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Dimostrammo che dalla ferocia dell'ebetismo9 muovesi il processo della fame, e che l'ebetismo può essere interrotto, da qualche nuovo baleno di ferocia, non dall'odio; che radice della povertà è l'ignoranza, perpetuata e poi moltiplicata dalla povertà istessa; che Malthus trasporta la radice della miseria dalla sfera antropologica in quella della schietta natura: – Tutte le condizioni dell'uomo, compresa la povertà, si hanno a cercare nella medesima natura umana. – La tesi malthusiana era quest'altra: Le ragioni e le vicende eterne della miseria si debbono cercare nella natura esteriore.
Il nostro pensiero, a ben chiarirlo era questo, che come l'ignoranza e i momenti più o meno fantastici, per i quali l'uomo deve passare prima di conseguire l'integrità umana, generano le religioni, le varie aristocrazie e le leggi sacerdotali e feudali, così e per la medesima necessità generano la fame. La conseguenza è netta: come l'uomo, integrandosi, vince i mali delle religioni e delle leggi sanguinarie, così, integrandosi, vince la fame. Malthus nega, e si riassume così: La povertà si origina da certe sproporzioni progressive naturali, non integrandosi l'uomo, ma mutilandosi. La conseguenza è che, in capo a certo tempo, la terra ha sempre il titolo della fame. Sono due affermazioni che implicano due sistemi contrari, e si conoscerà intera la ragione del nostro sistema, meglio conoscendo l'errore dell'altro.
Ecco il sistema Malthusiano ridotto a punti connessi.
L'investigazione della causa di un male è sempre ordinata se non a cessare del tutto, almeno ad attenuare il male medesimo. Data la proporzione tra causa ed effetto, bisogna di un effetto universale investigare una causa universale. L'effetto è un fatto, ed è universale, se si presenta in ogni tempo e luogo. Tal'è la fame. Universale, dunque, dev'esserne la causa, e però non la si può trovare nella malizia di questa o quella classe sociale, di un governo più o meno provvido, nella cupidità dei monopolisti e degli usurai, nella misantropia dei capitalisti, nella imprevidenza degli oziosi, nelle carestie casuali. Una causa universale è sempre una legge naturale. Nelle medesime leggi della natura è, dunque, da cercare la tetra causa di questo effetto.
La dottrina economica è sciolta, dunque, dagli espedienti mercantili, fisiocratici, industriali, e diventa un semplice capitolo d'una vasta scienza della natura, e di quella parte propriamente che disamina le forze generatrici e produttive. Comincia, dunque, a prendere assetto geometrico, perchè ogni legge è matematica.
Una causa universale in questo caso non può dire altro se non che la natura istessa non ha messo proporzione tra il progredire delle generazioni umane e quello dei mezzi ad alimentarle. Ogni altra causa, fuori di questa naturale sproporzione, non sarebbe proporzionata allo effetto, non sarebbe universale nè concepibile. Dunque, le generazioni umane devono progredire geometricamente; i prodotti della terra aritmeticamente; o in forma più scientifica: le forze generative si svolgono secondo progressione geometrica; le forze produttive, secondo progressione aritmetica. La razza umana, dunque, aumenta come i numeri 1, 2, 4, 8, 16, 32 i mezzi di sussistenza come i numeri 1, 2, 3, 4, 5, 6.
La conseguenza è data, fissa come il destino: alla terza generazione si presenta la sproporzione, si presenta la fame, come il fato greco: la terza generazione è maledetta. Essa si presenta come quattro, quando la terza offre come tre nelle circostanze più favorevoli.
Ammesso che la durata media di una generazione sia di 25 anni, adunque in capo a 50 anni si deve ad un popolo presentare inesorabile la fame col suo seguito di morbi, di prostituzioni, di delitti.
L'astinenza e la morte possono ristabilire l'equilibrio tra la generazione e la terra. Ma, in capo a 50 anni, l'equilibrio sarà sempre violato, perchè così vanno le due progressioni. Scoperta e determinata la causa della povertà, si rileva trovarne il rimedio: chè nella istessa natura sono i mali e i rimedi. Ora, trattandosi di una legge naturale, come la gravitazione, come il moto della luce, chi può distruggerla o stravolgerla del tutto? Il rimedio può consistere soltanto nello attuarne il danno. Così, contro la morte non vi essendo riparo, gli uomini si affaticano ad allungare la media della vita.
I rimedi sono già dati a priori, sono nella natura della medesima necessità che produce le due progressioni sproporzionate, e consistono o nel frenare il più che si può la progressione generativa, o nel troncare quello che avanza la progressione produttiva, quando del freno non si è voluto tener conto. L'un rimedio previene, l'altro reprime; e il primo è chiamato preventivo da Malthus, positivo il secondo.
