Luigi Pirandello
Quando si è qualcuno
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ATTO SECONDO

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ATTO SECONDO

La biblioteca di *** nella sua casa antica. Aria corrotta dalle vecchie stampe e da quel rigido che hanno le chiese. Senso stagnante di solenne oppressione. Tutte le pareti sono coperte da scaffalature di libri; e i due usci nelle due laterali e il camino in quella di destra (dell’attore) prima dell’uscio, vi sono inseriti; in quella di fondo è, nel mezzo, come una nicchia, in cui è inserito il seggiolone di *** che ha davanti un’ampia tavola massiccia rettangolare, sovraccarica anch’essa di libri e sparsa di carte, con una grande lampada da una parte, e dall’altra, sul davanti, una mezza figura in marmo di *** un po’ minore del vero, che rappresenta la testa e il braccio destro che la sostiene, a pugno chiuso sulla tempia. Davanti la scaffalatura della parete sinistra c’è un gran divano di cuojo, un po’ sciupato, e due poltrone anch’esse di cuojo, con un tavolino in mezzo; due poltrone sono anche davanti il camino nella parete destra. Corre a tre quarti d’altezza delle scaffalature un palco praticabile, tutt’in giro alla biblioteca colla sua ringhiera di legno. In questo palco, tra i libri, quattro ritratti di poeti simmetricamente disposti, due nella parete di fondo e uno in ciascuna delle laterali, ritratti dipinti su gli sportelli, che si possono aprire, di quattro riposti della biblioteca, ove s’immaginano conservati libri rari e preziosi. Anche questi quattro riposti (che s’intravvederanno appena, perché gli sportelli sul palco si potranno aprire fino a un certo punto, impediti come sono dalla ringhiera) saranno praticabili, per la ragione che poi si vedrà. I quattro ritratti saranno quelli di Dante e dell’Ariosto, l’uno a destra e l’altro a sinistra, sugli sportelli della parete di fondo; quello del Foscolo sullo sportello della parete destra e quello del Leopardi su quello della parete sinistra.

Al levarsi della tela si vedrà, in una luce molto gialla e pur soffusa di viola, calda e densaluce malata e soffocatainnaturale — di sogno — *** dormire sul suo seggiolone, il braccio destro appoggiato al bracciuolo, a sostegno della testa, nello stessissimo atteggiamento del busto sul davanti della tavola, a sinistra. Parrà di cera: il fantoccio ideato da Veroccia, posato , davanti la scrivania. Sul palco in alto si vedranno, come uscite vive dai ritratti sui quattro sportelli, le immagini di Dante e del Foscolo, dell’Ariosto e del Leopardi. In un silenzio assoluto, gesticoleranno a un tempo tutte e quattro vivacissimamente. Foscolo, acceso, con un braccio levato e la mano aperta, fa cenno a Dante d’incitamento a parlare per i nuovi destini d’Italia, come lui vorrebbe: ma Dante, fosco e sdegnato, scrolla urtato le spalle e con un dito teso fa segno di no, di no, energicamente. Dal canto suo il Leopardi scuote sconsolato la testa di qua e di e apre con disperazione le braccia, come per dire che tutto è inutile e vano; mentre l’Ariosto, con un sorriso di sapiente indulgenza fa col capo e le braccia all’infelice gesti d’esortazione: eh, via! sii mago a te stesso e consòlati! – Questa scena durerà un momento, cioè finché non s’udrà bussare una prima volta all’uscio della parete destra. *** si scoterà appena, ma quanto basta per scomporre quel suo sogno di biblioteca; e difatti le quattro immagini dei poeti subito apriranno fin dove è possibile gli sportelli e si cacceranno dentro i riposti, richiudendoli. Si udrà di nuovo bussare all’uscio, più forte; e allora *** si riscoterà, ma resterà un po’ incerto se abbia udito davvero bussare. In questo momento d’incertezza, quella morbosa luce si diraderà, si farà luce di giorno, fredda e normale.

***

Avanti.

Entra il vecchio cameriere Cesare, d’aspetto molto dignitoso, ma così preoccupato che parla con voce velata.

Cesare

Per Vostra Eccellenza, il commesso della nuova Casa di dischi.

*** lo guarda, sta un po’ a riflettere, poi dice seccato:

Ma sì, fallo entrare.

Entra il commesso della nuova Casa di dischi con un grammofono portatile a valigetta, in una mano, e nell’altra sei dischi nella loro busta aperta.

il commesso

Ossequio, Maestro. Le porto il disco « I miei quattro poeti ».

***

Ah, già impresso?

il commesso

Eh, un suo disco! Sentirà:

posa il grammofono sul tavolino davanti al divano; e lo apre; e, mentre lo carica:

riuscito a perfezione, nitido; una bellezza. La Casa — (s’era rimasti tre, mi pare?) glie n’ha mandati sei — e se ne volesse altri…

Ha finito di caricare e ora applica il disco.

***

Basta uno! Basta uno! È anche troppo.

il commesso

Ecco pronto.

Fa girare lo strumento

disco con la voce di ***

Dante.

Pausa.

Ariosto.

Pausa.

Foscolo.

Pausa.

Leopardi.

Pausa.

Quattro nature, nella necessità del loro tempo, a cui debbono, anche a loro insaputa, obbedire. E se Foscolo può incitare Dante a parlare per i nuovi destini d’Italia, come lui vorrebbe; e se Dante, chiuso nelle sue passioni inesorabili, nega sdegnato

***

Ah, basta! Stacchi! Stacchi! La prego!

il commesso staccando subito:

Non l’accontenta?

