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Tenterò in questo capitolo, accostandomi quanto è possibile alla forma popolare, non solo riassumere le cose principali da me dette intorno al problema sociale, ma confortandole coll'aiuto delle altre scienze, raccoglierle come in un quadro delle questioni più importanti sulla materia.
Perchè ho insistito tanto contro Malthus, contrapponendo il principio di causalità a quello di popolazione?
Di qui comincio, ed è chiaro: se non si provavano false le due progressioni come causa prima della povertà, se non si riusciva a liberare la natura dall'accusa del grande esquilibrio sociale, e se non si ristabiliva il diritto all'esistenza, negato da quella falsa intuizione della natura, non si poteva ammettere neppure la sola possibilità di una quistione sociale.
Ora i grandi naturalisti erano malthusiani: la tesi di Malthus era per Darwin e seguaci il presupposto immediato della lotta per l'esistenza e della legge selettiva. Io contrapponevo il principio di causalità, affermando che ignorandone la forma sincera e l'applicazione, la terra non può rendere quanto le si dà. Affermavo impossibile la sproporzione naturale tra il lavoro umano e il prodotto.
Era una intuizione filosofica la mia, e non bastava. Quelli erano naturalisti insigni e parlavano co' fatti; e fatti, non intuizioni filosofiche io doveva contrapporre. Ed ora credo che i progressi delle scienze agronomiche siano venuti a convalidare quella intuizione scientifica, con la quale era stata già – da tre secoli – ricostruita tutta la cosmologia.
Io non debbo esaminare come il Lawson, il Richards abbiano impugnato il valore logico delle dottrine malthusiane, ma come il Tcernicewsky ne abbia distrutto il valor naturale circa le due progressioni, cioè nel fondamento.
È vera la progressione geometrica della popolazione?
Il critico risponde: Al tempo in cui Malthus determinava questa prima base delle sue deduzioni, gli mancavano la critica e la circospezione. E ciò prova co' fatti, esaminando l'aumento di popolazione negli Stati dell'America del Nord, dove appunto l'occhio di Malthus era corso.
È vera la progressione aritmetica del prodotto agricolo? Il critico risponde: Al tempo di Malthus pareva perfetta quell'agricoltura che ai tempi nostri è la più manchevole. E ciò prova co' fatti, esaminando l'agricoltura della China e del Giappone, dove appunto era corso l'occhio di Malthus.
E bene, come Cairnes aveva librato quanto può dare a tutta l'Europa la sola valle del Mississipì e quanto a tutti gli uomini le foreste dell'Australia, così il critico dimostra quanto può dare la sola Inghilterra, di cui Malthus riputava estremo limite il raddoppiamento del prodotto in 25 anni. È una ingenuità – dice il critico – che fa sorridere chi ha letto i libri moderni di agronomia.
Ed aprendo il Corso di Agricoltura del Gasparin, conchiude: che potendosi introdurre una buona coltura a più avvicendamenti in un paese che possiede già una coltura migliore della semplice coltura triennale, basterebbero 25 anni perchè la Gran Bretagna, compresa l'Irlanda, si mettesse in grado di alimentare una popolazione di 230 milioni di uomini, cioè quasi otto volte maggiore di quella che era nel 1860.
E poichè l'autore degli Schiarimenti sullo Spirito della teoria di Malthus non è solo, ma è sorretto da tutta una schiera di naturalisti, che con esperimenti rifatti annullano le due progressioni malthusiane, la conchiusione evidente è questa: che quella che era una intuizione filosofica contro la dottrina di Malthus è divenuta una prova sperimentale e che alla natura costruita da Malthus si è sostituita la natura ricostruita dalla esperienza.
Fatti per fatti dunque, possiamo affermare che il diritto di esistenza è riabilitato dalla scienza della natura.
Il problema, dunque, è spostato, non è più tra due immaginate progressioni naturali, ma, come lo pone Marx, tra la forma capitalistica della produzione e i rapporti di produzione e di scambio. Si può affermare che in quella sugosa prefazione al Capitale non c'è di sbagliato che la citazione di un verso dantesco.
