Agostino Ricchi
I tre tiranni
Lettura del testo

ATTO II

SCENA V Artemona, trovato Crisaulo, li narra quello che è seguito de la sua imbasciata e lo lascia mentre egli si lamenta d'Amore: in che poi forte crescendo, preso da uno accidente di cuore, si vien meno; e, per una orazione di Fileno suo servo fedele, ritorna.

«»

SCENA V

 

Artemona, trovato Crisaulo, li narra quello che è seguito de la sua imbasciata e lo lascia mentre egli si lamenta d'Amore: in che poi forte crescendo, preso da uno accidente di cuore, si vien meno; e, per una orazione di Fileno suo servo fedele, ritorna.

 

Artemona, Crisaulo, Fileno.

 

Artemona.

Io non pensava

piú di trovarti.

Crisaulo.

Eccomi qui. Che nuove?

Artemona.

Cattive e dolorose.

Crisaulo.

Aimè! Son morto.

Contami il tutto.

Artemona.

Eh! Non cosí cattive

che nochin con effetto, ché vedrai

che te la vo' domar; ma, per adesso,

si mostra aspretta.

Crisaulo.

Sará tanto, al fine,

ch'io ne morrò. Dimmi come è passata,

di punto in punto.

Artemona.

Oggi vi sono stata:

e la fante mi la ha fatto parlare,

sotto quelle camicie; ed io da lunge

mi mossi per ordir la buona tela.

Ma costei se n'accorse nel principio:

onde mi colse ben, ché è gran ventura

ch'io ne sia ritornata senza offesa.

Ma ancor, per questo, non aver pensieri;

ché, anco che crepi, le vo' trar del capo

la bizzarria.

Crisaulo.

Ben l'avev'io pensato:

ché la cognosco per la piú crudele,

la piú ingrata e scortese che nascesse

mai sotto il cielo. Ahi lasso sfortunato!

Questo è 'l buon guidardon di tanta fede?

Deh non foss'io mai nato!

Artemona.

Taci, dico.

Ascolta.

Crisaulo.

, s'io posso: ch'io mi sento

mancar l'anima dentro. Ma che fia?

Dopo tanta miseria, al fine, un giorno

verrá pur lieto e, dopo tante morti,

una che mi trarrá di questi affanni.

Questo s'acquista.

Artemona.

E va'; riserba altrove

tanta disperazion: ché, se sapessi

il lor cervello come è dentro fatto,

com'io so giá per mille, non potresti

se non sperar. Ti giuro, sopra questa

anima peccatrice, ch'io la tengo

piú sicura che s'io l'avessi in casa.

Ché, a dire il vero, non è cosa al mondo

varia e ad ogni vento tanto mobile

quanto è la mente lor. Nulla è si stabile

in lor che non si muti poi col tempo

e con ingegno ed arte.

Crisaulo.

Io ben lo provo.

Orsú! Vo' che mi dica che ti pare

che abbiamo a fare; e cosí governarmi,

se per me si potrá.

Artemona.

Non ho tempo ora,

ché ti direi una mia fantasia

sopra di questo; ma ci voglio meglio

pensar. Lascia, ch'io vengo infra duo giorni

con qualche aiuto. Fa' che, in questo mezzo,

tu non ti pigli affanno.

Crisaulo.

Iddio volesse

che lo potessi far!

Artemona.

Fa' di sforzarti.

Crisaulo.

Deh! Perché non poss'io tante parole

formar col pianto o, co' sospiri ardenti,

dar tanto di valore a questi venti

che al cielo ancor de l'acerbe mie pene

giunga pietade? Ché giá qui mi pare

ch'ogni cosa mortal meco s'attristi,

meco pianga e sospiri e mostri in vista

di compassion sembiante; se non quella

che sol desia vedere in mezzo agli anni

quest'alma spenta. E giá condotta è a tale

che poco manca che dura vita

non abbandoni e si ritorni ignuda

al suo Fattor.

Fileno.

Caro padrone, affrena

questi tuoi pianti. Tu vuoi pur far lieti

i tuoi nimici e noi sempre tenere,

miseri, in duolo. Se non vuoi aver cura

a te medesmo, abbi almanco rispetto

a noi; che piú t'amiamo e piú nel cuore

abbiam le tuoi passion, gli affanni e pene

che piú ci affliggon che le nostre istesse.

Prendi questo leuto; e, per uscire

di tanto duolo, fa' che suoni e canti

qualche canzone allegra.

Crisaulo.

Altro non posso

cantar se non di quel che dentro il cuore

mi muoverá.

Fileno.

! Non star piú; ch'io senta.

Crisaulo.

 


«»

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on touch / multitouch device
IntraText® (VA2) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2011. Content in this page is licensed under a Creative Commons License