Luigi Pirandello
Quando si è qualcuno
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ATTO TERZO

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ATTO TERZO

 

Vasto giardino della villa, ove *** ha passato l’estate, ormai per finire. Gli alberi, pini e cipressi, sono ai lati, con altre piante, oleandri, allori. Nel mezzo è lo spiazzo davanti la villa, che si vede in fondo. Lo spiazzo ha nel centro una platea di marmo con tre sedili, uno nel mezzo in forma di sedia curule, due staccati ai lati, leggermente curvi, di modo che tutti e tre formino quasi un semicerchio. Dietro ai due sedili laterali può esserci una bassa spalliera di bossi. La villa in fondo è bianca. Ha in mezzo un’ampia entrata a vetri, e due finestre ad arco per lato, che si vedranno tutte e quattro illuminate, come se a pianterreno ci fosse un lungo atrio rettangolare. Tra queste finestre dell’atrio a pianterreno e quelle a primo piano ci sarà almeno un metro d’altezza, per dar posto a una epigrafe che poi vi figurerà come incisa per , ma che, naturalmente già vi sarà, nascosta da soprammessi listelli di carta dello stesso colore della facciata, i quali, scorrendo a tratti, tirati da dietro, scopriranno le parole a mano a mano che *** le pronunzierà. La facciata della villa sarà fatta di telai rientranti, in modo da potersi restringere e, nello stesso tempo, abbassare da su, allorché, tirata lentamente da dietro e scorrendo su due guide leggermente convergenti verso il fondo del palcoscenico, s’allontanerà; mentre nel mezzo dello spiazzo si solleverà fino a un metro e venti d’altezza la statua, poco dopo che *** si sarà seduto sulla sedia curule, la quale dovrà essere ben fissata su una piattaforma che farà da piedestallo, rivestita tutt’intorno da una tela bianca che, via via che la statua si solleva, emergerà di sotto il palcoscenico.

Al levarsi della tela, nel giardino sarà ancora luce di crepuscolo, che a mano a mano s’affievolirà; sicché alla fine dell’atto sarà già sera e s’avrà allora, nel silenzio, una chiara arcana soffusione d’albore lunare. Davanti all’entrata a vetri della villa illuminata, ora si vede un gruppo di invitati e i due giornalisti del secondo atto che, non avendo trovato posto nell’atrio (e forse i due giornalisti, per qualche loro fine professionale, non han voluto trovarlo), stanno intenti a guardare di . Si sente, confusa, la voce di S. E. Giaffredi che fa il discorso per il cinquantenario della nascita del poeta e il conferimento del titolo di conte; e di tratto in tratto il suono degli applausi che l’interrompono. Sul davanti sono Tito, Cesare e due camerieri d’occasione.

Tito parlando in fretta:

È già annunziato l’arrivo; ma non entrerà di qua; tutto predisposto; voi state bene attenti alla tromba che darà uno squillo, appena l’automobile si fermerà al cancello di e accorrete

Cesare attaccando subito:

due di qua e due di col portinajo, e c’inchineremo; è già inteso. Per il portinajo s’è trovata la mazza.

Tito

Ah, bene bene.

Fa per rientrare nella villa; ma aggiunge:

Oh, v’avverto, d’ora in poi, non più « Sua Eccellenza », ma « Sua Eccellenza il signor Conte ».

Cesare

Non dubiti, signor Conte. Anche di questo ci aveva già avvertiti la signora Contessa.

Tito

Ah, bene bene.

Si staccano dal gruppo sull’entrata, i due giornalisti e vengono incontro a Tito che va verso la villa, dove scoppiano ancora applausi.

primo giornalista

Per piacere, se ci volesse…

Tito

Non hanno trovato posto? Vengano con me!

primo giornalista

No, siamo rimasti fuori apposta

secondo giornalista

per raccogliere notizie da qualcuno della famiglia… Se lei volesse darcele

Tito

Ma io non posso; vedono: ho da dare gli ordini: è annunziato l’arrivo del Principe. Pareva non potesse venire, e invece…

primo giornalista

Ah, benissimo! Così la festa attingerà i supremi onori!

secondo giornalista

Peccato che S. E. Giaffredi abbia già cominciato il discorso

Tito

Mirabile! Mirabile! Hanno ascoltato?

primo giornalista

È già tutto composto in tipografia fin da stamattina. Forse un po’ troppo polemico

Tito

Ma questo è il suo stile!

