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….. L'applicazione intera di un gran principio, da chiunque e comunque scoperto, formulato, sistemato, può essere fatto da quella classe, a cui più importa.
Se il principio di causalità, derivato dal mondo fisico nel mondo economico, costituisce una dottrina che in gran parte m'appartiene, dico altamente che l'applicazione non sarà fatta mai dall'ordine dei professori e dei deputati, al quale appartengo: anzi questi moveranno ostacoli di ogni maniera e con parole e con fatti; e gli operai solamente possono farne l'applicazione. E in gran parte la vanno già praticando: ciò che in loro è sentimento e bisogno, qui è dottrina, la quale è così lontana dall'ossequio come dalla demagogia.
Il principio di causalità per essere attuato, deve anche esso trovare la sua causa, che è il bisogno, il quale assumendo coscienza, si traduce nell'is facturus cui proderit. 17
Altra obbiezione muove contro il mezzo economico, che è il lavoro associato, anch'esso invocato troppo esclusivamente.
Si può negare, dicono, che la beneficenza delle classi superiori, la carità di molti istituti pubblici, la munificenza e le riforme de' principi non valgono a sollevare e molte volte a trasformare la fortuna de' poveri? Bisogna aver dimenticato la storia della generosità umana.
Rispondo che la si ricorda in mal punto, perchè, se v'è cosa per propria natura ordinata a perpetuare la miseria ed a mortificare affatto la fibra ribelle dei diseredati è appunto questa generosità poco onesta, che a titolo di carità restituisce ai poveri una parte meno che infinitesima del loro prodotto. In ogni tempo sono stati al mondo questi Istituti benefici e si è esercitata questa generosità sonnifera; ma il quarto stato è rimasto sempre in fondo e non si è levato mai. Altro vuolsi che beneficenza di ricchi. A che giovino poi e quanto le beneficenze dei principi, dica la Storia a chi sa leggere; ed una legge della Storia ci mena a concludere: Una classe che da sè deve compiere la propria rigenerazione, deve in sè trovare il mezzo: unico mezzo che il quarto stato trova in sè medesimo, è il lavoro associato.
Ogni altra dottrina che cerca la rigenerazione e il mezzo di asseguirla fuori di una classe prostrata, è una illusione, che sta contro il principio di causalità.
Abbiamo dimostrato che il medesimo diritto di causalità stabilisce il limite di proprietà, proporzionando il prodotto al produttore. Due principali obbiezioni sorgono contro questa dottrina. L'una dice: Chi pone limite all'attività dell'uomo? Da illimitata proprietà deriva illimitato diritto di proprietà. L'altra conchiude che un limite di proprietà crea un limite all'attività. L'uomo che non ha ad avere meglio che tanto, non lavora più che tanto.
Sono due vecchie obbiezioni. Risposi alla prima, che si crede illimitata l'attività di un uomo per giustificare gl'illimitati guadagni, non considerando le cause concorrenti, sconosciute, premute, buttate nelle ombre; non considerando come si tragga profitto dalla mal riconosciuta attività degli altri bestialmente trattati; non ricordando come gli Agamennoni di ogni tempo premano i Tersiti.
Il vero, dissi, è che non ci può essere attività illimitata, perchè ogni causa è determinata e non può nulla produrre oltre il suo pulcherrimum aut pessimum facinus. Però questa obiezione si trae fuori della scienza e della osservazione.
Rimossa la prima, cade la seconda. Ma può riceversi in questo altro senso, che, ammesso un limite di proprietà tale che il bisogno dell'uomo ne sia satisfatto, l'attività umana non si esplicherebbe intiera, non secondo natura e proprio valore, ma sino al limite imposto. Due risposte perentorie: l'una, che noi non proporzioniamo l'attività alla proprietà, ma questa a quella; l'altra, che l'uomo non esplica la sua attività a solo fine di avere, ma lo sollecitano cento altre necessità inerenti alla sua essenza: l'amore, la gloria, l'ambizione, il desiderio di sapere, il dovere, la gelosia, la emulazione e lo spirito impaziente di riposo. I più forti lavorano dove meno c'è da guadagnare, ma il loro lavoro è il più fecondo, il più degno di memoria e di poema; però fu scritto che l'uomo non vive di solo pane; anzi per i migliori il pane fu sempre e sarà l'ultimo dei desiderî. Non si immoleranno ai devoti digiuni, intenderanno tutto il diritto della integrità fisica; ma questo sarà mezzo ad essi, non fine. Il fine della vita lo cercano oltre il pane, e noi quando avremo a determinare questo fine, spiegheremo la ragione della loro immortalità storica.
La conchiusione è inevitabile: Non la proprietà è un furto, ma ciò che supera il limite di proprietà.
La prima sentenza è relativa, sta contro la presente condizione della proprietà, è il fondamento posto da Proudhon al più schietto e deliberato socialismo. La seconda sentenza è una soluzione, la sola ordinata ad equilibrare la ragione collettiva con la individuale, ad attuare la coesistenza della libertà di ciascuno con la libertà di tutti. Questa coesistenza implica un limite, e il limite si traduce nella proprietà proporzionata all'attività.
