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ATTO II SCENA III Pilastrino e Listagiro vengono, avanti ora di cena, da Girifalco, temendo che, per la troppa roba comprata, il vecchio fosse sdegnato; e, trovandolo meglio disposto, Listagiro li guarda la mano; e partensi con ordine di tornare a ora di cena. |
SCENA III
Pilastrino e Listagiro vengono, avanti ora di cena, da Girifalco, temendo che, per la troppa roba comprata, il vecchio fosse sdegnato; e, trovandolo meglio disposto, Listagiro li guarda la mano; e partensi con ordine di tornare a ora di cena.
Pilastrino, Girifalco, Listagiro parasito.
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Oh! Siate i ben venuti, i miei figliuoli! Ben mi pareva d'avervi sentito; e però son venuto in su la porta ad incontrarvi. |
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Come sta la cena? |
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Perché? |
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Non è vero. Eccoci a brontolare. Ah discrissione! Orsú! Fa' che beviamo almeno, un tratto, acciò che meglio possiam ragionare senza seccarci. |
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Non è poi meraviglia se stai sempre malsano perché nuoce fuor di modo il ber cosí ad ogni ora; ché, nel corpo, fa come, in un laveggio, mentre bolle, puor l'acqua fredda che toglie il bollire: onde nascon di poi l'infermitá, come tu vedi. |
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parlar costui del modo e de la via del non mangiar né ber non penserebbe che fosse un Ippocrasso o un Gallinello? |
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sempre ho trovato che mi giova assai non m'acciarpare. E vedi che ho passato di molto il tempo che la maggior parte non suol passare. Ma che c'è di nuovo? In piazza che si fa? |
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Tu sei sempre in berta. |
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Vuoi ch'io ne dica un'altra? |
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Questo ci abbiam di nuovo: che Crisaulo fa del suo resto; ed or, per questa giostra, apparecchia livree d'argento e d'oro, infin per gli staffieri; ed ha comprato ora un corsier cinquecento ducati. |
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Ti voglio dir la cosa. Passava ier da casa di Calonide. Ed erano ivi aspettarlo a la porta duo servi o tre. E mi fermai con loro, alquanto, a ragionare; e intesi questo con mille altre grandezze che di nuovo fa per colei. |
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è quella che mi porti, sciagurato! |
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Oh! tu ti cangi cosí di cera! E' par che abbi paura di quel marcetto. N'è ben gran pericolo che ti scavalchi! |
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Girifalco meschino. E sí, fu vero? |
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che fu in sul buio; ma non so giá dirti quel che v'avesse fatto. |
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Perché voglio piú viver? Prego il cielo che faccia in modo ch'io mi rompa il collo prima ch'abbi a morir di questa morte. Cara la vita mia, non ti ricordi giá piú di me. Tu mi fai pur gran torto, ché sai che 'l primo dí non ti cercava. E tu ti innamorasti cosí forte di me che non vivevi ben quel giorno che non facevi dirmi qualche cosa. |
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Ed ora, che t'ho posto un poco amore, sei sí ritrosa! E forse ancor mi cambi per una nebbiarella. Che se, un tratto, mi dá fra l'unghie, ne vo' fare appunto quel che fo d'un pidocchio. Oh! ah! ca! ca! Che sará poi? |
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Del tuo resto, s'io posso. |
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Ghiottoncella, che m'hai cavato il fiato! |
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E però è buono che sia venuto qui questo mio amico; perch'è persona che ti saprá dire la cosa come sta e forse trarti d'ogni tuo affanno. |
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E che induggiamo, adunque? |
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Non si può far, di giorno. Poi, istasera, dipoi cena, potrem mettervi mano e far qualcosa buona. E, perché veda |
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Per contentarvi. |
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Ecco. Guarda, maestro, se a' tuoi giorni vedesti man sí bella e dilicata, colorita e ben fatta. |
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se Dio mi guardi. Tu non debbi molto curarla con saponi ed acqua fresca, per ordinario. |
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Ho veduto a la prima. Oh bella vita! oh bei monti! oh begli anguli! oh che bei segni! oh! gran particolari v'è da vedere! Io, per me, mai non vidi la piú felice man. Guarda, messere. Non voglio far come che soglion certi che dicon mille cose, poi fra tutte non si ricoglie un vero. Io sempre dico qualche particolar che sia notabile |