***

No, la mia voce chiusa — che parla così da sé… Va benissimo, non dico, ma mi è insopportabile. Lasci pure i dischi e ringrazi per me la Casa. Chi sa se davvero non mi serviranno

il commesso stordito:

Come dice?

***

No, niente. Son veramente la voce di questa mia biblioteca.

il commesso

Vedrà che andranno a ruba, Maestro! I miei ossequi.

***

A rivederla.

Il commesso s’inchina, e via col suo grammofono a valigetta. Si ripresenta Cesare, al solito, molto dignitoso, ad annunciare:

Cesare

Per vostra Eccellenza

*** scattando, urtato:

Oh, basta, con questa mia eccellenza!

Cesare

Me l’ha ordinato la signora.

***

Da quando t’ha dato quest’ordine, la signora?

Cesare

Da poco, Eccellenza. Anzi m’ha detto, in attesa d’altro titolo. Cosa di cui io, umilmente, da servo affezionato

***

Va bene, va bene — chi c’è?

Cesare col tono di prima, forse un po’ più velato, ma come se nulla fosse stato:

Per Vostra Eccellenza — un gruppo di giovani.

***

Giovani — per me? — Chi sono?

Cesare

Giornalisti, hanno detto.

Scelzi sporgendo, come nel primo atto, il capo dall’uscio:

Io, Maestro, con alcuni amici, se permettete.

Nell’interno, davanti all’uscio, scoppia un frastuono di voci. Si riconosceranno quelle di Sàrcoli e di Diana; ma più violente saranno quelle del primo e del secondo giovine delaghiani.

primo giovine

No, immorale! immorale!

Diana

Da ridere, via!

Sàrcoli

Bolla tutta una generazione!

secondo giovine

E chi ha inteso poi canzonare?

*** a Scelzi:

Ma che vogliono?

Scelzi parandosi davanti all’uscio e ammonendo verso l’interno:

Oh, a patto che finisca il bailamme!

Cesare nel frattempo, a ***:

Vuole che li cacci?

***

No, aspetta.

Scelzi agli altri che entrano, accesi:

Parlerò io.

***

Un’invasione

Sàrcoli buttandosi a dire con foga:

Sì, perché lei veda

Scelzi dandogli sulla voce:

Basta, Sàrcoli!

Sàrcoli

No, con tutto il rispetto che gli si deve

*** a Sàrcoli:

Veda che cosa?

Sàrcoli

Che non è lecito scherzare con l’entusiasmo dei giovani!

***

Io, scherzare? Non capisco. Che è accaduto?

primo giovine

Vuol seguitare!

secondo giovine

Ah no!

Sàrcoli

Basta! Basta!

Diana

Io ci ho gusto!

***

Va’ va’, Cesare.

E mentre Cesare, come trasecolato nella sua dignità, va via; rivolgendosi ai giovani:

Insomma che cos’è?

primo giovine

Siamo qua tutti sconvolti

Sàrcoli

no, peggio: indignati!

***

Si osa parlare così davanti a me?

Secondo giovine

Indignati, sì, come per un’immoralità

primo giovine

ma dici truffa all’americana, del signor Pietro

***

Pietro? Che ha fatto?

primo giovine

una truffa! Una truffa!

*** stordito:

truffa…?

Scelzi insorgendo:

Oh, finiamola, perdio, con le parole grosse! Possibile che non ci si debba intendere nemmeno tra noi?

Diana scoppiando a ridere all’improvviso, come nel primo atto:

DélagoDélago

Sàrcoli

Basta, Diana, o ti caccio via!

Diana

È così buffo… così buffo

*** andandole contro, fiero:

Che cosa è buffo?

Diana

Ma anche noi, Maestro… io stessa che ci ho creduto… Io anzi l’ammiro per questa colossale canzonatura

***

Canzonatura? Che vuol dire? Io non so nulla!

Scelzi

Come, scusi! Non sa che suo nipote ha messo fuori stamane un nuovo libro di Délago?

***

Io, no! Pietro? Che libro?

primo giovine in tono derisorio:

« La voce nuova »…

Sàrcoli subito, porgendogli il libro:

Eccolo: « Nuove liriche di Délago »…

*** sorpreso, con esclamazione spontanea:

Ma questo libro è mio!

tutti meno Scelzi, a coro:

Eh, lo sappiamo!

Ormai!

Bella novità!

Lo sappiamo bene!

Scelzi mostrando un fascio di bozze che ha con sé:

Ne ho qua le bozze, guardi, mandatemi una settimana prima, per il lancio!

*** come tra sé, sbalordito:

pubblicato sotto il nome di Délago…?

primo giovine indicandolo agli altri:

Finge di non saperlo, oh!

*** c. s.

ha osato far questo…?

Sàrcoli

Ma perché Délago è lei!

secondo giovine

Vuol nascondersi ancora?

Diana

È inutile, sa, perché ormai ce l’ha detto

***

Chi ve l’ha detto?

Sàrcoli e gli altri meno Scelzi:

Lui! — Lui! — Pietro! — Lui stesso!

*** quasi tra sé:

Scioccosciocco

Scelzi come a parar le voci dei compagni:

Ma no! Aspettate! — Perché io prima avevo mostrato, discutendo, queste bozze a uno che aveva letto il manoscritto, e me lo vidi saltar su, tutt’acceso e trionfante, a gridarmi che il libro non era di Délago ma di lei, e che lei lo aveva rifiutato!

