Luigi Pirandello
Quando si è qualcuno
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ATTO PRIMO

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ATTO PRIMO

SCENE

1

Studio editoriale di Pietro, editore per diletto. Chiara stanza con pochi mobili (facilmente smontabili e asportabili). Nella parete di fondo, un enorme manifesto illustrato a colori, con cui è stato lanciato americanamente il libro L’imbalconata, liriche di Délago. Ai due lati di questo manifesto, due ritratti ingranditi si voltano le spalle: a destra quello di *** nel suo atteggiamento ormai famoso, perché migliaja e migliaja di volte riprodotto in libri e stampe d’ogni genere; a sinistra, quello del presunto Délago, cioè d’un bel giovane sui vent’anni, che potrebbe anche essere una lontana immagine giovanile di ***, ignota a tutti e irriconoscibile.

In luogo della parete destra ci sarà a mezza altezza un tramezzo di vetri opachi, che non arriverà fino in fondo e servirà a separare la parete riservata di qua al direttore da quella (invisibile) riservata di ai subalterni, segretario, dattilografe, assenti perché domenica. Nella parete sinistra, un divano, due poltrone, e poi l’uscio comune. Nel mezzo della scena la scrivania di Pietro. La finestra s’immagina davanti a questa scrivania, nell’invisibile quarta parete.

2

Ma questa volta, la quarta parete, a un certo punto dell’atto, si vedrà: calerà cioè dall’alto un pezzo del muro esterno della villa con due ordini di finestre; e per dare agli spettatori la sensazione d’un improvviso cambiamento di prospettiva, la finestra dello studio, da cui s’affaccerà per un momento Veroccia, non sarà quella di faccia in primo piano, ma un'altra al secondo e un po’ di lato. Per ottener questo effetto con l’opportuna rapidità, basterà impostare subito dietro la scena che cala una comoda scala a libro, alta non più di due metri, che sarà subito aperta e sostenuta per l’attrice che vi monterà e che dovrà sporgersi a quella finestra dalla cintola in su.

3

L’atrio della villa, magnifico, con la scala in fondo ben in vista che conduce ai piani superiori. L’entrata s’immagina sul davanti, nel proscenio, cioè sotto i due ordini delle finestre viste nel muro esterno. Ricchi ma pochi mobili di nuovo stile, da atrio, che diano l’impressione d’una dimora provvisoria, di stranieri che abbiano per improvvisato una casa. (Questa terza scena sarà già preparata dietro la prima, perché il cambiamento delle tre scene sotto gli occhi del pubblico dovrà essere rapidissimo.)

Al levarsi della tela sono in scena Pietro e Natascia. Pietro, intento a scrivere, e Natascia al suo ricamo, seduta sul divano. Pietro è sui trent’annicapelluto e barbutotesta alla De Mussetfulvo e lentigginoso – si butta a parlare con impeto e poi d’un tratto si chiude in un silenzio d’attesa e guardingo, tanto che scappa con gli occhi qua e . Ma basta che Natascia alzi i suoi a guardarlo; corre subito a baciarla e si calma. Perché Natascia è terribilmente calma. Le pazzie che le passano per il capo sono visibili soltanto in quel suo ricamo, dove nessuno ci capisce nulla. Ma lei si sfoga così, per fare poi la saggia moglietta e l’affettuosa sorellina. Pausa. Tutt’a un tratto si ode di del tramezzo di vetri opachi il grido di *** a cui Veroccia ha dato una forbiciata nei capelli a tradimento. Tutta la prima parte della scena si svolgerà di qua e di dal tramezzo.

***

Ma no! Sei pazza? Che hai fatto?

Veroccia vivacissima e irata:

Ora di qua, aspetta!

*** ribellandosi:

Ma che di qua! Butta via codeste forbici!

Veroccia c. s.

No! Ancora! Ancora!

***

Via, ti prego, Veroccia, guarda: tutta una ciocca!

Veroccia

E ora l’altra di qua, lasciami fare!

Natascia alzandosi per vedere che avviene di :

Che cos’è? Oh Dio, gli ha tagliato i capelli!

Pietro alzandosi a guardare anche lui:

Sì, brava, Veroccia! taglia! taglia!

*** sempre di :

Ah no! Ah no! Basta!

Pietro

Eh, ma non puoi mica restare così adesso, scusa! Giù le mani, fa’ vedere!

***

Ora che vengono a prendermi… — te l’immagini?

Veroccia

E apposta ti sviso! Per quelli che vengono a prenderti!

Natascia con un grido di viva apprensione:

Smettila, Dio, Veroccia, con quelle forbici! Vi potete far male!

Pietro

No, dàgli, dàgli, Veroccia! Via tutta quella canutiglia!

Veroccia

Bisognerà per forza tagliare da quest’altra parte, adesso!

***

Lo so! Ma non tu! Lascia, taglio io!

Veroccia pestando un piede:

No! io! io!

Natascia entrando a prenderla di forza e portandola di qua riluttante:

Oh insomma, Veroccia, basta! Lascialo! Vieni via!

Veroccia

appena sui vent’anni, rossa di capelli, nasino ritto, occhi sfavillanti, tutta un fremito, venendo avanti, trascinata, con le forbici ancora in mano:

Ma non gli taglio soltanto i capelli, lo vuoi capire? Lo stacco via da sé, lo libero da quella sua testa

Pietro

di pubblico dominio! Testa da moneta.

La indica nel ritratto.

Natascia

Sta per venire la moglie, siete pazzi? i figli

Veroccia

Appunto! Appunto! Per impedire che se lo riportino via!

*** di , urtato:

Pietro, per favore, le forbici!

Pietro

’, ’, Veroccia!

Veroccia

No! Lui è capace d’accomodarseli! Debbo tagliarglieli io!

***

Ma per forza bisogna che me li accomodi! Vuoi che mi presenti così? Qua non c’è neppure uno specchio!

Veroccia

Ci ho piacere!

Salta su una sedia per guardarlo di .

A — àh!

ride

Si sta guardando nella vetrina!

Natascia

Portagli uno specchio, Pietro! E tu ’ qua le forbici!

Veroccia saltando giù dalla sedia, a Pietro che va a baciare Natascia prima di obbedire all’ordine:

No! Non t’arrischiare, Pietro! Ah, bravo, sì, bacia Natascia.

Poi, ripresentandosi di , ancora con le forbici in mano.

Non temere, lascia fare a me: te li accomodo bene!

***

No! tu no!

Veroccia

Respirerai! Il capo svelto! Il collo leggero!

Entra.

***

Con garbo, per carità!

 

Veroccia

«Per carità » non t’avessero più a riconoscere! Debbo io sola sopportare che Délago abbia ancora questa testa! — Ecco — fermo — su quest’altro orecchio!

***

piano! —

Veroccia

piano, sì, — aspetta — un altro po’ — così. — Oh, guarda, Pietro, se non sembra un altro!

Pietro

Per Délago, dovrebbe mostrare a dir poco venticinque anni di meno!

Veroccia

Non è vero! Basta così!

*** con tono d’intensa passione:

Ma mi dici perché Dio t’ha fatta così bella?

Veroccia adirata:

Smettila adesso di far gli occhi piccoli, o te li cavo, sai!

