Agostino Ricchi
I tre tiranni
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ATTO IV

SCENA V Artemona, parlando con Pilastrino, mostra averli racconto l'offizio che ha fatto per Crisaulo e quello che ha pensato perché egli fra poco ottenga, come si vedrá. E, in questo, Pilastrino le narra tutti li accidenti del suo amore che sono circa il mangiare e il bere.

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SCENA V

 

Artemona, parlando con Pilastrino, mostra averli racconto l'offizio che ha fatto per Crisaulo e quello che ha pensato perché egli fra poco ottenga, come si vedrá. E, in questo, Pilastrino le narra tutti li accidenti del suo amore che sono circa il mangiare e il bere.

 

Pilastrino, Artemona.

 

Pilastrino.

Sai per sette.

Sempre ho sperato in te.

Artemona.

Omai la cosa

passa per suoi piè.

Pilastrino.

Saresti donna

da governare Stati. Ma vorrei,

quand'hai guarito tutti gli altri amori,

che dessi ancor qualche rimedio al mio

a cui fei don di me fin ne le fasce;

ed è quel che mi strugge e fa beato

solo a pensarvi.

Artemona.

Fa' ch'io sappia il tutto

e lascia fare a me.

Pilastrino.

È un gran signore:

ch'altro che di pensier la vita nostra

nutrisce; ed a sua posta la dilegua,

mal grado nostro.

Artemona.

Séguita, ch'io t'ho...

Pilastrino.

Non è 'l mio, come il loro, una fraschetta

che non vede e non ode e porta l'ali

per fuggirli di man, quando gli ha dato

qualche percossa; né porta saette

o dardi da impiagar; né a' suoi suggetti

porge se no piacere; e dentro ai petti

non mette fuochi o fiamme; anzi, egli stesso

le vuol soffrir, per non le dare a noi.

Cosí le morti, i martíri e i dolori,

per dar vita a noi altri, egli sopporta:

onde, s'io l'amo!

Artemona.

Non dir piú: t'ho inteso.

Il tuo amore è 'l boccale.

Pilastrino.

Tu l'hai detto:

con la minestra e la carne e la torta

e tutti gli animai, gli uccelli e pesci

e ancor con tutte le manifatture

de l'arte di cucina. Parti ch'abbia

perduto il senno, come soglion gli altri

innamorati?

Artemona.

Tu sei troppo savio.

Ne son teco, di questo. A dire il vero,

io truovo un gran piacere nel mangiare

e nel ber ben.

Pilastrino.

Perché tu hai cervello.

Uno ignorante non sappria parlarne.

Questo è l'amor divino che i dottori

dicon ch'è cosí santo.

Artemona.

Di', di grazia:

ché, se fosse cosí, vorrei provare

a fargli qualche voto.

Pilastrino.

Vorrei dirti

prima l'antica sua genealogia.

Ma saria cosa lunga.

Artemona.

E come è fatto?

di cera?

Pilastrino.

Non ne vidi mai ritratto:

come intraviene ancor di molti idii

che fanno il grande e non si mostran mai

in forma alcuna. Ma, se noi vogliamo

far giudizio di lui come si debbe,

lo trovarem cosí dolce e soave

e perfetto che giudicherai

ch'in ciel sia la sua sedia sopra Giove,

non che a quel loro, ch'è un ragazzo,

uno schiavetto.

Artemona.

Non si può dir contra.

Pilastrino.

Se non fosse un noioso, un fottivento,

non faria quel che fa. Se fosse grande

nel ciel, com'essi dicon, non sarebbe

ingiusto, instabil, fraudulente, iniquo,

micidial. Ma fa un ritratto a punto

da quel ch'egli è. Non troverai solo uno

che si doglia del nostro e si lamenti

ch'egli li strazi: come sempre loro,

con tanti pianti.

Artemona.

; ma quando, poi,

siam ben pasciuti, in noi manca l'amore

e 'l desiderio de la cosa amata.

Ed in loro è il contrario.

Pilastrino.

E cosí in me:

perché son com'un sacco senza fondo;

ché, se 'l Ren fosse vino o ver minestra,

io mi torrei a sorbirlo tutto a un fiato

a la tedesca.

Artemona.

E come a la tedesca?

Pilastrino.

Non m'hai veduto mai bere a la botte,

pisciando a un tempo? ché, in un sesto d'ora,

ne bevrò tanto che a l'uscir lo vedi

negro come a l'entrare. A queste sere,

con un soldato che m'alloggia in casa

vinsi, giuocando a questo, dieci corbe

d'un buon trebbian.

Artemona.

Debbe essere un bel giuoco.

Ma 'l vino è troppo caro. Oh bella cosa!

Almen non s'ha passioni, in questo amore,

piantisospiri.