***

Rifiutato? Non è vero! Io l’avevo lasciato

Sàrcoli

da Pietro? perché lo pubblicasse?

***

No! al contrario! Proibendoglielo!

Sàrcoli

Ah, sentite? — E allora è stato lui a farle il tradimento! Per seguitare la burla!

Scelzi gridando:

Ma non è vero! Che dite! Sono stato io, a metterlo alle strette!

***

E lui le ha confessato…?

Sàrcoli

Ma sì! La burla!

Scelzi mentre gli altri, indignati, ripetono:

La burla! La burla!

e *** tra sé, con rabbia e amarezza stringendo le pugna, esclama:

Scioccoscioccosciocco

insorgendo contro tutti

No! Pietro non ha detto burla! Tutt’altro! Ha voluto anzi difendere il libro e lei! Sono stato io a dimostrargli

*** investendolo:

che gli ha dimostrato lei?

Scelzi furioso, picchiando la mano rovesciata sul fascio di bozze:

che qua, queste nuove pagine, sonavano false

***

ah! eh si sa! ora false!

Scelzi

no, io ancora non lo sapevo! Anche senza saperlo — il trucco — il trucco qua si scopre da sé!

***

ma sì! certo! certo! —

Scelzi

posso farle vedere qua le notazioni che avevo già fatte! E si ricorderà del resto, anche, di tutte le mie riserve per Délago!

***

Ma sì! Ma sì!

c. s.

Ecco — com’io gli avevo dettoburla… non può più essere altro… — burla, eh, già! — ora che sapete che Délago sono io.

Sàrcoli

E che altro può essere, scusi!

primo giovine

Lo confessa lui stesso!

*** investendo di nuovo Scelzi:

Le sue riserve? ah sì, le sue riserve per Délago? E il « modo » nuovo, nel senso che intendeva lei? il « modo » nuovo che lei ci sentiva? — « Uh, non scherziamo » — E la pietra sopra? La pietra sopra, a noi della vecchia generazione? Una burla, eh? — Ma si sa! — Ora che Délago sono io.

Scelzi

Ah ma appunto sì, ora che Délago è lei! e qua si scopre, sa!

di nuovo picchiando sulle bozze

cosa di cartalibromanipolazione di stile! E mi permetta di dirle, se Lei assume codesto tono con me, che questo non entra più veramente nella moralità di noi giovani

***

ah, no? —

Scelzi

no! perché per noi il poeta — lo sappia — non è più il letterato sapiente

Sàrcoli

che può divertirsi a far la burla d’apparir giovine, quando non è!

primo giovine

Ora che sappiamo che Délago è lei, basta per noi!

Scelzi

Ah basta, sì! Perché per noi il poeta deve essere prima di tutto un uomo, — vivaddio! Non carta stampatasanguepersona.

*** stringendo a due mani il libro e scotendolo mentre si fa contro a Scelzi con fierissimo sdegno:

E qua non c’è un uomo? Qua non c’è sangue? « Vita che pulsa altrimenti », « altra vita », come lei stesso diceva? — No — più — è vero? perché ho gli anni che ho? Gioventù è per voi numero d’anni, non prerogativa di spirito? Questa è la vostra moralità: la più insolente presunzione! Non posso essere — io — più giovine di tutti voi, e aver sentito in me ciò che in voi s’agita ancora inespressosentito! sentito! — tanto da esprimerlo prima di voi — e perché nuovo, altrimenti da come ho fatto finora? Ah questo è immorale, per la vostra moralità che si sente burlata? — Ebbene, e allora, quand’è così — sì — io v’ho burlati! burlati!

Sopravviene esultante dall’uscio a destra Modoni, seguito da due giornalisti, e quasi nello stesso tempo, dall’uscio a sinistra, sopravvengono, eccitati anch’essi dalla sorpresa, Tito, Giaffredi, Giovanna e Valentina. È lasciato alla maestria del direttore il concerto di questa scena in qualche punto simultanea, perché avverrà che i giovani da un canto, i familiari dall’altro, e quelli di questo e di quel gruppo che di volta in volta si rivolgeranno a *** che sta nel mezzo, parleranno contemporaneamente. La confusione delle voci, del resto, sarà per poco e sarà più che mai naturale nell’animazione di tutti; basterà che nel concerto spicchino le note essenziali.

Modoni correndo ad abbracciare ***:

Magnificamente, amico mio! Burlati! Burlati!

Scelzi

Burlati noi, oh senti!

Modoni

Ah no, burlato io, allora!

Tito già entrato di furia:

Me n’era accorto, io, papà! Dicevo plagi perché non lo sapevo!

a Modoni

Non lo sapevo!

Modoni

E chi poteva immaginarselo!

Scelzi

Io! Io, che avevo già scoperto

Tito

Lei, quando? che erano plagi? Io dicevo plagi perché non lo sapevo!

Giaffredi nel frattempo, già entrato, avrà detto a *** battendogli le mani sulle spalle:

Una vera grande grande soddisfazione!

Modoni

Di quelle che può pigliarsi lui solo!

Giovanna

È sempre lui! È sempre lui!

Sàrcoli

Ma la vera soddisfazione è la nostra!

Valentina

Io mi sento liberata da un incubo!

Tito

Eh, te lo dicevo io? Dicevo plagi perché non lo sapevo!

Modoni ai giovani derisoriamente:

Délago, il poeta nuovo!