Applausi.

Sentono, sentono, che consensi! E che sala!

secondo giornalista

Già, s’è visto! Un parterre des rois

Tito

Mi permettano, devo andare

primo giornalista

Ci dispiace

Sopravviene dalla villa Valentina, con un gran mazzo di fiori.

Valentina

Tito, Tito, io non so più come porgere questo mazzo a Sua Altezza sull’entrata, se ora entra dalla porta riservata!

Tito

E domandalo a mammà, santo cielo! che vuoi che sappia io? Glielo porgerai quando sarà entrato!

primo giornalista a Valentina:

Se ci potesse far lei il piacere, signorina

Tito

Ma no, scusino, allora resterò io! Che vogliono sapere?

Valentina

La nota degli invitati?

primo giornalista

Questa l’abbiamo!

secondo giornalista

Per i festeggiamenti ci sono i nostri colleghi

Tito

E allora, scusino! In questo momento

primo giornalista a Valentina:

Qualche notizia del loro Padre nell’intimità

secondo giornalista

Sarebbe preziosa! Se ne sa così poco…

primo giornalista

Sarà contento, figuriamoci, di questi onori?

Tito

Contento? C’è voluta tutta la forza di persuasione di mammà e l’autorità di S. E. Giaffredi per farglieli accettare! Ci ha fatto sudar sette camìce! E siamo ancora qua tutti in ambascia

Valentina

Ah, ma non bisogna credere che, in fondo, a conoscerlo bene, quando si sia arreso, non li gradisca! Io direi anzi che li gradisce molto.

Tito

No, per dire com’è!

primo giornalista

Refrattario, sì sì; questo lo sappiamo!

Tito

Credano che, in questo, il merito di mammà è inapprezzabiledico se la sua fama s’è consolidata ormai come in un blocco di marmo. Noi figli lo sappiamo bene!

Valentina

Ah sì, mammà ha fatto tanto… È come un bambino, lui, nella vita, incapace perfino di comprarsi da sé un fazzoletto. Tutto il suo gusto è d’osservare.

Tito

Sì, questo sì! Si può giurare che anche , in questo momento, lui osserva. Pare che sia uno svagato e non veda mai nulla. Io non so come faccia! Mammà s’arrabbia: ma come! non hai visto questo? non hai visto quest’altro? Che! Non ha visto nulla; ma ha notato, invece, lui solo, di tutti, certe cose che, quando ce le dice, ci fanno strabiliare. Ti ricordi dell’osservazione di come faceva sotto sotto con le dita quella signora? Ce lo rifece, e in quel gesto da nulla c’era tutta — viva — quella signora! E noi siamo rimasti tutti a bocca aperta!

primo giornalista prendendo appunti:

Ah, questo è molto molto interessante!

secondo giornalista c. s.

Interessantissimo!

Tito a Cesare:

Ma Cesare, figliuolo mio, non startene così: manda almeno di per ora codesti due camerieri, che si trovino pronti!

Cesare

Subito, signor Conte!

Ai due camerieri:

Andate, andate. Qua baderò io.

I due camerieri d’occasione vanno, girando da destra la villa.

Tito ai due giornalisti:

E vado ora anch’io, mi scusino: non posso trattenermi oltre. Vieni, vieni via anche tu, Valentina; così si pensa come ti regolerai per i fiori.

primo giornalista avvicinandosi con l’altro, a Cesare:

Ci dica lei, ora, qualche altra cosa.

Cesare

Io? Che posso dire io?

secondo giornalista

Via, sia buono! Non c’è grand’uomo per il proprio cameriere. Lei lo serve da molti anni?