Pestando un piede, esasperata:

E non sorridermi così!

Natascia

Basta, Veroccia! Lo tormenti troppo!

Veroccia buttando a terra le forbici:

Mi compatisce! Mi compatisce!

Pietro

Vado a prendergli lo specchio?

E si china a baciare Natascia prima d’andare.

Veroccia rivenendo fuori e sorprendendolo:

E finitela di baciarvi sempre! — Che debbo fare per scuoterlo, per scrollargli d’addosso tutta quella crosta mortificata? Mi pare Bob, Bob che va a nascondersi sotto il letto quando lo tosano.

***

Potessi nascondermi davvero e non farmi più vedere da nessuno!

Pietro ritornando con lo specchio a mano e recandolo di :

Ecco lo specchio: toh, guàrdati.

***

Oh Dio, no! — È uno scempio! — Così non è possibile! ’, ’ qua le forbici!

Veroccia a Natascia:

Nascondersi, lo senti? È tutto inutile! — Raccattagli le ciocche, Pietro, e vedi di riappiccicargliele sulle tempie! È ridicolo pigliarsela coi capelli, se non gli basta l’animo.

***

Ridicolo, sì, ridicolo, conciarmi così!

a Pietro:

Non posso più mostrarmi a nessuno!

Pietro

Ma no, aspetta: bisognerà accorciare anche di dietro. Certo che così non è possibile.

Natascia

Chiama Carlo, Pietro. Non potrai farlo tu.

Pietro

Ah già! Siamo salvi: Carlo ha fatto il barbiere. Suona, suona, Natascia!

Natascia suona il campanello

Veroccia a Pietro

Ma no! Corri piuttosto da un parrucchiere in città con una ciocchetta per mostra e una cartolina illustrata del grand’uomo! Forse t’appronterà una parrucca in tempo che gli arrivi qua la moglie coi figliuoli e tutto il seguito

Si ode bussare all’uscio.

Natascia

Avanti.

Veroccia

a rimetterlo in trono!

Entra Carlo.

Carlo

Ha sonato?

Pietro di :

Vieni, vieni qua, Carlo, c’è bisogno di te!

Veroccia

Ah che idea, Natascia! Se si potesse!

Natascia

Che altro ti salta in mente adesso? Finiscila!

Veroccia

No! Sta’ a sentire! Sta’ a sentire!

*** gridando di , adiratissimo:

Ma no! Che raso! Che raso!

Carlo

Eh, guardi, scusi: qua c’è una forbiciata… Siamo quasi alla cute. A pareggiare

***

E lei non pareggi, oh bella! Cerchi d’accomodare… Il meno possibile… Un po’ dietro; e qua, da questa parte

Veroccia assorta nella sua idea, come se la vedesse:

Una parrucca e una maschera di ceramani di cera — si fa un pupazzo — si veste — sulla parrucca gli si pianta il suo bel cappello alla moschettiera: È LUI — — come impagliato! — Vengono e se lo portano via! — Tanto, a loro, non serve altro di lui, per come l’hanno ridotto!

*** di , con uno scatto:

E ti pare che io non ci abbia pensato?

Carlo

Fermo, per carità! Eh, se lei fa così!

***

Basta! Basta! Avete accorciato un po’ dietro?

Carlo

Sì, ma aspetti!

***

Non importa! Basta così! Ricresceranno subito, appena verranno a prendermi, vedrete, con la loro bella piega d’ali cadenti qua dietro gli orecchi.

Viene fuori. È sulla cinquantina, ma così col capo alleggerito dai capelli, in maglia estiva, svelto, estroso, ha l’aspetto quasi giovanile, agile, sciolto.

Un fantoccio, sì! Ci ho pensato anch’io, Veroccia!

Veroccia Esultante:

Guardalo! Guardalo, Natascia! Non è un altro? Giovane!— Così, così, voglio che ti ridano gli occhi!

Carlo

Non c’è più bisogno di me?

***

No, grazie.

Pietro

È Délago, non c’è che dire: è Délago!

***

Sì, coi peli dell’altro nella schiena

Natascia

Pare davvero ringiovanito di vent’anni!

***

Io, non Délago!

A Veroccia:

Ma sì, se tu vuoi, Délago… —

Riattaccando:

Proprio, Veroccia; ma sai quante volte, di notte, nel mio studiooppresso da non poterne più: — un fantoccio, da lasciar posato a sedere davanti alla scrivania, al lume della lampada: la parrucca — la faccia, le mani di cera — gli occhi di vetroimmobile — e io, zitto zitto, come uscito da quella spogliascapparmene e venirmene qua di corsa da te e poi fuggirefuggiresparire!

Pietro

Sì, sì, — tutt’e quattro insieme! — partirebenissimo!

Veroccia battendo le mani:

Facciamolo! Facciamolo!

Pietro

Io sono già stufo di quest’avventura!

Natascia

Si ritorna tutti in America con lui! Sì! Sì!

Veroccia

Io so formare! La maschera e le mani di cera te le faccio io. Ti vedo!

Pietro

Oh, ma sai che così t’avrei sbagliato io stesso con tuo fratello?

Veroccia

Non cambiar discorso, Pietro!

Pietro

Sì, guarda, Natascia, se non sembra proprio mio padre!

Natascia

È vero, sì!

Pietro

Tal quale, la stessa testa — lo scopro adesso che non ha più qua

accenna alle tempie

tutti quei capelli.

A Veroccia:

Non sembra anche a te?

Veroccia

Ma che, no, Andrea? Tutt’altro!

***

Ah, lo chiamavi Andrea?

Pietro

Andrea, Andrea, anche lui: è la sua specialità: tratta i vecchi come ragazzini.

Veroccia

Ma chi, vecchio? Nessuno è vecchio! Ci si crede vecchi! Siamo tutti come la terra, giovanissimi e pieni di capricci.

***

Diciottanni

Si passa le mani sul capo.

La sua testa… Due meno di me… Quanto insistette perché partissi con lui. Fu una fuga davvero, la sua, allora…

Veroccia

Come dire che la tua ora sarà per burla! Eh lo so! Tu non l’hai nel sangue! non l’hai nel sangue!

***

Ebbi pietà dei nostri vecchi che sarebbero rimasti soli

Veroccia

Ecco! Pieno anche allora di grandezza e di pietà! Ma ora basta, sai? Mi farai il piacere d’imbottirne il tuo fantoccio; Délago non ha bisogno di questa stoppa e dev’essere spietato!

***

Fossi partito allora…

Pietro

Saresti ricco anche tu!

***

Ah, no, questo…

Pietro

Socio di mio padrericco per lo meno quanto me!

***

E nessuno — te l’immagini? — nessuno — uno qualunque tra la folla — senza più addosso gli occhi della gente che non ti lasciano più vivere!

Veroccia

Ma va’ , che se vi mancasse questo a voi grandi uomini!

***

Che cosa?

Pietro

Essere guardati e ammirati da tutti!

***

Grazie! Se non dovessi più vivere! Pròvati a esser conosciuto da tutti e a voler vivere ancora!