Valentina

«Dédalo», eh, Tito? Io me lo sognavo!

Tito

Già, in America, coi libri di papà!

Giaffredi ai giovani:

Eccovi serviti, signori miei!

Scelzi

Ah noi, no, prego! Siamo venuti qua —

primo giornalista interrompendolo:

Preghiamo noi, signori, preghiamo noi! Per carità, Maestro: abbiamo il giornale in macchina

secondo giornalista

in attesa della sua conferma

Modoni

Li ho portati io. Si farà un chiasso enorme! — Vogliono comunicare subito la notizia — ma la vogliono sapere da te —

***

Da me? Che?

Sàrcoli

Che Délago è una burla!

 

gli altri

Ma sì! una burla! una burla!

 

primo giornalista a ***:

Lei ce lo conferma?

***

Io? E non li sentite? Lo gridano loro!

Modoni

Burlati! Burlati!

i giovani

No! nient’affatto!

Burlati noi?

Burlato sarà lui!

primo giornalista al secondo:

Scappiamo! Scappiamo!

secondo giornalista ai giovani:

Non vogliamo sapere altro!

primo giornalista

Modoni, pensate ai fotografi!

E va via, col secondo giornalista.

Scelzi correndo loro dietro con tutti gli altri giovani

Ma no! Dovete dire che io, io prima di tutti, avevo già scoperto il trucco

Sàrcoli

E che noi siamo venuti qua a protestare

gli altri

A protestare! A protestare!

L’uscita così scomposta dei giovani provoca nei familiari una grande risata.

Giovanna

Sono felice! felice!

Modoni a ***:

Non ci voleva altro, amico mio!

Giaffredi

Sei magnifico! magnifico!

Tito

Come sono scappati!

Valentina

Ah Dio, che figura

Modoni

Bisogna fare una statua a quel tuo nipote! Non poteva servirci meglio!

Giovanna

Ah ma s’è servito bene, intanto, anche lui! Questo libro, ora andrà a ruba!

Modoni

Ma che, no!

Giaffredi

Si può arrestare la vendita! Fare un processo per abuso di fiducia e appropriazione indebita!

Modoni

No, che! I « nostri » andranno a ruba, adesso, i «nostri», Eccellenza! Ho già dato l’ordine di rifornire tutti i librai!

Tito

Ma col chiasso che si farà…

Modoni

Délago è finito, te lo dico io! finito! Non se ne venderanno quattro copie, e finirà anche la vendita de « L’imbalconata »! Conosco il pubblico, io. Appena saputo ch’è stata una burla

*** come staccandosi dal pensiero in cui è stato assorto: a Modoni:

È colpa tua.

Modoni

Mia? Che dici?

***

Tua, tua, di non aver pubblicato tu il libro.

 

Giaffredi stupito:

Ma come! Non sei contento?

Giovanna stordita addirittura:

Questa poi!

*** irruente, pur volendo contenersi:

Contento? Di che, contento? Che Délago sia finito?

Li guarda tutti;

E chi era? chi era? — Contento che paja adesso una burla ciò che prima eraera — una voce nuova, « mia », che tutti avevano ascoltata — a cui tutti s’erano voltativoce « viva » — « viva » — « ancora viva » — mia!

Giaffredi

Ma se non lo sapeva nessuno, scusa

Giovanna

che fosse tua! — Io trasecolo!

Giaffredi

Lo sapevi tu solo!

Modoni

Te l’avevano messo contro!

***

E questo io volevo!

Giaffredi

Ah sì? Che t’oscurasse?

***

Che m’oscurasse!

Giaffredi

Che fosse lui il nuovo idolo, e tu buttato a terra?

***

Lui, sì, perché « vivo »! lui! lui!

Giaffredi

Io non ti capisco più!

***

Eh lo so che voi non mi potete capire!

Modoni

Dovevo pubblicare il libro come tuo?

***

Se era mio!

Giaffredi

Perché tutti dicessero che imitati Délago?

***

Ma sì! Ma sì! Questo volevo!

Giaffredi

Per finire di subissarti?

***

No! per ripigliarmelo! Per rifar mio quello che è mio! Vita, non burla. Sangue ancora vivo — mio! Questo io volevo!

Modoni

E come? Io non vedo

***

Come? Lo sapevo io, come! Non svelandolo prima del tempo, pubblicando il libro sotto il mio nome, per far dire appunto ch’era una cattiva imitazione di Délago, l’eco falsa, pietosa, d’un vecchio, che voleva ripetere la voce d’un giovine, nuova, fresca, genuina, lo capite adesso che cosa io volevo? — che s’affermasse ancora di più Délago, la sua giovinezza, la sua originalità rimbalzante da quella mia cattiva copiaagile, ferma, decisainnegabile! — E allora, ecco, quando nessuno più l’avrebbe potuto negare, allora sì, svelarlo

Tito

che Délago eri tu?

***

e che per male che io facessi, non imitavo nessuno o imitavo me stesso, perché Délago, appunto, ero io!

Modoni

Ah, guarda! E perché non ce lo dicesti?

Giaffredi

Ah, così tu volevi far più grande la burla?

***

La burla! Ecco, la burla! Non vedete che la burla, voi! Tanto è incredibile anche per voi ch’io possa sentirmi ancora vivo; evadere da questa prigione di me stesso! Chiuso! Murato! E soffoco! soffoco! muojo! - Perché non ve l’ho detto? Ecco perché! Se l’aveste saputo prima che Délago ero io…

Giovanna

E tuo nipote lo sapeva?