Pilastrino.

Sento tutto

appunto come loro: benché mai

non abbia aúto voglia di morire,

com'ogni or dicon essi.

Artemona.

Di': in che modo?

Pilastrino.

Prima, non è mai stato al mondo alcuno

verso l'amata sua forte acceso

quanto son io: perché, se è il lor d'un mese,

d'un anno o dieci, io giá son quaranta anni

che lo portai del corpo di mia madre;

perché nacqui con esso e i nostri antichi

tutti, in millanta gradi, sono stati

perduti in questo.

Artemona.

Questo omai si sa.

Pilastrino.

E benché, qualche volta, di goderla

abbia qualche contento, provo spesso

l'amare pene, gli affanni, i martíri,

i travagli e l'angosce, che, non solo

non prova innamorato, ma pur donna,

s'è sopra a parto, non gli sente tali,

quando ne sto, da poi ch'è giorno, un'ora

senza entrare in cantina.

Artemona.

Io te lo credo.

Pilastrino.

Le contentezze, le beatitudini

e le gioie e i piacer gusto ne l'anima,

e nel corpo a un tempo, quand'io vado

a mangiar con qualcuno ove si trovi

la mia padrona.

Artemona.

Questi son buon punti.

Mi pari un Salamon. Saresti buono

a leggerne in iscranna.

Pilastrino.

E poi le fiamme

ardenti, che loro han sempre nel cuore,

sent'io spesso per tutto e, qualche volta,

in modo ch'io ne sudo e bagno tutta

la camiscia e le brache, quando posso

pigliar, sotto le volte, al magazzino,

la grazia di san Paulo con quel greco

ch'io bevvi l'altra sera.

Artemona.

E, per ventura,

debbi veder tutti quegli animali,

aspiti, bisce, tarantole e serpi,

come se fossi in banco.

Pilastrino.

Bene spesso.

M'agghiaccio, poi, e m'affreddo e mi risolvo

come la neve al foco e al vento nebbia,

s'io sto, l'inverno, che non magni sempre

e mi scaldi col vino.

Artemona.

Siam piú d'uno.

Pilastrino.

Io, finalmente, come fanno loro,

esco di me, divento furioso,

divento povero e cosí ridiculo.

Ed in questo ho avantaggio: ch'essi cercano,

con ogni studio, per la cosa amata

(il che il piú de le volte gli intraviene),

venir mendíci; io sono stato sempre

e, s'io non era savio, sarei ancora

per l'avenire. E in tutte queste cose

sento dolcezza. E tanto piú, se sono

in quelle fiamme, in quei caldi che pare

che 'l mondo giri. E talor veggio i cieli

aperti tutti, com'un frate santo,

e gli angeli suonare. Io canto e ballo.

E poi mi par ch'io cado giú a ruina

in un rio fresco fresco che talvolta

(ti dico il ver) mi fa di contentezza

pisciarmi sotto.

Artemona.

Questo l'ho provato

piú d'una volta anch'io; ma non vien da altro

che bere il vin senz'acqua.

Pilastrino.

Non fa male

a chi v'è usato. Non vo' dir de' sogni,

ché ne potrei contar piú di trecento

millia novanta dodici. E ben spesso

mi sogno: e poi, svegliato, mi ritrovo

sotto una scala o in cánova o in cucina

o sotto un desco; e poi non mi ricordo

se andai la sera al letto o se vi fui

portato da qualcuno. E mi pare

aver sognato le piú nuove cose

del mondo! Cosí loro ancora abbracciano

il loro amore in sogno e di poi, desti,

non fan che lamentarsi. Dice l'uno:

- Beato insogno! - e, di languir contento,

d'abbracciar l'ombre e imbrattar le lenzuola

d'un dolce pianto...

Artemona.

Ah! ca! A quanti intraviene!

Pilastrino.

Dunque non mento. L'altro chiama il cielo

crudel che in quella tanta dolcitudine

non l'ha fatto morire o ver concesso

di non destarsi mai. Cosí facc'io,

se mi truovo, in quel sogno, ben pasciuto.

Allor vorrei che 'l mondo stesse sempre

in quello stato. Ma poi, come indugio

ogni poco, incomincio a sentir dentro

gli asprissimi dolori de la fame:

ond'io mi adiro e squarto e maledico;

e, se pur sono in luogo che non possa

farlo forte a mio modo, da me dico

la messa piana, come ne l'incanto

faceva Girifalco. Ma vo' dirti.

Sento un sonno assalirmi che non posso

tener piú gli occhi aperti.

Artemona.

: t'ho inteso.

Va' dormi; n'hai bisogno. Io 'l vidi al primo,

ch'era cotto a l'usato.

 

 

 


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