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È vero che la storia della fame si ha da cercare nella natura esteriore, come quella dell'uomo preistorico, degli strati tellurici, delle montagne, dei vulcani, delle flore e delle faune, sì che si abbiano anche i plutonisti e i nettunisti della fame?
È vero invece che la storia della fame umana si ha da cercare dentro il soggetto umano, come quella delle religioni, delle lingue, delle arti, dei codici, dei governi, delle rivoluzioni civili?
In una parola, l'origine e il processo della fame sono obbietto propriamente di storia naturale o di storia civile?
Non è questione semplicemente di metodo, ma di sistema, la quale secondo la diversa soluzione implica ben differenti conseguenze.
Comincio dal notare che l'origine primissima di ogni cosa, e però anche della fame, si ha da cercare nella natura, o a dir chiaramente, nella materia che, affaticata dalla legge di reciprocità, si muove sempre, e, movendosi, si media, si fa minerale, pianta, animale, uomo e quindi logica, storia, morale, diritto, nazione, umanità. Questa dottrina naturale, superando la teologia e la metafisica, è entrata nel dominio irrevocabile del pensiero e della fede del nostro secolo. Ora la questione non versa circa questo eterno e progressivo mediarsi della materia, ma nell'investigare se la natura istessa decreta la fame, creando due progressioni diseguali, la geometrica e l'aritmetica, come crea le montagne e le piante: ovvero se l'origine della fame si abbia a cercare nelle medesime attribuzioni del soggetto umano, dove si cercano e si trovano le origini e le vicende di tutta la storia dell'uomo. Insomma, il soggetto primo e immediato, in cui si deve spiare la causa della povertà, è l'uomo come uomo o la materia matrigna?
Nel primo caso, la fame avrà la sua storia, i suoi momenti, la sua soluzione come tutte le dottrine spettanti al problema schiettamente antropologico; nel secondo non avrà storia umana, ma sembianza uniforme e periodi similari come quelli della natura esteriore. Nel primo caso, l'uomo ne cerca la soluzione, trasformando sè stesso; nel secondo, ne mendica l'attenuazione, pugnando contro la natura.
Questo è nettamente il problema nella sua posizione genuina, e degno di alta considerazione.
Pongasi mente: chi dicesse la fame, essendo d'ogni luogo e di ogni tempo, muove dunque da universal cagione, cioè da legge di natura, come la morte, il verno, la notte, e però non pure biblicamente ma induttivamente doversi giudicare perenne la povertà, affretterebbe assai la sua induzione, non osservando che molti sono i mali d'ogni luogo e d'ogni tempo e nondimeno alcuni vanno attenuandosi, altri devono sparire espulsi dalla forza del progresso che è legge del pensiero. In ogni luogo e tempo trovasi la servitù: se ne deve dunque, indurre la giustificazione d'Aristotele o piuttosto la previsione che la servitù debba cessare, quando l'ago e la spola, lavorando da sè, cesseranno il miserevole spettacolo dell'uomo macchina? In ogni luogo e tempo trovasi il privilegio, ora sub robore corporis, ora sub lituo auguris, ora sotto lo stemma feudale, ora sotto il cumulo del capitale. Sarà, dunque, eterno il privilegio, argine immobile ai principi di libertà e di equità umana? Le induzioni di questa fatta si ripetono ogni giorno, sono volgari e contro le leggi del medesimo processo induttivo; il quale, governato dall'esperienza, deve riconoscere che molte false universalità vannosi logorando, e, come la virtù dell'oggi ha sfatato ed espulso molte cose santificate da luoghi e secoli moltissimi, così il domani cancellerà questa gran macchia dell'oggi che pochi annega nel burro, molti nel rigagnolo.
Compagne di certi privilegi sono le dovizie, con le dovizie dei privilegiati va la povertà de' reietti; e privilegi, dovizie e povertà hanno radice nell'ignoranza o, a dir meglio, in certe condizioni che chiamerei psicopatiche, le quali dalla mente si traducono nella storia. Di quindi due corollari:
1. C'è una storia civile della fame come della mente;
2. Si attenua ed espelle la fame come la mente s'integra...
… Provata la prima affermazione, che c'è una storia civile della fame come della mente, è risoluta già la seconda, cioè che si attenua ed espelle la fame come la mente si integra. Importa nondimeno esaminarla partitamente.
La mente s'integra, completando il cittadino e l'individuo nell'uomo, l'uomo nell'autonomia della ragione, la ragione nel principio supremo di reciprocità, di là del quale trovasi la metafisica, di qua l'empirismo.
L'uomo non consente che la sua parte individuale ed incomunicabile sia sacrificata al cittadino in nome di uno Stato assorbente che gli ruba la miglior parte del prodotto del proprio lavoro; nè vuole che l'individuo sprezzando il cittadino si maceri ed affami per conseguire premi estrasociali. La fame, sotto qualunque aspetto, è giudicata mala cosa, è immorale, ingiusta, disumana. Non c'è più uno Stato che la giustifichi, non un Dio che la santifichi; c'è l'uomo che la condanna, scrivendo che, fatto il vuoto nello stomaco, si fa vuoto nel cervello. In questo senso la natura aborre dal vuoto.
