Giovanni Bovio
Filosofia sociale
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Il diritto di proprietà.

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Il diritto di proprietà. 7

L'uomo non pretende l'integrità di corpo, di mente e di stima per rimanere in questo o quell'altro punto fisso del suo essere, perchè questo punto è determinabile, l'uomo si avvisa di fissarlo. Il summum cogitationis si può fissare come principio, non come termine, cioè come assioma onde si muove, non come conclusione finale; anzi essendo infinita l'estensione, infinito il valore del principio, esso è capevole di un esplicamento infinito. Il pensiero è natura cosciente: però l'ultimo fondo dell'uno come dell'altra è posto fuori dello scandaglio. Eterno, dunque, il moto della natura e del pensiero, e però della storia, che, movendosi secondo il pensiero, sale per alte spire, senza adagiarsi in questo o quell'altro stato permanente. L'uomo però che, entrando in questo lavorio collettivo del pensiero, tesse la trama storica, è l'abbiente: il povero è condannato alla schietta animalità. Prima di salire ai ragionamenti filosofici esponiamo il fatto come sta.

Un uomo sulla soglia del Conte A. siede in terra col capo tra le gambe, raggomitolato quasi ed estraneo al mondo che lo circonda, come Archimede, ma per contraria ragione: questi per troppo pensare, l'altro per non pensare. Esaminandolo nell'arte, quest'uomo, ecco ciò che io scriveva:

Non parlo della povertà volontaria dei fraticelli: non è più soggetto di venerazione, di arte. C'è nella vita un fondo ultimo di povertà, nel quale l'uomo può nascere e vegetare, e nel quale può rovinare. Nel primo caso l'uomo non pensa; nel secondo, ei tenta di non pensare. Nel primo, non arriva a farsi uomo; nel secondo, egli tenta di disumanarsi.

C'è un fondo ultimo di povertà, che non è quarto stato, non quinto, non è nessuno stato, e non ha nessun nome: un fondo, in cui non è penetrata l'aria di nessun secolo, non l'urlo di una rivoluzione o l'alito di una redenzione. E non ha nome il bipede che si move in quel fondo e non ha specie. È un troglodito sopravvissuto all'età della pietra per arrivar testimone dell'uomo preistorico al secolo XIX, e rimprovero a questa età storica che in una medesima città innalza la reggia e lascia stare la caverna...

… L'abbiente è soggetto storico; la prova è di fatto e di ragione: e nondimeno c'è chi nega, affermando che la povertà in ogni tempo è stata la travagliosa esercitazione degli animi elevati. Socrate elesse rimaner povero, per non darsi pensiero delle cose poste fuori del nosce te ipsum e commesse alla balìa della fortuna; Diogene, avvisato da un fanciullo a bere nel cavo della mano, spezzò il cinico fiasco e trovò abitabile una botte; l'improvvisa miseria ispirò a Dante il canto sdegnoso. E considerando le segrete delizie della povertà Francesco d'Assisi e Vittorio Alfieri inventarono l'ordine de' mendicanti e l'ordine di Omero, onde ciascuno degl'inventori insignì stesso: Moenides ipse reliquit nulla opes! – E furono glorificati non meno di quei grandi maestri di libertà de' tempi nostri, morti tutti nella camicia di Epaminonda. – Carlo Cattaneo, scrittore e cittadino insigne, lasciò lieve lo scrigno; Romagnosi e Gioberti filosofi diversissimi, somigliarono nel vivere e nel finire poveramente; Quadrio e Asproni furono due illustri sprovveduti i quali spenti i miti di Pietro e di Paolo, co' loro corpi fecero – primi degli uomini nuovisacra ed italiana per sempre la terra di Roma. E che più? poveri furono i fondatori di civiltà, cioè gli interpreti degli evi, ai quali posero il nome. – Socrate, si sa, non aveva da pagare ai giudici che una mina; Cristo non ebbe poderi, nacque nella stalla e morì sulla forca; Mazzini sentì più volte il gelo della povertà e finì in casa non sua.

Si potrà dire, dunque, che il solo abbiente sia il soggetto storico? Si potrà dire che la povertà non sia ispiratrice dell'alto pensare, dell'alto sentire e compagna costante degli uomini massimi? I ricchi forse si avvisarono mai di pensare, di operare, di trasformare? – La ricchezza è conservatrice: preferirebbe il sistema di Tolomeo a quello di Copernico per ottenere l'immobilità della terra. – Il bisogno desta il pensiero, incita il volere, accende, trasforma: però da Persio fu salutato magister ingenii.

In un problema di tanta importanza, e la cui soluzione tanto preme, lo sforzo di scambiare le carte in mano è da giuntatori. Qui non si tratta di vedere se il bisogno desti l'ingegno, ma se l'ingegno si desti nella deplorevole condizione del bisogno insuperato. La questione non è se Socrate pensi, ma se l'affamato possa pensare; non se Mazzini abbia mandato fuori scritti egregi, ma se il cenciaiolo sappia leggerli. Date pane solamente per più giorni a Galileo, e qualche giorno levateglielo pure, e poi invitatelo a parlare, a scrivere, a pensare: vedremo se verran fuori il Nuncio sidereus, i Dialoghi, le scoperte e gli altri documenti della sua immortalità.

Socrate, appagato il bisogno, studiava, meditava, insegnava. So che il genio nella storia va dal basso in alto, dal fondo alla cima, e così la storia compie le sue vendette contro le aristocrazie artificiali e innova gli ordini civili; ma Socrate appartiene alla borghesia magra che è studiosa e cauta, e però rivoluzionaria, non allo stato innominabile che è materia sorda.

Senza fosforo, diceva un fisiologo di bella fama, non si pensa; e senza certa alimentazione non si forma fosforo; e senza le proporzioni del moto e del riposo l'alimentazione non si assimila. La fame, dunque, è impensante: prima produce una irritazione che rasenta la ferocia e stravolge la guardatura; poi degenera nella stupidità, questo, a breve andare è il processo psicologico della fame…..

….. Temperando i voli fantastici e lasciando ai più creduli i compensi poco effettuali della vita futura, e per contrario uniformandoci allo scopo reale del principio di possidenza, noi insieme coi più accorti osservatori affermiamo che il più dannoso de' mali che travagliano il genere umano, è la povertà, la sua radice è l'ignoranza; che l'ignoranza renderebbe immobile ed eterna la povertà, se la borghesia magra per provvedere a non fosse costretta a stendere la mano al quarto stato; che la guerra, il crimine, la prostituzione e la peste, nelle sue forme molteplici, sono il risultamento necessario della povertà; e che gli eserciti stanziali, mantenuti specialmente per tenere a segno la povertà contro l'opulenza, addoppiano la miseria. L'altruismo non può avere altro significato storico da questo in fuori, che il quarto stato per provvedere a stende la mano a quello stato innominabile che è l'ultimo fondo sociale. Così operò il terzo stato, quando per sostituirsi alla chierisia ed alla nobiltà stese la mano al quarto.

Così stanno le cose e negarle non si può, giova. Malthus nega che prima radice della povertà sia l'ignoranza e trasporta il fenomeno in campo assai diverso e selvaggio....





7 Dal cap. XVIII: Diritto di proprietà.



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