Cesare

Da diciotto; ma non ho proprio nulla da dir loro.

primo giornalista

Ci dica almeno se lo veste lei…

Cesare

Il signor Conte s’è sempre vestito da sé.

secondo giornalista

Ah, questo è utile a sapersi. E lei non l’ha mai sorpreso, per caso… che so… in qualche momento, quando la mattina gli reca il caffè

Cesare

Il signor Conte è così riservato e composto, che quando io entro dopo averne ottenuto il permesso, lo trovo che ha finito anche di rassettarsi i capelli sul capo.

primo giornalista

Ah, è anche questo interessante a sapersi!

secondo giornalista

Non dorme dunque con nessun aggeggio sul capo per conservarsi la piega dei capelli?

Cesare

Nessun aggeggio. Piega naturale. E prego lor signori di non rivolgermi altre domande. Non risponderei.

I due giornalisti, preso l’appunto, fanno per ritornare all’entrata della villa, quando dalla sinistra di essa sopravvengono Veroccia e un Commissario di Polizia che cerca d’impedirle il passo.

commissario

No: glielo dico io che lei non entra senza biglietto d’invito.

Veroccia

E io le ho detto che non voglio entrare!

commissario

Ma come non vuole entrare, se entra?

Fa per prenderla per un braccio, Cesare e anche i due giornalisti s’avvicinano.

Veroccia schermandosi:

Lei si tenga a distanza!

Cesare al Commissario:

La signorina è parente di Sua Eccellenza!

Veroccia

Non sono parente.

Cesare

Ma sì, Sua Eccellenza il signor Conte

primo giornalista

Cognata del nipote.

Cesare

Americana

Veroccia

Non sono americana.

secondo giornalista

La signorina è russa.

commissario

Ah, russa? Figuriamoci! Le sue carte?

Veroccia indicando la borsetta:

Le ho qua. Già vistate per la partenza.

Cesare a Veroccia, piano:

È il Commissario, sa?

primo giornalista

Possiamo assicurarle, signor Commissario, che la signorina noi la conosciamo: è veramente cognata d’un nipote

Cesare

ma sì, di Sua Eccellenza il signor Conte

commissario

E perché allora non ha il biglietto d’invito?

secondo giornalista

Ma appunto per questo!

commissario a Veroccia:

Mi tengo a distanza? No, sa! Ho io l’ordine, invece, di tenere a distanza gli altri.

Veroccia

E io sono felicissima che un Commissario di polizia abbia l’ordine ormai di tenere a distanza da lui una come me.

secondo giornalista

È anche per l’alta personalità che deve arrivare

commissario

Che vuol dire, scusi, « una come lei »?

Veroccia

Ma sì, una da tenere appunto a distanza da lui, per sempre, come ogni cosa viva! Lo so da me, non dubiti… E non voglio difatti accostarmi.

A Cesare:

Gli avevo detto che non volevo entrare.

commissario

E allora che vuole?

Veroccia

Niente. Vedere soltanto

Cesare interpretando:

Ah, se sua sorella e il cognato sono in sala?

Veroccia

No. Non credo che siano ancora arrivati. Né sanno, del resto, ch’io sia qua. Volevo, prima di partire, vederlo, soltanto da lontano, senza farmi vedere. Ma ora non voglio più nemmeno questo. Vedo che ci sono tanti…

Indica quelli che sono a gruppo a guardare dall’entrata.

primo giornalista a Cesare:

Ah, ma se vuole, potreste farli scostare

Cesare

Certo! Ne avrei anzi l’ordine della signora Contessa, sua zia.

Veroccia

Non è mia zia.

Cesare al Commissario:

Vada, vada pure, signor Commissario, se lei deve stare di .

commissario

Garantiscono loro per la signorina?

Cesare

Garantisco io.

secondo giornalista

E anche noi, signor Commissario.

commissario

Sta bene.

E va, per dove è venuto. Nuovi applausi nella sala.

Veroccia

Gli fanno il discorso funebre?

secondo giornalista ridendo:

Ah, giustissimo: funebre.

Cesare molto dignitoso:

Funebre? No. Perché? Parla Sua Eccellenza Giaffredi.

secondo giornalista

Per il conferimento del titolo di Conte.

Cesare

Festa solenne.

primo giornalista

S’aspetta il principe: Sua Altezza.

secondo giornalista

Vedesse che sala!

primo giornalista a Cesare:

Fate, fate scostare quella gente

Cesare va.