L'uomo che allo Stato e a Dio sostituisce la Ragione, cioè sè medesimo, vede, investigando, che la Ragione si assomma nel principio di reciprocità, il quale, connettendo ed equilibrando i contrari, risolve in sè tutti gli altri assiomi, tutti i principî moderatori del pensiero e della vita, compreso il principio di causalità. E di questo principio, appunto, di questo solo fa uso oggi a risolvere la gran faccenda economica, che dicono questione sociale. E chi vuol vederne addentro il come (e importa a tutti) mi segua nel rapido cammino. Stabilito, secondo la natura della reciprocità, che la vera causa sia effettuale, la ragione non può ammettere cause inerti, nè effetto che non debba appartenere alla sua causa.
La causa che non effettua, nella sfera speculativa è una illusione, una menzogna; nella sfera pratica è un delitto, e non può estendere il suo potere sugli effetti che non le appartengono.
L'effetto è nella causa, della causa, e l'equivalente della causa, come il moto è l'equivalente della forza, come il calore è l'equivalente del moto, come dunque il prodotto è l'equivalente del produttore. Perciò se la Divina Commedia è di Dante e non degli altri Priori né di Corso Donati, se la Scienza Nuova è di Vico e non di Carlo III, se la pila elettrica è di Volta e non di questo o quel signore che non ha mai pensato, così il prodotto è e deve essere del produttore, la terra è di chi la coltiva ed ogni altra mano che si stenda sul frutto è ladra. Il moto si è trasformato in calore, la forza in moto, la causa in effetto, il produttore in prodotto: nel frutto si giudica l'albero, nel moto la forza, nel prodotto il produttore: perchè il prodotto apparterrà ad altri? Penalmente gli Stati fanno valere la via della casualità: se un uomo uccide un'altro, l'omicidio appartiene all'uccisore, non ad un signore pacifico e profumato; economicamente la causalità non vale: se un uomo produce un albero, il prodotto può appartenere a chi non lo ha piantato. La causalità, dunque, vale soltanto sinistramente, quanto basta a tenere a segno i diseredati, quelli cioè, ai quali venne sottratta la terra comune e però il prodotto della loro forza.
Ecco dunque, questa dottrina così detta sociale fondasi sul principio della causalità, insoluto, secondo il nostro sistema, in quello di reciprocità. Molti socialisti nol sanno; ma così movesi la loro dottrina.
Questa dottrina, considerata storicamente, torna a dire che nel passato il principio di causalità fu ritenuto soltanto in forma positiva, fu applicato dal boia e dagli aguzzini, fu pensato e scritto così per quae quis peccat, per haec et torquetur; nella sfera civile ed economica ebbe applicazione scarsa o niente: cento producevano, uno divorava. Considerata poi filosoficamente, vuol dire che il principio della causalità non deve riguardare l'uomo da un solo lato, e dal più manchevole, ma deve riguardarlo intero, come produttore di bene e di male, e gli consentirà l'equivalente del delitto come del lavoro: perchè l'uomo delinque, la società non aspetta tempo per le riparazioni infernali, ma lo insegue in terra, così all'uomo che produce bene, la società non prometta gioie celesti, ma gli lasci qui il frutto dell'opera sudata. Scacciammo lo straniero che raccoglieva dai campi non arati da lui, per tenersi sul collo il parassita che non ara e raccoglie?
Se ne deduce questo corollario: Se il principio di causalità sarà, e dovrà essere, applicato civilmente ed economicamente, non occorrerà applicarlo in forma punitiva: perchè il delitto, prodotto della miseria, dell'ignoranza, delle troppe disparità sociali, non è possibile all'uomo rimunerato equamente, che in ogni altra persona sente il dovere di rispettare sè stesso.
Questo corollario si rimena alla dottrina da me esposta sul Saggio Critico del Diritto penale e del fondamento etico, la quale dimostrava che il Diritto civile e il Codice penale muovonsi dentro la storia in ragione inversa.
Vedano i socialisti che dentro alle loro dottrine scorre come un presupposto questo nostro razionalismo; che tutto il vigore e lo spirito dei loro teoremi sono attinti al principio di causalità; e che questo principio non può avere il valore moderno e dialettico, come abbiamo dimostrato nella parte generale, se non risoluto nel principio di reciprocità che integra e connette i contrari.
Senza sistemare qualche cosa, nessuna dottrina può assumere forma schiettamente scientifica nè entrare nelle correnti della storia.
Due cose, dunque, non sono dubitabili: che i socialisti movano dal principio di causalità, e che questo principio il quale governa tutto il mondo della natura o della storia, sia indiscutibilmente vero. Resta ad esaminare se di questo principio sia stata fatta applicazione giusta e strettamente logica; perchè più difficile della scoperta dei principî è la applicazione dei medesimi.
Nell'esame si presentano logicamente i due quesiti seguenti:
1° – V'è nella natura, nel pensiero, nella storia una causa così esclusivamente operosa da far credere l'effetto appartenerle esclusivamente?
2° – Il principio di causalità è potente di risolvere il problema economico in modo da distruggere la miseria, la fame, e riabilitare il diritto dell'esistenza, negato da Malthus?