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ATTO III SCENA V Pilastrino si viene a rallegrare con Crisaulo e mostrali un sacchetto di scudi; e poi si parte da lui per andargli a sotterrare. |
SCENA V
Pilastrino si viene a rallegrare con Crisaulo e mostrali un sacchetto di scudi; e poi si parte da lui per andargli a sotterrare.
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meco, Crisaulo. |
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Di cotesti panni a la civile? |
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Voglio che noi ridiam, se mi prometti di tacer sempre. |
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ch'io non ti intendo. |
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Quello innamorato, quel nostro amico, mentre che aspettava che gli fosse portato la sua dea, la sera, a letto, per negromanzia, |
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Fatti in qua. Che son questi? M'è ingrossato |
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Ed è vero? Come non è crepato di passione, il poverino? |
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L'ho pensato sempre, in questa intrinsichezza, che a la fine li mostreresti quel ch'è l'impacciarsi con Pilastrini. Io so che, questa volta, tu l'hai saputa far senza mollette. Ma, a dire il ver, la ladroncellaria è troppa grande. |
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Chi non gli avesse fatto un tale scherzo, non avria mai imparato in questo mondo come si vive, quell'uomo di legno. Ed or, chi sa? potrebbe ravedersi;, ch'era cosí in amore omai perduto che facilmente, un tratto, da se stesso si sarebbe appiccato. Or io l'ho tratto di tutti questi affanni; perché penso che questo sará stato medicina a farli uscir l'amor da le calcagna. che lo facevan talor dare al diavolo. E non saria gran cosa che morisse da buon cristiano, un giorno, a lo spedale; sempre un giudeo. Poi, par che tu non sappi quel che dice 'l diverbio che «de rebus que male diviserunt non gaudebis |
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meco non partirai. |
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Oh che dolcezza a maneggiar queste patacche gialle! Ne giova piú che del fuoco l'inverno e del fresco l'estate e d'un buon greco quando son riscaldato nel parlare. Oro, piú dolce che 'l zuccaro e 'l mele e piú assai che 'l mangiare a la taverna e poi dormire! perché, senza questi, quel paradiso è chiuso e ne intraviene com'a' viandanti, ne' tempi di peste, senza la fede. Io non vorrei qui, ora, il piú bel cul che mai mostrasse augello pelato ne lo spiedi o ver di donna vergine abbracciamenti. Questo è degno piú d'ogni cosa e tanto dolce e amabile che mi fa tutto qui struggere in oglio. Or non mi meraviglio se quel vecchio tanto è vivuto piú che non deveva senza mangiare o ber; perché mi penso che si pascesse d'esta dolcitudine, come farebbe ognun. |
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Guarda che in te non facciano il contrario; che, anzi 'l tempo, |
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Tu hai poco ingegno. Deh! Non mi ricordare i morti, a tavola. Or credo ben che quel Giupiter, Giove, quando s'innamorò, si rivolgesse in questa forma. Guarda gran fatica ch'ebbe, a far ch'una donna l'abbracciasse! ché, se fosse la Morte inorpellata con questo, gli anderia dietro ciascuno né sarebbe secura nel suo regno. Ch'altro è vedere una gran verga d'oro che 'l viso d'una donna! E questo il pruova: |
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Altro non s'ama, oggi, altro non s'onora; e saria degno di tanto onor, se non avesse seco sempre tanto di amaro e tante pene e tante passioni. |
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a sotterrargli, che non veggian mai piú l'aria: perché gli è d'una natura che a chi non l'ama sbudellatamente s'ingegna di fuggire, e in questo ha l'ale; al ritornar, di poi, ne vien gottoso, vecchio e sí lento che, 'l piú de le volte, siam morti prima che di nuovo a noi sia ritornato. |
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che 'nsieme con amor non venga a pari la gelosia. Chi l'avria mai creduto che, a questo modo, in fine a Pilastrino, sol per aver danar, divenga avaro? Oh! Va' pur la. |