Antonio Fogazzaro
Il dolore nell'arte
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II.

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II.

[15]Ma non è nel vento, è sulle labbra silenziose della bella creatura di marmo che ci si disegna la prima parola del mistero. Perchè costei che se fosse viva ci agghiaccerebbe il sangue con la sua vista, ci distruggerebbe l'incanto del giardino, perchè si mesce, fatta visione e opera d'arte, con la bellezza delle cose in un'armonia che ci muove al desiderio e al sospiro, a un turbamento non simile alla pietà, simile piuttosto alle inquietudini[16] dell'amore nascente? S'ella fosse raffigurata nell'atto del pregare o del piangere, di una emozione insomma tenera e calda, si direbbe che l'attitudine sua genera il sentimento nostro; ma non è così. Il dolore e l'amore di lei, compenetrandosi a vicenda, si sono indurati in un'angoscia torva, senza tenerezza, senza fiamma. È forse la leggiadria del volto e del corpo che può tanto sopra di noi? No, la sua bellezza è troppo cupa, troppo sinistro il disordine dei suoi capelli e delle sue vesti. La potenza sua fascinatrice è nella grandiosità del suo dolore impersonale, senza nome. Ella non è una madre, non è un'amante, è il dolore stesso, è l'idea pura, fatta marmo, dell'universale dolore, del dolore che oscura[17] presto o tardi ogni vita umana. Ma se l'idea pura del dolore, sensibilmente rappresentata dall'Arte, ne accende l'anima di pensieri alti e soavi, conviene che in lei si asconda qualche occulta bellezza; e poichè solo ha potenza di commuovere l'opera d'arte che fu creata nella commozione, convien pensare che il creatore di quel marmo abbia concepito con entusiasmo, prima di noi, una occulta bellezza del soffrire. Pure, se io potessi evocare dai morti Vincenzo Vela, l'artefice sovrano, e interrogarlo, egli mi risponderebbe di non avere pensato mai a una bellezza del soffrire.


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