Giovanni Bovio
Filosofia sociale
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PENSIERI.

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PENSIERI.

LA FORMA DI GOVERNO.

Vedesi chiaramente che dove si parla di quel che può o no una data forma di governo, si viene a dare alla forma una qualche importanza. E si oserebbe negargliela davvero? Se la forma delle cose ha tanta importanza nella natura, nel pensiero, nel linguaggio può non averla nelle cose massime della storia, cioè nelle religioni, ne' governi?

Nella natura la forma distingue gl'individui, le specie e i generi; nel pensiero la forma distingue le idee, i giudizi i raziocinî; e nella storia la forma distingue le religioni, gli stati, i governi e in questi le sette, i partiti e le gradazioni. Coloro dunque che per vagheggiare non so quale sostanza astratta dicono superficiale qualunque discussione circa la forma, per ciò solo si chiariscono uomini superficialissimi. Essi ignorano che quello che fu chiamato mondo pratico per eccellenza, il mondo romano, poneva la ragione delle cose civili nell'investigazione della forma, e che non dimenticando mai nel da fare la sentenza "edere rationem alicujus rei faciendae" faceva intendere chiaramente che rationem edere era prescrivere la forma dell'impresa.

FEDE NEL POPOLO.

Ho fede nel popolo possessore di quel senso medio che si chiama equità. Amo in lui la semplicità del costume e della parola, la longanimità contro le offese ch'ei non dimentica, l'acume del senso osservatore, l'ironia bonaria, la profondità sincera ne' giudizi morali, e ne' giudizi la tenacità, l'entusiasmo fanciullesco, la terribilità ferina nell'ora sua. La parte vergine del popolo sono i giovani e gli operai, specialmente quelli della campagna: sono i due fattori dell'avvenire.

LA REDENZIONE DELLA PLEBE.

I sudditi non furono mai emancipati da' sovrani; le nazioni non conseguirono mai libertà maggiore da iniziativa di rappresentanze; un ordine di cittadini non fu mai sollevato dall'ordine superiore; e però la redenzione della plebe si ha da fare dalla plebe.

L'UOMO LIBERO.

Il dritto senza dovere fa il padrone; il dovere senza dritto fa il servo; dritto e dovere equilibrati nella persona fanno l'uomo, non padrone o servo, non signore o suddito, ma l'uomo veramente, l'uomo libero.

IL VERO SOPRA TUTTO.

Non sacrificare il Vero alla setta, al potere, alla piccola convenienza del minuto, alle petulanze opportunità di un giorno, al mestiere ed alla carriera, alla simpatia e all'odio; dire il Vero perchè è degno di uomo libero e di nazione civile, dirlo perchè altri lo ripetano da te e con te, dirlo perchè è il Vero.

POLITICA.

Politica intendono astuzia: ma quest'arte lojolesca oggi è stupidità dal sapiente o derisa o compianta. Politica adunque è pratica illuminata che accetta il vero e non rompe la tradizione. Questa politica connette Morale e Diritto non separabili in guisa veruna: da tal connessione lascia derivare il Bene: il Bene di ciascuno non separato mai dal bene di tutti. Ciascuno e tutti dovendo cooperare al conseguimento del Bene, non consentono che la politica rimanga nelle mani di uno, di pochi o di molti: il perchè la forma repubblicana è ottima e si diffinisce governo di tutti in nome della Ragione. Questo governo di nome trovasi nel passato; di fatto si troverà solo nell'avvenire. I più accettano questa teorica negandone la possibilità pratica: comune errore, che nelle teoriche non vede la possibilità pratica, il vero reciprocarsi col fatto, il Verbo farsi carne!

La tradizione e le condizioni della scienza ci attestano che l'Italia non è lontana dalla forma repubblicana, scintilla che in Europa diverrà fiamma, sulla terra incendio.

Ottimi politici i pochi che con la parola e i fatti apparecchiano questo grande avvenimento: pessimi di coscienza e di mente i molti che predicano longeva la presente monarchia: ciechi gli evocatori del passato….

LA SINTESI NUOVA.

Noto ne' nostri tempi alcune contraddizioni le quali, credo, siano più nelle parole che nelle cose. Mentre si dice essere questo il tempo dell'elettrico e del vapore, il tempo accorciator delle distanze; mentre anche nei parlamenti si vuole, come dissi, l'eloquenza telegrafica, e i discorsi lunghi sono più detestabili del trasformismo; mentre un poema lungo ed una musica prolissa mozzerebbe il respiro anche ad un seguace di Guicciardini periodeggiante; si dice poi questi essere proprio i tempi dell'analisi che di natura sua è lunga, paziente, minuta, petulante. Fisiologicamente, come si concilierebbe l'analisi con la nevrosi dei nostri tempi la quale è impaziente d'indugi e sollecita di rapida fortuna negli onori, nelle ricchezze e nell'imprese? Come si concilierebbe l'analisi con la generazione istantanea di tanti improvvisatori d'ogni cosa, e con la rapidità crescente di tanti suicidii? Egli è che sotto quest'analisi affannosa urge una sintesi nuova; una sintesi che pochi elementi accorderà e molti troncherà dalle radici; una sintesi implicata nei desideri e nelle trepidanze, nelle previsioni e negli sconforti di questa generazione, che sale gli ultimi anni di un secolo che molte cose ha risoluto e va incontro ad un secolo promettitore di più grandi soluzioni.

LA SCUOLA.

