Agostino Ricchi
I tre tiranni
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ATTO IV

SCENA VII Timaro va a dimandar Pilastrino a casa sua per farlo venir da Crisaulo; e lo truova dormendo ed, a la fine, lo mena. E Crisaulo li ordina che debbi render la robba sua a Girifalco: il che egli, per non poter fare altro, dopo alcune contese, pur si dispuone a fare.

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SCENA VII

 

Timaro va a dimandar Pilastrino a casa sua per farlo venir da Crisaulo; e lo truova dormendo ed, a la fine, lo mena. E Crisaulo li ordina che debbi render la robba sua a Girifalco: il che egli, per non poter fare altro, dopo alcune contese, pur si dispuone a fare.

 

Timaro, Pilastrino, Crisaulo, Fileno.

 

Timaro.

Olá! Non c'è nessuno?

So ch'io gli sveglierò o che la porta

anderá in terra.

Pilastrino.

Chi è giú? Corri al fuoco,

impazzato! Son fatte le limosine.

Che cerchi tu?

Timaro.

Non gridar di , boia!

Deh! scendi a basso.

Pilastrino.

Tu vuoi pur la baia!

Che dimandi? ché vo' tornare al letto.

Che discrezione!

Timaro.

Vedi u' son condotto!

Cerco di Pilastrin.

Pilastrino.

Mi par che uccelli

la fava. Non mi batter piú la porta.

Debbi essere ubbriaco.

Timaro.

Apri qui, fiera!

Ti taglierò un'orecchia.

Pilastrino.

Questa volta,

voglio che tenga di mula di medico

cosí come sei bravo.

Timaro.

Quello è desso;

è Pilastrin. Parti che ha scelto l'ora

di andare al letto? Mi bisogna averlo

con le buone. Odi, o Pilastrin: ti prego;

fatti fuori.

Pilastrino.

Tu m'hai rotto la testa.

Timaro.

Ascoltami. Crisaulo...

Pilastrino.

Io non vi sono.

Timaro.

...ora t'aspetta a far colazion seco

e ti vorria parlar.

Pilastrino.

, : è Timaro.

Non t'aveva pur anco cognosciuto.

Eccomi a te.

Timaro.

Credo che, questa volta,

ti parrá forse amara.

Pilastrino.

Andiam pur via.

Timaro.

Che cosa è di te tanto? Non possiamo

giá piú vederti.

Pilastrino.

Queste ghiottoncelle

m'han cavato 'l cervel de la memoria

in modo ch'io non posso piú, senz'esse,

vivere un'ora.

Timaro.

E che! Sei innamorato?

Di' il vero.

Pilastrino.

Se sapessi come m'hanno

concio! Non posso piú mangiare o bere,

quand'io dormo; o dormirchiuder occhi,

mentre ch'io beo, se prima non è vòto

il fiasco. E sento spesso tante pene

che mi stempero tutto; e, in quel, talora

vado al luogo comune. E degli affanni

non ti dico; perché ne porto addosso

quanto un somaro, di quegli degli altri.

Pensa de' miei!

Timaro.

Anche ti venga il grosso!

Non puoi giá uscir di quello.

Pilastrino.

Tu non credi,

che abbi una innamorata?

Timaro.

, lo credo,

ch'abbi una sfondorata, ché pur una

n'è la tua Gnesa; ché, in tutte le parti

che fanno una plus quam perfetta lorda,

port'essa la corona e non li manca

se non esser fregiata in sul mostaccio.

Ma a te piace cosí.

Pilastrino.

! L'ho piú a noia...

Ma ti ricordo che 'l venirmi incontra

con le man piene...

Timaro.

E che! Di palafreni?

Pilastrino.

Di tanto, forse, che non hai nessuna

che porga tanto a te.

Timaro.

Gli è ragionevole

che i belli sempre si faccin pagare.

L'ordine è questo.

Pilastrino.

Ma per te si guasta;

ché sei bello e non v'è forse alcuna

che ti voglia pagar!

Timaro.

Bel non son io.

Pilastrino.