Spostato il problema sociale e trasferito dalla natura alla società, si trasforma il contenuto etico sociale.
La morale che oscilla tra l'ascetismo individuale e l'egoismo di classe, tra la rassegnazione e il convenzionalismo scade ogni giorno per dar luogo ad una morale più umana e ragionevole. Dove più trovare ai dì nostri un operaio che si rassegni al salario non che all'elemosina e reputi beneficenza ciò che la classe dirigente chiama carità? 19. La sua morale egli pone nell'asseguimento di un fine emancipatore e stima buoni i mezzi che vi conducono; pone il suo diritto nel bilanciare gli obblighi suoi con le pretenzioni; pone la virtù nel moralizzare il diritto suo; e morale, diritto, virtù, com'ei gl'intende, fanno il suo nuovo ideale che spiega e giustifica la lotta per l'esistenza.
Non si deve dire dunque, come si è detto persino nel Parlamento, che la quistione sociale è senza ideali. Tutt'altro: l'ideale emerge terso ed immediato dall'universalità istessa della quistione sociale, ed è in proporzione della universalità della tesi pratica; e se l'universalità supera le nazioni, i continenti, le razze e si fa umana, acquista alcun che di religioso.
Certo, v'è qualche parte di sofferenti che riduce la quistione sociale allo stomaco, ignorando la complessità del problema, e alcuni non mancano che così poveramente la giudicano, derivandola da un concetto della vita, che se veramente appartenesse ai socialisti, sarebbe la condanna del socialismo.
Gli economisti borghesi dicono che ai socialisti l'ideale o manca o non sale oltre il bisogno immediato. – E non è vero. – I socialisti rispondono che ogni sincerità ideale si è allontanata dalla borghesia. Ed è vero.
Quale prova di fatto che al socialismo manca l'ideale? Nessuna: i socialisti operano convinti che la soluzione sociale è ordinata all'emancipazione umana. Non c'è prova di scienza che li accusi: i socialisti dimostrano che senza liberarsi dalla tirannide del capitale tutte le altre libertà tornano manchevoli.
Ma ben possono con la ragione e co' fatti dimostrare che alla classe dominante manca la sincerità ideale, e n'è prova, ogni giorno più, il parlamentarismo.
Questa parola compendia tutta una discesa intellettuale e morale, tutta una prova d'impotenza nelle intenzioni più liberali ed umane. Singolarmente e intenzionalmente nessuno è imputabile: nè il capo dello Stato, nè i consiglieri della corona, nè l'uno o l'altro de' rappresentanti... Ma il sistema?
Qualunque ideale si è allontanato da questo sistema e non pare che siasi ricoverato nelle repubbliche borghesi, quando si vede il Governo francese proseguire la politica coloniale de' vecchi Stati, e la repubblica degli Stati Uniti dichiararsi impotente innanzi alla giustizia.
Nè l'ideale mancato alla vita si rinfranca nella scienza della classe dominante. Il relativismo incondizionato, riducendo la morale, il diritto, la virtù tra gl'idi e le calende, ad un giuoco di opportunità e di abili adattamenti, indebolisce il valore etico della vita, e come accade a tutte le dottrine unilaterali, riesce al più intollerabile assolutismo dove appunto più parla di relatività.
Basta leggere, per dirne una, i paralleli che si fanno tra' delinquenti e gli uomini selvaggi e preistorici. Varranno, certo, que' ragguagli per alcuni reati, ma tutta quella serie di eleganti delitti che girano allegri intorno al codice penale senza toccarlo, tutta quella corruzione fortunata che mena a tanti alti uffici, in quali tempi primitivi e in quali selve trovano riscontro? La delinquenza elegante sfata i paralleli e sfugge ai codici, ma non ai criteri morali, che bollano gli opportunismi vergognosi, delineano il profilo del galantuomo e dello sfacciato, e li consegnano al giudizio pubblico.