Il primo è posto nella volontà dell'uomo che prevede; il secondo nella forza della natura che corregge. Se osservate che l'uno e l'altro rimedio in fondo sono negativi, Malthus risponde che tale è la natura di ogni rimedio. Prevenire qui, dunque, vuol dire astenersi, quanto è possibile, dalla funzione generativa, cioè da quelli abbracciamenti che, compiendo l'un sesso nell'altro, danno il suo corso naturale o geometrico alla progressione generativa. Quindi il sistema malthusiano risulta in quella formula comprensiva da me posta innanzi: la povertà si origina da certe sproporzioni progressive naturali, attenuabili, non integrandosi l'uomo, ma mutilandosi.
Insomma nella natura c'è un gran banchetto, e sopravi d'ogni maniera vivande, confortini e spezierie, ma non c'è invito per tutti perchè mancano i posti, e i serviti sono numerati. Quelli che sono cresciuti oltre le promesse e le offerte della terra si acconcino a morire; quelli che sono venuti al mondo da mal frenati abbracciamenti, muoiano pure; e muoiano quei tristi che o con la vista o con la minaccia turbano il buon umore dei banchettanti. Il freno positivo così corregge il difetto del freno preventivo, perchè l'uno procede in ragione inversa dell'altro.
V'ha, dunque, due progressioni e due freni: le due progressioni sono proporzionate; i due freni muovono in ragione inversa.
Malthus non è punto abolizionista della pena di morte, ei non patisce queste tenerezze di avvocati e queste visioni di filantropi: ei sa che la morte, in tutte le forme, è necessità maestra quando si è dimenticato il freno preventivo, sa che la morte è il contenuto del freno positivo. Quello è il contenuto; la forma può essere qualunque, dal colera al patibolo, dalla fame alla peste.
Quando la peste porta via il soverchio e acconcia i conti con la fame, il poeta più gentile e anacreontico può sciogliere un inno alla peste ed emendare le descrizioni di Lucrezio, di Boccaccio, di Manzoni.
Naturalmente, dunque, non tutti gli uomini possono divenire proprietari; non tutti entrano nel moto della Storia; i più devono rimanere nell'animalità. Riparatrice di questo soperchio sulla terra è la morte.
Questo è lo schema del sistema malthusiano, riposto tutto nel dualismo, come ho mostrato, di due progressioni e due freni, sproporzionate le une, inversi gli altri.
… Premendo il sugo di questo sistema, dopo trovata la causa della povertà, a che si riduce davvero il rimedio sommo per guarire da sì brutto morbo? Non a due freni veramente, chi guardi diritto, ma al freno preventivo, al nisi praevideris, a fare che la popolazione non cresca oltre le possibili offerte della terra. Non generate quanto si può, e non patirete fame: questa è la conclusione finale del sistema. È osservazione vecchia, ma qui è conclusione di un gran sistema. Malthus trova assai emendabili certi venerabili precetti. Jeova comandava: Crescite et multiplicamini; Malthus consiglia: Crescete e moltiplicate meno che si può. Aggiunge una terribile minaccia: Alle moltiplicazioni inconsiderate sopravvengono sottrazioni acerbe.
Additato il rimedio, bisogna escogitarne la possibilità. Consente la natura che gli uomini generino meno di quanto naturalmente possono e mutino in progressione aritmetica la progressione generativa che naturalmente è geometrica?
Una mutilazione è sempre possibile, e all'animale volente sopra tutti gli altri; è un male minore per evitarne uno maggiore; e tal'è, senza dubbio, la natura di ogni rimedio. Chi è sano e non vuole ammalare, si bada da molti svaghi o piaceri che seducono: chi è malato e vuol sanare, si priva di bocconi ghiotti e beve stille amare: ogni privazione è dolore ordinato ad evitare un dolore più intenso e più durevole: e in questo minor dolore consiste dovunque e sempre il rimedio.
L'autore non consiglia l'amore promiscuo e l'infanticidio, come praticavano i membri della società Arrevy per cessare il pericolo della soverchia moltiplicazione nelle popolose sponde di Otaiti; non consiglia l'antropofagia, la castrazione negli uomini, l'infibulazione nelle donne, i matrimoni a età tiepida, e simili provvedimenti di popoli insulari minacciati da sovrabbondanza di bocche; ma consiglia un po' di freno preventivo all'animale volente, che per la volontà appunto illuminata dal calcolo delle conseguenze future, si distingue da tutti gli altri animali e li domina.
Privarsi duole, ma tal dolore è rimedio.