Pietro

Ah, t’assicuro che se io fossi famoso

***

Vorrei vederti! Con tanti specchi davanti, quanti sono gli occhi che ti stanno a guardare. Passa il grand’uomo: e ti fissanoirrigiditi — e ti irrigidisconorichiamandoti alla tua « celebrità » — Statua. Tu capisci? Quando hai altro per il capo e vorresti abbandonarti un momento a quello che pensi, a quello che senti! Scomporticontorcerti, se hai un dolore dentro che ti cuoce. Perdio, non vuoi avere il diritto di sentirti, almeno allora, un poveruomo? No — negato questo diritto! — non puoi essere un poveruomo — sei un grand’uomo: « Su, su, non fare quella faccia! Ti guardano. » — Ma sai che un mese fa, pochi giorni prima che mi fosse concesso di venire qua in villa da voi per ristorarmi un po’ — (senti, senti questa!) — uscito di casa furioso, avevo vagato tutto il giorno, lontano, non so più dove, fuori della città: entro verso sera, dovendo pur prendere un boccone, nella prima osteria che mi venne davanti; ma affogato nel mio tormento, avevo così dimenticato — ma proprio, ti giuro, proprio dimenticato — d’essere « io », che a un certo punto, non resistendo più al fastidio d’incontrar sempre, nel levar la testa dal piatto, gli occhi di due giovani che mi fissavano e ridevano, scattai in piedi gridando che, se non smettevano, avrei tirato loro in faccia la bottiglia — e l’avevo davvero ghermita e levata in atto di scagliarla.

Pietro ridendo:

Oh bella! Oh bella! — E quelli?

***

Ah tu ridi? — Li vidi come scomparire dietro la tavola. La mattina dopo mi scrissero, scusandosi. Mi guardavano perché non sapevano capacitarsi ch’io fossi capitato in quella loro osteriuccia; e, avendomi riconosciuto, se ne compiacevano senza la minima irriverenza.

Pietro

E ti par poco?

***

Ah, sì, infatti, il compenso di due scemi che si beano di te e la soddisfazione che non puoi più nemmeno andare a nasconderti in un’osteria! Ma che vuoi che te n’importi, se soffri — se soffri — della tua fama? Della tua gloria?

Veroccia impronta, quasi con ira:

E tu perché soffri?

***

Ah, mi domandi perché soffro? Proprio tu? Se non m’è più lecito fare, senza uno scandalo enorme, ciò che tutti farebbero — per vivere — per vivere — per respirare!

Natascia placida, ricamando:

E vuol dire che tu lo farai.

Pietro

ecco, lo scandalo! — Tanto, qua tutto diventa scandalo! — Veroccia t’ama? — È uno scandalo! — Ma devi pur pensare che né io, né Natascia, saremmo venuti dall’America, se non c’era qua da conoscere questo mio famosissimo zio!

***

Sì, di cui ora vogliamo fare un fantoccio da lasciare a cui serve, nella mia bibliotecaposato davanti la scrivania — eh, Veroccia?

Veroccia assorta:

Sto pensando che c’è un problema da risolvere. Bisognerebbe anche farlo parlare.

***

Facile, cara! Non ti confondere! Si spacca dietro e gli si ficca nello stomaco un grammofono.

Veroccia

Ah, già, benissimo. Sì sì — coi dischi da cambiare!

***

Per ripetere ai signori visitatori

Pietro

agli intervistatori

***

tutto quello — già fissato — che ho l’obbligo di ripetere a vita. Non perché l’abbia detto io; perché me l’hanno fatto dire gli altri! Cose che non mi son mai sognato di pensare.

Pietro

Tu devi averne davvero già parecchi, di dischi

***

Tanti, sì. Tutto fissato, ti dico. — Perché io ormai non debbo più pensare altro — immaginare altro — sentire altro. — Che! — Ho pensato quello che ho pensato (secondo loro) e basta! — Non s’ammettono di me più altre immagini. — Ho espresso quello che ho sentito — e fermo — non posso più essere diversoguai se lo tento — non mi riconoscono più — io non devo più muovermi dal concetto preciso, determinato in ogni minima parte, che si son fatto di me: , quello, immobile, per sempre!

Pietro

Morto!

***

Se fossi morto! La dannazione è questa, che sono vivo ancora, io! Questo si può fare solo coi morti — e neppure coi morti, neppure coi morti! perché ce n’è pur di quelli, già lontani nel tempo, che hanno — beati loro! — qualche raro appuntamento con la storia, e poi il resto della loro vita liberi, oscuri! — basta che rispondano all’appello e si presentino puntuali a quella data fissa per compiere il loro atto memorabile — 12 aprile 1426 — 15 ottobre 1571 — chi sa di dove vengono — che hanno fatto prima — che faranno dopo, se in quell’atto non saranno morti — nessuno ne sa più nulla! E anche — morti — da quell’unico atto — ci può essere qualcuno che venga a rimuoverli, scoprendo qualche nuovo documento — a scomporli dall’idea che s’è fissata di loro nella storia — e li faccia rivivere sott’altro aspetto, faccia dir loro una parola nuova — li riapra alla vita rimettendoli a respirare in un’altra luce!

Pietro acceso, con fuoco:

Ma scusa! Ma scusa! E che altro ho fatto io con te, scusa! Sei un ingrato!

***

Ah, tu l’hai fatto? Già, perché ti sei improvvisato editore delle liriche di Délago!

Pietro

Eh! scusa, non è avvenuto anche a te la stessa cosa?

Indica il manifesto a colori, illustrato.

Eccoti divenuto appunto un altro — Délago — senza che nessuno lo sappiaDélago: la gloria nuova, il segnacolo in vessillo di tutti i giovani!

***

Ah sì, Délago, infatti — Délago… — Ma non mi ha fatto rivivere Délago, sai, o tu o un altro! Sono io ancora vivo, io che penso, io che sento!

Prende tra le mani il volto di Veroccia.

Sì: perché dal primo momento questi occhi impertinenti s’infrontarono coi miei, così, aizzosi e incantati

soffia

fhhh — sulla cenere — « tu vecchio? a chi vuoi darla a intendere? tu ardi! » — e come risero allora, da vederlo io solo, queste labbra! — Un attimo ti bastòfrugarmi appena negli occhi — per scoprirmi vivo, di’ se non è vero! E se potesti svegliarmeli, è segno ch’erano in me — vivi, vivipensieri, sentimenti che cominciai, qua, subito, a esprimere nuovi, come in un sogno a cui non dovessi credere, se tu non ci credevi — ci hai creduto — e ora sono, sono la mia vita!

Si ode picchiare all’uscio.

Pietro

Chi è? Avanti!

Entra Carlo.

Carlo

Ci sono due signori e una signorina.

Veroccia

Ma no! oggi è domenica, no!

Natascia

E aspettiamo in mattinata

Veroccia

Restiamo tra noi, se dobbiamo concertare

Pietro

Chi sono? Dove sono?

Carlo

Son qua.

Indica dietro l’uscio.

***

Io mi ritiro.

Fa per ritornare dietro il tramezzo di vetri.

Sono così…

Pietro

Aspetta!