Nulla di più assoluto di questi paralleli e di più assolutamente falso: provano soltanto l'indeterminatezza de' criterii etici intorno all'onesto e al criminoso, la quale oscura alle nazioni i fini civili, e ne' singoli annulla il carattere.
Sopra questa rovina de' vecchi ordini qualche cosa sorge, qualche cosa di nuovo che turba la festa, e che se non avesse ideale, non avrebbe espansione e non costringerebbe il papa e l'imperatore a raccogliere autorevolmente gli ultimi luoghi comuni della classe dominante, per assorbire essi la quistione sociale, irreducibile, per natura, alla vecchia, politica e al vecchio dogma.
Che cosa è in fatti la quistione sociale e quando suol presentarsi?
Liberata dalle simulazioni e dalle contraffazioni, è la quistione del lavoro, di tutto e solo il lavoro come solo produttore della ricchezza. Va ben inteso che i presupposti sono la materia e le forze della materia, ma produttore è il lavoro e il prodotto gli appartiene.
Tal'è la quistione. Una volta si disse che la natura non risponde al lavoro, ed oggi non si può dire; una volta si concepirono una morale ed un diritto sopra e fuori del lavoro, ed oggi no: oggi il mondo naturale e il mondo morale fiancheggiano la pretesa de' lavoratori.
La quistione sociale suol presentarsi sempre dopo la soluzione di una quistione politica. Quando un popolo si accorge che una rivendicazione politica non è esercitabile senza l'indipendenza economica, allora la quistione sociale si presenta. Qualunque periodo storico testimonia che dove un popolo senta immaneggiabile e quasi da scherno quella porzione di sovranità che ha potuto rivendicare, reclama i mezzi che facciano persona viva il sovrano collettizio. I mezzi – ecco la contesa sociale.
Oggi la quistione sociale, essendo succeduta non solo alla soluzione di gravi problemi politici ma – diciamolo schiettamente – al tramonto visibile di una religione che, postasi al servigio delle classi dominanti, risolveva in cielo le quistioni insolute sulla terra, ha acquistato la forma di una universalità, che non si era veduta in nessun altro tempo. È arrivata a farsi quistione di tutto il lavoro per tutti i lavoratori della terra, che a memoria del loro diritto e del loro avvenimento nella storia, hanno fissato un giorno per tutte le nazioni.
Niente di più solenne: il primo maggio è ormai una data, e non come il 14 luglio per la Francia, il 20 settembre per l'Italia, e altre date per altre nazioni: è una data universale, come quella delle religioni, che indicano un trasmutamento più largo assai che non sia quello delle cose politiche.
Il fatto è nuovo e ritrae l'universalità del moto e del pensiero sociale. Quando all'anno avete aggiunto questa festa del mondo che non è segnata nei calendari della Chiesa e dello Stato, non è segnata nelle memorie storiche di nessuna nazione, di nessun Ateneo, di nessun Istituto autorevole ed antico, voi vi troverete in cospetto di una idea che si è sostituita ai vecchi poteri.
Voi potete scomunicarla, ribattezzarla con nome non suo, potete insidiarla e combatterla; ma se essa è giunta a fissarsi in una data universale, è fissa come il destino.
Di primo maggio in primo maggio vi farà più pensosi; aumenterà proseliti; farà i conti, ora per ora, sulla classe dirigente; si gioverà delle scoperte, degli errori altrui, de' dolori proprii e ragionando e ruggendo salirà verso il secolo nuovo.
Sarà dunque veramente una rivoluzione?
E non lo credo. Le rivoluzioni – nel senso stretto – furono sempre e sono qualche cosa di limitato nell'idea e nel fatto, nello spazio e nel tempo. La rivoluzione è francese, inglese, germanica, ma umana, ma universale non fu mai, non è concepibile, perchè tutto ciò che è universale ed essenzialmente umano supera i mezzi, i fini i contrasti di eroismi e di miserie che fanno anguste le rivoluzioni.
Oso affermare che ciò ch'è essenzialmente universale è naturalmente evolutivo, e ne sta prova il cristianesimo.
