Agostino Ricchi
I tre tiranni
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ATTO IV

SCENA III Artemona, parlando con Lúcia, fa destramente offizio per Crisaulo: e, parlando poi con la madre, le dá intenzione che Crisaulo la sposerá.

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SCENA III

 

Artemona, parlando con Lúcia, fa destramente offizio per Crisaulo: e, parlando poi con la madre, le intenzione che Crisaulo la sposerá.

 

Artemona, Lúcia, Calonide.

 

Artemona.

Oh! Non pensare:

ché lo vidi a la prima che tu eri

d'altro adirata. E però feci poca

stima de le parole, ché altrimenti

non ci sarei tornata: ché, dove uso,

son troppo avezza ad esser ben veduta

e accarezzata.

Lúcia.

E che vorresti mai?

che ti pigliassi in braccio e ti basciassi

com'un bambino? Tu sei troppa grande!

Eccoti qui de' baci quanto vuoi.

Queste non son carezze?

Artemona.

Ah luce mia,

piú bella e risplendente d'ogni stella

e piú cortese di ciascuna donna!

Ho giá con tante donzelle par tue

praticato e mi par che a te ciascuna

ceda di tanto quanto al mio bel sole

cede, nel cielo, ogni stella minore.

Però non ti debbe esser meraviglia

s'un giovinetto, a la prima, si perde

in te e ti si dona; ché, s'io voglio

dirti la veritá, come mi vedi,

son quasi innamorata anch'io di te.

Foss'io pur uomo!

Lúcia.

E perché? che faresti?

Artemona.

Altra felicitá non vorrei al mondo

ch'esserti appresso. Ma poi, quando io fosse,

non vorresti vedermi.

Lúcia.

Tu ti inganni.

Fossi quel che volessi, non potrei

se non esserti amica.

Artemona.

Oh! Questo, fallo

al tuo Crisaulo, ch'omai sai pur certo

quanto che t'ami; e l'avrai fatto a me,

che t'amo pur di cuor. Ma voi fanciulle

fate profession d'esser crudeli

e di lasciar morir prima la gente

che li porgessi aita d'un sol guardo

o d'una paroletta; ma, nel fine,

tornan sopra di voi: non me n'impaccio.

Ma non è giá 'l dover chi tanto v'ama

apprezzar cosí poco. Tieni a mente

che al pentirci siam noi sempre le prime,

come l'ultime a creder.

Lúcia.

Non t'intendo.

Parla piú chiaro.

Artemona.

Io so che vuoi mostrare

esser di tutte l'altre la piú savia

e piú da ben.

Lúcia.

Perché?

Artemona.

Perché tu sola

vuoi governarti al contrario de l'altre

che non son manco belle o meno oneste

che ti sia tu.

Lúcia.

E in che?

Artemona.

Dico che l'altre

tutte fan buona cera a chi con vero

veden che l'ami; e non è donna al mondo

che non abbia piacer d'essere amata,

come tu mostri.

Lúcia.

Io sono, in queste cose,

nata troppo infelice e disgraziata.

E però mi risolvo sempre mai,

quanto potrò, fuggirle perché insieme

fuggirò quei travagli e quelle pene

che fanno altrui morire innanzi al tempo.

Io l'ho provato e cognosco oramai

quel ch'è 'l cervel d'uno uomo.

Artemona.

Tu mi strazi.

Io priego Iddio che faccia, in penitenza

di tanto mancamento, che tu pianga,

un tratto, per qualcun, come or ne ridi:

ché forse allor mi terresti piú cara.

Ecco tua madre. Voglio andar da lei.

Come ne parlo piú...

Lúcia.

Sta': non andare.

Quando tornerai in qua? verrai stasera?

Non odi?

Artemona.

S'io verrò, tu mi vedrai.

Calonide, buon .

Calonide.

Dio ti contenti,

Artemona. Tu hai una buona cera.

Buon pro ti faccia.

Artemona.

Cosí dice ognuno.

Ma non lo credo lor, ché le mie gambe

mi dicon quel ch'io son.

Calonide.

Di', per tua :

come la fai con gli anni?

Artemona.

Oh! bene, bene:

ché passan via che non li veggio a pena;

e mi fan cosí buona compagnia

ch'altro dolor non ho sempre nel cuore

se non che non stan meco o ver, partiti,

non ritornan mai piú.

Calonide.

Questo intraviene

a tutti. Che hai di nuovo?

Artemona.

Io ci ho sol questo

(e son venuta a posta per saperne

da te la veritá): ho inteso dire

c'hai spedito giá a fatto la faccenda

di Lúcia tua; benché non posso crederlo,

per quel che mi dicesti ultimamente

che non volevi farlo, inteso pure

de la persona la condizion trista.

E tanto piú ch'io dissi che quell'altro

volea pensarci e che potrebbe stare,

a quello ch'io vedeva, che, a la fine,

se l'avesse sposata. Or ti risolvo

ch'egli 'l fará. Se l'avessi giá data,

fa' ch'io lo sappi.

Calonide.

Io te lo dissi, allora,

che non s'è fatto nulla di Filocrate

né s'è per far; ché, se mi ritornasse

carico d'oro, non glie la darei.

Poi ti dico de l'altro: che non voglio

che noi pensiam tant'alto, perché poi

non ci venisse come quella fola

di colui che voleva andare in cielo

con le penne di cera.

Artemona.

Non fai nulla,

se guardi a queste cose. Tu sei savia.

Sappia pigliare il tempo: ché i partiti

sono oggi scarsi.

Calonide.

Ascolta. Non vorrei

che si dicesse, poi, che avessi fatto,

per fargliela pigliar, qualche malia

o qualche tratto che non fosse onesto;

perché sa ben ciascun quanto in fra loro

sono i gradi ineguali.

Artemona.

Lascia a lui

pensare a questo; ché a te non sta male,

s'ei fosse ancor da piú. Fa' che la sposi;

e lascia dir ciascun.

Calonide.

Di' che mi parli

e qualcosa sará. Ma voglio prima

ben consigliarla.

Artemona.

Questo fie ben fatto.

Cosí son per ridirgli. Poi, dimane,

vedrò che venga in qua.

Calonide.

Come ti piace.

- Deh! prega Iddio per me che questa cosa

si faccia, se fia il meglio.

Artemona.

Sempre io 'l faccio.

Calonide.

Piglia questi duo soldi.

Artemona.

Dio vel meriti

e san Francesco. Tu ci sei pur giunta!

Non ti varrá il consiglio e l'orazioni,

ché l'avrai in barba. Bisogna cervello,

in queste cose! Ora qui non manca altro

se non ch'ei venga qua duo volte o tre

e sappia governarsi. Io penso un tratto.

Non passò ancor duo giorni.

 

 

 


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