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ATTO III SCENA I Listagiro e Pilastrino fanno uno incanto piacevole al vecchio il quale, per mezzo di quello, pensa, la sera, godersi di Lúcia; e, fattolo stracinare ai diavoli e leggatolo sotto una scala, gli svaligian la casa e rompengli i forzieri e escon fuori carichi di robbe con i sacchetti in mano dei danari. |
ATTO III
SCENA I
Listagiro e Pilastrino fanno uno incanto piacevole al vecchio il quale, per mezzo di quello, pensa, la sera, godersi di Lúcia; e, fattolo stracinare ai diavoli e leggatolo sotto una scala, gli svaligian la casa e rompengli i forzieri e escon fuori carichi di robbe con i sacchetti in mano dei danari.
Listagiro, Pilastrino, Girifalco.
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O Pilastrino, non mi stringer a questo perché sai che la Chiesa lo vieta. E, se qualcuno m'accusasse al Vicario, che sarebbe atto a tenermi che non ruinassi? So come fanno. |
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Tu puoi pur pensare che, se ben non sapessi la natura di quest'uomo da ben, non ardirei dimandarti tal cosa; ma, per altro, l'ho cognosciuto esser sí liberale e per l'amico che vo' che tu 'l serva |
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Io ti credo ogni cosa. Ma questo tu sai pur che non si puote fare in un punto, come pensa, forse: perché bisogna prima comandare che sia portata; e poi far ch'ogni notte venga da sé, senza mandar per lei. E questo poi non manca. Giá lo feci per uno ambasciator di Portogallo che mi donò cinquecento ducati in tanti razzi: e feci che, in un'ora, l'ebbe nel letto. |
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ché è ben persona, questo gentiluomo, da farti il tuo dovere. |
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Io t'imprometto, se fai ch'io l'abbia in letto, di vestirti tutto da capo a piè, senza mille altre cose ch'io ti darò. Tu avrai prima tanto guarnel che fará un bel giubbone, che era fodra d'un saio di mio padre; ed un paio di calze di scarlatto a martingala, ch'ebbi dal Gonnella, che ne l'avea donate il duca Borsio, e non son fruste che un poco al ginocchio; ed un par di pianelle come queste, |
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Che ti pare? |
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Io son forzato, poi che ti veggio esser cosí magnanimo. |
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Son ben qui presso. |
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Ordina, adunque, come t'ho insegnato, ogni cosa ivi in terra. Truova i cuori di colombi e di gufi; e ben rassetta tutti quegli instrumenti e quei sacchetti e libri; e fa' da te quella orazione. E consacra la casa in ogni canto con quei licori. E troverai quel sangue |
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Come sei ben gagliardo in su le gambe? ché, a questo, non si siede. |
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ché sto tal volta in piedi un'ora in piazza, senza avervi che fare. Or pensa! A questo, |
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Oh bene! E de le braccia salci. Ella è la vite che a le tue palanche |
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E noi i lavoratori che ricoglion il vin senza sementi, sol per zappare e saper ben congiungere |
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ch'io te la do istasera in ogni modo anzi che vadi al letto; e poi l'avrai, ogni sera, invisibile. E potrebbe venirti ancora in odio per il troppo, ché sei pur vecchio. |
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quest'occhi, questa vita e queste membra che quel bocchin. |
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Ci penserai poi tu. Quanto tempo è che non sei confessato? ché questo impediria. |
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Mi confessava... non mi ricordo quando. |
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avedimento a velargli la fronte perché possa durare e, per le varie cose, non s'abbarbagli e, all'apparire |
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Fate voi quel che vi pare il meglio. Ma, di grazia, in che forma verranno? |
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Chi d'animai, chi di donne e di pesci piglian la pelle; e chi ne la lor propria vengono e son sí brutti che tremare fanno in fine al solaio di paura; e cosí in altri modi. E farti male non posson, se di giá tu non parlassi; ché allor ti salirian tutti a la pelle. Pur, non ti farian mal; ma forse avresti qualche paura. E, se pur tu volessi segnarti o chiamar Dio, tien bene a mente |
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E come ho a dire? Satenasso? Così, pian piano? o forte? Questo non ci verrá? |
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Hai giá imparato. Ma chiamane un altro, se questo non vi fosse. |
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Tutto sta bene. Si può incominciare. |
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E voi sarete |
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Appunto! Questo nol possiam far. No, no. Mutarci in diavoli? Lascia pure andar tutti questi dubbi; e dispuonti a la cosa. |
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Eccomi qui. Cari fratelli, mi vi raccomando |
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Or ciascun taci. Férmati in questo cerchio; ed avertisci di non parlar, se non come t'ho detto. Miástor, ániptos chiè dolichóschios, teostighìs, cantílios chiè nodòs, móscos apalotrephìs chiè ámpelos frenomoròs, gereòs chiè phalacròs, te claudo in hoc circulo et te invoco, exorcizo et tibi ac tuis impero, cum caracteribus vestri nominis istum perditum. E, per la gran virtú di questi nomi tuoi, con le caterve de la tua compagnia, fa' che ne venga e porti Lúcia inanzi che trapassi a l'orologio il termin di tre ore. Fa' che tu non ti muova. Sta' piú ardito su la vita. |
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Tien questa. |
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Auturgòs, chrismodòs, agauròs, criòs, cladéutir, inófliz, antíphron, lícnos chiè áutis táchistos, attende in tuo circulo et argue, invoca, increpa omnes demones a Sathana usque ad Saraboth: nec deerit tibi virtus et vis in mei nomine. Lascia pur del cielo, de la terra, de l'erbe e de le piante le natural virtudi; e stringe forte chi ti crede per forza, ché in fra poco verrai un altro uomo. |
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Sta', Girifalco, se ben fossi tócco: ché vengono or. |
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sapròs, hipnilòs, philárghiros, chriódis... |
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Non poteva piú star. Mi portan via, a l'inferno. Oimei! Orgilla! Aiutami. Son morto. Oh! |
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epióntes. Riportatel qua nel cerchio. Fate che non vi ponga tutti quanti ne le catene. Parvi che sia giusto |
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Oimei, anima mia! ché sarò morto prima ch'io t'abbi. |
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Misericordia! Oimè! O Pilastrino, |
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Mi portano ancor me. |
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Una testa di cera, s'io ne scampo. Ribbaldella, sarai pur di me sazia, che sei cagion di questo. O Satenasso, perché mi legghi sí le mani e i piedi? Lasciami, priego, ritornare a casa, ché non sono ancor morto. E ti prometto di mutar vita ed andare in un bosco a mangiar l'erba e farmi un uomo santo. Oimè! che la corata mi si schianta di doglia; ché giá sento, in fin di qui, rompere i miei cascioni che i vicini denno rubbarmi. Che sia maladetto mio padre e la mia madre e la mia balia che non mi soffocorno quando nacqui, per venire a tal punto! Ah, vita mia! Dove debbe essere or quel boccolino? Se tu 'l sapessi, di tanta disgrazia, l'avresti pur per male. Oimei! O Lúcia! Oimei! M'han rotto un braccio. Oimè! la testa. |
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Fa' in modo, Pilastrin, che non vegnamo a le mani in fra noi. |
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Partirem tutto. Nettiam pur presto. |