Il principio di causalità, dunque, non solo mi separa da Malthus, ma dal suo avversario Proudhon: da Malthus, di cui inverto la progressione; da Proudhon, che alla soluzione sostituisce una reazione. Nella reazione contro l'individualismo è rimasto celebre il motto di Proudhon: La proprietà è un furto. Nella soluzione del problema varrà il nostro corollario: Furto è ciò che supera il limite di proprietà.
Rimosse le obbiezioni che parevano di maggior momento, ne deriva il corollario più aspettato dai bisogni più vivi del mondo presente.
Dato il rapporto di causalità come il solo vincolo possibile tra il produttore ed il prodotto, ne seguita che tutto ciò che dalla natura è immediatamente messo ad uso di tutti e dicesi proprietà collettiva, dovrebbe dirsi veramente proprietà di nessuno ed uso di tutti. È proprietà di nessuno (res nullius), perchè manca il rapporto causale tra il prodotto immediatamente naturale e l'attività dell'uomo; è in uso di tutti, in quanto ciascuno può adoperarlo come materia da trasformare e mettervi sopra l'impronta dell'uomo. E fu detto che la cosa di nessuno appartiensi al primo occupatore, perchè questi, anche solamente trasformandola o su mettendovi la mano, vi mettesse insieme la prima qualsivoglia forma dell'attività individuale. Occupare è intellezione e deliberazione, intenzione e fatto, quel primo fatto a cui ogni altro fatto deve succedere. Agli uomini che escogitavano l'origine della proprietà, presentavasi come primo titolo l'attività individuale, il lavoro: il legame che potevano intendere tra la cosa e l'uomo, era quello di causalità. I momenti della Storia falsarono questo legame, e lo estesero e restrinsero, alternandone la natura: lo estesero sino all'oltre tomba, alla successione, lo restrinsero sino all'agricoltore. Ma in fondo al concetto di proprietà si porse naturalmente sempre il concetto di attività, il rapporto causale tra l'uomo e la cosa.
Tra la terra, com'è, e l'uomo, non vi essendo rapporto causale, dicesi che la terra è di uso collettivo come l'aria, la luce. Ma in quella parte della terra, dove l'uomo stampa la sua impronta, crea la proprietà, e la crea in proporzione della sua attività; però dicesi che il prodotto gli appartiene. In somma, quando oggi affermasi il collettivismo della terra e l'individualismo del prodotto, si vuol dire appunto questo, che la terra è in uso di tutti, il prodotto è proprietà del produttore.
Ma qui vuolsi andar cauti, e non far separazioni mal tollerate dalla natura. Quando dicesi produttore non bisogna intendere esclusivamente l'agricoltore, ma qualunque operaio sia di pensiero sia di mano concorra alla produzione; e bisogna ricordare che nessun lavoro è improduttivo, e che produttore primo è il pensiero.
Lavoro improduttivo non esiste, è una contraddizione nei termini, suona causa senza effetto, forza senza moto, è un limitare arbitrario e gretto il concetto del lavoro. Ogni lavoro produce, come ogni forza muove: ogni prodotto appartiensi al produttore come propria causa. Quindi la giustificazione della proprietà letteraria ed artistica, la quale vuol dire che, come il prodotto della terra è dell'agricoltore, e il prodotto di altri mestieri è dell'artigiano, così il prodotto dell'ingegno è dello scrittore. Non neghiamo all'agricoltore la pretensione di appropriarsi il prodotto della terra da lui lavorata, ma il titolo esclusivo di produttore. È titolo che conviensi ad ogni lavoratore, e gli porge ragione di appropriarsi il prodotto.
La commutazione dei prodotti, mediante il contratto, rende possibile ed equilibrata la coesistenza sociale.
Il prodotto della terra è dell'agricoltore, come la Divina Commedia è prodotto di Dante: il primo costituisce la proprietà agricola, il secondo la proprietà letteraria: commutando queste proprietà, mediante il contratto, si fa possibile la coesistenza sociale e la compartecipazione di tutti alla vita di tutti, cioè alla vita del pensiero e dell'opera. L'agricoltore prenderà una parte della mente di Dante, e Dante una parte della mano dell'agricoltore.
V'è, dunque, la proprietà agricola, industriale, commerciale artistica e scientifica: ciascun lavoratore, secondo il principio di causalità, è proprietario del suo prodotto; la necessaria commutazione dei prodotti rende possibile, equilibrata la coesistenza sociale. Nessun proprietario può distruggere il suo prodotto, perchè non è esclusivamente suo, nè v'è un diritto illimitato di possedere e di disporre, nè si può distruggere, quando non è dato nemmeno donare. Distruggere il prodotto non si può senza distruggere o menomare il produttore. Un ius abutendi, dunque, è da considerare solamente in due modi: o di trasformare la cosa e svolgerla ad altro uso, o di commutarla.
Questa teorica non disdice ciò che abbiamo discorso nel capitolo sulle causalità, sull'economia, ma lo riferma; cioè non esclusivo produttore nè assoluto padrone della terra è l'agricoltore, ma tutti i lavoratori sono produttori; in ciascuno è da rispettare il diritto di vocazione; il prodotto è del produttore secondo la proporzione causale. Chi possiede oltre questa proporzione, non è proprietario, è ladro. Non vi possono cadere contraddizioni in una dottrina economia derivata da un sol principio.