Fu, certo, il cristianesimo il più gran fatto e il più universale della storia, e fu detto una gran rivoluzione come gli astronomi dicono di un certo moto degli astri. Ma rivoluzione, nel senso strettamente storico della parola, non fu, perchè si distese per magistero lento di apostolato, di dottrina, di concilii e non per impeto di parti; anzi per violenza cominciò a scadere.
Per questa via di evoluzione il cristianesimo giunse a fondare la Città divina. Ora che vuole, in sostanza, il socialismo? Vuol costruire la Città terrena annunziata e preparata da tutto l'umanesimo del rinascimento. L'un problema è universale quanto l'altro e sfuggono entrambi ai limiti di una rivoluzione.
So anch'io che la rivoluzione francese non fu l'ultima, e che due protagonisti di quella presentirono che il moto de' lavoratori sarebbe succeduto al moto borghese; so che tante rivoluzioni, in fatti, per tante cause seguirono, e per altre cause seguiranno: ma vedo che il moto dei lavoratori è assai più universale che non fu l'altro; che garentendo tutto il lavoro, abbraccia tutto l'uomo; e che però quanto perde di parte tanto per via lascia indietro di collere e di violenza.
L'istessa data che hanno fissata apertamente – come segno dell'universale consenso – implica la coscienza evolutiva. Le congiure, in tempo di sette, prefiniscono in segreto la data della esplosione; la coscienza d'una grande causa, in tempi più liberi ed umani, la predetermina come misura del processo evolutivo; la rivoluzione fa ricordare le date, non le prestabilisce.
Intendiamoci: non dico che sedizioni e commovimenti – secondo i paesi e il grado di pressione – non saranno qua e là, più o meno armati e fieri, ma dico che la soluzione sociale, intesa nella sua universalità e complessità, supera la natura, la forma, il limite d'una rivoluzione.
L'evoluzione è imposta altresì da tutte le quistioni inerenti al capitale, alla terra, al lavoro, chiedenti soluzioni non urti. Come si trasforma la terra? che dice l'agronomia rispetto alla partizione de' latifondi e al podere modello? quali sono le leggi naturali del lavoro? conviene requisirlo comunque il capitale? conviene l'autistazione, come dicono, degli attrezzi rurali? come intervengono compagni alla terra ed al lavoro il mare e la marina mercantile? Sono domande elementari – le più gravi verran dopo – alle quali non si risponde con l'accetta.
Ed evolvendosi sempre più il problema sociale, verrà smettendo ora una volta or l'altra tutto ciò che oggi ha di unilaterale e di esclusivo, e si verrà consertando con gli altri problemi e con le altre necessità della vita sociale, non escluso il problema politico. La nazione armata, il compimento delle nazioni, le federazioni internazionali, donde il codice positivo delle genti e la pace, sono quistioni politiche cospiranti alla soluzione sociale. Nessun socialista di cuore potrà buttarle a malora.
Quando si vede nella terra più ubertosa e più letificata dal Sole, dove l'operaio è il più sobrio del mondo, tanta emigrazione e tanti campi incolti, conviene tra le cause non poche indagare le cause politiche. E sono principalmente politiche le cause, quando innanzi a tanta emigrazione e a sì vasti campi incolti vediamo non presentata sin oggi neppur la proposta di una legge agraria, che obblighi i proprietari de' latifondi abbandonati, ai più elementari doveri indicati da' pubblici bisogni e dalla giustizia sociale.
Come il ben essere non è separabile dalla libertà, noi non possiamo separare il problema sociale dal politico.
È debito del pensatore, invece, ricordare che la quistione sociale s'intramezza tra due moti politici, presentandosi dopo la soluzione dell'uno e preparando l'inizio dell'altro.
Oggi, in fatti, la quistione sociale succede all'affermazione compiuta del principio di nazionalità e prepara la politica internazionale delle federazioni. Le prepara almeno per questo, che le federazioni sono assai meno gravose delle coalizioni, e mentre difendono ciascuna nazione federata dalle facili invasioni, permettono di volgere a beneficio della terra il gran capitale divorato dai bilanci della guerra e della marina militare.