La Scuola segue i periodi della scienza, forma la riflessione, predetermina il carattere, perchè come la ragion pratica, così l'intelletto non è separabile dalla volontà. La quale è tenace in quell'ordine di idee che sono passate in convincimento e passione.

Da una scuola ortodossa, esce, dopo poco tempo un discolo. Da una scuola metafisica un misantropo. Da una scuola positiva un egoista. Da una scuola naturalista un saggio. Da nessuna scuola un eroe.

IL LIBERO ATENEO.

Libera Chiesa in libero Stato, diceva il Conte di Cavour; voi dovete aggiungere: libero Stato in libero Ateneo. È vero che da questa università vuol tirare partito il prete; ma non lo temo: il prete tanto perde del dogma quanto di libertà e di giustizia chiede allo Stato.

L'ITALIA GRANDE.

Rendere il paese nostro dotato, secondo il risorgimento suo, di leggi, istituti e spirito che lo facciano potente o desiderato dalle altre nazioni. Infatti fu grande la piccola Grecia, e non l'immensa Prussia; fu grande la piccola Toscana e non l'immensa Russia, perchè ivi è grande un paese dove voi non ricercate, come dice bene Isocrate, di ingrossare, ma d'incivilire. Un'Italia grande non è un'Italia con grandi imperi in Africa ed altrove, ma è un'Italia civile, conforme al suo spirito di risorgimento, che abbia istituti e leggi, onde ella sia imitabile a tutte quante l'altre nazioni.

LE DUE POLITICHE.

Non ci sono che due politiche e due finanze: o volete armi, mari, colonie, bandiere dominanti sui lontani e temute dai vicini, ed avrete una finanza; o volete paese pacifico, raccolto, inteso alle sue industrie, alla sua agricoltura, e fiducioso dell'avvenire con la mano piuttosto sulla vanga che sulla carabina, ed avrete un'altra finanza. Misuratevi, armi ed economie insieme non avrete; e le armi cominciate chiedono altre armi, come l'ebbro vuol vino. Ed un paese che parla di economia, di risparmi, ogni ora, in ogni luogo, e sui risparmi discute o scaccia un Governo, è un paese che non ha il diritto di parlare di certe glorie, di certe espansioni, di certe alleanze, di certa politica. Provveda all'azienda: non dee guardare in .

IL COMUNE NUOVO.

La lotta sempre una risultante che differisce da' suoi fattori ed è un elemento nuovo onde la storia ringiovanisce. Dalla lotta tra l'impero d'oriente e di occidente emerse il potere della Chiesa. Dalla lotta tra il potere feudale e il cittadino emerse il Comune. E come il Comune antico implicò il rinascimento, perchè successe al feudalismo radicale ed allo ecclesiastico, cioè all'era dei conti e dei vescovi, e fu soprattutto alleanza di classi, onde emerse la borghesia o ceto medio; così il Comune nuovo, che dovrà succedere alla lotta tra la borghesia e il quarto Stato dovrà portare non l'alleanza, ma la fusione dei ceti, onde emergerà il vero popolo. Il Comune nuovo sarà il nocciuolo del nuovo giure pubblico.

L'AUTONOMIA COMUNALE E REGIONALE.

I Municipi e le regioni sono la vita, la varietà, la grandezza d'Italia. Le provincie sono artificiali. La varietà di terre di clima, di acque, di genio, di dialetti e di scuole chiedono istantemente un liberale decentramento e vi consigliano di fare una Roma grande, non grossa. Invece ci ostiniamo sempre più nel fare il contrario. Avrete una Roma grossa ed una Italia tisica.

Io leggo con pari diletto le poesie di Carlo Porta e di Giovanni Meli. Oh la Lombardia, oh la Sicilia! Non le comprimete co' proconsoli prefettuali! Aria alle terre del Carroccio e del Vespro! Aria e sole, e libere braccia di lavoratori, e libere amministrazioni, e liberi comizi, e canti dialettalirestituite a loro ciocchè è loro – e non imponete ai vivi la uniformità de' cimiteri! E restituite a Firenze le glorie sue, i cari parenti e l'idioma! E allora capirete Roma, che non è la Banca unica, la Cassazione unica, palazzo Braschi.

L'IDEALE COLONIALE DELLA DEMOCRAZIA.

Ben la vorrei una politica coloniale che consistesse in questo: che i nostri coloni andati a coltivare terre intatte, e i nostri commercianti andati a fondare lontane fattorie, potessero dire agli indigeni: Noi vi portiamo una grande civiltà, poichè veniamo da una terra che ha fondato il nuovo diritto pubblico sul principio dell'unità e dell'indipendenza nazionale, e mira ogni a laicizzare lo Stato, liberandolo da ogni inframmettenza ieratica, e all'uopo ci difende dovunque con le armi e con la bandiera che fu detta tuta bonis et metuenda superbis: non usurpatori noi, siamo lavoratori e vi rendiamo materna la terra selvaggia. Lavoriamo, e poichè siamo seme latino, sulla scorza degli alberi scriviamo il Diritto.

Questo l'ideale democratico della politica coloniale (1885).

UNA PROFEZIA.

Dicesi Napoleone I aver detto: o Russi o rossi in fine del secolo.

Trovo che il dilemma potrebbe non essere e che i veri rossi potrebbero essere Russi. Il nichilista è panslavista, ed accenna ad una ampia federazione repubblicana slava.

 


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