Sporge prima il capo dall’uscio e poi si fa avanti Scelzi, seguito da Diana e da Sàrcoli. Sono giovani tutti e tre. Scelzi è il critico più autorevole della nuova letteratura: corpacciuto, testone, fronte a baule, occhio strabo chiuso, per cui guarda con l’altro di traverso, voltando la faccia chiazzata di sangue illividito; spirito arguto e fine tuttavia, per poter un po’ allargarsi a comprendere qualcuno, deve soffrir le trafitture che gli il cilizio di tutte le sue acutissime minuterie.

Diana è una giovane scrittrice avventurosa, attaccata per ora a Sàrcoli, pittore, letterato e caricaturista.

Scelzi

Ma no, che signori! Sono io, Pietro, con Diana e Sàrcoli!

Pietro

Ah, voi… Avanti, Scelzi, avanti! Voi siete amici di Délago e miei!

Scelzi sorpreso e deluso, scorgendo ***:

Oh! È qua lei, Maestro?

Guardando i due compagni

E allora…

Pietro

Allora, che? È mio zio, non lo sai? L’abbiamo qua di nuovo in vacanza da una ventina di giorni.

Scelzi

Già, ma…

di nuovo guardando i compagni

allora non sarà vero.

Sàrcoli

Direi che, per lo meno, non è più probabile.

Pietro

Che cosa?

Scelzi a Sàrcoli:

Hai costì il giornale?

Sàrcoli porgendoglielo:

Sì, eccolo.

Scelzi

Esser venuti fin qua…

A questo punto Diana scoppia a ridere, non potendo più trattenersi, specie per l’aspetto estivo del Maestro.

Sàrcoli

Oh! Finiscila, Diana!

Diana seguitando a ridere, indica il Maestro, e fa, più col cenno che con la voce:

Lui… lui…

Sàrcoli

Che, lui? Eh, lo vediamo

Pietro

Che ha da ridere?

Diana

No, non volevo… Scusi, Maestro, rido di loro… come son rimasti… s’aspettavano… ed ecco lei, invece… mi scusi, oh Dio, con un’aria

lo mira un po’, e riscoppia a ridere

ohi, ohi, ohi… ah! ah! ah!

Pietro urtato, balzando in piedi:

Oh, basta!

Veroccia sdegnata:

Questo, poi!

Natascia stordita:

Ma che vuol dire?

Scelzi furioso, investendo Diana:

Smetti, bada, o ti zaffo la bocca con un pugno!

Diana frenandosi:

Sì, sì, basta, basta… Si capisce… la gioventù… qua in vacanza

Sàrcoli a modo di scusa, tentando di riparare:

Gioventù! Gioventù!

Scelzi

È da imbecilli, che gioventù! Io sono una persona seria!

Sàrcoli

No, veramente, scusa, il contrasto… — salvando tutti i meriti del Maestro

Pietro

Ma insomma, si può sapere che siete venuti a far qua?

Veroccia

È incredibile!

Scelzi

Niente! A fidarsi! M’hanno assicurato che avrei sorpreso oggi qua, nascosto da te, Délago!

Pietro balzando e guardando istintivamente ***:

Délago?

Veroccia smarrita:

Oh bella

Sàrcoli

Ma sì, « retour d’Amérique ». È stampato in quel giornale!

Scelzi porgendo a Pietro il giornale:

Toh, leggi: segnalato il suo sbarco a Genova

indicando il punto

Qua, tra gli arrivi d’America!

Pietro guardando:

Col « Roma »? Ma che! Io non ne so nulla. Chi ha potuto dare questa notizia?

Natascia impassibile, seguitando a ricamare:

Col « Roma »? Ma tu hai ricevuto, proprio questa mattina, col « Roma », una sua lettera da laggiù.

Pietro con un viso ridente, beato, di stupore e d’ammirazione, mostrando a Veroccia e allo zio, Natascia, che così placidamente salva la situazione:

E sembra la più saggia! Guardatela! Come trova tutto con la calma!

Si china e la bacia. Poi, agli altri:

Questa mattina, appunto, una sua lettera. Figuratevi, se può essere arrivato! Col « Roma », eh già, appunto, col « Roma »!

Natascia c. s.

C’era sulla bustastampigliato

Sàrcoli a Pietro:

Ma c’è anche una nota nel giornale, guarda: « Il poeta Délago in Italia ». E dice che l’hanno veduto, riconosciuto

Natascia c. s.

E allora è qua, cercatelo!

Pietro

Eh già, nascosto a mia insaputa!

Veroccia guardando ***:

Come in un disegno per bambini! « Trovare Délago ».

Sàrcoli

Voi scherzate?

Pietro

Che volete che vi dica, se lo volete qua a tutti i costi!

Scelzi

Che! Basta guardare il sorriso soddisfatto del Maestro

***

per comprendere, che Délago non può essere qua. Ma perché poi « soddisfatto »?

Sàrcoli

Ah sì? Lei avrebbe piacere di veder qua Délago in mezzo a noi giovani, festeggiato, esaltato.

Veroccia

Sicuro! Più che piacere, gioja! E lo possiamo affermare noi, meglio di tutti! Come se festeggiaste ed esaltaste lui stesso!

Diana

Questo è bello da parte sua!

Pietro

Bello? Coerente: la pubblicazione delle liriche di Délago si deve a lui!

***

No, questo è merito tuo…

Pietro

Il lancio che n’ho fatto, sì; ma il consiglio di farmene editore, qua e non in America, me lo desti tu, c’è poco da dire.

***

Ma naturale

Natascia c. s.

È la verità.

Pietro

Io gli portai in fondo, venendo da laggiù, cose di cui non potevo riconoscere il valore

Veroccia indicando ***:

Fu lui!

Pietro

liriche d’un giovane ignoto, di sangue nostro, che aveva saputo durare fedele laggiù, alla lingua nostra: mi consigliò lui di stamparle, e mi convinse che lanciarle in America non avrebbe avuto lo stesso effetto che qua da noi.

Sàrcoli a ***:

Ma lei previde che questa pubblicazione avrebbe acceso in noi giovani…?

***

tutta questa fiamma? No, — questo forse…

Sàrcoli

Ecco! Ecco! Lei non lo poteva prevedere, dico che noi giovani avremmo trovato in lui, finalmente, la nostra voce. Oh, non voglio dire con questo, che forse allora non gliel’avrebbe più consigliato! Ma era anche umano, via, che lei non lo potesse prevedere. Eppure, sa? che questa voce, lui Délago, l’abbia trovata per tutti noi laggiù in America, nell’urto delle forze nuove, ha il suo significato!

Pietro seduto, cingendo con un braccio la vita di Veroccia e posando una mano sulla spalla di Natascia:

Tu lo senti — senz’essere mai stato in America, eh? — solo alla presenza di noi tre!

Sàrcoli

Ma sì: Russia, America, umanità che rivègeta! — Ah, ma ora basta, però, di stare laggiù: bisogna assolutamente che Délago venga tra noi! E spetta proprio a te di farlo venire, a qualunque costo!

Scelzi

Sì, ecco, a questo credo che tu lo debba ormai persuadere!

Diana

Costringere! costringere!

Sàrcoli

Non deve più restare lontano! non può! Perdio, saprà l’incendio che ha fatto divampare!

Diana

L’aspettiamo come il Messia!

