Giovanni Bovio
Filosofia sociale
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Uso, frutto, contratto.

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Uso, frutto, contratto. 22

….. Malthus e Proudhon, sono nella economia i due poli opposti: l'uno in nome della legge di popolazione, dimostra perchè la proprietà sia stata e debba essere di alcuni; l'altro, in nome del lavoro, dimostra che così posta la proprietà è un furto. La sintesi è il limite di proprietà misurato dal principio di causalità.

In queste tre posizioni sono compresi tutti i diversi principii e sistemi d'economia. Modificazioni e gradazioni di uno dei tre sono possibili, non è possibile un quarto. Il terzo che ci appartiene è conclusione storica e logica: storica perchè, superando l'esclusivismo, l'unilaterale dei sistemi precedenti, ne trova la sintesi e l'armonia; logica, perchè deriva tutto dal principio di causalità, da quel solo principio che oggi è posto a governo della natura e della storia e che da noi è stato integrato e risoluto nel principio di reciprocità, la cui forma negativa è il principio di contraddizione.

….. La proprietà, secondo la sua essenza implica l'uso, il frutto, il contratto. L'uso la prepara, il frutto la determina, il contratto l'esplica.

….. L'uso prepara la proprietà, il frutto la determina. Ciò torna a significare che il prodotto è del produttore, solo proprietario dell'opera sua. In queste poche parole è tutta la dimostrazione. Ma non vediamo, si dice, assai volte che la proprietà è di uno, il frutto di un'altro? Vediamo anche peggio: vediamo la successione, la donazione, la prodigalità, l'avarizia, l'usura; ma quello che fu ed è la proprietà, non è quello che può e deve rimanere. L'usufrutto si presenta come risultamento d'illimitato dominio e nega nel mondo economico il principio di causalità. Il prodotto essere del produttore vuol dire che il frutto determina la proprietà. Il frutto la determina, il contratto l'esplica.

Abbiamo varietà di vocazione, di lavoro, di produttori, di prodotti, dunque di proprietà. Quindi, proprietà agricola, industriale, artistica, letteraria: non di ciascuno, perchè tutte fanno il cumulo dei mezzi necessari al fine umano. Come, dunque, passano da produttore a produttore e fanno la comunità della vita, la totalità dell'uomo? Mediante il contratto che però è definito l'esplicatore della proprietà.

….. Insomma, il prodotto è del produttore; il contratto lo fa sociale: il prodotto è individuale; il contratto lo fa umano. L'umanità è socialità, e questa è contrattualità....

..... L'umanità è socialità, perchè l'assoluto monos non sarà mai l'uomo, non salirà mai all'Universalità della ragione, ma rimarrà chiuso nell'egoismo, che più trasmoda e più imbestialisce. La ragione, essendo dialettica, non può attuarsi nell'io e nel tu, ma nel noi. È, dunque, intrinsecamente sociale. La società, dunque, non è convenzione, ma natura. Non si nega già che l'uomo sia passato dallo stato trogloditico al sociale; ci si passò di certo, e al passaggio fu aiutato da terribili esplosioni della natura esteriore: ma il prima o poi non toglie naturalezza alle cose. Il volgo crede che le cose più naturali sono le primitive, e questo pregiudizio passa nel linguaggio comune; ma nella scienza le cose più si accostano a loro natura, quanto più si allontanano dalle origini. Dico che l'uomo è naturalmente uomo, è tale secondo la natura sua, quando ragiona, non quando vagisce; ma la ragione è il fastigio dell'individuo umano e della storia, è la sui-acquatio, non il saluto di chi arriva. La naturalezza vera di una cosa è, dunque, l'equazione della cosa con medesima, cioè del soggetto con la propria essenza. Però l'uomo non è il troglodita, ma il cittadino, ma non l'esclusivo cittadino, ma l'io civile, il noi. La società, dunque, non è da convenzione, è da natura: l'umanità è socialità.

In che consiste questa socialità? In uno scambio perenne, continuo di mezzi con libera necessità, cioè in una volontaria permutazione continua. Questa volontaria permutazione è il contratto. Dunque, l'umanità è socialità; questa è contrattualità…..

...... Ogni istante della vostra esistenza civile implica un concorso di volontà, un consensus, insomma un contratto espresso o tacito.

