere.

Filocrate.

Tu non mi rispondi,

Lúcia? A chi dico? E' non sta però bene

far tanto strazio di chi sai che t'ama

piú che la vita propria. Aimè, che torto!

Lúcia, ti prego, attende a quel ch'io dico.

Non mi lasciare andar cosí istasera

beffato a casa, ch'io ti do mia fede

che te ne pentirai.

Fronesia.

Oh! co! co! Parla

a una testaccia, che v'ho steso sopra

un fassoletto.

Filocrate.

Aspetto ancora alquanto,

se ti muove piatá.

Fronesia.

Puoi aspettare.

Chi nasce matto non guarisce mai.

Il mal tuo non è a lune.

Filocrate.

Deh! Se mai

ti venne in cuor del mio lungo servire

poco ricognosciuto e de la fede

e di quanto per te giá mai soffersi

amando e di giá tanti spesi giorni

ne' tuoi servigi render qualche cambio,

mostrami tutto in questo; e fammi grazia

d'una parola.

Fronesia.

Ve' che bella predica!

Cosa appunto da lui, oh! far l'amore

a una pignata e voler convertirla

con belle parole!

Filocrate.

Aimè! che in vano

prego un sasso, una tigre e mi querelo.

Altronde porti i miei lamenti il vento;

ch'io mi risolvo al tutto di cangiarmi

di sentimento, poi che piace al cielo.

La prima non è giá, ma ben fia forse

l'ultima. , che ancor ne piangerai!

Fronesia.

Oh! Sta', ché si scorruccia. Voglio andare,

ch'io creperei. Tratterrò in tanto Lúcia,

ché non venisse a sorte a la fenestra

e guastasse la torta. Oh! co! co! co!

Filocrate.

Abbi speranza in donne! abbi in lor fede!

credeli il paternostro! Ahi reo costume!

Chi tanto ha posto in voi di falso e vano?

tanto di crudo, iniquo, acerbo ed empio?

Chi vi ci fa suggetti? Ma che! Forse

la sorte mia, perché non peni sempre,

sempre non mi ritrovi in quello errore

in che ora sono e perché n'esca un tratto,

mi governa. Assai mi fia acquistato,

questa sera, d'aver l'empia natura

cognosciuto di voi. Prometto a Dio,

per l'avenir, come foco e veleno

e mortal peste, di fuggirvi sempre.

Troppo era lieto de la mia fortuna

che, sovr'ogni altra cosa desiata,

ti m'avea dato. Ma cognosco or chiaro

che tutto era a la mia futura vita

amaro tòsco; perché, alfin, tai frutti

si ricoglie di voi e di tai fiori

tai fronde e rami suol vostra radice

produr fra noi. Pianta empia, rea, mal nata!

Che 'l ciel la sterpi. Ma di Giove l'ira

a tanta iniquitá punire è tarda.

Venga almen, poi, cosí grave e focosa

che n'arda anca il terren con le radici.

Voglio, prima, di questo consigliarmi

con Sofomide mio. E, se ci è via

che la possa lasciar, che a l'onor mio,

mancando, non mancassi, anzi morire

son risoluto che mi ponga in casa

un drago tal, velenosa vipera

m'allevi in seno.

Pilastrino.

Io sono stato un'ora

a sentir questo pazzo. Che può avere?

Tanti lamenti e tante bravarie!

Debbe esser, certo, a la fenestra Lúcia,

ché fa lo squartator; Vo' fare anch'io

l'amore. È quella? Sta'. Non è? È pur dessa.

Dico non è, potta de la fortuna!

ch'è, credo, una pignata. Oh! co! co! co!

Io so che l'è col manico. La voglio

puor fra le cose del piovano Arlotto:

come quell'altra che fece Listagiro

per uscir di prigion; che si fe' morto

e, quand'il portâr fuori a sotterrarlo,

se ne fuggí, pestato prima il volto

a un di quegli sbirri che 'l portavano

con un gran pugno. Or veggio ben che Amore

fa travedere appunto a questi sciocchi

come fa 'l vino a me. La vo' contare

in piú di cento luoghi, anzi ch'io dorma.

Io lancio de la fame; ché ho cercato

quest'altro parasito tutto il giorno.

Or mi risolvo che non è possibile

che ceniamo istasera. E che 'l vecchione

impari, un tratto, a fare a la civetta

in terzo con duo mastri di rapina!

Forza è che l'indugiamo un vantaggio

per farla netta; ché a trovar Listagiro

non basteria 'l piú valente pilotto

che guardi carta. Io so che in Pizzimorti

non è stato oggi; e ancora in Fiaccalcollo

né in Gattamarcia non è capitato.

Sempre che abbiam da far qualche bel tratto

par che intravenga questo. Fia forse ito

verso 'l tinel del cardinal de' Medici

a cortegiare il cuoco. Oh! Quel signore

devria adorar ciascun, poi che senz'esso

ogni virtú mendicherebbe un pane,

come soleva, nunc et usque in seculi.

Io mi muoio di fame; ed ho pensato

di stendermi in fin , dove, se 'l truovo,

scroccherò prima anch'io, poi daremo ordine

a questo offizio per diman da sera.

Lasciami caminar, perché a la mensa

beati primi.


 

 

 


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