***

Ma certo che lo sapeva!

Giaffredi

Ah, e perciò ha pubblicato il libro sotto il nome di Délago?

***

Sciocco! Non ha capito neanche lui. Non ebbi il tempo di prevenirlo. Ma chi si sarebbe immaginato che tu

a Modoni

dovessi riportarmi il manoscritto, rifiutandoti di pubblicarlo? Ed ecco che lui, a tradimento… Lo so, lo so perché l’ha fatto! Ha inteso di liberarmi, hanno inteso di liberarmi, senza voler capire ciò che ho pur fatto loro notare, che Délago, svelato prima del tempo, sarebbe sembrato a tutti una burla.

Giovanna

Te ne stai rammaricando, come se, perduto Délago, tu abbia perduto tutto! Non resti più quello che sei? con di più questa burla solenne a tutti quegli sciocchi che prima ci avevano creduto e ora non ci credono più?

***

Ah, ora lo so, non mi resta più altro, ora! Affermare anch’io che ho voluto fare una burla!

Giaffredi

E contèntatene, caro! Che dopo tutto è una gran prova di talento e di vitalità anche questa: creare un idolo e abbatterlo! Tu ne resti comunque accresciuto.

Tito

Ah, ma sarebbe stato più bello come voleva far lui!

***

Non vi provate nemmeno a supporre come tutto questo mi dolga

Valentina

Io sì! Ah, io le sapevo tutte a memoria, sai? — tutte — le liriche di Délago… Quella del « Bimbo Mattino »…

Tito

E la « Passeggiata »! La « Passeggiata »…

***

Tutte burle! Tutte burle!

Giovanna

Ah, no; senti, io per me, preferisco davvero crederle burle. Non riesco a immaginare nemmeno che tu, alla tua età e per quello che sei, abbia potuto scriverle sul serio. Le ammetto appena come burle; e anche come tali non mi sembrano degne di te. Vedere che ne soffri… è inverosimile, guardate… — ma sì, guardate che viso ha fatto… tutto scavato

Tito

Ti senti male, papà?

*** scattando:

No! basta! basta!

Giovanna

È una cosa che mi… che mi…

Giaffredi sottovoce:

Basta, basta, Giovanna

Pausa penosa.

Valentina

Peccato!

Tito

Eh sì, peccato!

Valentina

Un giro di pensieri chiari e bui

Che non si rompe mai.

Non si può mai finire

D’avere il giro delle cose in noi.

Morire non si può.

E nascere neppure. In verità,

Come da sempre nati,

Come per sempre vivi, siamo qua.1

Pausa penosa

Modoni timido:

Ci sono di ancora, amici miei,

indica l’uscio a destra

i fotografi.

*** scattando:

Ah no, perdio! Non ci mancherebbe altro! Mandali via!

Modoni

Abbi pazienza, caro

Giaffredi

Li hanno portati i giornalisti

***

Non sento ragione! Via! Via!

Modoni

Sono che aspettano

***

Li hai portati tu, coi giornalisti!

Tito

E poi ormai sarà troppo tardi

Modoni

No! Per le edizioni della sera! Per le edizioni della sera! Sono già preparati gli articoli!

***

Per strombazzare la burla?

Modoni

Ma è necessario, credi, per te — e anche per me, in questo momento!

***

Io non ne posso più, basta! Lasciatemi in pace!

Modoni

È l’affare d’un momento! Persuadetelo voi, Eccellenza!

***

Non mi persuade nessuno! Vi dico di lasciarmi in pace!

Modoni

Ma vi figurate il can-can che adesso faranno tutti i giovani che si son sentiti burlati? Si butteranno accaniti su tutta l’opera sua, sulla sua fama!

Giovanna

Non gli potranno far nulla!

Modoni

Lo so! Ma bisogna prevenirli! Sgominarli! Seppellirli sotto il ridicolo! Muovere noi, prima, all’attacco! Non perdere questa felice situazione!

Tito

Certo, attaccare, attaccheranno

Giaffredi

E in questo momento, con ciò che si sta preparando

Giovanna

Credete che possa far male?

Giaffredi

Sarebbe meglio che non ci fossero discussioni

Modoni

No, no, non dico questo! Non fraintendetemi! Non dico che ci sia da temere! Dico che non dobbiamo perdere l’occasione! Ma avvalercene! Per uscirne accresciuti, come voi avete detto, Eccellenza!

A Tito:

E tu mi segnalerai i plagi che avevi scoperti!

Tito

Sì, più di cinque! Plagi, perché non lo sapevo!

Modoni

Glieli sbatteremo in faccia! Stupidi, che non se n’erano accorti! Mentre lui giocava quasi a carte scoperte! Lasciate fare a me che li accomodo io! Ma tu arrenditi un momento e mettiti almeno ora nelle mie mani.

***

Tutto questo mi stomaca! Non lo capite? Mi finisce!

Giovanna

Ma ti dovrebbe, al contrario, far piacere!

Tito

No, io lo capisco

Valentina

Anch’io…

Modoni

Va bene, perché siete giovani. Ma ora lasciate fare a me. Dite qualche cosa voi, Eccellenza!

Giaffredi

Io comprendo che tu possa esserne addolorato; ma pensa che è, se mai, la perdita d’un momento solo di te stesso — quest’ultimo

***

« vivo » —

Giaffredi

Ma non mi far ridere! « Vivo » — Tu vivi in tutta l’opera tua!

***

Non dico l’opera! Dico « io », « vivo »!