Veroccia facendo un gesto come per impedirlo, dice appena:

No…

E resta perplessa, combattuta tra il desiderio di rivederlo e quello di andarsene. Gl’invitati del gruppo sull’entrata a cui Cesare intanto si rivolge, non si fan punto pregare e vengono avanti. Alcuni andranno a sedere sui curvi sedili laterali, mentre Veroccia si fa, guardinga, a osservare dall’entrata sgombra.

primo invitato

Ma sì! Ma sì! Volentieri.

secondo invitato

Non finisce più!

primo giornalista contemporaneamente a Veroccia:

Ecco, vada, vada, signorina

terzo invitato

Fortuna che siamo rimasti fuori! Con questo caldo, dentroParla bene, ma è lungo oh!

quarto invitato

Qua almeno si respira! Fumiamo.

Offre al terzo una sigaretta.

primo giornalista al secondo:

Ah, non s’è pensato a chiedere ai figli che ripercussione ha avuto in famiglia la scoperta di quest’ultima avventura! Vedi? Vedi come se lo guarda?

secondo giornalista

Ma dunque è proprio vero?

primo giornalista

Eh, non ti basta vederla? Esclusa dalla festa… come messa alla porta… E non hai veduto lui, dentro, com’è?

secondo giornalista

Già. Pare un mortoC’è già tutta una leggenda su quest’amore, che aveva per nido la villa del nipote… Con la sorella consenziente… Lei sarà appena maggiorenne

primo giornalista

Ma sì, e poi russe

secondo giornalista

della moglie, andata a sorprenderli

primo giornalista

No, a questo non ci credo… La moglie, caro mio… lasciamo andare… Quella che interessa veramente è lei!

Indica Veroccia.

Che capitolo per un biografo! E che documento sarebbe, guarda, a fissarla così, davanti quell’entratatenuta lontana

secondo giornalista

Peccato che non ci sia più luce

primo giornalista

Guardala! Guardala! Stringe le pugna, con le braccia incrociate sul petto

secondo giornalista

Sì sì, pare che voglia gridare qualcosa…

primo giornalista

Se si potesse ancora parlarle

secondo giornalista

Avviciniamoci

primo giornalista

No, se t’accosti ora, se ne scapperà

secondo giornalista

Partiranno domani

primo giornalista

Pensa: erano per lei tutte quelle liriche di Délago… che, hanno un bel dire, erano belle

secondo giornalista

Finite così…

S’avvicinano il terzo e il quarto invitato che saranno stati anch’essi a guardare Veroccia, parlando tra loro.

terzo invitato indicandola:

Chi è, scusino? Loro lo sanno?

primo giornalista

Mah

quarto invitato

Un’ammiratrice?

secondo giornalista

Forse qualcosa di più.

terzo invitato

Pare una straniera.

quarto invitato

Come, qualcosa di più?

 

secondo giornalista

Eh, la guardi!

terzo invitato

Dio, grida, che fa? si copre gli occhi!

Veroccia viene avanti, tremante, convulsa.

veroccia

È morto! È morto!

primo giornalista costernatissimo:

Ma no, che dice, signorina?

secondo giornalista

Morto? Possibile?

E con gli altri fa per accorrere alla sala; ma sopravviene di , ad arrestarli, un fragoroso scoppio d’applausi che segna la fine del discorso del Giaffredi.

terzo invitato

Eh no, applaudono

quarto invitato

Sarà finito il discorso

Veroccia

Io vi dico che è morto. Nessuno se n’accorge. L’ho visto io, come ha chiuso gli occhi.

primo giornalista

Sì, è certo sfinito

terzo invitato

E così tutto vestito di bianco

primo giornalista

Questa è la sua civetteria: sempre, d’estate… Qua è come un cigno.

quarto invitato

Sarà. Ma con quella faccia, anche così tutta sbiancata — la signorina ha ragione — fa un’impressione

secondo giornalista

Di cigno, appunto

primo giornalista

che abbia già finito, però, il suo ultimo canto. Dev’esser sul serio malato.

terzo invitato

E tutte queste emozioni

primo giornalista con mestizia maliziosa, rivolto a Veroccia:

Eh, forse non delle feste soltanto

secondo giornalista

Quando si è qualcuno…

Veroccia

Si muore.