Pietro

Eh, ma per tutto quest’anno

Veroccia

Non verrà! Non verrà! Partiremo noi! Spianteremo questa baracca, e andremo tutti a raggiungerlo laggiù!

Dirà questo, infilando un braccio sotto il braccio di ***.

Scelzi

Anche lei, Maestro?

***

Io non ho veramente da raggiungere nessuno…

Scelzi

In che senso, scusi? Non sono un esaltato come gli altri; ma che Délago sia proprio andato avanti a tutti, guardi che io ci credo sul serio: avanti, da non poterlo veramente raggiungere più nessuno della vecchia generazione. Questo è poco ma sicuro. Ci possiamo mettere la pietra sopra. Eh sì! — Io non posso ammirare in Délago tante cose — e non le ammiro: tutt’altro! — ma trovo in lui un innegabile superamento di quanto è stato fatto finora. Basta guardare soltanto il suo « modo » — non scherziamo! « Modo », dico, nel senso musicale della parola. Questo suo « modo » — e dunque tutta la sua lirica — è nuovo: ritmo d’un respiro nuovo (eh, perché vita che pulsa dentro altrimenti) e fa ormai avvertire il vostro, come un respiro a vuoto, incoerente. Avrà sentito anche lei che questa è davvero altra vita?

***

Ho sentito, sì, che è — è — vita

Scelzi

con una voce « sua », che supera e fa tacere ogni altra. E dunque via! A questo ci si deve ormai rassegnare.

Rivolgendosi a Pietro:

Come noi, adesso, ad aver fatto questo viaggio inutilmente. Oh sai che stai lontano? Si vede che sei proprio venuto dall’altro mondo.

Veroccia

E ci torneremo! ci torneremo!

Scelzi

Che! Storie! Persuadete Délago piuttosto che lasci tutto davvero e venga qua —

Sàrcoli

che non si può più stare ormai senza di lui! Ce l’avevi promesso! Perciò noi abbiamo creduto leggendo sul giornale il suo arrivo.

Scelzi

S’era venuti — io, a intervistarlo; lui, a fargli un disegno.

Diana

Io a bevermelo tutto con gli occhi!

Sàrcoli

E siamo corsi fin qua per i primi! Vedrai quant’altri verranno!

Pietro

Ah no, per carità! Vi prego di smentire subito la notizia!

Sàrcoli

Hai voglia! Fino a domani!

Diana

Si precipiteranno qua tutti!

Pietro

Metterò subito un cartellino all’entrata della villa!

Scelzi

Non ci crederanno!

Sàrcoli

Forse, se aggiungi che hai qua ospite il Maestro

***

Ecco: tutti i giovani, allora…

Sàrcoli

No, scusi, Maestro: dico perché ha già fatto l’esperienza su noi…

***

che non ci può essere lui, se ci sono io, si capisce.

Scelzi salutando:

SignoraSignorinaRiverisco, MaestroAddio, Pietro

Anche gli altri salutano. E Scelzi, Sàrcoli e Diana vanno via. Pietro, Veroccia e Natascia restano per un momento a guardarsi tra loro, divertiti.

Pietro

Oh bella! Chi sarà stato a spacciarsi a Genova per Délago?

***

Ancora un’altra impostura!

Natascia a Pietro:

Ah, non l’hai data tu, la notizia?

Pietro

Io, no!

A ***, scrollando le spalle:

Impostura… Si deve per forza, scusa, dare a credere che Délago possa arrivare da un momento all’altro dall’America, e si deve pure inventare

***

ma sì! E ne profittate bene, mi pare. E con che gusto! Dovreste anche però non abusare tanto di me!

Veroccia

Noi? Di te?

***

Sì — dell’impossibilità in cui mi trovo di gridare. —

Pietro

Oh, senti! Gridare! Vorresti svelare? E non siamo stati tutti finora d’accordo…?

Veroccia insorgendo:

E dici anche a me, approfittare che non puoi svelarti?

***

No! Dico che almeno, via, non ci dovreste tanto scherzare, davanti a me!

Veroccia

Io, scherzare? Io t’ho quasi svelato!

*** seguitando rivolto agli altri:

Appunto, provar questa voluttà, fin quasi di svelarmi, tanto siete sicuri che nessuno può credermi Délago

Pietro

uh, poi, voluttà… —

***

sì, sì, sfrontata — e per me, beffarda — come un’incolumità che vi faccia felici di tradirmi sotto gli occhi, di spogliarmi della mia vita per vestirne un altro!

Veroccia

Ma se io voglio, anzi che tu sii, sii Délago per tutti! La senti tu, quest’impossibilità, perché ci vuoi star nascosto! e ora che ti ci senti soffocare, gridi!

Pietro

E come se poi quest’altro non fosse lui stesso, devi dire!

***

Non è vero! Io stesso? E non hai visto? Non posso essere « io »! Non devo essere « io »!

Veroccia

Perché non devi? Gridalo tu stesso a tutti che Délago sei tu!

***

Ah sì? Vuoi che lo gridi? E non capisci che allora l’uccido?

Veroccia

Chi uccidi?

***

Délago!

Veroccia

E perché?

***

Ma perché io non sono il Signor Nessuno — io sono Qualcuno, te l’ho detto — « Io », ecco, « quale sono per tutti », e non posso essere un altro! Se mi scopro Délago, se grido che Délago sono io — addio! Délago è finito: diventa una mia maschera, non capisci? una maschera di giovinezza, che mi sia messa per burla! —

Con rabbia di passione:

Non deve essere sangue mio, non dev’essere vita mia, non deve appartenere a me quello che è mio; tu, tu Veroccia, viva mia, giovinezza viva mia! No! No! Tu devi essere di Délago, e non mia! Hai capito adesso?

Agli altri:

Ma voi almeno non vi divertite a inventarlo tanto davanti a me, non me lo fate consistere tanto, da rendermene geloso! — Sì, sì, geloso! geloso! — Lo capite quello che fate? Avete visto? Me lo fate aborrire! Me l’hanno messo contro! Me l’hanno piantato davanti, a petto! È lui il vivo! e uccide me, lui! Li avete intesi? « Questo è poco, ma sicuro. Ci possiamo mettere la pietra sopra ». — M’han seppellito! ecco, seppellito! L’ha lui la voce nuova — e m’ha messo a tacere! — Ah, ma io me lo ripiglio! io me lo ripiglio! Quello ch’è mio me lo ripiglio! Lasciate fare a me, e vedrete se tra poco non me lo ripiglio!

Li guarda.

Ora mi guardate, come chi un’occhiata contro il sole… Ma non ve lo dico, no. Non vi dico più nulla. Lasciate fare a me!

Si ode a questo punto come uno squillo di trombe, glorioso, ***, udendolo, smuore all’improvviso.

Gli altri guardano sorpresi.

Eccoli. Vengono a prendermi.

Veroccia

È l’automobile? Oh bella, suona così?

Pietro

Strano! M’è parso uno squillo di tromba.

*** con amarissima ironia, immobile, con gli occhi fermi:

Sfido. Viene la gloria. Come vuoi che s’annunzii? Si libra alata sul petto di mia moglie, e non può che sonare la tromba.

Pietro

Che che! Saranno altri matti che vengono a suon di tromba per Délago. Guarda, guarda dalla finestra, Veroccia.