Giaffredi

E l’opera non vive? La vorresti buttare all’aria per questo solo momento?

Modoni

Lasciarla assaltare dalla furia di questi cani che si proveranno ad abbatterla, a sgretolarla, per vendicarsi?

***

Se non resiste, se si sgretola, se può essere abbattuta

Giaffredi

Ma nient’affatto! Sarà un assalto ingiusto, per vendetta; bisognerà prevenirlo, difendersene: è tattica. Cogliere l’occasione di questa che — sì, va bene, non è stata per te una burla — ma sei tu stesso persuaso che converrà ormai assumerla come tale? — dunque, brandirla come un’arma — e addosso!

Modoni

Ecco! ecco! — E a questo ha già predisposto tutta la stampa più seria, che è con te!

Giaffredi

Sono trent’anni che lavori a comporti nell’opinione di tutti in un’immagine di te, che tu stesso con tanta fatica hai scalpellata! Non puoi ora volere che sia demolita!

***

Demolita… Se devo esser solo un’immagine

Modoni

Ma vuoi negare te stesso?

***

Che vuoi che me ne importi!

Giaffredi

Come non te n’importa?

Giovanna

Ma di che vita parla poi, si può sapere?

Tito a un tempo:

Sei tutta la nostra vita, papà!

Valentina a un tempo:

Viviamo tutti di te!

*** sopraffatto:

E va bene, va bene, e allora i fotografi, i giornalisti

Modoni esultante, correndo subito all’uscio a destra a chiamare i fotografi:

Subito! Subito!

*** seguitando, esausto:

e la burla, e la tattica, e l’immagine di me scalpellata:

abbandona le braccia:

eccola qua! Chiamateli! Ma che facciano presto!

Giovanna come tra sé:

Lo vorrei proprio sapere, che altra vita vorrebbe…

***

Ma no, niente, cara, più nessuna: ecco, questa, che è vostra —

Giovanna

ma anche la tua! —

***

sì: scalpellata.

A Giaffredi:

Come ha detto bene! — Ecco: così? Sono bene impostato?

Sono già entrati, al richiamo di Modoni, tre fotografi con le loro macchine, una a mano e le altre due sui treppiedi, e gli apparecchi per il lampo di magnesio.

Modoni

Prima, una, lui solo. Scostiamoci, scostiamoci!

primo fotografo

Così in piedi? Non sarebbe meglio…?

Modoni

No; la prima, così, in piedi. Poi l’altra a tavolino. Bisogna che abbi pazienza, caro. Sono tanti giornali! La terza, tra Sua Eccellenza e me.

Giaffredi

No no, lasciate! Io per me lo posso risparmiare!

Modoni

Ma no, Eccellenza! Per carità, lasciatemi fare, ché so bene che cosa faccio!

A ***

E a me che sono il tuo fedele editore, non la vuoi dare questa soddisfazione? questo onore? La quarta sarà poi con la famiglia.

Giovanna

Eh, sarà pieno di fumo qua dentro, prima che s’arrivi a noi!

*** già sotto la mira dei fotografi, che, impostate le macchine e aggiustate le lenti e prese tutte le misure, stanno per far scattare il lampo di magnesio:

E allora saremo tutti, cara,

si distrae, e fa un ampio gesto col braccio

come tra i lampi

lampo

e le nubi dell’Olimpo.

 

i fotografi

Oh Dio, s’è mosso!

Peccato!

Ha alzato il braccio proprio nel momento dello scatto!

***

Eh già, scusate, è vero!

Modoni

Mi dispiace, caro, rimettiti a posto. Ti muovi proprio quando non devi

***

Sì, hai ragione. Io non mi devo più muovere.

Giovanna

Ah, ma non è possibile, badate, con tutto questo fumo!

primo fotografo

Non c’è una presa qua vicino, scusi?

Tito

Sì sì, qua, accanto all’uscio!

 

primo fotografo

Ah, benissimo, allora! Ho di una lampada. Basterà. E non si farà più fumo. ’, ’ a prenderla!

Il secondo fotografo va a prendere la lampada e, mentre la scena prosegue, insieme con gli altri due preparerà l’attacco.

***

Ma fatene una sola e basta, per favore! Basterà una! Ce ne sono già tante da riprodurre!

Giaffredi

Sì, sì, basterà una! basterà una, Modoni.

Giovanna

È troppo stanco. Risparmiatelo! Una sola.

Piano a Giaffredi

E forse non converrebbe neppure — guardateloparrà un cadavere

Giaffredi piano, a Giovanna:

Sì, sono veramente costernato.

Entra Cesare.

Cesare

Permesso? Per Vostra Eccellenzac’è di nuovo il commesso della nuova Casa di dischi.

***

Ah bene! Anche lui…

Modoni seccato:

Ma che vuole?

***

Ma sì, fallo entrare! Anche lui!

il commesso entrando, ancora col suo grammofono a valigetta in mano:

Scusi, Maestro, sono forse importuno

***

No: libero ingresso, libero ingresso; si faccia avanti! Può entrare chi vuole!

il commesso

Mi manda la Casa… Si vorrebbe profittare di questa grande occasione, se permette, per il lancio del nuovo disco

***

Ma sì, profitti, profitti! Profittino tutti!

il commesso

Ho con me il fotografo: ma vedo che qua ce ne sono già tre. Vorrei prenderla mentre con la famiglia e gli amici sta ascoltando

***

No! Guardi!

