Agostino Ricchi
I tre tiranni
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ATTO V

SCENA III Essendo, di notte, Crisaulo andato da Lúcia per l'ordine avanti preso, vien Fileno verso la casa; e trova Timaro il qual, devendo aspettare il padrone, era fuggito. E, mentre li dice villania, Crisaulo scende da le fenestre e manda subito a donare a la roffiana una gran collana che aveva al collo.

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SCENA III

 

Essendo, di notte, Crisaulo andato da Lúcia per l'ordine avanti preso, vien Fileno verso la casa; e trova Timaro il qual, devendo aspettare il padrone, era fuggito. E, mentre li dice villania, Crisaulo scende da le fenestre e manda subito a donare a la roffiana una gran collana che aveva al collo.

 

Timaro, Fileno, Crisaulo.

 

Timaro.

Addio, Fileno.

M'avrebbe dato troppo, s'io aspettava.

Tu non mi ci corrai. Son quasi stato

per non tornar. Mi sta a metter paura.

So che venni correndo un pezzo in giú

prima ch'io mi fermassi

Fileno.

Io la sapeva.

Non restò giá da me che nol dicessi,

che cosí potea armare un paracuore.

E sei fuggito? Che avesti paura?

dei morti?

Timaro.

A la , , cosí a la prima;

ma non fuggiva. Poi vidi venire

non so chi camminando per la strada:

onde mi entrò paura; e m'appiattai

e poi venni correndo in fin qua giú,

che non mi son fermato.

Fileno.

Se non fosse

per non far qui romor, ti caverei

quell'arme tutte e ti concerei in modo

che ti ricorderesti, manigoldo,

sempre di questa sera.

Timaro.

Orsú! Sta' fermo;

lasciami star. Lo saperá il padron, veh!

Eccolo.

Fileno.

Corri ! Tien quella scala.

Buon pro ti faccia.

Crisaulo.

Pian! Senza romore.

Timaro, va', corri ora e trova Artemona.

Dálle questa collana; e sappia dirle

ch'io glie la mando perché da lei intenda

almen parte di mia sorte felice

a cui si truova esser stata presente.

Chi è piú contento al mondo?

Fileno.

È ben passata.

Saranno pur finiti tanti pianti.

Sempre ho sperato; ch'io sapeva bene

quanto possa in noi l'oro che le porte

che fosser di diamante rompe e spezza.

Pensa che ci può il cor d'una donzella!

Con questo ci ha insegnato vincer Giove

la castitá e l'onor, se fosse in carne.

Di': come andò?

Crisaulo.

Deh! non mi molestare,

ché di dolcezza il cor mi si diparte.

Poi, un'altra volta.

 

 

 


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