E fa cenno con la mano davanti a sé.

Veroccia, che si troverà in fondo, si dirigerà verso il proscenio, dove Pietro indica la finestra; e, man mano che avanza, dall’alto calerà la facciata della villa con le finestre in due ordini. Ma il cenno di Pietro e la direzione presa da Veroccia nel muoversi non corrisponderanno al punto in cui la finestra dello studio realmente si trova nella facciata. Se ci son quattro finestre, due sopra e due sotto, Veroccia si affaccerà dalla seconda a destra di quelle di sopra, perché realmente, a guardare ora la villa da fuori, lo studio di Pietro si troverà .

Veroccia affacciata alla finestra, guardando in basso:

Sì, sì, proprio loro!

Fa di no con la mano alla domanda di Pietro se per loro intende i giornalisti.

No, no, i suoi parenti.

Poi seguita a guardare e annunzia:

Ma con altri. Son cinque. Tito è davanti. Ecco, scende l’editore, come si chiama? Modoni. E ora un signore che non conosco. Aspettate… Ah, sì, uh! è Sua Eccellenza Giaffredi… Ecco ora Valentina. E ora fanno scendere la zia.

Alza le braccia guardando in alto per trarre un profondo respiro, come a beversi il cielo.

Ah peccato! Con una mattinata di sole così bella!

Si ritrae dalla finestra.

La facciata è tirata su. Siamo nell’atrio della villa, dove or ora sono entrati gli ospiti annunziati da Veroccia alla finestra. Saranno tutti dapprima con le spalle voltate al pubblico, perché si suppongono entrati dal proscenio, dove, in corrispondenza delle finestre già viste nel muro esterno, s’immagina l’entrata della villa. Giovanna, la moglie, è statuaria, formosa ma rigida personificazione della gloria ufficiale del marito: fronte bassa, austeri occhi ovati, dalla guardatura solenne; robusto naso imperioso; mento solidissimo; veste pomposamente di nero e d’argento. Valentina, la figlia, ormai sui trenta, pare inaccostabile, come una figura calata da un quadro, dipinta con superbo e meticoloso artificio. Ha l’aria trasognata. Tito, il figlio, è robusto, intozzato su di sé; cupo e bilioso; quando ha detto « papà » ha detto tutto. Sua Eccellenza Giaffredi, Ministro di Stato, è sulla cinquantina, grigio, galante ma per nulla affettato. Tratto autorevole ma sorridente, da personaggio di riconosciuta superiorità che non può ammettere non gli s’obbedisca; abituato a vivere nelle alte sfere della finanza e della politica, è, qual amico di casa, protettore e condiscendente; scusa gli umori e le bizze dei letterati, che magari lo divertono, purché poi facciano come vuol lui. Modoni, l’editore, è sui sessanta, grasso, con una testa caratteristica da israelita intelligente; furbo, fa il magnanimo, ma è rapace.

Giaffredi

Ah, ma è proprio bello qua!

Giovanna

Sì, amico mio; ma poco merito, coi soldi che hanno…

Modoni

Molto molto ricco, eh?

Valentina

Pare

Tito

Eh, non vi basta il lancio di « Dédalo », per prova di come butta via i denari?

Modoni

Già già… Ha saputo lanciarloC’è poco da dire!

Giovanna

Ma com’è che non scende ancora nessuno? Non sarà il caso di far risonare la tromba?

Giaffredi

È proprio un nipote?

Giovanna

Ma sì, figlio di un fratello!

Tito

Cosa inaudita! Lo stesso cognome

Giaffredi

Perché inaudita?

Tito

Farsi lui — col nostro stesso cognomeeditore di questo « Dédalo »!

Valentina

Délago, Tito.

Tito correggendosi:

Délago! Délago!

Valentina irritata:

Ma facci caso! Dici sempre « Dédalo »!

Tito

Lo faccio apposta!

Giovanna

Ancora qua, signori miei, nel mezzo di una stanza; e nessuno che venga a dirci « s’accomodino »… Sarà bello, amico mio, ma a me non par l’ora di levarne i piedi. E poi, non c’è tempo da perdere. Su, su andate su voi, Modoni. Il manoscritto.

Modoni

Eccolo qua!

Giovanna

Bell’affare! Certe bili ci piglio, solo a vederlo! Via via!

a Giaffredi:

Che non se ne parli, anzi, davanti a me, per me è meglio, amico mio. Direi cose di fuoco!

a Modoni:

Fermo eh? Senza remissioni. No, no e no!

Modoni

Ma non credete che sarebbe meglio salisse con me anche Sua Eccellenza?

Giovanna

Voi avete col vostro contratto abbastanza autorità, Modoni. Fatela valere, e basta!

Giaffredi

A un bisogno, se occorre, verrò su anch’io, Modoni; ci parlerò io. O che scenda lui… Perché non scende?

Modoni col grosso manoscritto sulle mani, quasi soppesandolo:

Voi lo capite, Eccellenza, con quello che so che si sta preparando, per me, rinunziare… Il cuore mi sanguina, parola d’onore! Ma basta! Io non ho guardato mai all’interesse. E spero che lui lo comprenderà.

E va su per la scala.

Giaffredi

Non transigete! Non transigete! E tenete a mente che, al caso, ci sono qua io!

Giovanna

Poverino, è vero: era tutto felice… L’opera nuova, aspettata come la manna

Tito

Che doveva essere il contraltare

Giaffredi

E questo tradimento! È incredibile!

Tito

Incredibile!

Giaffredi

Scusate, Giovanna

Se la tira in disparte.

No, io dicevo, se è così tanto ricco e… parente, nipote… non ci sarebbe da tentare… di fargli buttare all’aria questa sua baracca di editore e questo suo Délago

Giovanna

Sì, e come?

Giaffredi

Ma… penso… non potrebbe essere, per esempio, un partito conveniente per la nostra Valentina?

Giovanna

No, Dio liberi, che dite, amico mio! È venuto dall’America in compagnia di due giovani bandite russe, ripescate laggiù...

Giaffredi

questo non vorrebbe dire… se si potesse…

Giovanna

come non vorrebbe dire? N’ha sposata una!

Giaffredi

Ah, n’ha sposata una…

Giovanna

E poi con questo che ha fatto; ma vi par poco? Viene qua espressamente dall’America — eh, Tito?

Tito appressandosi:

Eh, mammà?

Giovanna

Sua Eccellenza diceva di Pietro,

piano:

per Valentina

Tito

Se è sposato!

Giaffredi

Non lo sapevo. Quantunque, peuh, i matrimoni, in America

Tito

Un divorzio? Che! Innamoratissimo! Si sono unitiC’è anche la sorellina… Tre pazzi

Giovanna

E poi, io gli dicevo, con questo che ha fatto

Tito

già — viene espressamente per conoscere papà — e spunta come un fungo, editore dei giovanistrombazzatura all’americanapim! pam!Délago! Délago! — Contro papà.

Giaffredi

Ma chi è poi questo Délago?

Tito

Uno di laggiù — suo amico! E il bello è questo, Eccellenza: lo mettono contro papà, e io posso provareprovare — che è uno che ha letto papà! che copia papà!