Squillo di tromba, di dalla villa.

tutti meno Veroccia, accorrendo a guardare dall’entrata:

Ah, ecco il Principe! Ecco il Principe!

Scoppiano di nuovo nella sala applausi fragorosi per salutare l’entrata del Principe. Sopravvengono, dal lato sinistro della villa, Pietro e Natascia.

Pietro appressandosi, fosco, a Veroccia:

Ah, sei qua! T’abbiamo cercata dappertutto

Natascia

Te l’avevo detto: sapeva che dovevamo venire…

Pietro

Mi sarei fatto tagliar le mani, che non potevi esser qua!

Natascia

Vedi che la conosco meglio di te…

Pietro

Bene. L’hai veduto?

Veroccia più col cenno che con la voce:

Sì.

 

Pietro

E lui?

Natascia

Che, lui? Non si sarà certo lasciata vedere da lui.

Applausi ancora nella villa.

Veroccia

È lontano. Non è più in grado di udir nulla; né di vedere nessuno.

Pietro

Io e Natascia vogliamo soltanto salutarlo e andarcene.

Veroccia

Non vi udrà, non vi vedrà. A ogni modo, non ditegli più nulla di me: ve lo proibisco! ch’io sia stata qua…

Pietro

E se domandasse?

Veroccia

Non domanderà.

S’avvia per uscire da dove è entrata. Ma allo svolto della villa è impedita dal sopravvenire affannoso della Madre Superiora e di due suore, seguite da una rappresentanza di ragazze e ragazzi dell’educandato: almeno otto, quattro maschi e quattro femmine, in uniforme, di quelle solite dei collegi di suore.

madre superiora affannatissima:

Su su, l’avevo detto io che saremmo arrivate in ritardo

Ai ragazzi:

Voi restate qua in giardino per ora. Quieti, mi raccomando!

Alle suore:

e noi entriamo!

Entra con le due suore nella villa, pregando gli invitati e i giornalisti di dar passo. Le ragazze e i ragazzi, appena lasciati senza sorveglianza, ancora eccitati dalla corsa scomposta con cui sono arrivati, si sbandano vivacissimamente nel giardino.

primo ragazzo battendo le mani:

Uh, bello qua!

secondo

Sarà nostro, anche il portiere con la mazza!

terzo

Qua faremo la palestra poi!

quarto

No, di , la palestra! Qua la ricreazione! E annaffieremo con le trombe!

Prima ragazza

Perché ha la mazza il portiere?

la più grande

Fermi tutti! Composti! Per dartela in testa!

seconda ragazza correndo a sedere su uno dei due sedili laterali, seguita dai maschi:

Qua ci si mette seduti bene! Oh! Ma non tutti! C’è l’altro, !

primo afferrando il secondo che s’è già seduto:

Tu va’ di ; è lo stesso!

secondo schermendosi:

No! Qua ho preso posto io! Va’ tu di !

Ma l’altro lo strappa e si azzuffano.

la grande

Via, via tutti! Sì, litigate adesso! Correte! Lo dirò alla Superiora!

primo giornalista vedendo venire *** dall’atrio:

Sst! Eccolo! Eccolo che viene!

Tutti i ragazzi nel giardino, e il giornalista stesso che ha dato l’annunzio e l’altro giornalista ed i quattro invitati all’apparire di ***, vestito di bianco, restano come fissati nei loro atteggiamenti – anche se scompostiirrigiditi ad ammirarlo balordamente. Anche Pietro e Natascia restano immobili, ma dolorosamente impressionati dall’aspetto di lui. Veroccia sarà già andata via.

***

Anche voi così… Tutti così… Anche tu…

Pietro

Ma io… perché ti sto vedendo

Natascia accostandoglisi, a bassa voce, ma vibratissima:

Muoviti tu! Muoviti! Fa’ una carezza a questi ragazzi! Ròtolati con loro per terra!