Va a sedere, risoluto, sul suo seggiolone.

Qua. Io mi metto qua — come posato davanti la scrivania. Ha il suo grammofono?

il commesso

Sì, l’ho portato

Modoni

Ma che vuoi fare?

***

Lasciami fare!

Ai fotografi:

Ecco, così. Bravi, con questa bella lampada che acceca! Siete pronti?

A Modoni:

Per uno scrittore, caro, — quella al tavolino — è di prammatica, e sempre la migliore. Ecco: nel mio solito atteggiamento: così. Aspettate!

A Tito, senza scomporsi dall’atteggiamento:

Tito, prendi il grammofono.

Tito facendosi dare il grammofono dal commesso:

Ecco, papà.

E gli s’avvicina.

Dove?

***

Dietro.

Tito

Come dietro?

*** senza scomporsi:

Spaccami dietro.

Tito

Papà, che dici?

***

Spaccami dietro, e allogami nello stomaco il grammofono. Così parlo. E voi tutti mi state a sentire.

Modoni

Oh bella! Oh bella!

Giovanna

Ah, scherza

Tutti si provano a ridere, ma ridono male.

Tito

Ancora stavo a sentire che voleva…

i fotografi

Fermi! Fermi!

Pronti!

Ecco fatto!

*** levandosi:

Ah, finalmente! Ora basta!

Giovanna

Sì sì, basta! Non bisogna più affaticarlo! Basta, basta. Andiamo via!

Tito al commesso:

Scusi, sa; ma lo vede, non è proprio possibile

il commesso

Peccato, con quest’occasione… la Casa… Ma pazienza… Sarà per un’altra volta!

Modoni ai fotografi:

Su su, andiamo, noi! Via subito: bisogna tirar le copie e distribuirle a tutti i giornali.

primo fotografo

Aspetti, stacco la presa

Modoni ai familiari:

Io torno più tardi.

Via coi fotografi e il commesso.

Giaffredi

Vado via anch’io.

Giovanna

Ma no, aspettate, amico mio, vorrei dirvi

Cesare entrando:

Permesso? Per Vostra Eccellenza — suo nipote, con la signora e la signorina.

Giovanna scattando:

Ah no! Questo poi no! Basta di costoro in casa nostra ormai! Tu non li riceverai!

 

*** fermo, contenendosi:

Io li riceverò. Voi uscirete

 

Giovanna

Ah, ci mandi via per loro?

***

Dico, se voi non volete riceverli.

A Cesare:

E tu li farai entrare.

Giovanna

Ma non dovresti tu!

Tito

È suo nipote, mammà

Valentina

Non li posso soffrire nemmeno io!

Giaffredi

Calma, calma

Giovanna

Dovrebbe comprendere che io lo dicevo per lui… Anche per lo stato in cui si trova… Venite, venite di qua, amico mio…

Via tutt’e quattro per l’uscio a sinistra.

*** a Cesare:

Falli entrare.

*** davanti alla grande tavola, come a sostenersi, con le due braccia dietro appoggiate, pare che aspetti l’ultimo colpo che lo finisca. A significare che la vita non è più dentro di lui ormai, ma può solo averla davanti, e che comprende e sa già tutto ciò che Veroccia specialmente e anche Natascia e Pietro vengono a dirgli e che l’accoglie e lo accetta come giusto da parte loro: insomma, che può soltanto lasciarli parlare e non più rispondere ormai; la scena, tra lui muto angosciosamente e inerte e gli altri accesi e agitati davanti a lui, si svolgerà come se realmente questi altri parlassero come egli pensa che si debbano muovere: se Pietro si giustifica, se Veroccia lo investe e gli grida il suo sdegno e piange e si convelle, se Natascia esprime placida lo strazio di lui e di tutti; tutto gli è chiaro, comprensibile, ma ormai come staccato e remoto da lui.

Veroccia andandogli incontro, con un giornale aperto in mano:

L’hai dichiarato tu davvero — tu, a tutti — che è stata una burla?

Lo guarda. Egli è immobile: ma come se avesse parlato o fatto cenno di no col capo, ella domanda:

Ah no? Dici di no? È stampato qua!

Gli mostra il giornale. Poi c. s.

No? — Gli altri, eh? Tutti qua — hanno gridato gli altri — gridatodecretato, e ora stampato. Tu no! Lo avevi detto solo a me, tu, come una minaccia o un timore che si sono avverati per colpa nostra, è vero? E ora basta! Ora non hai più altro da dire.

Esasperata, agli altri:

Mi guarda! Mi guarda! Non parla!

A lui:

Non puoi più fare altro che guardarmi? Eh lo so!

Agli altri

Non può più far altro: s’è arreso! ha accettato il decreto!

Pietro

Io sono venuto qua per dirti

Natascia

Ma lo sa, Pietro, zitto! Non vedi che lo sa? E può fors’anche aggiungere che ci ha difesi.

Veroccia

Di che, difesi?

Pietro

D’averlo voluto far vivere?

Veroccia

Ma è questa appunto la nostra colpa per lui, non vedi?

Natascia

No, non per lui!

Veroccia

Per lui sì! Anche per lui, se si è arreso!

Natascia

Non bisogna essere ingiusti, Veroccia. Era colpa per gli altri, non per lui.

Si rivolge a lui:

E tu ci hai difesi, non è vero? Quantunque nessuno qua, forse, ci ha veramente accusati, se è vero ciò che è stampato in quel giornale, che noi —

a Pietro:

cioè, tu — hai reso loro un gran servizio.