E non si rimane a indicare in astratto la necessità delle federazioni, ma designa le nazioni destinate a iniziare in Europa il movimento federale. Ripeto che sono la Francia e l'Italia, appunto perchè queste due nazioni sono più spostate delle altre in questo periodo di coalizioni. Non è economicamente tollerabile questa condizione di cose, non è civilmente durevole.
E volendo costringere il mio pensiero in forma più chiara e precisa, dico:
1° Non esser possibile che per successione di ministri e di ministeri – dato il presente fascio d'interessi – il Governo sciolga l'Italia dalla triplice alleanza.
2° Solo la quistione sociale può trarnela, sfasciando le coalizioni, e componendo le federazioni che sono, per loro natura e magistero, meno gravose e preludono al gran disegno della federazione internazionale, destinato a trasformare la carta dell'Europa.
3° Il problema sociale non espelle tutta la politica, ma la semplifica, la terge, la sforza per vie più naturali e più umane. È il nesso dato dalla storia tra la giustizia e la politica.
Filosofo non è colui che, adocchiato un termine solo se ne fa croce o piumaccio, per tormentarsi o sdraiarvisi; ma egli è quell'altro che tra tutt'i termini spia i legami naturali e li dice come sono. E dov'ei li abbia detto così e così, anche spiacendo ai più, comincia la saviezza.
Perciò dico chiaramente ai nostri amici di Francia che non basta scrivere: Nous félicitons l'eloquent Bovio, ce savant e digne philosophe, d'avoir présénté, en si beau style le plan de notre federation helleno-latine20; ma occorre determinarlo questo piano per opera costante e vigile della democrazia francese e italiana, dileguando prima gli equivoci, poi, indicando il disegno comune. Sul disegno determinato rispetto al fine ed ai mezzi, nasce il convincimento che dove una democrazia illuminata consenta e voglia, non c'è oggi al mondo un'altra forma che a lungo resista.
Non importa qui ripetere quel che ho discorso circa la legge di causalità, che, applicata all'economia, la trasmuta in dottrina sociale, regolando il lavoro, unico produttore di ricchezza, e deducendo quelle conseguenze, che possono disegnare un fondo comune delle varie scuole sociali.
Noto solo i due primi vantaggi derivanti da libere considerazioni su' progressi degli studi sociali: l'uno, è conoscere meglio la plebe, parte migliore del popolo, la quale, educata, è naturalmente destinata a migliorare le classi superiori, che mostrano non pochi segni di esaurimento; l'altro è uno slargare la mente a poco a poco sopra i partiti, che sono sempre diminutori di capo e sopraffanno spesso il consiglio de' migliori con le arroganze degl'impronti. Più si ripensa la quistione sociale e più si sente l'uomo.
Io non voglio lasciare indietro neppure una delle idee esposte liberamente da tanti anni, ma non voglio commetterle ai metodi di chi non le ha pensate. – Gridino e scomunichino, ma il popolo ha questo di grande, che dà posto onorato al pensiero, specialmente se guerre e dolori immeritati glielo fanno sacro, e un giorno o l'altro porta sopra i detrattori un'anticipazione della morte – l'oblìo.
Maggiore, poi, de' vantaggi notati sopra a me pare questo, che il socialismo diffonde già tra le nazioni un alito di umanità che solo basta a temperare quelle che Vico chiamava borie nazionali avverse in ogni tempo alla sincerità delle tradizioni e fomentatrici di tendenze egemoniche, causa non ultima di dissidii e di contese. Noi vediamo, in fatti, i tedeschi che pochi uomini o niente hanno dato per qualunque causa giusta delle altre nazioni, allargare il pensiero oltre i loro confini e la loro lingua da quando il socialismo germanico cominciò a diffondersi contro le persecuzioni e gli ostacoli de' fondatori dell'impero militare.
