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ATTO V SCENA III Essendo, di notte, Crisaulo andato da Lúcia per l'ordine avanti preso, vien Fileno verso la casa; e trova Timaro il qual, devendo aspettare il padrone, era fuggito. E, mentre li dice villania, Crisaulo scende da le fenestre e manda subito a donare a la roffiana una gran collana che aveva al collo. |
SCENA III
Essendo, di notte, Crisaulo andato da Lúcia per l'ordine avanti preso, vien Fileno verso la casa; e trova Timaro il qual, devendo aspettare il padrone, era fuggito. E, mentre li dice villania, Crisaulo scende da le fenestre e manda subito a donare a la roffiana una gran collana che aveva al collo.
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M'avrebbe dato troppo, s'io aspettava. Tu non mi ci corrai. Son quasi stato per non tornar. Mi sta a metter paura. So che venni correndo un pezzo in giú prima ch'io mi fermassi |
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Io la sapeva. Non restò giá da me che nol dicessi, che cosí potea armare un paracuore. E sei fuggito? Che avesti paura? dei morti? |
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ma non fuggiva. Poi vidi venire non so chi camminando per la strada: onde mi entrò paura; e m'appiattai e poi venni correndo in fin qua giú, che non mi son fermato. |
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Se non fosse per non far qui romor, ti caverei quell'arme tutte e ti concerei in modo che ti ricorderesti, manigoldo, sempre di questa sera. |
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lasciami star. Lo saperá il padron, veh! Eccolo. |
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Timaro, va', corri ora e trova Artemona. Dálle questa collana; e sappia dirle ch'io glie la mando perché da lei intenda almen parte di mia sorte felice |
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È ben passata. Saranno pur finiti tanti pianti. Sempre ho sperato; ch'io sapeva bene quanto possa in noi l'oro che le porte che fosser di diamante rompe e spezza. Pensa che ci può il cor d'una donzella! Con questo ci ha insegnato vincer Giove |
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Deh! non mi molestare, ché di dolcezza il cor mi si diparte. Poi, un'altra volta. |