Pietro

Io, a loro? Ah no! A loro, no! Io ho voluto renderlo a lui il servizio, facendo che se lo pigliasse Délago almeno, il libro che loro non avevano permesso che fosse pubblicato come suo. E forse avevano ragione, perché il libro è di Délago, di Délago!

Veroccia

Sì, come una burla!

Pietro

Ah, ma perché lui non ha saputo farlo valere contro quel branco di stupidi che io mi son battuti davanti a sassate come tanti cani che abbajavano!

Natascia

Ma forse avrà fatto così anche lui, anche se ora non te lo dice.

Veroccia

E perché non lo dice? Perché non lo dice?

Natascia

Perché gli duole; dovrebbe rimproverarci e non vuole… Questo era un libro per te, Veroccia; ma lui ne aveva tanti, tanti altri… anche suoi, cara, da difendere. E qua tutti — vecchi, giovanigridavano burla

Veroccia

E tu, allora, burla, è vero? Io, allora una burla! T’era dunque servita per questo io? E allora tu avevi soltanto burlato, con me? burlato, è vero? I giovani che ti mancavano… I vecchi che ti mancavano… Ma che doveva importartene, se ti restavo io? se avevi me? Io che non ti mancavo? Io che m’ero data a te tutta — tutta — e tu lo sai — tu che non hai voluto, vile… — tu lo sai che m’ero data a te tutta, e non hai avuto il coraggio di prendermi, di prenderti la vita ch’io t’ho voluto dare — per te, per te che soffrivi di non averne nessuna, di non poter più nemmeno sperare di averne. L'hai avuta da me e hai accettato che dicessero burla? Ah, vilevilevile

E Veroccia scoppia in un pianto convulso, di sdegno e di pena.

Natascia la lascia piangere un po’; poi, l’esorta:

Basta, basta, cara, non piangere più… Io credo che non avrei neppur bisogno di danzar come Sàlome. Ti voglio tanto bene, cara, che potrei andare di , placidissima, e portarti su un piatto la testa di quella sua vecchia moglie. Ma è inutile, non vedi? Egli è immobile, ormai.

Veroccia balzando in piedi:

Sì, sì, è la sua condanna! Senza più vita . Lasciamolo! Andiamo via! Andiamo via!

E se li trascina via con sé, senza più nemmeno voltarsi a guardarlo.

Ora che è rimasto solo sì — *** può parlare. E si mette a parlare con tenerezza infinita a Veroccia, come se fosse ancora presente.

***

Eh, lo so… ma perché tu mi vedevi… tu mi volevi ancora vivo, come te… Ed eri pronta a tutto… E ora mi rinfacci il male che non t’ho fatto… Ma io non dovevo fartelo, perché non ero più vivo come te, io, viva giovinezza mia fuori di me, del mio spirito e nel tuo corpo; non nel mio, non nel mio ch’era già vecchio… Tu non l’hai compreso questo ritegno in me del pudore d’esser vecchio, per te giovine. E questa cosa atroce che ai vecchi avviene, tu non la sai: uno specchioscoprircisi d’improvviso — e la desolazione di vedersi che uccide ogni volta lo stupore di non ricordarsene più — e la vergogna dentro, la vergogna allora, come d’una oscenità, di sentirsi, con quell’aspetto di vecchio, il cuore ancora giovine e caldo. Eh, tu sei viva e giovine, creatura mia; ecco, ancora così viva, che già sei mutata — puoi mutare tu, momento per momento, e io no, io non più. Non hai pensato che non era più possibile per me, che anch’io fossi ancora vivo così… Ti sei preso, cara, di me l’ultimo momento vivo; ma pénsaci! pénsaci! come te ne saresti consolata? solo col dirti che quest’ultimo momento non era quello d’un vecchio qualunque, ma d’uno ch’era qualcuno — qualcuno a cui tutti i momenti, tutti, uno dopo l’altro, tanti — tanti — quelli di tutta una vita, eran serviti per divenire appunto qualcuno — qualcuno che non può più vivere, cara, non può, se non per soffrirne.

Pausa; e poi, più cupo e solenne:

qualcuno, vivo, nessuno lo vede.

Pausa.

Tu mi hai potuto vedere perché per te non ero qualcuno; ma uno che volevi vivo, come staccato da me, nel tuo momento: ed io tutto qual ero, io qualcuno, che ero diventato? eh, un fantoccio per te, a cui potesti perfino tagliare i capelli; tant’è vero che tu vivo come qualcuno non mi vedesti mai; e non mi potevi vedere: mi domandavi perfino stizzita: « Perché ne soffri? ». Ora lo sai perché ne soffro; e non t’importa più di saperlo. Mi hai visto finalmente qualcuno; e per te non sono più vivo.

Sì è già fatto bujo gradatamente: d’un tratto, l’ultimo barlume si spegne, e prima che egli accenda la lampada sulla tavola, che farà nella biblioteca un lume spettrale, quasi simile a quello del principio dell’atto, le quattro immagini dei poeti saranno di nuovo sul palco, ma questa volta in una austera rigidità di statue. Egli intanto si sarà mosso lentamente per rimpostarsi, rigido anche lui, e in piedi, davanti la scrivania, cominciando a dire nel bujo:

Veramente, quando si è qualcuno, bisogna che al momento giusto

luce

si decreti la propria morte, e si resti chiusi — così — a guardia di se stessi.

TELA





1 Questi versi sono tratti da una lirica di Stefano Landi.



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