Almanco tu ti tieni. E forse in modo

che, qualche volta, se tu fossi appunto

come ti tieni, faresti vergogna

a Narciso; e per te morria, ogni giorno,

un migliaio di donne; e si farebbe

forse, ai lor prieghi, che fossi dannato

a vita nel torrone.

Timaro.

Cianciatore!

Di' pur, ch'è l'arte tua. Ecco Crisaulo

che torna anch'egli a casa.

Pilastrino.

Ci ha veduti.

Andiam da lui, ché aspetta.

Crisaulo.

Ben venuto.

Pilastrino.

Ben ti venga, poi c'hai per me mandato

perché merendi teco.

Crisaulo.

Ascolta, prima,

quello che t'ho da dir: poi, se vorrai,

potrai mangiare.

Pilastrino.

Oh! Se bevessi prima,

t'ascolterei pur troppo volentieri

e con pazienza.

Crisaulo.

Orsú! Non mel far dire

duo volte o tre.

Pilastrino.

Di' presto quel che vuoi.

Crisaulo.

Tu ti sei governato in un tal modo

di quel tuo tradimento che potresti

essern'ancor pentito; e giá, fin ora,

saresti forse in man de la giustizia,

se non fosse che t'hanno riguardato

sol per mio amore. Or lascia andar le ciance

e fa' che la sua robba torni a casa.

Altrimenti ti dico che 'l maggiore

nimico ch'abbi a aver voglio esser io.

Ma non penso che manchi.

Pilastrino.

Hai detto assai:

ma non t'intendo.

Crisaulo.

Ti farò sturare

gli orecchi, per mia . Dico che omai

le tuoi ghiottonarie sono scoperte

e che, se tu non rendi a Girifalco

la robba sua, ti vo' far pigliar io

e darti a l'auditore.

Pilastrino.

Oimè meschino!

Questa è la colazion che mi volevi

dare? Oh che nuova acerba! Ma fa' pure

quel che ti par; ché tu predichi, appunto

come facea quell'altro, nel diserto.

Ché anzi voglio morir: ch'è meglio assai

morir ricco che viver poi stentando

in povertá. Non ne farem niente.

Guarda la gamba, che mi lasci mettere

nel giubbon del comune!

Crisaulo.

Tienlo! piglia!

Pigliatel presto, ché 'l vo' fare or ora

appicar, cosí caldo, per la gola.

È cotto, e vuol fuggire! È dato giú.

Rimenatel pur qua.

Fileno.

La lepre è giunta.

E che volevi far cosí a fuggire?

Sta' pur, ch'io t'ho.

Crisaulo.

Va'; corri al capitano,

Timaro, da mia parte; e fa' che mandi

qui dieci sbirri, ché li voglio dare

uno assassino.

Pilastrino.

Oimè! Misericordia!

Crisaulo.

Usarla in te sarebbe cosa iniqua:

ché sei un ladrone e non vuoi ravederti.

Sarai pagato adesso.

Pilastrino.

Odi, Fileno?

Dice che tu mi lasci. Non hai inteso?

Lasciami, dico: sono ancor digiuno;

voglio ire a casa.

Fileno.

Anca a digiun potresti

dar con le scarpe la benedizione.

Sta' pur qui fermo.

Pilastrino.

Ti prego, Crisaulo.

Deh! Non mi lasciar metter piú paura,

ché mi sento venir la febbre fredda.

Manda a dir che non venga il capitano.

Ne li vo' render parte.

Crisaulo.

Tutti, tutti.

Pensa se piacque a lui l'essergli tolti,

quando è si grave a te, che gli hai rubbati,

restituirgli!

Pilastrino.

Mi farai morire

com'un uom disperato. Se fai questo,

non camperò duo .

Crisaulo.

Va'. Son contento.

Porta qui tutto quello c'hai del suo.

Ed io, perché non mora, ti prometto

di lasciartene il terzo; gli altri voglio

rendergliel'io.

Pilastrino.

Lo voglio fare, orsú!

Ché pure, in vero, non potrei tenergli

senza peccato; e forse ancora, un tratto,

glieli rendeva io istesso.

Crisaulo.

Mal per lui,

se stava a questo!


 

 

 


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