Come, intanto, si comporta lo Stato presente di fronte alla quistione sociale? Se la sbriga con poche economie, chiama anarchici i socialisti, malfattori gli anarchici, e con persecuzione li spinge al maleficio. Continua la politica coloniale de' vecchi Stati, la quale costa molto e non più risponde allo spirito nuovo, e riallaccia intanto alleanze che frutteranno – gran pro – la continuazione della pace armata.
Non giova tacerlo: è un fare cotesto, rispetto, alla quistione sociale, come i governi assoluti verso la quistione nazionale. Quando gli uomini di una rivoluzione salgono, arrivano così tra gonfî e stracchi, che non possono intendere la necessità di un ordinamento nuovo. A ogni menoma concessione liberale mandano dietro sospettosi regolamenti polizieschi e li chiamano correttivi! Quanti, sino al 1846, dietro al pensiero mandava di questi correttivi frate Mauro Cappellari!
Ripensino più umanamente i ministri, i deputati e senatori la quistione crescente, e facciano che il maggio del 1892 non li sorprenda in artifizii insignificanti, durati un trentennio.
D'altra parte i socialisti non debbono ripetere i mezzi delle vecchie sette, perchè questo non è più tempo di sette e di congiure. La coltellata, la bomba, la cartuccia di dinamite, la sedizioncella qua e là, non crescono larghezza e credito ad una grande causa, che vuol essere ampiamente discussa quando il tempo, gli animi, le scienze ampia concedono ed impongono la discussione. Chi ha più idee, e più vere, e più giuste e ponderate, le dica, le mostri, e ci faccia veder la mente, i fini, il valor suo. Chi non le ha, non ripeta lo sproposito insigne, che il socialismo è quistione di stomaco; ma ascolti, impari, e sia prima neofito, poi apostolo.
Questa è la via larga per tutti: ma se il Governo erra, trae gli altri a reagire. Le trasmodanze delle due parti porteranno al socialismo un danno immediato ed apparente, allo Stato un danno più irreparabile se più indugiato.
Si badi lo Stato dall'errore di stimare anarchici tutt'i socialisti e di confondere l'anarchia – la più vasta delle utopie – con la delinquenza, come può essere definita in tempi civili. E i socialisti si guardino dall'errore di credere insignificanti, perchè formali, tutte le dottrine e quistioni politiche. Considerino, invece, che la sostanza e le forme sono inseparabili; che nella successione delle forme è la vita della sostanza; e che questa successione integrantesi, governata dalla legge di causalità, è l'evoluzione. Sentire, pensare, parlare, operare è successione di forme, che, salendo dalle nazioni all'umanità, allargano la politica, non la estinguono. Come l'indipendenza sta alla libertà, così la quistione sociale alla politica, cioè come mezzo al fine.
L'evoluzione dello Stato è decrescente, è una graduale diminuzione di governo; l'evoluzione sociale è crescente, nel senso di un esplicamento sempre maggiore dell'autonomia individuale consociata. Si persuada, dunque, lo Stato, che la sua trasmodanza fomenta l'anarchia, e si persuadano i socialisti che attenuare possono la funzione dello Stato, non cessarla. 21
Lo Stato presente, accentratore, è ben lontano dall'intendere queste verità, ma tra' suoi poteri non ha quello di fissare a lontano tempo il termine della pazienza altrui.
Ormai l'uomo sente che l'aria è respirabile, la luce è salutare, la terra produce e gli appartiene. Il primo maggio è la gran festa della madre comune – la terra – ed apre la primavera della umanità nuova.
Ed io reputo che l'economia, come oggi ancora si presenta, è appena l'abbicì della scienza; che molte forze l'uomo strapperà alla natura per mettere in grado le modeste cooperative di contrapporsi al grande capitale; e che sin la elettricità, la quale altrove serve al progresso della pena di morte, servirà tra poco al progresso del diritto alla vita, tentando la concorrenza al vapore. Fra poco l'operaio non sarà macchina, moltiplicando le macchine in servizio della umanità sua.