Scende Pietro allegramente dalla scala.

Pietro

Ah, ecco qua Tito col suo « copia papà »!

Tito

Lo copia! sì, lo copia! e t’ho detto che posso provarlo, e indicare dove, e quante volte, punto per punto!

Valentina

Tito ha avuto la forza di leggerlo tutto — spassionatamente.

Giovanna come se Tito avesse fatto una cosa incredibile:

Ah sì, tu? Davvero?

Tito

Sì, io, io, e ho trovato i plagi! più di cinque!

Giovanna a Giaffredi:

Ecco! Sentite? E ora si dovrebbe vedere una tale enormità!

Pietro

Già! un bel caso! Ho saputo su! Che è lui, invece, lui a imitare Délago, adesso, nel suo nuovo libro! Modoni è inconsolabile! Un trionfo! Un vero trionfo per Délago e per me!

Giovanna

Ah, no, caro! aspettate a dire trionfo! Ci siamo qua noi, e siamo venuti appunto per questo. Questo suo nuovo libro non si pubblicherà!

Pietro

Ma se non lo pubblica Modoni, lo pubblico io! lo pubblico io!

Giaffredi imponendosi con tutta la sua autorità, reciso:

Lei se ne guarderà bene! Lei non pubblica niente!

Pietro

Chi è lei, scusi, in casa mia?

Giaffredi

Non ci pensi nemmeno, non ci pensi nemmeno!

Giovanna

È Sua Eccellenza Luciano Giaffredi, Ministro di Stato!

Pietro

Onoratissimo. Ma io, sa, sono nato in America.

Giaffredi

Ah si vede, in America.

Pietro

Ma cresciuto italiano fino al punto che ho obbligato mia moglie e mia cognata, straniere, a imparare e parlare la lingua nostra. E la parlano meglio di me.

Giaffredi

Russe, eh?

Pietro

Russe, sissignore. Ma niente politica, e tutto in regola. E io le ho detto che son nato in America, perché intenda che per me esser Ministro di Stato

Giaffredi

Lei ignora che io non ho bisogno di prendere autorità dal mio titolo, per farmi custode oggi qua, con la famiglia e col Paese, d’una fama consacrata da tutta una generazione, e a cui non è lecito recare offesa, nemmeno a lui stesso,

indica lassù,

proprio nel momento che la Nazione, su mia proposta, si prepara a onorarlo, festeggiando solennemente il cinquantenario della sua nascita.

Pietro

Ne sono lieto e orgoglioso come nipote; ma non sarà lecito neppure a nessuno proibirgli per questo di pubblicare, se vuole, il suo nuovo libro.

Giaffredi

Sissignore, glielo proibiamo noi, e lecitamente, per il rispetto che abbiamo di lui e del suo nome.

Pietro

Ah senti! Bel rispetto!

Giaffredi

Perché Egli non può perdere la testa nel momento stesso che sta per essere incoronata.

Pietro

Incoronata? Come incoronata? Ah, l’incoronano…?

Giaffredi

Oh sa, non d’una retorica corona d’alloro, come si dànno in provincia ai cantanti, o s’appendono ancora ai monumenti. No: d’una vera corona nobiliare, che il Paese gli offrirà in riconoscimento della sua gloria nazionale. Corona di conte.

Giovanna

Trasmissibile!

Pietro freddo:

ah…

Guarda Tito.

così, poi, il conte sarai tu…

Tito

E t’assicuro che io saprò rispettare

Pietro

Lo credo! Lo credo bene! E lei, Contessa,

e s’inchina a Giovanna,

e tu, la Contessina

e s’inchina a Valentina

a patto che egli s’arrenda a non pubblicare quel suo nuovo libro.

Accenna con la mano su, per fare intendere che si tratta del manoscritto recato su dall’editore.

Ho capito.

Giaffredi

Quel suo nuovo libro — perché lei lo sappia — è stato letto, vagliato, esaminato parola per parola da tutti i suoi amici e ammiratori più fedeli e affezionati, che sono una schiera — e tutti l’hanno giudicato

Pietro

infetto, contagiato dalla nuova ispirazione giovanile di Délago — e allora défendubenissimo oké! oké! ollràit!

Piroetta.

Giaffredi

Egli non deve più vaneggiare in tentativi incoerenti, alla sua età!

Giovanna

e dar questo spettacolo, d’abbassarsi a raccogliere

Tito

la voce del nemico, e a farsene eco — lui!

Giaffredi

Deve rientrare in sé! Composto nella sua fama già stabilita e tutta ben delineata. Se ancora qualcosa vorrà dire dopo quello che ha detto, dev’esser lapidariolapidario.

Spunta in capo alla scala Veroccia, tutta accesa di sdegno, e chiama aggrappata al parapetto.

Veroccia

Pietro! Pietro! Vieni su!

Giovanna voltandosi a guardare:

Ma che cos’è? Dove siamo?

Veroccia

È una sopraffazione! Vieni su! Vieni su!

Pietro

Eccomi! Eccomi!

E si spicca per salire a sbalzi la scala da cui scende placida e seria Natascia.

Giovanna

Ah, ma vado su anch’io, allora! Questa è una congiura bella e buona!

Giaffredi

No, lasciate! Lasciate andar me, Giovanna! Vado io!

Giovanna

L’hanno imprigionato! Non vedete? E levato di cervello!

Giaffredi

State tranquilla, state tranquilla, che lo farò io rientrare in sé!

S’avvia.

Giovanna

Ma fatelo anche venir giù, vi prego; che si vada via subito tutti! Io non posso più vedermi qua!

E come Giaffredi, salita la scala, scompare, voltandosi ai figli:

La meraviglia è di lui, che viene a consegnarsi qua, in una casa di pazzi e di nemici!

Natascia senza scomporsi:

Grazie, zia, per l’ospitalità e le cure che gli abbiamo date. Egli è molto malato, se volete saperlo.

Giovanna scrollando le spalle:

Malatomalato… Questa è stata la scusa per venirsi a imbecillire qua!

Natascia

Non scusa. È malato davvero.

Giovanna senza dare alcuna importanza al male:

Sì, soffre un po’ di cuore

Tito preoccupato:

Non si sarà mica sentito male, su, adesso…?

Natascia

Oh, no. Di cuore, no. D’un maleterribile — quando ripiglia a una certa età.

Valentina urtata:

Ma che male?

Natascia placida:

La giovinezza, cugina!

Valentina

Glielo avrete attaccato voi, questo male!

Natascia c. s.

Ah, può anche darsi, noi.

Giovanna stupita, guardandola:

Come lo dice!

Natascia

Ma doveva anche averlo in sé, lui. Io lo dico, come si dice la verità. E dico che voi tutti — che credete noi suoi nemici — siete voi invece, i suoi nemici.

Giovanna

Ah noi? E avete la sfrontatezza di affermarlo davanti a me?

Natascia

Non la sfrontatezza, il coraggio, perché è la verità. Voi commettete un delitto in questo momento; vivete sopra di lui, tutti, e lo soffocate.

Giovanna

Basta! Basta!

Tito

È inaudito!

Valentina

Bisogna andar via!

Giovanna a Tito

Va’ subito su: digli che qua mi si insulta e che, se non scende subito, io vado via!

