Agostino Ricchi
I tre tiranni
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ATTO II

SCENA III Pilastrino e Listagiro vengono, avanti ora di cena, da Girifalco, temendo che, per la troppa roba comprata, il vecchio fosse sdegnato; e, trovandolo meglio disposto, Listagiro li guarda la mano; e partensi con ordine di tornare a ora di cena.

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SCENA III

 

Pilastrino e Listagiro vengono, avanti ora di cena, da Girifalco, temendo che, per la troppa roba comprata, il vecchio fosse sdegnato; e, trovandolo meglio disposto, Listagiro li guarda la mano; e partensi con ordine di tornare a ora di cena.

 

Pilastrino, Girifalco, Listagiro parasito.

 

Pilastrino.

Buona sera, messere.

Girifalco.

Oh! Siate i ben venuti, i miei figliuoli!

Ben mi pareva d'avervi sentito;

e però son venuto in su la porta

ad incontrarvi.

Pilastrino.

Come sta la cena?

Girifalco.

Sará in ordine a l'ora; ma, se pensi

di trattarmi cosí...

Pilastrino.

Perché?

Girifalco.

Spendesti

piú di mezzo il ducato.

Pilastrino.

Non è vero.

Eccoci a brontolare. Ah discrissione!

Orsú! Fa' che beviamo almeno, un tratto,

acciò che meglio possiam ragionare

senza seccarci.

Girifalco.

Pilastrin, piú regola.

Non è poi meraviglia se stai sempre

malsano perché nuoce fuor di modo

il ber cosí ad ogni ora; ché, nel corpo,

fa come, in un laveggio, mentre bolle,

puor l'acqua fredda che toglie il bollire:

onde nascon di poi l'infermitá,

come tu vedi.

Pilastrino.

Oh! co! co! Chi sentisse

parlar costui del modo e de la via

del non mangiarber non penserebbe

che fosse un Ippocrasso o un Gallinello?

Cosí c'è dotto!

Girifalco.

Per grazia di Dio,

sempre ho trovato che mi giova assai

non m'acciarpare. E vedi che ho passato

di molto il tempo che la maggior parte

non suol passare. Ma che c'è di nuovo?

In piazza che si fa?

Pilastrino.

Si vende e compra

de' frutti e de l'erbette; e qui di nuovo

avrem da cena.

Girifalco.

Tu sei sempre in berta.

Pilastrino.

Vuoi ch'io ne dica un'altra?

Girifalco.

, di grazia.

Pilastrino.

Questo ci abbiam di nuovo: che Crisaulo

fa del suo resto; ed or, per questa giostra,

apparecchia livree d'argento e d'oro,

infin per gli staffieri; ed ha comprato

ora un corsier cinquecento ducati.

Pensa se è bello!

Girifalco.

Tu non di' da vero.

E come 'l sai?

Pilastrino.

Ti voglio dir la cosa.

Passava ier da casa di Calonide.

Ed erano ivi aspettarlo a la porta

duo servi o tre. E mi fermai con loro,

alquanto, a ragionare; e intesi questo

con mille altre grandezze che di nuovo

fa per colei.

Girifalco.

Oimè! che mala nuova

è quella che mi porti, sciagurato!

Poi non debbe esser vero; e tu lo dici

per vedermi morire.

Pilastrino.

Oh! tu ti cangi

cosí di cera! E' par che abbi paura

di quel marcetto. N'è ben gran pericolo

che ti scavalchi!

Girifalco.

Or to' questi ristori,

Girifalco meschino. E , fu vero?

Era pur dentro in casa quel tignoso?

Vedesti 'l tu?

Pilastrino.

, vidi poi a l'uscire,

che fu in sul buio; ma non so giá dirti

quel che v'avesse fatto.

Girifalco.

Aimè tapino!

Perché voglio piú viver? Prego il cielo

che faccia in modo ch'io mi rompa il collo

prima ch'abbi a morir di questa morte.