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Come «un cesso»? |
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Attendimi, se vuoi. Dissi: non cesso di veder tuttavia cose piú belle quanto piú guardo. Quando non mi intendi, talor, non ti curar; ché ora non puoi esser tanto capace. |
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Prima, per quello che si può vedere, hai una vita lunga piú che n'abbi altra visto giá mai. Viverai tanto che, per vecchiezza, debbi andar carpone per terra con le mani e verrai sordo, |
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che non sia qualche mal! ché non ne ho visto alcun cosí. |
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Perché intraviene a pochi tanto invecchiare. E non è poi gran cosa, quand'altri si ci avvezza. |
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E come è questo? |
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co' piedi e con le man, per la vecchiezza, come i cavalli e, quasi ogni stimana, bisogna ancor ferrargli; ché, altrimenti, per i gran calli che han sotto a le piante, non potrian bussicarsi. |
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che non posson far mal, perché quei calli vengono appunto duri com'un'unghia d'un cavallo e, se ben v'entrano i chiodi, non si posson sentir. |
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Ché vo' inanzi morir dieci anni prima che venire a cotesto; ché, in un giorno, mi romperian le calze e gli scappini: e forse mi dorriano. |
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A questo, allora, in qualche modo provederem noi. La tua vita sará lieta e felice, benché, per il passato, l'abbi avuta alquanto travagliata; ché sei stato |
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Eh! cotesto, non molto: |
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E poi tu spendi liberalmente, ché sei uomo largo. |
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Ancor non penso ch'abbi figliuoli; ma, in fra poco tempo, ti se n'aspetta (per quello che mostrano quelle linee che vedi in fra quei monti che fan duo stelle) duo maschi a la fila, perché si fa la congiunzion di Giove ne la casa di Venus. E di questo allegrati perché, per via di madre, nasceran di bellissima progenie. Al nascimento lor, che non c'è forse mille anni, ti dirò de la lor vita cose grandi. E, se questo non ti fosse destinato dal ciel, giudicherei |
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Cardinale? o che? |
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Forse che sí; perché, giri a suo modo il ciel, che ti s'aspetta poi in vecchiezza |
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Se vien fatta quell'altra, non vorrei esser papa. |
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Oh scempionaccio! |
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E de la vita sei talora infermiccio; ma 'l tuo ingegno |
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Questo è vero: ché, quando voglio fare una cosa io... Orsú! Non vo' lodarmi. Di persona non son giá infermo: ché, da questa poca di gotta in fuori e certo mal di rene e la pietra, che è giá forse vent'anni che la sento, con questo catarretto..., |
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... aiuti anche a te... ... mi sto assai bene. |
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Tu déi venire, anzi che passi troppo, al desiato fin d'una tua impresa: e fia per la virtú di duo pianeti le cui opposizion debbon pure ora mancare al fin di questa nuova luna. E le cose che son giá lungamente desiate verranno a buoni effetti. Però sia allegro. Or non vo' qui discorrere |
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Io non potrei, maestro, ringraziarti a la metá di quel che... |
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Ringrazia il cielo che ci ha fatti degni di tanta sua virtú. |
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Non furia, Pilastrino, perché Orgilla mal può sola conciar tante vivande quanto comprasti. |
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Avresti da allegrarti e tenerti felice, che ho provisto robba a bastanza: ch'io ti so dir certo che t'avremmo mangiato al manco mezza cotesta tua giubbessa in su le spalle e da mano e nel petto; che sarebbe com'un presciutto appunto. |
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Tu mi farai crepare. E la berretta? Non n'hai fatto menzion. Che par caduta nel catin de la morca di dogana e sarebbe bastante a cento frati de l'Osservanza a condire un minuto |
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Quel si ci intendeva. |