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Ogni secolo ha il suo nome, il suo protagonista, il suo coro… Come si chiamerà questo secolo critico, irrequieto, trasformatore?...
… Un inglese lo chiamò secolo degli operai, e disse giusto, se volle significare che in questo secolo gli operai compiranno la loro liberazione.
E la compiranno da sè, perchè autonoma è la psiche, ed ogni individuo, ogni classe, ogni nazione deve per intima virtù liberarsi. La borghesia magra darà la scintilla: i proletari debbono secondarla in fiamma...
… A farcene persuasi occorre dare uno sguardo alla storia delle proteste...
… Io non credo che la protesta economica trovi la migliore espressione nella dottrina socialista di Carlo Marx; ma penso che la trovi nella dottrina umana del limite di proprietà, stabilito secondo il valore del principio di causalità...
… Il catechismo dell'operaio si assolve in pochi precetti: Equazione tra pretensione ed obbligo; tra prodotto e attività produttiva; lavoro associato.
La genesi di queste idee è questa: – la proprietà è mezzo a tramutare l'animale in uomo; il lavoro associato è mezzo a conseguire la proprietà. – Le due grandi verità che ne risultano sono: limite di proprietà, associazione di lavoro.
Il mondo moderno ha fatto intendere questi pronunziati fecondi: il solo lavoro nobilita l'uomo e giustifica la proprietà; l'associazione trasforma il lavoro e il lavoratore...
… E il lavoro non pure nobilita l'uomo, ma giustifica la proprietà, connettendola col proprietario, mediante il vincolo causale, unico rapporto razionale e possibile da ammettere nel mondo etico ed economico.
Questo rapporto però non si adempie, sino a quando il lavoro dura monastico. I romani dissero: Vae victis; ed ebbero ragione, ma con più intensità nella Bibbia è scritto: Vae soli!
Il vinto rimane uomo e può rifarsi vincitore: ma il solo, il monos soverchiato sempre dalla concorrenza, non può farsi uomo.
Associando le forze, sociatis laboribus, non ne viene soltanto il facilius munia exsecuturos, ma la trasformazione del lavoro e del lavoratore; perchè alla concorrenza degli abbienti, prestabilita dall'interesse, viene ad opporsi la concorrenza dei lavoratori, moderata dalla ragione, dalla giustizia del fine, dalla misura dei mezzi. Così al lavoro viene stabilita la misura; al lavoratore, consentito il tempo di educare l'uomo, sopito o quasi morto dentro di lui; e l'uomo, tenendo per sè quello che è umano, commette il rimanente alle bestie ed alle macchine.
Ne seguita: l° Non esservi un diritto o una pretesa dell'ozio, che, deturpando il pensiero, lo torce sempre al male;
2° Non essere proprietà, ma sottrazione, così quella che non porta l'impronta dell'attività del possidente, come quella che supera il limite di proprietà;
3° L'aristocrazia del lavoro non essere casta, ma scuola; non il privilegio, ma l'uomo, tutto l'uomo, che, facendo sè, non pone inciampo all'umanità altrui.
L'associazione, dovendo dilargare, non soffocare le attitudini individuali, aiuta in ciascuno quella naturale disposizione che dà fisonomia e carattere all'individuo, e fu chiamata da Socrate la voce che dì e notte parla dentro di noi, da Dante il fondamento che natura pone, ed oggi è detta vocazione. Diritto di vocazione nel linguaggio comune suona, nel linguaggio della scienza, lezione del proprio destino o pretensione di libera scelta del lavoro. Il quale lascia memoria di sè solamente quando è esercitato secondo vocazione: ogni altro lavoro è animalesco e macchinale.
Violare, dunque, la vocazione egli è soffocare l'individualità umana, peccato antico e nuovo...
… L'associazione, dunque, non regola il lavoro rispetto al fine che è da natura e ciascuno lo porta in sè, ma rispetto ai mezzi ed alla misura.
Rispetto ai mezzi, l'associazione porge strumenti e ammaestramenti, perchè il lavoro, disciplinato, non solo conosca il suo fine, ma vi si proporzioni e lo raggiunga, nel minor tempo possibile, affinchè la brevità della vita non venga ingannata o soperchiata dalla lunghezza dell'arte.
Rispetto alla misura, il lavoro dev'essere ordinato a sviluppare, non a logorare l'energia dell'uomo...
… Lo Stato, impotente a sollevare il proletario e fissargli la misura del lavoro, deve consentire che il proletario, mediante l'associazione, si sollevi e trovi nelle sue medesime forze la misura del lavoro umano. Tutelare l'associazione, fare che non trasmodi è quel minimo di governo oggi desiderabile ed inerente alla natura, alla missione dello Stato.
Il contrario avviene per necessità della presente forma dello Stato. Esso vive sospettoso delle associazioni, perchè non ama la rigenerazione del quarto stato; e non può volerla, perchè il capitale è conservatore. La formula è questa: La plutocrazia vuole l'operaio monastico. La formula si traduce nella vecchia e oramai impotente sentenza: Divide et impera.
Quindi, quando lo Stato non può imporre il sillabo alle associazioni, non può renderle officiali o costituzionali, succursali di caserme, col pretesto ora di Dio, ora dell'ordine pubblico, interviene, scioglie e manda i governati o pietosamente alle case o provvidamente alle Assise. Dio ed ordine sono pretesti: dietro c'è il capitale. La plutocrazia non può altrimenti operare.
Ma oramai le associazioni sono idre immani contro gli Stati odierni: troncate, rinascono; sottratta la discussione affilano le armi; tradotte alle Assise, trovano difesa, assoluzione dal voto del magistrato, e da gran tempo dalla necessità della discussione vanno passando a quella dell'agitazione. In somma, eccettuate le associazioni arcadiche, o contemplative, oggi lo Stato e l'associazione sono due forze nemiche. Lo Stato è plutocratico, è schiettamente e sospettosamente borghese; l'associazione, se non raderlo, vuol rimutarlo da capo a fondo.
Lo Stato pone sè come fine; le religioni officiali, l'oro, gli eserciti permanenti, come mezzi. L'operaio pone sè come fine; il lavoro e l'associazione, come mezzi.
Al disopra dello Stato stà l'uomo moderno.