..... Considerando che la socialità e contrattualità hanno distinto il contratto in pubblico e privato, e patto pubblico fondamentale è quello che forma allo Stato. Forse non sarà veramente pubblico questo patto fondamentale, ma hanno forse avuto bisogno di crederlo e chiamarlo tale. Che cosa manca alla sincera pubblicità del patto fondamentale? Manca la natura della società presente, la quale, non uscita dall'individualismo, rende unilaterale e però artificiale la più parte dei contratti che oggi si fanno. La soperchianza dell'individuo sulla collettività si traduce nella soperchianza del più forte dei contraenti. Quando il bisognoso corre dall'abbiente, sa di subire tutte le condizioni imposte dal capitale, il dieci, il trenta, il cento per cento, la tarda mercede e magra, i fastidi, il va e torna che è il furto di tempo, ed altro. Nondimeno corre, torna, incalzato dal carpe diem, avvenga pure che il appresso debba essere sospeso all'albero infelice. La prudenza gli dice che domani il capitalista lo spellerà; il bisogno lo persuade a risolvere l'oscurissimo problema dell'oggi. Il bisogno immediato vince dove affatto precaria è la condizione della vita e il domani si porge ignoto. Quindi, quella forma di contratti che vogliono avere tutta la sembianza di bilaterali, dialettici, umani, ma in sostanza sono unilaterali e soverchiatori in maniera blanda e insidiosa. Questi contratti hanno un consenso apparente, un dissenso reale, e per questo appunto sono unilaterali, e sono nondimeno la massima parte dei contratti odierni, perchè questa è la forma della società, è malthusiana, pontefice e re il capitale.

Nessun codice scritto può far riparo a questi contratti simulati, unilaterali, e di malafede, a questi bugiardi consensi di uomini che profondamente dissentono anche quando mostrano di consentire, a queste soperchierie distillate dalle procedure e da quel summum ius che fu sempre summa malitia. Infatti, che riparo metterebbero i codici? Multe, carceri, sanzione di nullità, questi sarebbero i sommi ripari; e varrebbero a raddoppiare la simulazione dei contratti, o ad ammortire il capitale, a fermare la circolazione economica, cioè alla stasi sociale. Altri ripari occorrono, e di questa forma unilaterale saranno i contratti fino a quando la forma sociale non sia mutata e il lavoratore, mediante il lavoro associato, mediante la vera cooperativa, non entri nella possibilità di far concorrenza al capitalista. Malthusiana è la società, tale deve essere il contratto; il capitale costituisce la plutocrazia, il contratto la subisce, l'individualismo nummulario si oppone alla venuta dell'uomo, il contratto dev'essere unilaterale, una contraddizione nei termini. Non i codici debbono integrare il contratto, ma la società deve mutare ordini e fine.

Non co' codici direttamente lo Stato presente può integrare il contratto, ogni suo intervento sarebbe malefico; ma dovrebbe, pare, permettere al lavoro di esplicarsi, producendo e consociandosi.

Mostra di farlo, ma la sua natura nol consente: dall'una parte permette le associazioni, dall'altra crea all'attività e all'iniziativa tanti intoppi di leggi e balzelli e contatori e pretesti di ordine pubblico, che il lavoro rimane estenuato e impotente di qualunque risparmio.

Par facile dire: risparmiate l'obolo; ma è difficile risparmiarlo dalla fame. Così il lavoro, tornandogli difficile capitalizzarsi, cerca esplosioni dove il mondo moderno apre la via all'evoluzione. Quindi la soluzione economica non è possibile senza la trasformazione politica, e questa, alla sua volta, non asseguirà il suo fine, che è la libertà, se non compita la soluzione economica che equilibra la proprietà.

Il capitalista e l'operaio sono nemici; il contratto tra loro non può essere che una simulazione; la sola lotta è possibile.

Lo Stato presente ad evitare la guerra permette l'associazione e ne comprime l'effetto; impotente alle riforme sociali, brancola tra rimaneggiamenti economici che non arrivano ad equilibrare il bilancio dello Stato. L'uomo, intanto, tra l'emigrazione e il suicidio, tra la prostituzione e la fellonia, reputa nemico lo Stato piuttosto che moderatore.

Molti hanno scritto che nella storia della proprietà si legge la storia della persona. Certo nella proprietà si riflette il valore personale, e però anche Vico nei ricorsi della proprietà vide i ricorsi storici. Nella eroica barbarie del diritto feudale ei vide ripetuta la distinzione tra dominio quiritario e bonitario nella differenza tra il dominio diretto e l'enfiteusi. I ricorsi hanno per noi altro significato, ma qui riaffermiamo che la tesi vuol esser messa più largamente, perchè non solo nella proprietà, ma in qualunque prodotto e manifestazione della persona si rispecchia tutta la storia dell'uomo.

Riaffermiamo ancora che la dottrina del contratto pubblico ebbe una grande evoluzione da Hobbes a Spinoza e da Spinoza a Rousseau, procedendo dalla trasmissione della forza sino al concetto di volontà libere. Ma riputiamo che la dottrina del contratto vuol essere compiuta, studiandola non solo nel transito dallo Status naturalis allo Status civilis cioè dalla selva e dalla caverna all'imperium unius o alla respublica, ma nelle relazioni individuali, nelle relazioni di produzione e di scambio – come direbbe Marxperchè nessuno Stato è sicuro, sino a quando i contratti tra gli uomini saranno bilaterali formalmente e unilaterali sostanzialmente.





22 Dal cap. XXVI: Uso, frutto, contratto.



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