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ATTO IV SCENA VII Timaro va a dimandar Pilastrino a casa sua per farlo venir da Crisaulo; e lo truova dormendo ed, a la fine, lo mena. E Crisaulo li ordina che debbi render la robba sua a Girifalco: il che egli, per non poter fare altro, dopo alcune contese, pur si dispuone a fare. |
SCENA VII
Timaro va a dimandar Pilastrino a casa sua per farlo venir da Crisaulo; e lo truova dormendo ed, a la fine, lo mena. E Crisaulo li ordina che debbi render la robba sua a Girifalco: il che egli, per non poter fare altro, dopo alcune contese, pur si dispuone a fare.
Timaro, Pilastrino, Crisaulo, Fileno.
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impazzato! Son fatte le limosine. Che cerchi tu? |
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Tu vuoi pur la baia! Che dimandi? ché vo' tornare al letto. Che discrezione! |
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Questa volta, |
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Quello è desso; è Pilastrin. Parti che ha scelto l'ora di andare al letto? Mi bisogna averlo con le buone. Odi, o Pilastrin: ti prego; fatti fuori. |
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Io non vi sono. |
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Non t'aveva pur anco cognosciuto. Eccomi a te. |
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Che cosa è di te tanto? Non possiamo |
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Queste ghiottoncelle m'han cavato 'l cervel de la memoria |
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E che! Sei innamorato? |
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Se sapessi come m'hanno concio! Non posso piú mangiare o bere, quand'io dormo; o dormir né chiuder occhi, mentre ch'io beo, se prima non è vòto il fiasco. E sento spesso tante pene che mi stempero tutto; e, in quel, talora vado al luogo comune. E degli affanni non ti dico; perché ne porto addosso quanto un somaro, di quegli degli altri. Pensa de' miei! |
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Anche ti venga il grosso! |
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Tu non credi, che abbi una innamorata? |
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ch'abbi una sfondorata, ché pur una n'è la tua Gnesa; ché, in tutte le parti che fanno una plus quam perfetta lorda, port'essa la corona e non li manca |
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E che! Di palafreni? |
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Di tanto, forse, che non hai nessuna che porga tanto a te. |
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Gli è ragionevole che i belli sempre si faccin pagare. L'ordine è questo. |
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Ma per te si guasta; |
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Bel non son io. |
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Almanco tu ti tieni. E forse in modo che, qualche volta, se tu fossi appunto come ti tieni, faresti vergogna a Narciso; e per te morria, ogni giorno, un migliaio di donne; e si farebbe |
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Ci ha veduti. |
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Ben venuto. |
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Ben ti venga, poi c'hai per me mandato perché merendi teco. |
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Ascolta, prima, quello che t'ho da dir: poi, se vorrai, potrai mangiare. |
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Oh! Se bevessi prima, t'ascolterei pur troppo volentieri e con pazienza. |
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Di' presto quel che vuoi. |
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Tu ti sei governato in un tal modo di quel tuo tradimento che potresti essern'ancor pentito; e giá, fin ora, saresti forse in man de la giustizia, se non fosse che t'hanno riguardato sol per mio amore. Or lascia andar le ciance e fa' che la sua robba torni a casa. Altrimenti ti dico che 'l maggiore nimico ch'abbi a aver voglio esser io. |
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Hai detto assai: ma non t'intendo. |
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Ti farò sturare gli orecchi, per mia fé. Dico che omai le tuoi ghiottonarie sono scoperte e che, se tu non rendi a Girifalco |
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Oimè meschino! Questa è la colazion che mi volevi dare? Oh che nuova acerba! Ma fa' pure quel che ti par; ché tu predichi, appunto come facea quell'altro, nel diserto. Ché anzi voglio morir: ch'è meglio assai morir ricco che viver poi stentando in povertá. Non ne farem niente. |
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Pigliatel presto, ché 'l vo' fare or ora appicar, cosí caldo, per la gola. È cotto, e vuol fuggire! È dato giú. Rimenatel pur qua. |
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E che volevi far cosí a fuggire? Sta' pur, ch'io t'ho. |
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Timaro, da mia parte; e fa' che mandi qui dieci sbirri, ché li voglio dare uno assassino. |
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Oimè! Misericordia! |
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Usarla in te sarebbe cosa iniqua: |
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Dice che tu mi lasci. Non hai inteso? |
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dar con le scarpe la benedizione. |
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Deh! Non mi lasciar metter piú paura, ché mi sento venir la febbre fredda. |
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Tutti, tutti. Pensa se piacque a lui l'essergli tolti, |
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Mi farai morire |
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Porta qui tutto quello c'hai del suo. Ed io, perché non mora, ti prometto di lasciartene il terzo; gli altri voglio rendergliel'io. |
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Lo voglio fare, orsú! Ché pure, in vero, non potrei tenergli |
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Mal per lui, se stava a questo! |