Tito va su anche lui

Natascia sempre placida:

Impossibile che scenda subito. Bisogna dargli il tempo di rivestirsi da vecchio. Si stava rivestendo — ma è salito il signor Montoni

Valentina, al « Montoni », scoppia a ridere di rabbia.

Giovanna

Modoni! Modoni! È il suo editore, e, per vostra norma, il primo editore d’Italia!

Natascia

Sarà lecito a me, straniera, ignorare queste cose.

Giovanna

E a noi allora cacciarvi, se volete immischiarvistranieri — nelle cose nostre!

Scendono dalla scala, vociando, infuriatissimi, Modoni, Pietro, seguiti da Giaffredi e da Tito.

Modoni

Ah, no! Ah, no! Questo non sarà mai! E quand’è così, ecco, me lo ripiglio!

e strappa di mano a Pietro il manoscritto.

Pietro afferrandolo:

Di prepotenza? Ah perdio, no! Lei me lo ridà!

Modoni

Non glielo ridò! Non glielo ridò, se osa negarmi

Pietro

Lei me lo ridà, perché me la consegnato lui stesso!

Giaffredi

Ma sì, Modoni, ridateglielo! Tanto, non potrà far nulla di questo manoscritto!

Tito

Non può mica pubblicarlo!

Pietro

Non posso, certo! Se lui non vuole…

Modoni

No! Lei non può, perché io ho un contratto di esclusività — ha capito? — per tutte le opere passate, presenti e future!

Pietro

Anche col diritto di proibirgli di pubblicare da un altro editore un libro che lei gli rifiuta? Ah no, questo diritto, caro signore, lei non può averlo!

Modoni

Ma io non glielo rifiuto per me, che mi va contando? Io glielo rifiuto per lui! Per il suo stesso interesse! Il mio sarebbe di pubblicarlo! Sono loro, i suoi amici qua, Sua Eccellenza, la famiglia, tutti, a impormi di non pubblicarlo, per non suscitare uno scandalo che per me sarebbe, al contrario, quel che Dio può mandare; e lei, americano, lo sa! Perdio, sono una vittima e mi si fa apparire un soperchiatore? Ecco qua a lei il manoscritto, se lo prenda!

E lo butta sdegnato in mano a Pietro

Giovanna

Ma che cos’è? Che cos’è avvenuto?

Giovanna

Niente, Giovanna; ora vi dirò!

Tito piano, alla madre per rassicurarla:

Stai tranquilla! Ottenuto.

Giaffredi a Modoni con tono di riprensione:

Siete stato voi stesso, scusate, Modoni, a dare per primo a noi tutti l’allarme

Modoni

Ma sì, non lo nego, perché ho provato io stesso sgomento, leggendo — lo confesso — e rispettoso come sono del mio massimo autore, il mio dovere era d’avvertirne la famiglia, gli amici… Ma tutto questo, perdio, contro il mio interesse! Ora capirete che non potrei tollerare che un altro se ne debba profittare!

Giovanna

Ah, siamo ancora dunque…?

Giaffredi

No!

Tito contemporaneamente:

No!

Giaffredi

Nessuno si profitterà, state sicuro, Modoni! Lui stesso si è arresobasta! Non solo per noi, ma anche per soddisfazione di tutto il Paese che gli vuol bene e che saprà dimostrarglielo!

Giovanna

Ma allora… questo manoscritto?

Pietro fieramente:

Resta qua, a me! Affidato a me!

Giovanna con sorpresa:

Ma no! Perché?

Giaffredi

Lasciate! Ha voluto così, che qua lo leggano… Non gli si può impedire. La cosa non ha importanza. Non possono far nulla…

Giovanna

Ma possono provare il gusto di mostrare a tutti i proseliti del nuovo autore, quanto lui s’era avvilito

Natascia

Non abbia questa paura, signora, perché per noi, lui non s’è per nulla avvilito

Pietro

Brava Natascia!

Giaffredi

Per noi, invece, questo libro è il sintomo d’una deplorevole irrequietezza, causata certo da un momentaneo smarrimento. Soffre, non si può negare. È indebolito. Come gli ho posato le mani sulle spalle per ringraziarlo, alla fine, d’essersi arreso, ho sentito proprio — vi giuro — le sue ossa quasi lasciarsi andar giù tutt’assieme. (Bisogna, amica mia, sorvegliargli il cuore.)

Tito

Eccolo che scende!

*** appare sulla scala, non più come s’è visto in principio, ma quale è naturale che tutti s’aspettino ch’egli sia divenuto, dopo quanto s’è udito sulla scena dall’arrivo dei parenti e dell’editore e dell’amico. Apparirà cioè come rientrato nella sua immagine immutabile, a tutti universalmente nota, quella che il pubblico ha già vista nel ritratto ingrandito dello studio. E naturale apparrà anche, che gli siano davvero ricresciuti i capelli. L’attore si sarà messo infatti nel frattempo una nuova parrucca; ma sarà bene che da principio, mentre scende la scala, le ciocche lunghe, che si ripiegano in forma di ali cadenti, dietro gli orecchi, siano nascoste dentro il suo famoso cappello a larghe tese; e questo, per la ragione che si vedrà appresso. Tutti si moveranno verso il fondo, in silenzio e come sospesi, mentre egli lentamente scenderà la scala, pallido e come insordito in una rigidezza di pietra.

Quand’egli avrà disceso tutta la scala, apparirà in cima Veroccia, con gli occhi gonfi e rossi di pianto, e s’aggrapperà alla ringhiera come per trattenersi e resistere a quello che prova. L’uscita della villa s’immagina, come s’è detto, verso il proscenio.

Giovanna facendosi avanti:

Tu sei un po’ sofferente?

Giaffredi

Ma no, ma no! adesso è passato, non è più niente. Andiamo.

Giovanna

Aspettate. Dio, che hai fatto dei tuoi capelli, caro?

Gli leva il cappello e gli passa la mano sui capelli, prima da un lato e poi dall’altro e allora le ciocche ad ali cadenti pare che ricrescano sotto le mani di lei. Ella lo guarda e tutti lo guardano.

Ecco: così è la tua testa.

E allora, lui avanti, e tutti gli altri dietro, si muovono con la solennità di un mortorio verso il proscenio. Se non che, dall’alto della scala, scoppia, come a tradimento, il grido frenetico di Veroccia:

Veroccia

Viva Délago! Viva Délago!

Egli s’arresta un attimo, come colpito alla schiena, e apre con strazio atroce, appena appena, le labbra pallide e rigide a un sorriso di spasimo e di gioja.

Giovanna

Questa è un’improntitudine!

Giaffredi

Una tracotanza!

Veroccia c. s.

Viva Délago! Viva Délago!

Giaffredi a Pietro, che ride, felice:

Ma la faccia tacere!

Giovanna

Andiamo! Andiamo! Tu non metterai più piede in questa casa!

Egli seguita ad andare verso il proscenio senza affrettarsi, con tutti dietro, e mentre Veroccia seguita a gridare come in una convulsione, sempre più frenetica: « Viva Délago! Viva Délago! » aggrappata, contorta sulla ringhiera della scala, cala lentamente la

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