Cara la vita mia, non ti ricordi

giá piú di me. Tu mi fai pur gran torto,

ché sai che 'l primo non ti cercava.

E tu ti innamorasti cosí forte

di me che non vivevi ben quel giorno

che non facevi dirmi qualche cosa.

Listagiro.

Lascia pur: ti trarem questi pensieri.

Girifalco.

Ed ora, che t'ho posto un poco amore,

sei ritrosa! E forse ancor mi cambi

per una nebbiarella. Che se, un tratto,

mi fra l'unghie, ne vo' fare appunto

quel che fo d'un pidocchio. Oh! ah! ca! ca!

Che sará poi?

Pilastrino.

Del tuo resto, s'io posso.

Girifalco.

Ghiottoncella, che m'hai cavato il fiato!

Ma ti voglio cavare a te de gli occhi

quel riso e quelle frasche.

Pilastrino.

E però è buono

che sia venuto qui questo mio amico;

perch'è persona che ti saprá dire

la cosa come sta e forse trarti

d'ogni tuo affanno.

Girifalco.

E che induggiamo, adunque?

Pilastrino.

Non si può far, di giorno. Poi, istasera,

dipoi cena, potrem mettervi mano

e far qualcosa buona. E, perché veda

ora qualcosa, mostrali la mano.

Guarda, maestro Abraham.

Listagiro.

Per contentarvi.

Girifalco.

Ecco. Guarda, maestro, se a' tuoi giorni

vedesti man bella e dilicata,

colorita e ben fatta.

Listagiro.

Bella, bella,

se Dio mi guardi. Tu non debbi molto

curarla con saponi ed acqua fresca,

per ordinario.

Girifalco.

, quando è l'estate.

Listagiro.

E 'l verno?

Girifalco.

Maffenò, ché allor mi lavo

sol con la calda.

Listagiro.

Ho veduto a la prima.

Oh bella vita! oh bei monti! oh begli anguli!

oh che bei segni! oh! gran particolari

v'è da vedere! Io, per me, mai non vidi

la piú felice man. Guarda, messere.

Non voglio far come che soglion certi

che dicon mille cose, poi fra tutte

non si ricoglie un vero. Io sempre dico

qualche particolar che sia notabile

e lascio le lunghezze. La man, prima,

è bella com'un cesso.

Girifalco.

Come «un cesso»?

Listagiro.

Attendimi, se vuoi. Dissi: non cesso

di veder tuttavia cose piú belle

quanto piú guardo. Quando non mi intendi,

talor, non ti curar; ché ora non puoi

esser tanto capace.

Pilastrino.

Orsú! Incomincia.

Listagiro.

Prima, per quello che si può vedere,

hai una vita lunga piú che n'abbi

altra visto giá mai. Viverai tanto

che, per vecchiezza, debbi andar carpone

per terra con le mani e verrai sordo,

orbo ed attratto: ma v'è tempo ancora

piú d'ottant'anni.

Girifalco.

Oh! Quello andar carpone

che non sia qualche mal! ché non ne ho visto

alcun cosí.

Listagiro.

Perché intraviene a pochi

tanto invecchiare. E non è poi gran cosa,

quand'altri si ci avvezza.

Girifalco.

E come è questo?

haine mai tu veduti?

Pilastrino.

Van per terra

co' piedi e con le man, per la vecchiezza,

come i cavalli e, quasi ogni stimana,

bisogna ancor ferrargli; ché, altrimenti,

per i gran calli che han sotto a le piante,

non potrian bussicarsi.

Girifalco.

Uimei! Che sento?

E mi bisognerá mettere ai piedi

i ferri con i chiodi?

Listagiro.

; ma in modo

che non posson far mal, perché quei calli

vengono appunto duri com'un'unghia

d'un cavallo e, se ben v'entrano i chiodi,

non si posson sentir.