Pietro c. s.

Lascia qua tutto! Ti basterebbe fare adesso al cospetto di tutti una pazzia!

Natascia

Ma fredda!

Pietro

E poi partire con noi! Verremo a prenderti domattina!

*** dopo una pausa, staccato:

Non posso.

Natascia

Hai paura?

***

Di che, paura?

Natascia

Di finire!

***

Non è paura. Necessità.

Natascia

Per gli altri? Pietà degli altri? E allora Veroccia?

***

No. Necessità mia. Senza pietà. E anche tedio di tutto. Peso.

Sopravviene dalla villa Tito con un’ansia angustiosa:

Tito

Oh Dio, papà

Vedendo Pietro e Natascia:

Ah, siete qua voi?

Pietro

Ce ne andiamo

Tito seguitando, rivolto al padre:

Sua altezza ha finito di parlare con Giaffredi, e a momenti se ne andrà

*** indicando Pietro e Natascia:

Li ho salutati.

Tito c. s.

potevi dopo! rientra, rientra subito!

*** si muove per rientrare; davanti all’entrata si volta e alza un braccio a salutare ancora, ma appena, Pietro e Natascia e forse anche un’altra che non c’è più. Natascia lo intende e gli dice:

Natascia

Sì, anche lei. Glielo dirò.

Tito

Fate male, fate male, signori miei, a restare tutti così davanti a lui, a guardarlo come lo guardate, con gli occhi così fissi addosso… Io, figlio, lo so! Ve lo dico perché lo so.

Natascia

Tu, figlio, certo: e gli si moverà sciolto attorno anche il cameriere che lo serve.

secondo giornalista

Eh già. Gli altri… Il rispetto… l’ammirazione

Natascia

Tutte cose che uccidono. E anche davanti a un oggetto di qualcuno ucciso così, anche davanti a te, se ti riconoscono come suo figlio, tanti si fermano a guardarti. Quando una vita si ferma… o è stata dagli altri fermata

secondo giornalista

Conseguenze della fama. Perciò si resta!

Natascia

E non si vive più.

Tito irritatissimo:

Ma chi te l’ha detto? Chi te l’ha detto?

terzo invitato

Vive ancora, mi pare! E come!

primo invitato

Per grazia di Dio!

secondo invitato

Onorato, nell’ammirazione di tutti!

quarto invitato

Venerato dalla famiglia, dal Paese!

primo invitato

Tant’alto che nessuno lo può più toccare!

terzo invitato

Che si può volere di più?

quarto invitato

Ma scusi, questa villa è di lui?

Tito

No no; apparteneva alla sua grande amica

secondo giornalista

la Principessa, già, morta ora è poco…

Tito

Chi sa che gioja avrebbe avuto, per quanto l’amava, se avesse potuto assistere a tutti questi onori… La villa però l’ha lasciata nel testamento all’educandato.

primo giornalista

Ah, perciò ci son qua questi ragazzi?

Tito

Sì. Però con l’obbligo, però con l’obbligo che l’educandato prenda il nome di papà.

secondo giornalista

Anche il paese nativo, dicono, ha fatto istanza

Tito

Sì sì, e ha già avuto concesso — di prendere il nome di papà.

terzo invitato

Eccolo che riviene con tutti.

primo giornalista

Già. Il Principe se ne sarà andato.

*** tra Giaffredi e la Madre Superiora, Giovanna, Valentina, e una folla di invitati tra quelli che sono rimasti dopo la partenza del Principe che ha segnato veramente la fine delle onoranze, vengono nel giardino dove la luce del giorno già declinata comincia a farsi lunare. Di tratto in tratto durante la scena seguente scatterà qualche lampo dei fotografi, che bisognerà ottenere con altro mezzo da quello del magnesio, per impedire che la scena si riempia di fumo.

Giaffredi

Ah, è stato veramente di un’amabilità che non avrebbe potuto essere maggiore!

Giovanna

Peccato che non gli s’è potuto dire quanti abitanti!

Tito

Il paese nativo di papà? L’ha chiesto? Io lo sapevo!

primo giornalista

Venticinque mila.

Tito

No, quasi: ventiquattro mila settecento cinquanta tre.

Giovanna irritata a Valentina:

Eh, hai visto? Lui che lo sa bene, se ne stava qua! Noi gli abbiamo detto che prima erano press’a poco diciottomila.

Valentina

Però abbiamo aggiunto che certo da allora dovevano esser cresciuti

madre superiora

Ha chiesto anche a me quante educande… e io sono stata felice di rispondergli che, come il paese nativo, anche il mio educandato sarebbe stato orgoglioso di prendere d’ora in poi un nome tanto glorioso. Suora, su, i ragazzi: presentiamo al signor Conte i ragazzi. Una piccola rappresentanza, per non disturbare.

Le due suore stentano un po’ a raccogliere le ragazze e i ragazzi dell’educandato tra la folla degli invitati.

Tito

Papà li ha visti poco fa.

madre superiora

Ho già detto loro in presenza di chi si troveranno.

Giovanna

Lei, Madre, potrà prendere possesso della villa tra due o tre giorni al massimo

madre superiora

Ma no: con tutto il loro comodo.

Valentina

Ci siamo trattenuti finora per queste onoranze

Giovanna

È già tutto pronto per lo sgombero.

madre superiora

Ma la Principessa, sant’anima, ha lasciato detto che finché Sua Eccellenza avesse voluto restare… E poi dovremo riadattare tutto qua… Ah, ecco i ragazzi!

Le due suore li dispongono in due file davanti a ***.

Bene, che v’ho detto? L’inchino.

Mentre i ragazzi s’inchinano, scatta un lampo di magnesio, e i ragazzi sussultano.

Valentina

Poverini, si sono spaventati

Giovanna

Ah, sono d’ambo i sessi?

madre superiora

Sì, signora Contessa. Due reparti. Reparto maschile, reparto femminile.

Giaffredi a ***

Tu dovresti dir loro qualche cosa…

Giovanna

Sarebbe molto grazioso da parte tua…

madre superiora

Oh, la gratitudine nostra allora… Io non osavo pregarla

Valentina

Se non sei molto affaticato

Giaffredi

Due parole

madre superiora

Resterebbero indelebili, come scolpite nell’animo nostro…

Giovanna

Pròvati, caro… Due parole

Tito

Silenzio! Silenzio!

Si fa un gran silenzio.

Natascia in quel silenzio, con un tono di profondo rammarico, come se non sapesse credere a quanto ha veduto e udito:

Per questo… per questo… restare per questo…

Giovanna

Ma che dice?

Tito

Silenzio!

*** è davanti la sedia curule sulla platea di marmo. Tutti si fanno intenti a lui; i giornalisti si tengono pronti a segnare quanto egli dirà. Qualche altro lampo dei fotografi. Poi l’immobilità assoluta. Allora egli si metterà a parlare con voce gelida e chiara, pausando, come per trovare in sé a mano a mano la forza estrema di scalpellare le parole che diventano di pietra, incidendosi in forma d’epigrafe sulla facciata della villa alle sue spalle, via via che le pronuncia.

***

puerizia

arcana favola di ricordi

ombra chi a te s'avvicina

ombra

chi da te s'allontana

Nessuno s’accorge del prodigio delle parole incise. Il silenzio non deve essere più rotto. Tutti faranno con l’espressione del volto e con le mani e con i cenni del capo segni d’ammirazione e di compiacimento. Poi Giovanna e Valentina si chineranno verso le ragazze e i ragazzi dell’educandato per portarseli dentro la villa e inviteranno tutti a rientrare, mentre Tito fa segno di lasciare il padre solo un momento nel giardino. Pietro e Natascia se ne andranno svoltando a sinistra della villa. Quando tutti se ne saranno andati, egli sederà sulla sedia curule, e allora, dentro quel chiaro albore lunare, comincerà lentissimamente il doppio movimento della facciata della villa che s’allontana restringendosi a mano a mano, e, contemporaneamente, della sedia curule che comincia a elevarsi con lui nel suo solito atteggiamento, irrigidito, divenuto la statua di se stesso. Tutto questo, in un silenzio che parrà di secoli.

TELA

 


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