Girifalco.

Dio me ne guardi!

Ché vo' inanzi morir dieci anni prima

che venire a cotesto; ché, in un giorno,

mi romperian le calze e gli scappini:

e forse mi dorriano.

Listagiro.

A questo, allora,

in qualche modo provederem noi.

La tua vita sará lieta e felice,

benché, per il passato, l'abbi avuta

alquanto travagliata; ché sei stato

uomo di grande ingegno e penso ch'abbi

fatto gran robba.

Girifalco.

Eh! cotesto, non molto:

ché sempre mai si spende e poi 'l guadagno

non risponde a un gran pezzo.

Listagiro.

E poi tu spendi

liberalmente, ché sei uomo largo.

Pilastrino.

, tanto! nel forame.

Listagiro.

Ancor non penso

ch'abbi figliuoli; ma, in fra poco tempo,

ti se n'aspetta (per quello che mostrano

quelle linee che vedi in fra quei monti

che fan duo stelle) duo maschi a la fila,

perché si fa la congiunzion di Giove

ne la casa di Venus. E di questo

allegrati perché, per via di madre,

nasceran di bellissima progenie.

Al nascimento lor, che non c'è forse

mille anni, ti dirò de la lor vita

cose grandi. E, se questo non ti fosse

destinato dal ciel, giudicherei

che tu venissi, un tratto, ne la Chiesa

un gran privato.

Girifalco.

Cardinale? o che?

Listagiro.

Forse che ; perché, giri a suo modo

il ciel, che ti s'aspetta poi in vecchiezza

felicitá.

Girifalco.

Se vien fatta quell'altra,

non vorrei esser papa.

Pilastrino.

Oh scempionaccio!

Ti trarrem ben l'amor.

Listagiro.

E de la vita

sei talora infermiccio; ma 'l tuo ingegno

vede di dai monti.

Girifalco.

Questo è vero:

ché, quando voglio fare una cosa io...

Orsú! Non vo' lodarmi. Di persona

non son giá infermo: ché, da questa poca

di gotta in fuori e certo mal di rene

e la pietra, che è giá forse vent'anni

che la sento, con questo catarretto...,

oh! co! co!...

Pilastrino.

Ti dia Iddio.

Girifalco.

... aiuti anche a te...

... mi sto assai bene.

Listagiro.

Orsú! Tien questo a mente.

Tu déi venire, anzi che passi troppo,

al desiato fin d'una tua impresa:

e fia per la virtú di duo pianeti

le cui opposizion debbon pure ora

mancare al fin di questa nuova luna.

E le cose che son giá lungamente

desiate verranno a buoni effetti.

Però sia allegro. Or non vo' qui discorrere

il ciel di cerchio in cerchio e i loro aspetti.

Ma ho detto appunto.

Pilastrino.

Basta. È da vantaggio.

Diamo una volta in piazza.

Girifalco.

Io non potrei,

maestro, ringraziarti a la metá

di quel che...

Listagiro.

Lascia andare or le parole.

Ringrazia il cielo che ci ha fatti degni

di tanta sua virtú.

Pilastrino.

Studia la cena.

Girifalco.

Non furia, Pilastrino, perché Orgilla

mal può sola conciar tante vivande

quanto comprasti.

Pilastrino.

Avresti da allegrarti

e tenerti felice, che ho provisto

robba a bastanza: ch'io ti so dir certo

che t'avremmo mangiato al manco mezza

cotesta tua giubbessa in su le spalle

e da mano e nel petto; che sarebbe

com'un presciutto appunto.

Listagiro.

Oh! co! co! co!

Tu mi farai crepare. E la berretta?

Non n'hai fatto menzion. Che par caduta

nel catin de la morca di dogana

e sarebbe bastante a cento frati

de l'Osservanza a condire un minuto

di duo caldaie.

Pilastrino.

Quel si ci intendeva.

 

 

 


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